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Fulvio Tomizza
Prominent Istrians
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Commemoratives

Fulvio Tomizza, 1998
Photo source: http://web.tin.it/arici/photo/lettsto/tomizza.html
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Da "La Repubblica" del 22 maggio 1999:

Fulvio Tomizza il tormento  della frontiera
Lo scrittore è morto ieri a Trieste. Aveva 64 anni 

Paolo Rumiz 


Lo scrittore Fulvio Tomizza è morto ieri a Trieste dopo una breve malattia. Aveva 64 anni. Era nato a Materada, in Istria. Il suo primo romanzo si intitola proprio Materada e anche i titoli successivi, La ragazza di Petrovia e Il bosco di acacie, sono legati ai luoghi natali. Nel 1969 ha pubblicato L'albero dei sogni (Premio Viareggio). La miglior vita (1977) vince lo Strega. Da poco è arrivato in libreria Nel chiaro della notte. 

Non credo che il tormento di Tomizza, la sua selvatica diffidenza, la timidezza vulnerabile che lo rendeva così autentico nascesse solo dal suo essere di confine, figlio della dolorosa complessità di un mondo in bilico fra etníe.

L'autore che si era rivelato capace di saldare la sua molteplicità di frontiera sia sul piano morale, con il "cemento della coerenza", sia sul piano linguistico, con la riscoperta del misterioso equilibrio che tra veneto e slavo si realizzava nel suo borgo natío, quello stesso autore si bloccava davanti a un'altra frontiera, assai meno visibile. Era quella fra campagna e città, fra il paese d'origine e la polis mediterranea, fra un mondo terragno forte di umori e una Trieste-isola mercantile e borghese, tagliata fuori dal suo hinterland.

Questa fatica dell'inurbamento, questo bisogno mai appagato di essere accettato in una "civitas", il suo periodico rifugiarsi in campagna rivelava in lui un'antitesi primordiale che preesisteva e sovrastava persino il dramma epocale dell'esodo dall'Istria. In questo egli fu qualcosa di diverso da altri scrittori cresciuti in bilico tra Est e Ovest, come Uwe Johnson o Günther Grass. Quell'antitesi si mostrò, raccontava egli stesso, fin dal primo suo contatto "con la ricca e spavalda gioventù della costa, col suo mare, con i compagni di scuola cittadini e le loro case precluse ai villici". 

"Quanto avrei voluto - scrisse - avere alle spalle una comunità solida, attiva, vivace, aperta..." Ammise: "Se non più felice, mi sarei sentito meno solo nell'affrontare le incognite della vita, che per noi istriani non sono state poche". 

È come se Tomizza non avesse mai accettato né la sua urbanità acquisita né la sua ruralità di provenienza: da qui la città vissuta con le scarpe grosse del contadino e la campagna usata sistematicamente come Magris usa il caffè: rifugio e spazio di riflessione intellettuale. 

Da qui, persino il rapporto guardingo con la grande, antica casa triestina, davanti ai platani secolari del parco raccontato da Svevo; un luogo che non smise di intimidirlo e dove si sorprendeva a camminare "sentendo scricchiolare il parquet". Ma soprattutto, c' era il bisogno di sfuggire al conflitto attraverso un pendolarismo stagionale con la terra d'origine, che con gli anni si era trasformato in un motore collaudato di creatività. 

Quando iniziava la stagione del rigoglio, Tomizza era uomo felice e inquieto, perché si avvicinava il momento del ritorno alla casa di famiglia tra gli ulivi. Partiva, si nascondeva per mesi, con pile di fogli bianchi da riempire di scrittura minuta. 

Lo ricordo così, a mettere una bistecca sul fuoco per l'ospite inatteso, a fumare un toscano nel silenzio pieno della sera, con le lucciole a lanciare segnali dalla macchia mediterranea e i lampi estivi a Occidente. E poi la passeggiata nei campi, l'accarezzare l' orzo, l'uva, le cipolle, il granturco; il sentire la complessità istriana, il miracolo della sua estraneità alla guerra che incendiava i Balcani. 

Ma quando soffiava la bora d'autunno e s'avvicinava il tempo della raccolta delle olive, cominciava un'altra inquieta frenesia in vista del ritorno in città. A Trieste perdonava tutto, proprio perché, da "foresto", ne apprezzava la capacità di restare città aperta, porto di mare in un mondo di diaspore senza fine.


