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Ristampato da: http://www.ilmessaggero.it/hermes/19990328/01_NAZIONALE/PRIMA_PAGINA/VACCAR.htm |
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| Domenica 28 Marzo 1999 | |
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«QUANTO sta accadendo nella Repubblica federale jugoslava non è una sorpresa», dice Fulvio Tomizza, istriano di Materada (ma vive a Trieste), scrittore di frontiera. «I politologi», aggiunge, «dovrebbero ricordare la frase che Bill Clinton pronunciò all’epoca più rovente della crisi in Bosnia, quando alcuni invocavano un intervento militare: ”Se la Serbia aggredisce il Kosovo", disse il presidente americano, "faremo la nostra parte". Alcuni mesi fa, in un articolo per Il Gazzettino, ho scritto: "Tutto è cominciato col Kosovo e tutto finirà o tornerà a esplodere col Kosovo". I bombardamenti della Nato erano prevedibili. Sarebbe stato più corretto se avessero ottenuto il placet dell'Onu. D'altra parte, si è lasciato passare troppo tempo. Slobodan Milosevic sta prendendo in giro l'Europa, non da oggi: dal tempo delle guerre per le secessioni di Bosnia e Croazia ha fatto quello che ha voluto. E adesso sta perseguendo lo sterminio di un’etnia». Tomizza pubblica in questi giorni il libro di racconti Nel chiaro della notte (Mondadori, 190 pagine, 28.000 lire). Disperati dei Balcani, profughi bosniaci, sbandati croati, serbi, sloveni, ostaggi, truppe irregolari, e Belgrado, il Kosovo, le Caravanche slovene, la catena dinarica della Bosnia, le rive del lago macedone di Ocrida sono i protagonisti, le figure di contorno, i luoghi della prima delle tre parti della raccolta. E' intitolata, questa parte iniziale, "Frontiere": immagini, scene, visioni, anche oniriche, sullo sfondo dei massacri che l'autore vive in prima persona. «I kosovari sono stati i primi a cercare di far saltare la catena delle Repubbliche jugoslave», ricorda lo scrittore istriano. «Tito gli aveva riconosciuto un’ampia indipendenza. Dopo la sua morte, sono stati considerati, anche dai croati e dagli sloveni, nemici da distruggere. Non si ritengono neanche slavi: sono di origine illirica, una grande civiltà che si è spinta, unica delle civiltà balcaniche, oltre la fascia adriatica». Tomizza (che è autore di una trentina di opere di Narrativa, di testi teatrali e per l’infanzia) è andato più volte in Kosovo: «La terra è dura, ma il paesaggio ridente. I kosovari sono dei grandi coltivatori di peperoncino, di cui sono buoni consumatori; per anni hanno fatto i carbonai e scaricato legna per i serbi. I più evoluti andavano in Croazia: quando vedevi uno a dorso nudo che batteva col piccone era un kosovaro. Sono anche bravissimi pasticcieri, e soprattutto gelatai. Ben organizzati. E molto solidali fra loro: oltre la metà dei soldi che guadagnano li danno ai guerriglieri dell'Uck. Ne ho visti alcuni andare a consegnarli addirittura con le valigie. Ho avuto nella casa di Istria dei muratori kosovari che mi hanno fatto alcuni lavori. Mi dicevano, esagerando: "Se qualcuno attacca il Kosovo è la fine del mondo". E’ la loro patria». Ma è anche il grande mito dei serbi: «Nel 1389, in Kosovo, il loro esercito fu sbaragliato dai turchi. Quei luoghi, anche se occupati poi dagli albanesi, che sono il 90 per cento della popolazione, rappresentano la loro culla, la memoria storica. Esistono canti epici popolari che tutti i serbi conoscono; le famiglie, anche quelle semianalfabete, rileggono le sconfitte contro i turchi come imprese mitiche. Volevano la Jugoslavia di Tito, di cui Milosevic si era autoproclamato delfino. Quando Slovenia e Croazia hanno intravisto la possibilità di svincolarsi, fratelli e cugini che volevano staccarsi dalla famiglia, è nato simultaneamente il progetto della grande Serbia: fare della Serbia un Paese tanto grande da comprendere quella che era stata la Jugoslavia». Il nazionalismo serbo è antistorico, commenta lo scrittore istriano. Ma hanno dalla loro parte la Russia, aggiunge. «L'esercito serbo è l'unico in Europa che combatte con la stella rossa». Tomizza dice che Milosevic è un uomo molto furbo: «Sa far scivolare le cose, prendere tempo, per raggiungere i suoi obiettivi. Stavolta non gli è riuscito. Se gli aerei della Nato distruggeranno molto, siccome tiene al suo esercito, la vera forza della Serbia, sarà costretto a compiere qualche passo. Non griderà: "Basta. Trattiamo", perché dovrà salvare la faccia. Credo che si lascerà consigliare dalla Russia. E la Russia troverà il modo per evitargli una sconfitta militare devastante e una sconfitta politica. Non è un eroe: è un uomo di banca, viene dal mondo degli affari. Gli eroi sono i suoi generali, i suoi soldati. Penso che, alla fine, prevarrà il negoziato. Anche se non dobbiamo dimenticare che i serbi si vantano di aver fatto scoppiare la Prima Guerra Mondiale, la Seconda (per i bombardamenti di Belgrado: e non è vero) e dicono: faremo scoppiare anche la Terza. Tanto piccoli, ma tanto importanti. Ho sentito pronunciare da alcuni serbi questa frase: "Dal Portogallo al Kosovo, tutto è Serbia". A Trieste c'è una chiesa serbo-ortodossa e loro accennano: "Trieste è serba". E' un popolo molto unito, anche perché non esiste un'opposizione. E sono irriducibili». |
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