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Chi ha studiato la recente storia istriana, o ricorda,
sa bene che il valico internazionale per passare in Istria
non si situava come oggi a Rabuiese, quasi nel perimetro
industriale di Trieste, ma indietreggiava di un paio di
chilometri fino al paese di Skofije, diviso a metà
dalle sbarre confinarie. Là, tra le case, più
che confrontarsi si guatavano due mondi e due modi di
vivere contrapposti, quello dellEst democratico.
Non occorreva aver superato il rigido controllo delle
guardie jugoslave per rendersi conto se ci si trovava
in uno o nellaltro emisfero; lo manifestavano le
facciate e i tetti degli edifici, i piccoli negozi, lo
stesso manto stradale, lumore e il vestire della
gente ivi residente. Poi, nel 1954, in seguito al Memorandum
di Londra che decretava la fine del mai realizzato Territorio
libero di Trieste (Tlt) e assegnava le sue due zone rispettivamente
allItalia e alla Jugoslavia, il confine veniva portato
avanti nella piana di Rabuiese e lo Stato italiano ci
rimetteva due altri villaggi già compresi nella
più lucente ed euforica Zona A amministrata dagli
angloamericani. LItalia perdeva proprio tutto, lannessione
dellIstria alla Jugoslavia si completava anche nei
suoi estremi margini settentrionali, nonostante lo sproporzionato
rapporto di forze tra i due contendenti, nonostante la
solenne promessa di Francia, Inghilterra e Stati Uniti,
chiamata nota tripartita, di riconsegnare al governo di
Roma lintera Zona B, da mezza Skofije alla sponda
del fiume Quieto, una quarantina di chilometri verso Pola.
Perché? Come era potuta accadere una soluzione
altrettanto rovinosa e beffarda?
La prima risposta è che la Jugoslavia sedeva nel
1947 a Parigi tra i Paesi vincitori della Seconda guerra
mondiale, i quali le assegnavano i quattro quinti della
penisola istriana (oltre a Fiume e Zara) abitata anche
da sloveni e croati assai provati dal ventennio fascista
e in notevole parte confluiti tra i guerriglieri di Tito.
La seconda risposta è che lItalia, sconfitta
e persecutrice degli slavi durante la dittatura fascista,
non intendeva perdere Trieste, per la cui conquista aveva
sacrificato 600 mila uomini nel corso della Prima guerra
mondiale e, oltre a bocciare regolarmente ogni proposta,
anche la Zona B, così come Tito non rinunciava
alla A e soprattutto al suo capoluogo, la «slovena
Trst». Alleata delle potenze occidentali, quando
la tensione tra le due zone era salita a livelli preoccupanti,
si era fatta assicurare da queste la restituzione della
Zona B, ma di fatto, con la cacciata dal Cominform, Tito,
sconfessato a Est, aveva rafforzato la propria posizione
proprio a ovest e quindi non lo si poteva scontentare
del tutto. La promessa tripartita era stata poi fatta
a De Gasperi, uomo che di confini se ne intendeva, al
quale successe Pella che sposò la causa degli irredentisti
giuliani usando la mano forte, e poi Scelba il quale si
accontentò di assicurarsi Trieste tramutandone
la riconsegna in un successo personale su Tito. Va aggiunta
una terza risposta in parte deducibile da quanto ho esposto
sopra e che cioè gli jugoslavi, anche attraverso
i loro fratelli istriani sloveni e croati, conoscevano
bene, angolo per angolo, direi zolla per zolla, ciò
che intendevano ottenere fin dai tempi della lotta clandestina
antifascista e dei vertici moscoviti dei segretari dei
partiti comunisti, comprendenti Togliatti. Mentre lItalia,
lItalia anche di Palmiro Togliatti, al suo possibilismo
e alla sua faciloneria, alla disinvolta ignoranza e al
sostanziale disinteresse per le proprie zone di frontiera,
suppliva con una retorica magniloquente quanto fastidiosa
e offensiva.
