Reprinted from: http://www.riforma.net/storia/vergerio/davescovoapastoreprotestante.htm

Pier Paolo Vergerio (1498-1565)

Da vescovo cattolico a pastore protestante per la libertà

La parola libertà oggi può apparire scontata. Tuttavia, ci scordiamo troppo facilmente che in Europa, dalla fine degli anni 30 e per buona parte del ‘500, si visse in pratica in un clima di guerra di religione, che fu anche guerra aperta e sanguinosa nell'Impero, cruenta in Inghilterra e Francia, ma fu come minimo anche guerra fredda nella penisola italiana. Qui, un quarto di secolo dopo la protesta di Lutero, divenne evidente che il dissenso religioso aveva assunto proporzioni tali da essere sentito come pericolo non solo dalla chiesa ufficiale, ma anche dal potere costituito. La gerarchia cattolico-romana iniziò un’azione sistematica di repressione e di riconquista delle posizioni perdute. Decisiva fu in questo senso fu la costituzione del 'Santo Officio della Inquisizione' nel luglio 1542. Da Lucca e Modena decine di famiglie appartenenti all'aristocrazia cittadina emigrarono verso Ginevra. A Ferrara e a Venezia si contano a centinaia le persone che abbandonarono la patria e si rifugiarono nei territori protestanti per essere liberi di professare la propria fede. Anche Pier Paolo Vergerio si ritirò dall’Istria verso i Grigioni a causa della sua fede protestante e per conservare la libertà di professare la fede evangelica.

Ma chi fu Pier Paolo Vergerio? Diciamo subito che si tratta di un personaggio complesso e affascinante, la cui vita e degna di un eroe da romanzo. E non a caso Fulvio Tomizza ne ha fatto il protagonista del suo romanzo: Il male viene dal Nord.

Egli nacque a Capodistria, allora sottoposto alla  Repubblica di Venezia. Discendeva da una famiglia gentilizia impoverita che vantava tra i suoi antenati un celebre umanista, Pier Paolo Vergerio seniore (1370-1444). Compì gli studi giuridici a Padova, dove si lego d'amicizia con il circolo d'umanisti raccolto intorno al poeta e futuro cardinale Pietro Bembo. 

Entrò nella magistratura veneziana e si sposò nel 1526 con Diana Contarini, morta meno di un anno dopo le nozze. Seguendo le orme del fratello maggiore Aurelio, segretario del papa Clemente VII, nel 1532 si mise al servizio della chiesa. Clemente VII lo inviò prima come diplomatico a Venezia e poi l'anno successivo come nunzio pontificio a Vienna, presso la corte di re Ferdinando, fratello dell'imperatore Carlo V. Nel 1535 il nuovo papa Paolo III lo inviò presso i principi tedeschi per convincerli a partecipare al concilio che avrebbe dovuto avere luogo a Mantova. Qui visitò le principali corti germaniche ed ebbe occasione di incontrare personalmente Lutero a Wittenberg. 

Al suo rientro in Italia nel 1536, i servigi resi nell'esercizio della nunziatura vennero ricompensati con la nomina a vescovo di Modrus in Croazia e, poco dopo, di Capodistria, una sede vescovile povera di risorse economiche e sulla quale gravava per giunta una pensione pagabile ad un favorito del cardinale Alessandro Farnese, nipote del papa Paolo III. Disilluso da tale trattamento, si mise a cercare protettori: accetto l'ospitalità di vari principi e prelati, visitò le corti di Francia e partecipò per incarico del re Francesco 

I al colloquio di religione di Ratisbona nel 1541, conoscendo personalità di spicco del protestantesimo come Melantone e Bucero. 

La lettura di scritti dei riformatori transalpini provocarono in lui una crisi religiosa. Parlavano di una libertà che il vescovo non conosceva. Egli stesso, grazie alla rilettura della Bibbia, scoprì la libertà di cui parla l’apostolo Paolo e che ritrovava negli scritti dei Riformatori. Il messaggio della libertà lo aveva conquistato.

Ritornato nel 1541 nella sua diocesi di Capodistria, vi iniziò una riforma dottrinale, morale e disciplinare. I suoi sforzi vigorosi e talvolta imprudenti di combattere gli abusi del clero e dei frati gli procurarono l'accusa di eresia. Mediante abili manovre legali e appellandosi a personalità influenti, tra cui i prelati raccolti al concilio di Trento, riuscì a sfuggire al processo. Ma era ormai braccato dall'inquisizione, sicché il 1 maggio 1549, come molti altri prima di lui, si decise a prendere la via dell'esilio per non essere costretto a rinnegare la sua fede protestante. Vergerio dovette pagare il prezzo della libertà con l’esilio. Ma era un prezzo che doveva e poteva essere pagato. Infatti, la libertà non ha prezzo.

Due settimane dopo la fuga dall'Italia Vergerio era a Chiavenna. Poi si spostò poi a Coira e da lì si recò a Poschiavo. La meta non era casuale, perché qui vi era l'unica tipografia di lingua italiana della regione, fondata da Dolfin Landolfi. Qui Vergerio si mise a pubblicare molti scritti che aveva portato con sé dall'Italia. Nel novembre del 1549 si trasferì a Basilea, dove nel giro di due o tre mesi pubblico una decina di trattati, alcuni dei quali di notevoli proporzioni, come i 'Dodici trattatelli' o le 'Otto defensioni'. Ancora in dicembre scrivendo al riformatore di Zurigo, Heinrich Bullinger, manifestava l'intenzione di fermarsi in quella città. 