Da "La Stampa" del 22 maggio 1999:

Tomizza, poeta di confine

E' morto ieri a Trieste, aveva 64 anni.
Nell'ultimo incontro abbiamo raccolto il suo testamento umano e letterario
L'addio: "Vorrei una pace che non vedrò"

Marco Neirotti
inviato a TRIESTE


"Quando mi si spalanca l'eventualità di un domani senza aver più nulla da scrivere, mi aggrappo col pensiero ai libri che invadono la stanza". Ma non poteva venire il giorno in cui non avresti avuto di che scrivere, caro Fulvio.

La malattia l'ha stroncato, subdola e rapida, a 64 anni. Fulvio Tomizza, lo scrittore della frontiera, delle lacerazioni da ricomporre, degli esodi e dei campi di raccolta - attualità atroce - l'uomo della comprensione che seppellisce l'odio, se n'è andato ieri mattina - giorni di guerra - con accanto la moglie Laura e la figlia Franca. "Ho piantato gli ulivi, a fine anno, e ho pulito il bosco per la mia nipotina Elisabetta. Forte come un toro, da quando era chiaro a quando era buio, poi quei dolori, i controlli...", ha detto pochi giorni fa quando sono andato a trovarlo nella casa dalle grandi stanze di via Giulia, questa città di confine dove era approdato da un'Istria sanguinante. Questa città che non ha mai capito a fondo o accettato la pace che portava. Ulivi e ciliegie, una terra e profondi dolori tenuti a bada sono quanto sta dentro quest'uomo e dentro la sua narrativa. Ragazzino durante il nazifascismo ( La quinta stagione ), sconcertato adolescente di fronte alle persecuzioni immotivate contro un padre ricco ma buono, studente in bilico fra una Trieste che lo giudica slavo e un'Istria che lo considera traditore, Tomizza avrebbe avuto di che innaffiare rancori e rancori. Invece si è ritrovata nel sangue una comprensione - che pronunciava con una sibilante zeta al posto della esse - che si trasmetteva emotivamente prima che per concetti. E' nata lì la sua formazione di uomo, sbandato da Lubiana a Zagabria e poi riparato a Trieste, che lo ho costretto a intingere la penna - talora come in un teso viaggio psicoanalitico - nelle vene della sua vicenda familiare. Ancora nei giorni scorsi ripeteva: "Vengo da una terra dove le violenze atroci sono arrivate da ogni parte, dove conflitti etnici e religiosi si mescolano. Vorrei una pace che ho paura di non vedere". Non si riferiva tanto a sé quanto alla polveriera balcanica. Da una polveriera era uscito. E la pacificava. Questo gli è costato antipatie, diffidenze da ambo le parti: profughi istriani l'hanno trattato come un rinunciatario dimentico delle foibe; triestini rigidi come un nostalgico ospite rimasto legato all'altra parte, qualche istriano come un fuggiasco. Tomizza, invece, ha scritto la sua terra e i suoi sentimenti senza punti interrogativi: Dove tornare.

Quando, oltre vent'anni fa, andai a cercarlo per scrivere di lui, mi guidò per Trieste, per spigoli di mare e foibe, senza nascondere nulla, per antiche chiese e i "dom", vecchie case del popolo. Poi, proprio a Materada, si fermò su una tomba, dentro la parrocchia: quella di Zorzi Tomica, il suo avo che nel '600 aveva fondato il paese. E, cento metri più in là, su quella di suo padre. Nei giorni scorsi mi ha ripetuto la sterilità delle rivalse e dell'odio, addolorato per i kosovari e per quei serbi che con Milosevic nulla hanno da spartire, per bosniaci e croati che lo hanno aiutato a piantare gli ulivi.

E' curioso come una voce così internazionale sia riuscita a restare tanto solitaria in Italia. Rifletteva in questi giorni: "Io mi sono sempre sentito esule, ospite. Ho sempre avuto paura di disturbare. Non ho mai partecipato al chiasso e temo una letteratura sempre meno narrativa, ma la rispetto. Forse è questo spettacolo che non rispetta noi. Ma è la mia indole". Che bella indole, principe con sentimenti contadini, o contadino dall'eleganza principesca. Spariva a Materada, senza telefono, in quella piccola casa in pietra affacciata su campi e prati. Mentre lavorava agli Sposi di via Rossetti un temporale spazzò la stanzetta al primo piano adattata a studio, scolorì l'inchiostro. E adesso Fulvio sorrideva fiero ricordando la moglie Laura e la figlia Franca impegnate a stendere le pagine come bucato.

