Ristampato da: http://www.diario.it/cnt/speciali/Diario5anni_51/Tomizza_p104.htm
 

21 dicembre 2001

Anno 1998, numero 23


Diario del 1998

La mia Istria

di Fulvio Tomizza

Di questa penisola prima veneziana, poi asburgica, italiana e jugoslava si è cominciato a parlare dopo la guerra nei Balcani: perché si è riscoperta la minoranza italiana che ci vive e perché gli istriani, unici in Croazia, sono rimasti cocciutamente all’opposizione rispetto al verbo nazionalista del presidente Tudjman. Tomizza ha scritto per Diario questo struggente ricordo della sua terra natale

Chi ha studiato la recente storia istriana, o ricorda, sa bene che il valico internazionale per passare in Istria non si situava come oggi a Rabuiese, quasi nel perimetro industriale di Trieste, ma indietreggiava di un paio di chilometri fino al paese di Skofije, diviso a metà dalle sbarre confinarie. Là, tra le case, più che confrontarsi si guatavano due mondi e due modi di vivere contrapposti, quello dell’Est democratico. Non occorreva aver superato il rigido controllo delle guardie jugoslave per rendersi conto se ci si trovava in uno o nell’altro emisfero; lo manifestavano le facciate e i tetti degli edifici, i piccoli negozi, lo stesso manto stradale, l’umore e il vestire della gente ivi residente. Poi, nel 1954, in seguito al Memorandum di Londra che decretava la fine del mai realizzato Territorio libero di Trieste (Tlt) e assegnava le sue due zone rispettivamente all’Italia e alla Jugoslavia, il confine veniva portato avanti nella piana di Rabuiese e lo Stato italiano ci rimetteva due altri villaggi già compresi nella più lucente ed euforica Zona A amministrata dagli angloamericani. L’Italia perdeva proprio tutto, l’annessione dell’Istria alla Jugoslavia si completava anche nei suoi estremi margini settentrionali, nonostante lo sproporzionato rapporto di forze tra i due contendenti, nonostante la solenne promessa di Francia, Inghilterra e Stati Uniti, chiamata nota tripartita, di riconsegnare al governo di Roma l’intera Zona B, da mezza Skofije alla sponda del fiume Quieto, una quarantina di chilometri verso Pola. Perché? Come era potuta accadere una soluzione altrettanto rovinosa e beffarda?

La prima risposta è che la Jugoslavia sedeva nel 1947 a Parigi tra i Paesi vincitori della Seconda guerra mondiale, i quali le assegnavano i quattro quinti della penisola istriana (oltre a Fiume e Zara) abitata anche da sloveni e croati assai provati dal ventennio fascista e in notevole parte confluiti tra i guerriglieri di Tito. La seconda risposta è che l’Italia, sconfitta e persecutrice degli slavi durante la dittatura fascista, non intendeva perdere Trieste, per la cui conquista aveva sacrificato 600 mila uomini nel corso della Prima guerra mondiale e, oltre a bocciare regolarmente ogni proposta, anche la Zona B, così come Tito non rinunciava alla A e soprattutto al suo capoluogo, la «slovena Trst». Alleata delle potenze occidentali, quando la tensione tra le due zone era salita a livelli preoccupanti, si era fatta assicurare da queste la restituzione della Zona B, ma di fatto, con la cacciata dal Cominform, Tito, sconfessato a Est, aveva rafforzato la propria posizione proprio a ovest e quindi non lo si poteva scontentare del tutto. La promessa tripartita era stata poi fatta a De Gasperi, uomo che di confini se ne intendeva, al quale successe Pella che sposò la causa degli irredentisti giuliani usando la mano forte, e poi Scelba il quale si accontentò di assicurarsi Trieste tramutandone la riconsegna in un successo personale su Tito. Va aggiunta una terza risposta in parte deducibile da quanto ho esposto sopra e che cioè gli jugoslavi, anche attraverso i loro fratelli istriani sloveni e croati, conoscevano bene, angolo per angolo, direi zolla per zolla, ciò che intendevano ottenere fin dai tempi della lotta clandestina antifascista e dei vertici moscoviti dei segretari dei partiti comunisti, comprendenti Togliatti. Mentre l’Italia, l’Italia anche di Palmiro Togliatti, al suo possibilismo e alla sua faciloneria, alla disinvolta ignoranza e al sostanziale disinteresse per le proprie zone di frontiera, suppliva con una retorica magniloquente quanto fastidiosa e offensiva.