Ma nel gennaio 1550 accettò invece l'invito della comunità di Vicosoprano di diventare pastore. La ragione principale del trasferimento fu certamente la possibilità di risiedere a poca distanza dal ducato di Milano e dei domini veneziani con un incarico preciso e onorevole, e quindi d'intrattenere rapporti con diplomatici, influenti viaggiatori di passaggio. Inoltre Vicosoprano gli permetteva di mantenere contatti con gli altri grandi centri della Riforma: Zurigo, Basilea, Berna, Losanna. 

A Vicosoprano il capodistriano rimase fino alla primavera del 1553, quando accolse l'invito del duca Cristoforo del Württemberg di trasferirsi a Tubinga come consigliere in materia religiosa. Nei tre anni e pochi mesi trascorsi a Vicosoprano, Vergerio svolse un ministero pastorale esemplare mettendo la sua cultura eccezionalmente vasta e i suoi doni al servizio del popolo di montanari che lo ospitava, scrivendo sia trattatelli divulgativi sia opere controversistiche molto documentate. Scrisse non meno di quaranta opere, tra cui quella con la quale acquistò fama europea, la 'Historia di M. Francesco Spiera' 

(1551). Spiera era un giurista veneto che, avendo abiurato nel 1548 la fede protestante, fu tormentato da gravi dubbi e rimorsi e morì subito dopo. Il caso Spiera divenne nel mondo protestante una specie di monito divino a guardarsi dal rinnegare la fede. 

E’ di questo periodo il ricco epistolario con il riformatore zurighese Bullinger sui temi del concilio di Trento, sui problemi della Riforma in Inghilterra e sulle questioni legate alla città di Ginevra. Lo sguardo di Vergerio era europeo, il suo interesse per le vicende spirituali del continente lo portava ad interessarsi di cosa stava accadendo lontano da lui.

Questo interesse del Vergerio per le vicende del protestantesimo europeo non deve farci dimenticare la sua intensa "attività pastorale in Val Bregaglia e in Valtellina", di cui l'epistolario ci dà ampia testimonianza. La sua eloquenza, la fama delle cariche di nunzio e di vescovo, di cui si era volontariamente spogliato per abbracciare la fede evangelica attraevano a lui una quantità di persone dai villaggi vicini e facilitarono l’evangelizzazione della Valtellina e dell'Engadina. Qui va subito menzionato che qui egli scrisse alcuni brevi catechismi ad uso dei fedeli, come "Uno brieve et semplice modo per informar li fanciulli nella religione christiana fatto per uso delle chiese di Vicosoprano ed degli altri luoghi di Valle Bregaglia" (giugno 1551) oppure i "Fondamenti della religione christiana per uso della Valtellina" (1553). 

Vergerio non si trattenne più a lungo in questo campo di lavoro che fu certo fecondo, anche se non privo di dolorose esperienze. L'invito del duca Christoforo del Württemberg di trasferirsi a Tubinga rappresento dunque una onorevole via d'uscita da una situazione divenuta insostenibile.

Nella primavera del 1553 Vergerio accettò l'invito e si trasferì a Tubinga come consigliere del duca. Qui, a cinquantacinque anni, quest'uomo indomabile conservò tutta la sua inesauribile energia. Ritornò alla sua vocazione politica, ma con lo spirito del missionario evangelico, sulle strade d'Europa che lo avevano visto giovane nunzio al servizio della chiesa di Roma. Intraprese vari viaggi in Germania, Austria e fino in Polonia, per missioni affidategli dal duca, cioé portare un po' di pace in seno al protestantesimo polacco, travagliato dai dissensi suscitati dagli esuli italiani. Ne meno intensa fu la sua attività di pubblicista, che ebbe anzi un ulteriore sviluppo grazie all'incontro con l'esule sloveno Primus Trubar, con il quale organizzò una tipografia e un istituto biblico per la traduzione, la pubblicazione e la diffusione della Bibbia in sloveno e in croato, oltre che di numerosi testi della Riforma, tra cui il Piccolo Catechismo di Lutero, la Confessione Augustana e il Beneficio di Cristo, il gioiello teologico della Riforma italiana.

Pier Paolo Vergerio morì il 4 ottobre 1565, all'età di 67 anni. Personalità complessa e controversa, egli fu uno degli esponenti di rilievo del movimento riformatore italiano. Nella sua fondamentale opera 'La Riforma protestante nell'Italia del Cinquecento', Salvatore Caponetto scrive di quest'uomo, per il quale la chiamata evangelica fu cosa tanto seria da fargli abbandonare beni e dignità ed affrontare l'incognita della vita di esule: "Non fu un teologo della statura di Pietro Martire Vermigli, né un predicatore dell'efficacia di Ochino,  ma un grande divulgatore, un 'giornalista' pronto a cogliere gli aspetti della realtà quotidiana e di sfruttarli con una non comune capacità di comunicazione. Vergerio non scrisse nulla per i dotti, ma si rivolse alla parte più umile e modesta della popolazione. A chi gli rimproverava la superficialità, e talora la volgarità della polemica, rispondeva che i suoi 'piccioli libretti' non erano cibo sodo di dottrina, ma 'latte da nutrire et erudire quegli che ancora deboli sono'. 

Vergerio è stato quindi un istriano innamorato della libertà donatagli da Dio. Una persona dedicata alla proclamazione di quella libertà di cui la sua generazione aveva tanto bisogno. Un vescovo diventato pastore grazie alla libertà e per la libertà.

L. De Chirico

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