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sabato , 22 maggio 1999
TERZA PAGINA
PERSONAGGI E' morto a 64 anni lo scrittore istriano. Narrò le sofferenze di chi vive al confine tra Paesi e culture diverse. Vinse il premio Strega nel '77

Fulvio Tomizza, la malinconia della frontiera 

Nella metà degli anni '50 si trasferì a Trieste. Nonostante i successi, non riuscì a vincere la sensazione di essere incompreso dai critici 

Dario Fertilio

Lo scrittore Fulvio Tomizza è morto ieri a Trieste, a 64 anni, per una grave malattia al fegato. Era nato a Materada, in Istria, e alternava la sua residenza fra il paese d'origine e il capoluogo giuliano.E'stato un attimo, uno soltanto: l'annuncio della morte ha evocato in chi lo conosceva il brivido di un'intervista in cui parlava di suicidio. Sei anni fa, durante una conversazione televisiva a cuore aperto, lo scrittore istriano aveva confessato: «Volevo farla finita. Avevo poca voglia di vivere e il dialogo con la morte era continuo: ogni volta che mi trovavo in un luogo dove fosse possibile togliersi la vita, pensavo di farlo». 

Per fortuna invece no, non lo ha mai fatto: è stato il suo fegato a cedere, dopo un'ultima operazione che lo aveva lasciato stremato. Così Fulvio Tomizza è mancato nel suo appartamento triestino, in fondo a via Giulia e quasi di fronte ai giardini pubblici, dove chiunque percorresse la promenade cittadina, il cosiddetto «acquedotto», non poteva mancare di passare. Se poi si saliva al secondo piano, e non era difficile farsi ricevere quando era in città, si entrava nel «cerchio di Tomizza», e si respirava un'atmosfera particolare. Il «cerchio», ovvero l'atmosfera che lo circondava, si poteva descrivere con vari nomi: malinconia, depressione, spleen o anche litost, per un usare un termine di Kundera che in boemo significa frustrazione, lamento per le promesse mancate della vita. Perché Tomizza sembrava davvero sospettare che un destino beffardo, una concatenazione di avvenimenti sfavorevoli e ingiusti, lo tenesse d'occhio e non smettesse di perseguitarlo. Da un lato, per lui che aveva rinnovato la letteratura triestino-mitteleuropea, era la sensazione di essere uno scrittore incompreso. Non lo consolavano i successi, pur cospicui. Lo tormentava piuttosto la beffa del Campiello, dove era stato finalista per quattro volte ed era sempre stato battuto, anche quando (era stato il caso del romanzo I rapporti colpevoli) tutti lo davano per favorito. 

Ma esisteva un'altra forma di malinconia, in lui, strettamente legata a quella che correntemente viene definita «identità di frontiera». Per Tomizza il sentimento di appartenenza all'Istria, a una terra contadina e sanguigna, unica e vera, coincideva con il superamento della contrapposizione fra «italianità» e «slavismo». Tanti suoi personaggi, a cominciare dal protagonista de La miglior vita, sono figli di Venezia e dell'Austria, dell'Italia e della Jugoslavia titina, insomma di tutti i poteri e le civiltà che si sono succeduti su quel territorio. La descrizione dell'esilio forzato dall'Istria, il rifiuto del potere comunista non ha mai coinciso per lui con il nazionalismo. Perciò la Trieste descritta con amore nei romanzi, in particolare nel bellissimo e poco noto La città di Miriam, non lo ha mai adottato, e anzi spesso lo ha respinto. Quando Tomizza lamentava di sentirsi minacciato, alludeva probabilmente al sentimento di ostilità che percepiva in tanti: slavofilo agli occhi degli uni, antijugoslavo per gli altri. Quella particolare angoscia di frontiera era insieme biografica e letteraria: l'impossibilità di superarla assomigliava a quella che impedisce l'amore fra i due protagonisti del romanzo Franziska. Lui italiano, lei slovena: è il personaggio maschile che alla fine manca di coraggio e di forza. 

Il confine è dentro di noi: gli ultimi racconti, intitolati Nel chiaro della notte, testimoniano che per Tomizza alla fine era possibile superarlo soltanto nei sogni. 


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