In virtù della loro determinazione, e della loro
passione autentica benché talvolta sovreccitata,
gli sloveni hanno infine ottenuto ciò a cui aspiravano
secolarmente: lautonomia e laffacciarsi allAdriatico.
Tengono tutti i transiti del confine ex jugoslavo con
lItalia, compresa Skofije divenuta un articolato
centro commerciale che, nella generale corsa per le compere
a Trieste, tenta di attirare gli acquirenti triestini,
i negozi di free-shop allestiti in casette e in scantinati
perfino ai valichi minori a cui si accede con apposito
lasciapassare rilasciato ai residenti nelle due aree.
È la Capodistria dei Vergerio, del Santorio, del
Carli, dellinfanzia del Carpaccio, soggiace alle
sagome dei grattacieli, dei capannoni e delle altre attrezzature
del maggior porto sloveno, quasi priva di italiani, i
quali però hanno pressoché tutti un impiego
o un posto di prestigio presso la stazione radio televisiva,
i musei, la biblioteca civica, il ginnasio-liceo, e ripetutamente
hanno rivestito la carica di sindaco o di parlamentare
a Lubiana. Una città satellite si ammassa come
una fungaia sul colle San Marco, oltre la strada litoranea,
dove un tempo si notavano soltanto una chiesetta votiva
contro la peste e il palazzetto di P.A. Quarantotti Gambini.
Come è accaduto per le successive Isola e Pirano,
questi centri più vicini a Trieste si erano svuotati
nel corso dellesodo dalla Zona B e sono stati ripopolati
sia da gente dellentroterra sloveno che ha migliorato
la propria posizione sociale, sia da funzionari e imprenditori
lubianesi con casa al mare. Né gli uni né
gli altri riescono tuttora a intonarsi con le piazze e
le calli venete, a tutto vantaggio dei pochi rimasti,
anche di estrazione popolare, che si danno ritrovo nelle
sedi delle comunità italiane, a Pirano nella casa
natale di Giuseppe Tartini. Ora che i confini sono diventati
sicuri, il governo di Lubiana non trascura di tutelare
e perfino accentuare quanto di notevole e di glorioso
ha ricevuto in consegna dolorosa e perpetua. Restauri,
concerti tartiniani a Pirano con Uto Ughi e i Solisti
Veneti nella chiesa di San Giorgio, alla presenza del
capo dello Stato Kucan, uomo mite e tempista a cui la
Slovenia deve lo strappo quasi incruento da Belgrado,
il quale allombra del grande musicista italiano
riceve il nostro presidente Scalfaro. La minoranza italiana
funge da mediatrice e ne va fiera perché in tal
modo preme sul riconoscimento dei propri diritti e dimostra
agli esuli istriani che litalianità del territorio
perduto sopravvive grazie a essa.
Vale la pena soffermarsi sullostile rapporto, da
ultimo un po migliorato, tra istriani di lingua
italiana rimasti e istriani in esilio. Questi ultimi accusano
i primi di non aver preso parte alla muta dimostrazione
dei due esodi perché schieratisi con loccupatore.
Il rinfaccio è in parte legittimo. Gli istriani
saliti a incarichi rappresentativi nellIstria spopolata
e gradualmente ripopolata da genti di tutte le repubbliche
federali erano di ideologia comunista, provenivano dagli
ambienti operai di cittadine quali Isola, Rovigno, Pola,
Albona e Fiume, dotate di piccole e medie industrie; avevano
pagato sotto il fascismo la loro militanza politica e
preso parte alla Resistenza jugoslava (nella zona non
cera altra che contasse); finita la guerra partigiana,
al ritorno dellItalia preferirono un avvenire socialista
sotto altra bandiera. Altri erano rimasti in patria semplicemente
perché non sentivano legame più forte di
quello esercitato su di loro dalla casa, i campi, gli
scogli, la barca; o appartenevano a famiglie miste e non
si opponevano a matrimoni promiscui come pacificamente
avveniva ai tempi dellAustria e come la situazione
forzava adesso che gli slavi erano in maggioranza. Tutti,
non esclusi gli scoperti opportunisti ai quali nelle terre
di frontiera non è richiesto coprirsi, avrebbero
a lungo andare vissuto sulla loro pelle il declassamento
da maggioritari a minoritari subordinati giorno e notte,
sul posto di lavoro e nel rispettivo quartiere, a una
maggioranza improvvisata e prevenuta al massimo verso
i «taliani», il loro nemico storico, come
lo sono tuttora gli slavi per coloro che se ne erano
andati con una valigia.