Travagli storici e famiglia, i nodi di Tomizza, con la sua terra. Terra disperatamente amata e riconquistata. Fino all'ultimo Fulvio mi ha parlato di nuove pagine scritte in caratteri minuscoli con la stilografica che scivola verso il verde, pensando a quando saranno libri. Ma, insieme, raccontando della figlia Franca, si definiva "padre morente". Poi rifioriva nonno per la nipotina Elisabetta: "Quando vedrà le piante....".

Vicino a quegli ulivi tornerà a riposare. Una sera, dopo un lungo giro per l'Istria, lo lasciammo alla casa di pietra a notte fonda. Lungo la strada mia moglie provò malinconia, perfino dolore per la profonda quiete, la solitudine di quel posto. Tornammo indietro. Stava alzando un colossale fuoco, con un forcone di metallo rigirava le braci. Era lui, la sua terra, le sue radici illuminate. E serene.


Da "La Stampa" del 22 maggio 1999:

ISTRIA, PATRIA PERDUTA
Lorenzo Mondo


Lascia increduli la notizia che il male abbia potuto piegare così rapidamente Fulvio Tomizza. Il passare degli anni aveva appena velato e ammorbidito quel fisico (e quel temperamento) da torello impuntato. E aveva appena fatto uscire, con inarresa cadenza, un libro di racconti. L'ultimo di una lunga serie a partire da Materada, scritto nel 1960, a venticinque anni.

Materada, un nome di paese che doveva bastare a se stesso, fare titolo con la sua sola risonanza interiore. Era la ruvida elegia, tutta risolta in racconto, sulla piccola patria perduta. Sul paese istriano che Tomizza, seguendo il destino di tanti italiani, aveva dovuto lasciare dopo la guerra. Adesso che altri esodi, più sanguinosi, si registrano sull'estremo confine degli Slavi del Sud, vale più che mai la pena rileggere quell'aureo libretto. Lo sguardo del narratore sa cogliere con scabro affetto uomini e paesaggi, individuare i rancori che separano le due comunità, i reciproci torti e ragioni. Con animo sgombro da ogni pensiero di rivalsa, intormentito da una ineluttabile catastrofe storica, dal fallimento di una equanime coesistenza. 

Su Materada e sulla sua eco profonda Tomizza aveva elaborato una poetica di scrittore di frontiera: vista come il luogo in cui si intrecciano voci diverse, come il laboratorio di una nuova fratellanza umana. Era un sentimento che, contestato fieramente dagli esuli più piagati e iriducibili, riusciva a calarsi anche nell'intimità familiare. Come nell' Albero dei sogni , un romanzo onirico in cui il protagonista autobiografico arriva alla riconciliazione con il vecchio padre (che il nuovo regime jugoslavo aveva imprigionato e processato). Come nella Città di Miriam , dove la storia arguta dell'innamoramento per una donna ebrea che diventerà sua moglie, riesce alla celebrazione di una armonica, felice diversità.

Ma dopo Materada, il suo libro più bello, il più strutturalmente ambizioso e complesso, è La miglior vita , scritto nel 1977. Un sacrestano racconta, all'ombra del campanile, nella successione dei suoi parroci, le vicende di una comunità istriana. Attraverso contrasti latenti che trovano nella guerra inneschi esplosivi, la popolazione slava, di matrice contadina, ottiene con la nuova Jugoslavia il suo apparente riscatto. Ma non ci sono accenti trionfalistici in chi racconta. Perchè la trasformazione più grande del suo mondo è segnata dalla scomparsa del Sacro che ne costituiva il cemento. In questo tramonto non si riesce a indovinare quali colori avrà l'alba. E' un romanzo pieno di figure memorabili, sullo sfondo di un paesaggio da cui sembra emanare una ispida tenerezza. E c'è il senso di uno storico, inarrestabile fluire che è la cifra a cui Tomizza affida la sua difesa contro i rischi di un realismo volgare.

Poi, esaurito quel filone Tomizza si è dato a investigare, su fonti archivistiche, storie in senso lato istriane: eretici di rango come il vescovo Vergerio, piccoli visionari di contado, freddi "giustizieri" comunisti tra i resistenti slavi... Sono microstorie alle quali Tomizza presta la sua mano sperimentata di scrittore ma che appartengono probabilmente a una stagione minore, meno creativa, più testimoniale. Che continua tuttavia a prendere luce, nei momenti migliori, dall'esperienza lontana, privilegiata, di Materada e dintorni.


Da "Süddeutsche Zeitung" del 25. maggio 1999:

Wenn alle Welt stirbt 
 Zum Tode des italienisch-istrischen Schriftstellers Fulvio Tomizza

Ute Stempel 


Er lebte in Triest und Istrien. Denn er wollte immer beides sein: Italiener und Slawe. Wollte die von Geschichte und Kultur auf der Landkarte und in den Köpfen gezogenen Grenzen am Beispiel seines eigenen Lebens wie seines literarischen Werkes überwinden helfen. Die verbindenden Elemente zwischen Italienern, Kroaten und Slowenen machte er zum Thema vieler seiner Romane. 

