Reprinted from: http://www.cdt.ch/magazinearch/270699/magazine/fulvio.htm

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Sabato 26 e domenica 27 giugno 1999

PERSONAGGI

Fulvio Tomizza, lavoro e scrittura

Ricordando il «narratore di frontiera» - I rapporti con il Ticino: l'intensa partecipazione ai «Vesperali» di Lugano nel 1990


Negli articoli di necrologio in memoria di Fulvio Tomizza - scomparso a fine maggio a Trieste, all'età di sessantaquattro anni - i quotidiani italiani e le pagine culturali del Corriere del Ticino hanno evidenziato concordemente il ruolo svolto dal narratore come "scrittore di frontiera e poeta di confine". 

Lo scrittore Fulvio Tomizza, scomparso a Trieste alla fine del mese di maggio. 

Servizio di SERGIO GRANDINI

Su il Giornale Carlo Sgorlon ha scritto che quella di Tomizza fu una tensione segreta trasposta in molti suoi libri, non in forme drammatiche e risonanti, ma attenuate, secondo quella che era la misura della sua scrittura, sempre molto controllata. Aggiungendo che Trieste, la città giuliana dove Tomizza abitava, fu generosa con lui offrendogli l'ambiente propizio per la realizzazione di Materada, il suo primo libro "bello e fortunato" che lo rivelò come giovane scrittore di meriti eccezionali (aveva, in allora, poco più che vent'anni) teso a illustrare l'esodo delle popolazioni istriane, vittime della violenta e crudele pulizia etnica applicata, già allora, nei confronti degli italiani dell'Istria.

A sua volta Lorenzo Mondo ha confermato, su La Stampa, la poetica dello scrittore di frontiera. Poetica iniziata con la ruvida elegia di Materada (definito anche da Mondo il libro più bello e più strutturalmente ambizioso di Tomizza) e vista come il luogo in cui si intrecciano voci diverse, quasi fossero laboratori di una nuova fratellanza umana.

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Nelle sue prose Tomizza è stato molto vicino anche alla cultura, alle tradizioni, ai problemi della gente svizzera e segnatamente di quella ticinese. Frequenti le sue presenze nel nostro Paese per conferenze o dibattiti di natura storico-letteraria, l'ultima volta circa un anno fa, quand'egli, per iniziativa della "Dante Alighieri", fu a Basilea, a Bienne e a Ginevra. Sono comunque le sue ultime visitazioni ticinesi che vorrei evocare: la conferenza alla stazione ferroviaria di Chiasso, il 30 aprile di due anni or sono, in un ambiente suggestivo di tradizioni e di lavoro. E il "Vesperale" tenuto nella nostra Cattedrale la domenica 1. aprile 1990.

Come appare dalla recensione pubblicata da Manuela Camponovo sulle pagine culturali del Giornale del Popolo dell'epoca, Tomizza venne a Chiasso per partecipare alle conferenze-spettacolo organizzate, nel solco del motto "confini", dal Comune di frontiera. Fu una serata suggestiva vissuta nella sala d'attesa della stazione FFS di Chiasso, sulla linea del confine, a ridosso dei binari 4 e 7, tra lo sferragliare dei convogli in manovra, il roteare delle lanterne e i sibili dei fischietti dei macchinisti, le grida e le esortazioni dei ferrovieri impegnati nel loro caparbio lavoro notturno. Tomizza trovò quella scelta indovinata "non tanto - disse - per me che queste cose già le conosco e le vivo, ma per le persone che sono venute ad ascoltarmi e a prendere coscienza di emozioni, di sensazioni legate al confine, luogo di scontro e di incontro di stati d'animo che appartengono solo alla gente di frontiera".

Il letterato illustrò, quella sera, a un pubblico attento e, in certi momenti, commosso, le peripezie di individui e di popoli egemoni o sottomessi, vincitori o succubi, intraprendenti o rassegnati ma sempre attenti alla loro anima e alla volontà di esistere. Uno scontro, quindi, tra due diversi tipi di umanità e di civiltà che non indicano una linea divisoria geografica tra un'Italia buona e cattiva, meritevole o indegna di figurare in Europa, ma giustificano le dissimili educazioni spirituali motivate dalle diverse culture e dominazioni. "Scrittori di frontiera, costruttori di pace", questo il titolo della conferenza di Tomizza seguita in religioso silenzio nell'impressionante inanellarsi di esodi, di spaccature, di tragedie, che sembrano ripetersi puntualmente e dove prevale il più forte intento a ridurre gli altri a entità sottomesse.