In virtù della loro determinazione, e della loro passione autentica benché talvolta sovreccitata, gli sloveni hanno infine ottenuto ciò a cui aspiravano secolarmente: l’autonomia e l’affacciarsi all’Adriatico. Tengono tutti i transiti del confine ex jugoslavo con l’Italia, compresa Skofije divenuta un articolato centro commerciale che, nella generale corsa per le compere a Trieste, tenta di attirare gli acquirenti triestini, i negozi di free-shop allestiti in casette e in scantinati perfino ai valichi minori a cui si accede con apposito lasciapassare rilasciato ai residenti nelle due aree. È la Capodistria dei Vergerio, del Santorio, del Carli, dell’infanzia del Carpaccio, soggiace alle sagome dei grattacieli, dei capannoni e delle altre attrezzature del maggior porto sloveno, quasi priva di italiani, i quali però hanno pressoché tutti un impiego o un posto di prestigio presso la stazione radio televisiva, i musei, la biblioteca civica, il ginnasio-liceo, e ripetutamente hanno rivestito la carica di sindaco o di parlamentare a Lubiana. Una città satellite si ammassa come una fungaia sul colle San Marco, oltre la strada litoranea, dove un tempo si notavano soltanto una chiesetta votiva contro la peste e il palazzetto di P.A. Quarantotti Gambini.

Come è accaduto per le successive Isola e Pirano, questi centri più vicini a Trieste si erano svuotati nel corso dell’esodo dalla Zona B e sono stati ripopolati sia da gente dell’entroterra sloveno che ha migliorato la propria posizione sociale, sia da funzionari e imprenditori lubianesi con casa al mare. Né gli uni né gli altri riescono tuttora a intonarsi con le piazze e le calli venete, a tutto vantaggio dei pochi rimasti, anche di estrazione popolare, che si danno ritrovo nelle sedi delle comunità italiane, a Pirano nella casa natale di Giuseppe Tartini. Ora che i confini sono diventati sicuri, il governo di Lubiana non trascura di tutelare e perfino accentuare quanto di notevole e di glorioso ha ricevuto in consegna dolorosa e perpetua. Restauri, concerti tartiniani a Pirano con Uto Ughi e i Solisti Veneti nella chiesa di San Giorgio, alla presenza del capo dello Stato Kucan, uomo mite e tempista a cui la Slovenia deve lo strappo quasi incruento da Belgrado, il quale all’ombra del grande musicista italiano riceve il nostro presidente Scalfaro. La minoranza italiana funge da mediatrice e ne va fiera perché in tal modo preme sul riconoscimento dei propri diritti e dimostra agli esuli istriani che l’italianità del territorio perduto sopravvive grazie a essa.

Vale la pena soffermarsi sull’ostile rapporto, da ultimo un po’ migliorato, tra istriani di lingua italiana rimasti e istriani in esilio. Questi ultimi accusano i primi di non aver preso parte alla muta dimostrazione dei due esodi perché schieratisi con l’occupatore. Il rinfaccio è in parte legittimo. Gli istriani saliti a incarichi rappresentativi nell’Istria spopolata e gradualmente ripopolata da genti di tutte le repubbliche federali erano di ideologia comunista, provenivano dagli ambienti operai di cittadine quali Isola, Rovigno, Pola, Albona e Fiume, dotate di piccole e medie industrie; avevano pagato sotto il fascismo la loro militanza politica e preso parte alla Resistenza jugoslava (nella zona non c’era altra che contasse); finita la guerra partigiana, al ritorno dell’Italia preferirono un avvenire socialista sotto altra bandiera. Altri erano rimasti in patria semplicemente perché non sentivano legame più forte di quello esercitato su di loro dalla casa, i campi, gli scogli, la barca; o appartenevano a famiglie miste e non si opponevano a matrimoni promiscui come pacificamente avveniva ai tempi dell’Austria e come la situazione forzava adesso che gli slavi erano in maggioranza. Tutti, non esclusi gli scoperti opportunisti ai quali nelle terre di frontiera non è richiesto coprirsi, avrebbero a lungo andare vissuto sulla loro pelle il declassamento da maggioritari a minoritari subordinati giorno e notte, sul posto di lavoro e nel rispettivo quartiere, a una maggioranza improvvisata e prevenuta al massimo verso i «taliani», il loro nemico storico, come lo sono tutt’ora gli slavi per coloro che se ne erano andati con una valigia.

