 |
SCRITTORI
Un saggio di Carmelo Aliberti, edito da Bastogi
Tomizza:
una vita per narrare la
crisi del mondo moderno |
«Per quanto mi è possibile, io cerco
di portare la nuda realtà nella letteratura, e non il contrario». Basterebbero
queste parole di Fulvio Tomizza a illuminare il suo lunghissimo percorso
letterario. Una strada fatta di romanzi e racconti, di parole scavate nella
sofferenza con luminosa grazia. Un viaggio umano e letterario irto di difficoltà,
di grandi soddisfazioni, imboccato nel 1960, con «Materada», e interrotto nel
1999 dalla Morte.
Ma agli studiosi, le parole degli
scrittori non bastano. Così, il saggista siciliano Carmelo Aliberti, che pur
apre il suo saggio «Fulvio Tomizza e la frontiera dell’anima», pubblicato da
Bastogi (pagg. 142, lire 18 mila), riportando una lunga intervista concessagli
dall’autore di «Materada», subito dopo si lancia a scandagliare la vita e
l’opera dello scrittore istriano, emigrato a Trieste, con grande passione e
pignola precisione.
Vita e letteratura, ricordi e scrittura,
sono indissolubilmente legati nell’opera di Tomizza. Nato a Giurizzani, in
Istria, figlio di una donna di origine slava e di un uomo che avrebbe sofferto
sulla propria pelle l’odio fomentato tra gli italiani e gli slavi che
abitavano quella meravigliosa terra alle spalle di Trieste, ha scoperto in
famiglia quanto difficile fosse la convivenza etnica. Il rispetto dell’«altro».
E dal dramma di quella che sarebbe diventata, dopo la seconda guerra mondiale,
la «Zona B», amministrata dalla Jugoslavia di Tito, ha tratto amara linfa per
un poderoso «corpus» letterario. Che, a ben guardare, risulta isolato e
irripetibile nel panorama del secondo Novecento italiano.
È la «cultura della crisi» quella che mette
radici nelle pagine di Tomizza. Scrive Aliberti: «Lo scrittore, forse più
degli altri, internamente dilaniato anche dai fermenti di contrapposte culture,
avverte il disagio della civiltà in maniera più dolorosa ed esprime sofferenza
per la miseria dell’uomo, la tristezza di vivere in una società alienata, la
sua culturalmente aristocratica incapacità di comunicare ed essere capito dagli
altri, e, perciò, condannato silenziosamente a vivere in una orgogliosa e
disperata solitudine, in cui ebbe come cari compagni i personaggi delle sue
opere che popolarono di voci, di suoni, di ideali e di armonie, la sua
quotidiana angoscia di ”sopravvissuto” nell’oasi (o nell’emarginazione)
della parola».
Partito dal dramma dello sradicamento di un
popolo, quello istriano, dalla propria terra, Tomizza è andato tessendo un
affresco letterario in cui i suoi personaggi sono diventati voce e anima
dell’impossibilità di vivere in una realtà dove l’uomo recita la parte
della comparsa. E non del protagonista. Se «La ragazza di Petrovia», «Materada»,
«La miglior vita», «La città di Miriam», e anche «Il Male viene dal Nord»,
possono essere considerati il prolungamento letterario delle radici recise dello
scrittore, «Gli sposi di via Rossetti» e «La finzione di Maria», «I
rapporti colpevoli» e «Franziska», sono, invece, l’urlo di dolore di un
uomo che vede nei propri simili l’ombra del carnefice.
E il male di vivere diventa compagno di
viaggio di un narratore che, fino all’ultimo respiro, s’è sentito
sradicato. Inguaribilmente nomade.
Alessandro Mezzena Lona
|