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A Umago si è discusso di identità Tomizza e noi - Incontri di frontiera Lo scrittore istriano ha percorso molti dei problemi oggi emergenti di Patrizia Vascotto |
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Tomizza scrittore triestino, istriano, croato, sloveno. C'è una volontà talvolta maniacale di appropriarsi della paternità di uno scrittore che evidentemente molti sentono come proprio, per le tematiche, le atmosfere, i luoghi, le situazioni, i personaggi. Nella difficile attribuzione di un'appartenenza possono venirci incontro le modalità con cui un autore viene recepito dall'eterogeneo possibile pubblico, ma anche l'indagine sulla fortuna di questo autore al di là di quello che è il prevedibile bacino d'utenza per vedere quanto esso sia riuscito a raggiungere quel livello di universalità che gli garantisce di uscire dal particolare, dal locale, dallo specifico. Parlare di appartenenza suona quasi paradossale per Tomizza, che al contrario ha voluto negare questa necessità apparentemente assoluta (così almeno si è a lungo manifestata in questa estrema frontiera europea) dichiarando di voler piuttosto parlare di non appartenenza. Ma questo già ci conduce in quel ginepraio di definizioni e di interpretazioni che sono state oggetto di una ampia riflessione sulle cosiddette psicopatologie di confine. Inseguendo situazioni e personaggi tra le pagine di Tomizza, emergono non soltanto gli ovvi e facili collegamenti con l'eredità di una guerra nelle fasce più intime della generazione di oggi, ma anche quegli aspetti ancora più nascosti, ancora più sopiti che l'uomo stesso non vuole né riconoscere né ammettere e che ne determinano insicurezze, sdoppiamenti, spaccature che possono a ben ragione creare una patologia schizoide. Dai suoi romanzi storici a quelli più intimistici, dalle più celebri opere legate a filo doppio alla vicenda dell'esodo e del difficile inserimento in un mondo nuovo a quelle che vede protagonista un ambiente specificamente sloveno inteso come necessario complemento alla nuova condizione di vita e con il quale doversi misurare, ricaviamo al contempo una lucida analisi di una realtà che spesso si preferirebbe non conoscere e la portata assai più che locale delle tensioni e del confronto tra culture diverse. Non è un caso infatti che Tomizza abbia avuto una notevole risonanza anche nel grande mondo di lingua tedesca, solo in apparenza lontano dalle tematiche di questo lembo di terra di confine e anzi anch'esso coinvolto in simili problemi per le sue molte frontiere, la frattura tra occidente e oriente, la vicinanza geografica e storica. Non si può dimenticare, tra i romanzi storici, "Il male viene dal nord", in cui il legame con la Germania sta nei soggiorni di Trubar in Baviera e nella nascita dello spirito riformista nel vicino Wuttenberg. Ma nei paesi che maggiormente si sentono rappresentati dallo scrittore, la fortuna delle sue opere ha conosciuto sorti contrastanti. Alla grande ricchezza di traduzioni in croato (praticamente tutta l'opera fino al postumo "La visitatrice") si contrappone una certa selezione operata in ambito sloveno, dove ironicamente mancano all'appello proprio quei romanzi che della presenza slovena sono la testimonianza più esplicita - "Gli sposi di via Rossetti" e "Franciska", e dove il Tomizza più noto è quello più speficiamente istriano ("Trilogia istriana" e "La miglior vita"). Per non parlare dello stesso mondo istriano, fatto di quelli che se ne sono andati e di quelli che sono rimasti, all'interno del quale la riflessione sull'autore sembra sorgere soltanto adesso, e il convegno di Umago vuole essere un banco di prova in cui, attraverso il confronto della ricca eredità spirituale che Tomizza ha lasciato nelle culture della sua terra, si possa ricavare anche quale sia il suo radicamento e la sua ricezione in chi istriano si sente e si dichiara.