Ai padri compromessi, taluni dei quali, dopo la scomunica di Tito votata anche dal Pci, erano finiti nel lager bestiale del Goli Otok in Dalmazia, successero i figli, discriminati già durante i giuochi e sui banchi di scuola. Sarebbe toccato a essi la sonante beffa di vivere esuli in patria e di continuare a subire il disprezzo dei conterranei emigrati. Nemmeno a questi ultimi venne risparmiata una terza o ennesima beffa riservata all’Istria e alla sua gente. Sparsi per l’Italia, in altri Paesi europei e nei continenti più lontani, morsi da nostalgia e da propositi vendicativi, accarezzati dalle destre e invisi alle sinistre per il loro acceso anticomunismo, là dove avevano avuto la possibilità di concentrarsi in un gruppo di poderi o in alcuni caseggiati, questi scampati allo slavismo rosso anche per orgoglio nazionale vengono candidamente chiamati slavi. Era perciò inevitabile che s’innescasse un processo destinato a portare i due settori incompatibili di istriani italiani a un graduale avvicinamento non fisico bensì ideologico e sentimentale, in qualche caso a uno scambio mentale delle rispettive posizioni come lascia intendere Nelida Milani, la più dotata intellettuale italiana vivente a Pola, nel suo romanzo La valigia di cartone.

Il fiumiciattolo Dragogna, nuovo confine tra Slovenia e Croazia, tra una concezione e uno stile di vita più occidentale e maggiormente orientale-balcanico, tra un grigio suolo verdeggiante e quello pietroso e rosso del Carso e della Dalmazia, è all’origine di questi nuovi risentimenti e rivolgimenti psicologici. Di fatto esso ha comportato più cose e tutte negative: prima rottura della continuità istriana sospesa soltanto nel decennio della Zona B al Quieto; prima discordia per il tracciato del confine tra le Repubbliche gemelle di Slovenia e Croazia, prima presa di coscienza da parte degli italiani in Croazia di essersi liberati dal giogo jugoslavo plurietnico e socialista per cadere sotto quello croato, più immediato e meno tollerante delle distinzioni e delle particolarità. Se la Jugoslavia si era staccata dall’asse sovietico per divenire nazione a sé stante – si chiedeva l’uomo della strada istriano –, se poi le due repubbliche satelliti di Belgrado erano divenute padrone in casa loro, quando toccherà a noi, ceduti alla Jugoslavia e non integralmente sloveni né croati, di governarci da soli?

