18 giugno 1994

Tomizza: "Liberi di tornare, non di far da padroni"
Tomizza non auspica un rientro di massa bensì una soluzione ragionevole

di Barbara Gruden

TRIESTE - È difficile strapparlo alla quiete del­la sua casa istriana, dove si rifugia per almeno sei mesi all'anno per ritrovare quello spazio vuoto ma avvolgente che gli permette di scrivere i suoi ro­manzi. E le difficoltà diventano ancora maggiori se il tema che gli si propone è quello etemo, che lo ha reso famoso, dell'Istria. «Tutto sommato sono stanco. Passano gli anni, i decenni e non cambia niente. Ovvero, la storia va avanti, cadono i regimi, ci sono cambiamenti incredibili, ma certe animo­sità, certi risentimenti sono ancora vivi. Ho altre cose a cui pensare, all'esistenza che sembra sfuggire di mano, ai miei libri» tenta di difendersi. Ma la stagione della passione civile, per Fulvio Tomizza, non è ancora tramontata. È per questo che, alla fi­ne, accetta di parlare della sua terra, del riaccen­dersi di antiche controversie, dei rapporti fra italia­ni, sloveni e croati e del suo sogno di una terra pa­cificata. È con questo obiettivo che ha accettato di far parte della commissione storico-culturale ita­liana costituita dal precedente governo nell'ambi­to delle trattative sul dopo-Osimo.

- Qual è il compito della commissione? Avete instaurato un dialogo con sloveni e croati?

«Il nostro incarico è verificare quali sono stati negli ultimi 100 anni i punti di scontro e incontro. Esaminando obiettivamente gli eventi storici si vuole impedire di dar luogo a pretesti e interpretazioni di parte che hanno alimentato risentimenti e animosità. Certo, ci sono state le foibe titine e l'eso­do, ma prima ancora c'è stato il fascismo con la ri­siera. Tutti questi eventi hanno provocato dei gua­sti. La responsabilità non sta solo da una parte, in ogni caso, abbiamo trovato un buon dialogo. Certo, più ci avviciniamo al periodo tra le due guerre, più sono le possibilità che non ci si intenda. Ma nean­che da parte slovena e croata gli storici hanno inte­resse a distorcere la verità, il nostro lavoro deve servire a mettere una pietra sul passato...».

- Ad oggettivizzare i fatti, dopo che per decen­ni si è cercato di strumentalizzare la storia, da una parte e dall'altra.

«Sì, il nostro intento è di offrire un quadro obiet­tivo, perché non vi siano più alibi ed esche per condanne strumentali o per l'inazione».

- Lei vive fra Trieste e l'Istria, dov'è riuscito a ritornare dopo l'esodo e a comprare una casa. Come vengono recepite in Istria le polemiche italiane sulla necessità di rivedere il trattato di Osimo e le richieste di modificare i confini?

«In Istria c'è un momento di crisi totale, di spos­satezza: la crisi è economica ma dipende anche dal fatto che la gente non è più disponibile a sopporta­re i conflitti imposti dall'alto. Gli istriani sanno or­mai che i contrasti sorti tra italiani sloveni e croati hanno prodotto solo del male: spaccature, esodi, immigrazione di altre genti, asservimento ai poteri centrali, cedimento ai nazionalismi irruentì. Nutrono dell'animosità anche nei confronti di Lubiana e Zagabria che dopo aver raggiunto la sovranità non hanno fatto niente per lo sviluppo dell'Istria. E sono arrabbiati soprattutto per il confine slove­no-croato, che rappresenta uno sfregio sulla nuda pelle. Ciò non significa che gli istriani vogliano quello di cui li accusa la propaganda di Zagàbria, e cioè la secessione. Chiedono che i due Stati ricono­scano le caratteristiche peculiari dell'Istria.

«Secondo me l'Italia dovrebbe svolgere una po­litica di buon vicinato con Zagabria e Lubiana, aiu­tarle nelle loro ambizioni e quindi convincerle che l'Istria può essere un terreno per la collaborazione. In Istria, per un miracolo, la convivenza c'è già, è una regione plurilingue che sulle proprie ferite ha saputo costruire uno scambio e un'integrazione reale, cosa che non avviene a Trieste. Si tratta quindi di rafforzare questo spirito, dando alla re­gione disponibilità economiche con commerci, strutture, industrie».

- Secondo lei, quindi, dopo aver trascurato per 40 anni i problemi degli esuli e della minoranza italiana in Istria, l'Italia sta ancora sbagliando perché assume atteggiamenti aggressivi?