Come identificarsi, come definire la propria identità, se è ancora davvero necessario o utile farlo? Quale è il ruolo di uno scrittore in questo contesto? Quale la funzione delle nuove frontiere nel mondo, anch'esso nuovo, della globalizzazione e delle grandi migrazioni? I valori dell'Europa di oggi dovrebbero essere piuttosto il cosmopolitismo e l'anti-identità, per contrastare l'oppressione universale, e tali valori dovrebbero essere la naturale conseguenza del processo di globalizzazione. Né più barbari, né più elleni, insomma, l'uomo che riconosce il suo simile in quanto uomo. Ma al contrario l'unico travaso cui stiamo assistendo è quello dei capitali, anziché quello delle culture e degli uomini. Questi finiscono per essere del tutto marginali e i confini si rafforzano, trasformandosi da linee da superare e da oltrepassare per "andare verso", in linee da mantenere per "andare contro", per difendere chi sta dentro da chi sta fuori. Eppure l'essere vivente è colui che migra, e la civiltà dell'uomo nasce esattamente dalle migrazioni e dallo scambio. L'identità si concretizza nel momento stesso del confronto, la cultura per il suo essere stabile (ma non statica) si contrappone al confine, che è invece un concetto mobile. I confini si spostano, si modificano, e sono la garanzia di riscatto dal villaggio globale. Sono i nuovi vicini che si configurano nel mondo a preservarci dall'uniformità attraverso l'esercizio del confronto e dello scambio. In un simile contesto la figura e il ruolo dello scrittore acquisiscono una funzione ancora più forte e definita, un "impegno aggiunto" che consiste nel precisare l'idea di uomo all'interno della "civiltà della borsa" in cui né fede né filosofia sostengono il tessuto sociale e in cui la manipolazione di interessi e di denaro fittizio rappresentano lo stravolgimento dei cardini del pensiero umano. Tomizza, scrittore attento alle problematiche del dopoguerra, si presta quindi ad essere ben di più di un semplice testimone, e diviene un precursore delle nuove dinamiche societarie perché quando la storia universale si intreccia alla storia individuale ne esce un interpretazione dell'uomo che contrasta l'immagine robotica cui tende la civiltà contemporanea. Gli uomini in fuga diventano eroi, perseguitati nella loro ricerca di una verità al pari degli eretici medioevali o dei riformatori protestanti, perseguitati anche dai traumi di quanto si è subito e di ciò che si è fatto. La guerra, tradizionale compagna dell'umanità, genera nell'uomo paure e angosce e lo induce alla ricerca di un assetto mentale "di guerra" per difendersi dai timori esterni ed interni, creando nell'individuo una psicopatologia da schizoide, che è funzionale alla sopravvivenza. Tutti, oppressori ed oppressi si portano dentro il trauma del conflitto, e ciascuno tende a non rielaborare le esperienze vissute. Ne rimane un ricordo immobile, o al contrario una spaccatura interiore che ne impedisce il ricordo. I traumi rimangono sepolti e finché non emergono non consentono agli individui di rielaborarli e di dare avvio alla riconciliazione; permangono il dolore, la vergogna, elementi che ancora non siamo in grado di sopportare e che forse lasceremo ancora in eredità ai nostri figli, perché cinquant'anni sono soltanto "forse" il tempo giusto per superare la condizione paranoica conseguente alla guerra. Rimangono stereotipi e schemi mentali che si svelano anche nell'uso apparentemente innocente di parole e di espressioni che presuppongono la condivisione di pregiudiziali comuni, parole ed espressioni che al tempo stesso sono la solidarietà di un gruppo e la sua contrapposizione ad un altro. La riconciliazione, processo quindi difficile e tormentato, deve poi fare i conti con le modalità dell'approccio, e deve prevedere un confronto in cui rimanendo se stessi si possa trasmettere la propria diversità in modo da farsi comprendere dall'altro. Che vuol dire talvolta rinunciando a una parte di sé, a una parte che non sia sentita come determinante ma come possibile oggetto dello scambio. La rinuncia però non è condizione accettata con facilità e a sua volta si fa scudo dietro altre barriere, più sottili e più subdole, che si celano nelle maglie della globalizzazione e che si ergono a proteggere nuovi particolarismi e nuovi arroccamenti sociali, culturali, economici. Le barriere interiori, quelle mentali, quelle derivate dallo sbriciolamento delle grandi frontiere di riferimento che definivano il bianco e il nero, gli estremi opposti - sono queste nuove barriere a decretare paradossalmente il provincialismo nell'era dell'universalismo. Un quadro apocalittico, che tocca le sfere più nascoste delle nostre incertezze e che ci forza una volta di più a difendere un'identità che per la debolezza che dimostra può a ragione essere ben ritenuta una non identità. Ristampato da:
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This page compliments of Marisa Ciceran Created:
Tuesday,
November 13, 2001; Last updated: Thursday, January 27, 2005
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