Era già sorto un movimento d’opinione, sostenuto da alcuni intellettuali di Buje, la cittadina più vicina al Dragogna, e di Parenzo al di là della linea del Quieto, che si fondava sul principio secondo cui l’Istria per proporsi quale regione o magari staterello autonomo doveva trovare coesione, in virtù della territorialità e del passato storico comune perlomeno dalla caduta della Repubblica Veneta, nei suoi tre gruppi etnici, l’italiano, il croato e lo sloveno, già motivo di urto continuo a beneficio dell’uno o l’altro occupante e da ultimo affratellati da identico destino. La nascita del malaugurato confine, mi rivelò l’esponente bujese, aveva impresso al movimento una spinta quale nessuna propaganda sarebbe riuscita a eguagliare. Era stato battezzato Dieta democratica istriana e quando si trasformò in partito raccolse in due consultazioni elettorali oltre il 70 per cento dei suffragi: una maggioranza quale mai, sotto nessun regime politico né amministrazione straniera, il popolo istriano aveva espresso in piena spontaneità non esente da rischio. Di conseguenza oltre il 90 per cento dei Comuni ebbe una Giunta dietina, e lo stesso avvenne per l’Istituto regionale, una delle cinque contee della Croazia, a cui Zagabria imponeva quale sede la città di Pisino, roccaforte croata per non essere stata mai veneta bensì sotto gli arciduchi di Vienna, in luogo del vecchio capoluogo provinciale di Pola, o di Parenzo dove ai tempi dell’Austria-Ungheria sedeva un piccolo Parlamento istriano, chiamato per l’appunto Dieta. In risposta polemica la Dieta stabiliva la propria sede partitica a Pola e qui raggiunse l’apogeo del prestigio e della popolarità organizzando il primo congresso mondiale degli istriani. Vi partecipai anch’io insieme a isolati esuli residenti in Italia e altrove. Fu una delle giornate più commoventi della mia vita, durante la quale sentii che cosa significhi per un senza patria ritrovare un suolo e una gente con cui identificarsi in pieno ed esclusivamente, tra la brughiera di un mare gagliardo e pulito, nel clima dolcissimo della riconciliazione.

La prova della Croazia nella feroce guerra balcanica, il suo finale successo nella Krajina serba, il consolidamento dello Stato indipendente sostenuto anche dagli Usa, il rafforzarsi del partito al potere e del suo presidente Tudjman, si tradussero in una rimonta del sempre desto nazionalismo croato e in manifestata insofferenza verso quanti ne rimanevano fuori. Non ne restava fuori il clero d’Istria, tutto croato come fino al ‘45 era stato tutto italiano, ora salito in auge e sollecito a indicare nei laici dietini dei comunisti riverniciati. Mentre questi ultimi andavano a perorare la loro causa a Strasburgo, a Bruxelles perché la penisola ottenesse una rappresentanza nell’Europa delle regioni, e qualcuno si era spinto a ipotizzare un’amorevole rinuncia, da parte di Roma, di Lubiana e di Zagabria, dei lembi territoriali da Muggia a Pola per dar vita a uno staterello europeo, l’azione di disturbo degli uomini del presidente s’infittiva e s’incattiviva a tutti i livelli. Nonostante il forte calo alle ultime elezioni, che le ha fatto perdere la maggioranza assoluta, la Dieta conserva sia gran parte dei Comuni sia la Giunta regionale. Questa ha un nuovo presidente in quanto il primo dimessosi per contrasti interni, si è presentato con una propria lista. Ma le decisioni che contano vengono prese a Zagabria, e la stessa cosa avviene per i posti che contano, ora che dopo la stasi della guerra il turismo è in buona ripresa e si sta procedendo alla privatizzazione delle aziende statali.

La Dieta si è indebolita soprattutto al suo vertice, che io credevo in perfetta sintonia con la delicatezza del mandato conferitogli dall’elettorato. Ridimensionate le aspirazioni anche per la defezione degli istriani in Slovenia i quali seguono il loro Paese nel cammino intrapreso verso l’Unione europea, ai combattivi dietini di Buje, Parenzo, Pisino e Pola non rimane che tutelare i diritti e gli interessi dei loro elettori nel braccio di ferro con Zagabria, dalla quale uscirà prima o poi una leadership giovane, moderna, in conformità con il suo tessuto etnico-geografico e all’altezza della sua cultura. E il nostro ministero degli Esteri fa bene, non tanto a privilegiare e perciò estendere la presenza degli italiani in Istria, quanto a incoraggiare il governo croato a prendere anch’esso la strada per l’Europa. Per ragioni di buon vicinato e per senso di responsabilità verso l’intera Istria.

Tomizza, originario dell’Istria oggi croata, esordì con Materada (1960), primo romanzo della trilogia istriana. Si è sempre battuto per la convivenza nella sua terra. È morto nel 1999.


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