«Mi sembra che ci sia il pericolo di sbagliare di nuovo, perché non si tiene conto delle novità, della fine del comunismo, della nascita di due Stati indipendenti, della guerra e, di conseguenza, di un nazionalismo croato più aggressivo. Ma non si tie­ne conto neanche di tanti altri fattori. Ad esempio, parlando di beni abbandonati. Dove prima c'era un prato oggi c'è un ospedale, dove c'era una villa oggi c'è una scuola. Gli esuli hanno diritto a tornare o a essere indennizzati. Ma le vie d'uscita non possono essere traumatiche, non si può buttare fuori la gente. Io sono venuto qua in punta di piedi, perché sapevo che avrei potuto subire delle provo­cazioni. Ma il mio amore è prevalso su tutto, mi ha fatto inghiottire bocconi molto amari. Per me stare qua è diventato un fatto fondamentale.

«Senza cedere niente delle mie idee, facendo in modo che lentamente mi capissero. Piano piano in Croazia hanno tradotto i miei libri, tanto che ora passo quasi per uno scrittore locale. Se un esule vuole venire qua, deve capire l'ambiente, non può venire da padrone».

- Come risolvere la questione dei beni abbandonati?

«Bisogna innanzitutto capire cosa vogliono gli esuli Ma mi sembra che neanche le loro organiz­zazioni abbiano le idee chiare. Molti parlano astrattamente del ritomo, ma non sanno neanche se i giovani nati in Sardegna o a Milano abbiano voglia di tornare. Altri dicono che non vogliono più mettere piede in Istria e vogliono farsi pagare Qualcuno vuole che torni l'Italia. Devono mettersi d'accordo. Modificare i confini è improponibile. Il ritomo invece è più che legittimo. Sloveni e croati sarebbero miopi se negassero questa possibilità, anche perché sarebbe positivo per la loro econo­mia. Da questo punto di vista bisogna dar torto a Slovenia e Croazia perché non permettono agli stranieri di acquisire proprietà sul loro territorio».

- Il trambusto che si è fatto in Italia su Osimo e sull'Istria ha fatto irrigidire i due governi nei confronti della minoranza italiana?

«Oggi si tratta di aprire un solco nella controver­sia. Invece, ponendo dei diktat i contrasti si aggra­vano. Bisogna allora capire se il problema sia sen­tito, e quindi cercare di risolverlo, o se sia un prete­sto per coltivare una situazione di ostilità che dura da 100 anni. Naturalmente, tutto si ripercuote su­gli italiani,che diventano inconsapevole oggetto di una controversia.»

- Sarebbe più ragionevole, quindi, che l'Italia appoggiasse, invece che ostacolare, l'adesione di Slovenia e Croazia all'Unione europea?

«Nelle situazioni difficili non bisogna mai mo­strare i denti. Certo, qualcuno può temere che Slo­venia e Croazia, una volta entrate in Europa, di­mentichino i propri obblighi verso l'Italia. Ma ci sono pure le istituzioni europee che possono essere investite del problema. Insomma, se siamo vici­ni, abbiamo delle cose in comune - gli italiani in Istria e gli sloveni a Trieste -, non possiamo pre­sentarci come cani arrabbiati».

- Nella sua opera letteraria ha presentato l'Istria come un microcosmo multietnico. Ciò le ha attirato molte critiche da parte degli esuli e della destra secondo i quali in Istria predominava, al­meno culturalmente, la presenza italiana

«In Istria gli sloveni e i croati hanno sempre col­tivato la propria cultura con lo stesso amore degli italiani. Io sono nato in un territorio mistilingue, dalla secolare contiguità tra diversi elementi. Qua anche i dialetti sono cosi mescolati da non riuscire a distinguerli, inoltre ho potuto verificare che non tutto il male sta da una parte e il bene dall'altra».

- Per aver affermato queste cose è stato spesso malvisto sia dagli esuli che dagli iugoslavi?

«Tuttora subisco attacchi di stampa da Zagabria. Sono abituato a essere considerato un revanscista che vuole restituire l'Istria all'Italia. Dall'altra par­te mi dicono che sono un rinnegato della cultura slavo-titina perché ho osato difendere le etnie sla­ve quando venivano calpestate. Ma la funzione dello scrittore è di vedere la realtà. E io mi lascerei tagliare a pezzi piuttosto di negare o sottacere i tor­ti subiti da chicchessia. Se fossi nato mulatto, certo avrei sposato la parte più scomoda della mia esi­stenza, quella nera. Io non ho una fede religiosa, questo fa parte della mia fede».

 

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