Ai padri compromessi, taluni dei quali, dopo la scomunica
di Tito votata anche dal Pci, erano finiti nel lager bestiale
del Goli Otok in Dalmazia, successero i figli, discriminati
già durante i giuochi e sui banchi di scuola. Sarebbe
toccato a essi la sonante beffa di vivere esuli in patria
e di continuare a subire il disprezzo dei conterranei
emigrati. Nemmeno a questi ultimi venne risparmiata una
terza o ennesima beffa riservata allIstria e alla
sua gente. Sparsi per lItalia, in altri Paesi europei
e nei continenti più lontani, morsi da nostalgia
e da propositi vendicativi, accarezzati dalle destre e
invisi alle sinistre per il loro acceso anticomunismo,
là dove avevano avuto la possibilità di
concentrarsi in un gruppo di poderi o in alcuni caseggiati,
questi scampati allo slavismo rosso anche per orgoglio
nazionale vengono candidamente chiamati slavi. Era perciò
inevitabile che sinnescasse un processo destinato
a portare i due settori incompatibili di istriani italiani
a un graduale avvicinamento non fisico bensì ideologico
e sentimentale, in qualche caso a uno scambio mentale
delle rispettive posizioni come lascia intendere Nelida
Milani, la più dotata intellettuale italiana vivente
a Pola, nel suo romanzo La valigia di cartone.
Il fiumiciattolo Dragogna, nuovo confine tra Slovenia
e Croazia, tra una concezione e uno stile di vita più
occidentale e maggiormente orientale-balcanico, tra un
grigio suolo verdeggiante e quello pietroso e rosso del
Carso e della Dalmazia, è allorigine di questi
nuovi risentimenti e rivolgimenti psicologici. Di fatto
esso ha comportato più cose e tutte negative: prima
rottura della continuità istriana sospesa soltanto
nel decennio della Zona B al Quieto; prima discordia per
il tracciato del confine tra le Repubbliche gemelle di
Slovenia e Croazia, prima presa di coscienza da parte
degli italiani in Croazia di essersi liberati dal giogo
jugoslavo plurietnico e socialista per cadere sotto quello
croato, più immediato e meno tollerante delle distinzioni
e delle particolarità. Se la Jugoslavia si era
staccata dallasse sovietico per divenire nazione
a sé stante si chiedeva luomo della
strada istriano , se poi le due repubbliche satelliti
di Belgrado erano divenute padrone in casa loro, quando
toccherà a noi, ceduti alla Jugoslavia e non integralmente
sloveni né croati, di governarci da soli?
Era già sorto un movimento dopinione, sostenuto
da alcuni intellettuali di Buje, la cittadina più
vicina al Dragogna, e di Parenzo al di là della
linea del Quieto, che si fondava sul principio secondo
cui lIstria per proporsi quale regione o magari
staterello autonomo doveva trovare coesione, in virtù
della territorialità e del passato storico comune
perlomeno dalla caduta della Repubblica Veneta, nei suoi
tre gruppi etnici, litaliano, il croato e lo sloveno,
già motivo di urto continuo a beneficio delluno
o laltro occupante e da ultimo affratellati da identico
destino. La nascita del malaugurato confine, mi rivelò
lesponente bujese, aveva impresso al movimento una
spinta quale nessuna propaganda sarebbe riuscita a eguagliare.
