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Sabato 22 Maggio 1999


È MORTO A TRIESTE

Fulvio Tomizza, scrittore di «frontiera»

È morto ieri mattina a Trieste, all’Ospedale CVivile, Fulvio Tomizza, Lo scrittore aveva 64 anni, ed era stato ricoverato l'altra notte dopo essere stato colpito da una grave insufficienza epatica mentre si trovava nella sua abitazione triestina, in compagnia della moglie Laura Levi. Una grave malattia gli era stata diagnostica all'inizio dello scorso gennaio. Poche settimane fa era stato operato all'ospedale di Udine per una patologia al fegato, facendo in seguito ritorno a casa per sua espressa volontà. E sempre per sua volontà, lo scrittore, dopo una cerimonia funebre a Trieste, sarà sepolto a Materada, un tempo in Istria e ora in Croazia, suo paese natale. Qui da molti anni Tomizza aveva acquistato una casa di campagna, diventata il luogo prediletto per lunghi ritiri, in cui ha scritto in solitudine i più recenti romanzi.

Felice Piemontese

Colpisce in maniera particolare il fatto che la morte di Fulvio Tomizza - scrittore che ha costruito la sua immagine letteraria e umana facendo continuo riferimento alla terra, l’Istria, in cui è nato e ai drammi di quelle popolazioni di confine - sia avvenuta proprio nel pieno di un insensato conflitto che sconvolge ancora una volta quelle terre. Tomizza era nato infatti a Materada di Umago, nel 1935. Pochi anni dopo, quando lui era ancora un bambino, quella regione si trovò a far parte della Jugoslavia,e infatti Tomizza cominciò la sua attività frequentando gli ambienti teatrali di Lubiana e di Belgrado.

Fu nel ’55 che il giovane Tomizza decise di trasferirsi a Trieste, città nella quale ha poi sempre vissuto, assimilandone umori e suggestioni, e stabilendo inevitabili collegamenti con la ricchissima tradizione letteraria locale (ma un critico come Pampaloni non ha dubbi: «Egli è scrittore istriano, non triestino»). All’Istria fu comunque sempre legatissimo, tanto che aveva ricomprato la casa di famiglia, e vi si recava ogni volta che gli era possibile, per scrivere e meditare. E a Materada, che oggi si trova in Croazia, lo scrittore, per sua espressa volontà sarà sepolto, dopo una cerimonia a Trieste.

Il primo libro di Tomizza, intitolato proprio Materada, è uscito nel 1960, l’ultimo Nel chiaro della notte, poche settimane fa. Quasi quarant’anni di attività letteraria, dunque: molti romanzi, alcuni scritti per bambini, premi importanti come il Viareggio e lo Strega, molti consensi di critica e di pubblico, un’immagine appartata, civile, lontana dagli schiamazzi e dagli esibizionismi oggi di moda. In questo almeno, ce lo conceda Pampaloni, Tomizza è stato molto «triestino». Del resto, anche rispetto ai drammi personali e civili di cui è stato testimone o partecipe, Tomizza mantiene una misura e un modo di sentire esemplari. Stabilitosi in Italia in anni di grandissime tensione e di odi feroci (continui poi ed esplosi quando è saltato il «tappo» creato da Tito; ma è sempre bene ricordare che la «pulizia etnica» non l’ha inventata Milosevic) Tomizza non si è mai abbandonato all’invettiva e alla recriminazione. ha scelto di raccontare storie in cui i drammi privati si confondessero e trovassero spiegazioni in quelli della storia, anche se troppo spesso la storia appare incomprensibile.

Materada, il libro d’esordio, segna già una tappa importante nel percorso di Tomizza: racconta le vicende di alcuni contadini italiani dell’Istria che decidono, dopo molti tormenti, di abbandonare le loro terre non riuscendo ad adattarsi alla nuova situazione politica. Il dolore per lo sradicamento, la nostalgia, diventano espressione poetica grazie alla capacità di non farsi travolgere dal sentimento (e dai ri-sentimenti), di trovare filtri e correttivi, di attingere a quelle stesse qualità umane che sono tipiche della gente di confine. E lui, Tomizza, ha rivendicato con forza la qualifica di «scrittore di frontiera». «Lo sono sempre stato - ha detto - non solo per motivi culturali e geografici, ma anche estetici e psicologici». E aggiungeva: «La mia frontiera è infatti più aspra ed ingrata rispetto a quella dei miei conterranei; vengo da un mondo più scabro, più interno dell’Istria, soggetto a incontri e scontri, fin dalla dominazione veneta e austriaca».

Vennero poi numerosi altri romanzi, come La ragazza di Petrovia (uscito nel ’63), La quinta stagione (di due anni successivo), Il bosco di acacie (’66), via via fino a La miglior vita che nel ’77 vinse il premio Strega e dette a Tomizza più vasta notorietà. Si tratta di un romanzo vasto e ambizioso che, come ha scritto il già citato Pampaloni, offre tre possibili livelli di lettura: romanzo comunitario, racconto lirico-naturalistico, saga popolare di una piccola patria, che anche se non sempre perfettamente fusi «trovano giustificazione e armonia in questa intuizione: la misura essenziale dei fatti della vita è la vita stessa».

A molti sono apparsi meno felici i libri successivi, nei quali con alterni risultati Tomizza si volge a modelli mitteleuropei, cercando di collegarsi a quella tradizione triestina che ha in Svevo il suo più illustre rappresentante. Rimane, tuttavia, quella di Tomizza una testimonianza degna di buona qualità letteraria su un momento storico e una vicenda umana e politica tra i più tragici del dopoguerra.


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