Schliesslich war er 1935 in dem kleinen Weiler Giurizzani des Sprengels Materada auf Istrien genau in jene völkische Mischszene hineingeboren worden, die für ihn das Ideal humanen Zusammenlebens bleiben sollte.

Selbst, als er in den letzten Jahren dort in seinem alten Landhaus von der kroatischen Miliz als "istrischer Dissident" schikaniert wurde. Mit Methoden, die Tomizza auf groteske Weise an die Zeit unter Tito erinnerten, wo er als Student der Romanistik und Theaterwissenschaft in Belgrad und Ljubljana (Laibach) der "revanchistischen Agitation" bezichtigt worden war. Nun, wo nach dem Zusammenbruch der kommunistischen Diktatur jede Volksgruppe mit so fatalen Folgen wieder auf Unabhängigkeit besteht und selbstmörderischer Nationalismus von vorgestern geradewegs in die Katastrophe führt, sollte die Stimme Fulvio Tomizzas endlich auch auf slawischem Territorium Gewicht gewinnen. 

Er hat es 1955 verlassen, nachdem seine Heimatregion als sogennante "B-Zone" von den Engländern formell an das Jugoslawien des Marschalls Tito abgetreten worden war. 300 000 Istrianer italienischer Herkunft taten das gleiche und flohen in das von Alliierten an Italien zurückgegebene Triest. Doch die ehemalige österreichische Hafen- und Handelsstadt mit ihrem nostalgisch nach "Mitteleuropa" ausgerichteten Bürgertum, dem der italienische Staat bis heute aber nur Desinteresse entgegenbringt, hat Fulvio Tomizza nie wirklich aufgenommen. Für sie wie auch für das grosse restliche Italien blieb er "ein Schriftsteller auf der Grenze". Und das um so mehr, als er sich fernhielt von all den in Rom und Mailand ausgerufenen literarischen Moden. Fulvio Tomizza verstand sich als historien des humbles, als ein Geschichtsschreiber der einfachen Leute, wie ihn ein französischer Kritiker nannte. Als Chronist eines vielschichtigen Grenzlandes und damit als engagierter Biograph einzelner wie kollektiver Schicksale, die er in seinen besten Romanen "Materada", "Die fünfte Jahreszeit" und "Das bessere Leben" (erschienen bei Hanser, Zsolnay und Kiepenheuer und Witsch) zu grossen farbigen Parabeln des istrischen Makrokosmos reflektierten Weltgeschehens verfestigte. Martin Crusich, der bescheidene wie entschiedene Erzähler des "Besseren Lebens", begreift als ein Double seines Autors im hohen Alter, dass alles unter den italienischen Faschisten und danach unter den Tito-Partisanen Erlittene nur Gleichnis ist für die Brüchigkeit und ständige Verwundbarkeit des menschlichen Lebens. Resigniert schreibt er am Ende den ebenso bitteren wie verpflichtenden Satz: " Das also wusste ich bislang noch nicht. Dass nämlich die ganze Welt bei dem Tod eines einzigen Menschen stirbt." 

Mit Fulvio Tomizza, der am vergangenen Freitag in Triest den Folgen einer missglückten Lebertransplantation erlag, starb ein Schriftsteller, der sich um eines Besseren willen zwischen alle Stühle gesetzt hatte. Wer ihn kannte spürte, dass er trotz aller männlichen Selbstbeherrschung immer auf dem Sprung schien. Triest, das schon einem James Joyce "die Leber zerfressen" hatte, war ihm nie wirklich zur Heimat geworden. Nur einmal, 1977, hatte ihn seine Wahlheimat Italien mit dem Premio Strega angemessen geehrt. Danach wurde er bloss noch als der gute Mensch von Triest gehandelt. Was eine versnobte, borniert-zentralistische italienische Literaturkritik ihm oft versagte, dankte ihm ein grosses internationales Publikum. Das erkannte in Fulvio Tomizza den integren Anwalt derer, die des Wortes jener bedürfen, für die Schreiben nicht nur Selbstbespiegelung, sondern vor allem Mit-Leidenschaft und -Verantwortung bedeutet. 


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This page compliments of Paolo Benoli and Marisa Ciceran

Created: Sunday, May 27, 1999. Last Updated: Thursday, May 22, 2008
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