Era stato battezzato Dieta democratica istriana e quando
si trasformò in partito raccolse in due consultazioni
elettorali oltre il 70 per cento dei suffragi: una maggioranza
quale mai, sotto nessun regime politico né amministrazione
straniera, il popolo istriano aveva espresso in piena
spontaneità non esente da rischio. Di conseguenza
oltre il 90 per cento dei Comuni ebbe una Giunta dietina,
e lo stesso avvenne per lIstituto regionale, una
delle cinque contee della Croazia, a cui Zagabria imponeva
quale sede la città di Pisino, roccaforte croata
per non essere stata mai veneta bensì sotto gli
arciduchi di Vienna, in luogo del vecchio capoluogo provinciale
di Pola, o di Parenzo dove ai tempi dellAustria-Ungheria
sedeva un piccolo Parlamento istriano, chiamato per lappunto
Dieta. In risposta polemica la Dieta stabiliva la propria
sede partitica a Pola e qui raggiunse lapogeo del
prestigio e della popolarità organizzando il primo
congresso mondiale degli istriani. Vi partecipai anchio
insieme a isolati esuli residenti in Italia e altrove.
Fu una delle giornate più commoventi della mia
vita, durante la quale sentii che cosa significhi per
un senza patria ritrovare un suolo e una gente con cui
identificarsi in pieno ed esclusivamente, tra la brughiera
di un mare gagliardo e pulito, nel clima dolcissimo della
riconciliazione.
La prova della Croazia nella feroce guerra balcanica,
il suo finale successo nella Krajina serba, il consolidamento
dello Stato indipendente sostenuto anche dagli Usa, il
rafforzarsi del partito al potere e del suo presidente
Tudjman, si tradussero in una rimonta del sempre desto
nazionalismo croato e in manifestata insofferenza verso
quanti ne rimanevano fuori. Non ne restava fuori il clero
dIstria, tutto croato come fino al 45 era
stato tutto italiano, ora salito in auge e sollecito a
indicare nei laici dietini dei comunisti riverniciati.
Mentre questi ultimi andavano a perorare la loro causa
a Strasburgo, a Bruxelles perché la penisola ottenesse
una rappresentanza nellEuropa delle regioni, e qualcuno
si era spinto a ipotizzare unamorevole rinuncia,
da parte di Roma, di Lubiana e di Zagabria, dei lembi
territoriali da Muggia a Pola per dar vita a uno staterello
europeo, lazione di disturbo degli uomini del presidente
sinfittiva e sincattiviva a tutti i livelli.
Nonostante il forte calo alle ultime elezioni, che le
ha fatto perdere la maggioranza assoluta, la Dieta conserva
sia gran parte dei Comuni sia la Giunta regionale. Questa
ha un nuovo presidente in quanto il primo dimessosi per
contrasti interni, si è presentato con una propria
lista. Ma le decisioni che contano vengono prese a Zagabria,
e la stessa cosa avviene per i posti che contano, ora
che dopo la stasi della guerra il turismo è in
buona ripresa e si sta procedendo alla privatizzazione
delle aziende statali.
La Dieta si è indebolita soprattutto al suo vertice,
che io credevo in perfetta sintonia con la delicatezza
del mandato conferitogli dallelettorato. Ridimensionate
le aspirazioni anche per la defezione degli istriani in
Slovenia i quali seguono il loro Paese nel cammino intrapreso
verso lUnione europea, ai combattivi dietini di
Buje, Parenzo, Pisino e Pola non rimane che tutelare i
diritti e gli interessi dei loro elettori nel braccio
di ferro con Zagabria, dalla quale uscirà prima
o poi una leadership giovane, moderna, in conformità
con il suo tessuto etnico-geografico e allaltezza
della sua cultura. E il nostro ministero degli Esteri
fa bene, non tanto a privilegiare e perciò estendere
la presenza degli italiani in Istria, quanto a incoraggiare
il governo croato a prendere anchesso la strada
per lEuropa. Per ragioni di buon vicinato e per
senso di responsabilità verso lintera Istria.
Tomizza, originario dellIstria oggi croata,
esordì con
Materada (1960), primo romanzo della trilogia istriana.
Si è sempre battuto per la convivenza nella sua
terra. È morto nel 1999.
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