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Ma fu il "Vesperale" in Cattedrale indirizzato "a voi che avete fede" a segnare il punto culminante delle relazioni di Tomizza con il nostro Paese. Un testo, il suo, manoscritto su alcuni foglietti di colore azzurro, rosato e giallo, letto con voce suadente e nel contempo commossa dallo storico altare della cattedrale di San Lorenzo a Lugano "da un uomo venuto tra voi, invitato da voi, nel luogo del vostro ritrovo ideale. Un uomo che non ha titoli né meriti per comparirvi; tanto meno per parlarvi dal podio sul quale salgono i vostri maestri".

Partendo da queste premesse nobili nella loro umiltà, Tomizza ricordò a Lugano che gli anni trascorsi a partire dall'adolescenza lo portarono a misurarsi con la materialità della vita, con le sue molte privazioni, i suoi pochi beni, con la tendenza al predominio, talvolta addirittura fino all'asservimento da parte di familiari, coetanei, condiscepoli, superiori, istituzioni, regimi, ideologie, compagni di cammino, gente della strada, persone amate e divenute, nel tempo, indifferenti, se non avversarie. Emblemi, questi, del sottile senso di malinconia che traspare anche dalle molte lettere dello scrittore che conservo fra le cose più care. "Ho forse più donato che ricevuto - mi scrisse un giorno - di certo ho meno colpito di quanto abbia subito; e ciò nonostante ho conosciuto e continuo a conoscere non lievi rimorsi".

Nel clima austero della nostra Cattedrale, Tomizza evocò, quel pomeriggio, le ombre proiettate da un regime - il sistema politico comunista - in apparenza liberatorio sul piano sociale e su quello etnico e rivelatosi invece doppiamente oppressivo. E parlò, con commozione, del focolare distrutto che temperava il rimpianto per l'innocenza infranta e il riscatto costituito da indirizzi di lavoro e di vita forieri di nuovi orizzonti.

Il lavoro e lo scrivere, dunque, che l'oratore additò come la sua fede. Aggiungendo tuttavia testualmente: "Ma a differenza della vostra fede - e mi si perdoni il confronto non so se più temerario o più irriguardoso - la mia non poggia su alcunché di assoluto, di eterno, di indubitabile. Si rivela fluttuante, discontinua, nutrita com'è dalla buona volontà, dall'ostinazione quasi disperata di un individuo alla ricerca del giusto, del buono, del degno, senza aspettarsi plausi terreni né finali ricompense". Poi, in un excursus nei problemi spirituali che assillano l'individuo, dissentì dal sommo Dostoevskij quand'egli insinua che un uomo privo della fede in Dio è automaticamente libero di compiere saccheggi, stupri, omicidi. Nemmeno in questo Novecento delle grandiose conquiste scientifiche e dell'annientamento umano più impensabile è venuta meno - in moltitudini e in singoli non vincolati a un credo trascendentale, o addirittura educati a contrastarlo - la fede nei valori fondamentali dell'esistere e del convivere.

Da qui la conclusione del messaggio di Tomizza ai "credenti di Lugano": "Molte volte mi è capitato di pensare che se in punto di morte dovessi far pervenire un delicato lascito o un messaggio riservato ai miei familiari, costretto a scegliere tra un credente sconosciuto e un conoscente privo di fede, non avrei dubbi: opterei per il primo. Il fondamento morale al quale ho vincolato quanto mi è di più caro, ossia la trasparenza e la salvezza dell'anima, mi offrirebbe ampia garanzia. Ecco dunque che la fede, quanto è più salda, più dolce e più tollerante, tanto più ispira fiducia a chi non la possiede e dà beni individuali e irrinunciabili nell'assecondare i valori sociali passibili di trasformare la vita già in questa terra sempre meno ospitale".
  

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Nel frattempo la morte, impietosa, ha "costretto" Tomizza a optare per una delle strade illustrate in Cattedrale, ai luganesi, nove anni or sono. Una scelta ventilata nella sua ultima lettera datata 16 aprile 1999: "Sono costretto a sanare molti mali minori e a rimandare il confronto con la malattia vera". Pochi giorni dopo, la mattina presto, l'arrivo del pacchetto contenente il suo recentissimo libro Nel chiaro della notte impreziosito, nella dedica, da "un saluto primaverile da Trieste". Ultimo tentativo di superare, almeno nei sogni, le malinconie che assillarono spesso l'operosa giornata di Tomizza "come se anche il sole e la luna si fossero scambiati i ruoli". 

Sul «Corriere del Ticino» di mercoledì 23 giugno a pagina 48


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