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FLACIO |
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Nel grande rivolgimento delle coscienze e delle idee, suscitato dal riformatore agostiniano, la provincia d'Istria non istette muta, anzi per bocca di valenti suoi figli, tanto nel campo dei novatori, quanto in quello dei romani, fece intendere la propria voce, sì che la bilancia della storia ne risentì peso condegno. Spirito di parte religiosa, secondato da più che secolare indifferenza, tenne in obblio la giusta considerazione dovuta a tanti insigni intelletti; esso però non giunse a cancellare quelle tracce sicure, che ci spingono in oggi all'opera con carità di filiale riverenza. E tanto più volentieri vi ci accingiamo, chè, ommettendo ogni polemica teologica e religiosa, altre considerazioni della civile operosità e del carattere di quegl'illustri formano ampio argomento di nobili sentimenti e di pregevoli esempi. Il Giorgini, scrivendo nel 1733 la storia di Albona, e citando vari illustri suoi concittadini, sia per fatti d'armi che per sapienza di toga, ignora affatto il Flacio, mentre un tale nome onora non solo una provincia, ma l'umanità. Del Flacio scrissero: Guglielmo Preger, Giovanni Baldassare Ritter, Tvesten, Pietro Stancovich, Doellinger (nel Trattato della riforma), Melchiore Adamo, Davide Peiffer, Gasparo Ulenberg, Arnold, Corrado Schluesselburg, Schmid, Tomaso Luciani, Giovanni Kostrencic, Fleury (nella Continuazione), Bayle (Dictionnaire historique et critique), Ersch e Gruber (nella loro Enciclopedia), Boissard (Iconum Virorum Illustrium), Girolamo Gravisi (inedito), Federico Cristoforo Schlosser (nella sua Storia universale), Wetzer e Welte (Lessico cattolico), Meyer, Brockhaus, Pierer (pure nei loro Lessici), Girolamo Boccardo (Enciclopedia Italiana), e molti altri ancora nella Germania. Noi, compendiando i primi due su citati, ci studieremo di far ispiccare i tratti più salienti di questa individualità, che nella sfera della propria azione influì sullo svolgimento del secolo XVI (1). Speciale gratitudine vuolsi qui tributare al Preger, per la infinita pazienza d'indagini, pel profondo criterio dei fatti, e pello studio generale circa l'epoca dell'eroe, ch'egli non dubita di collocare subito dopo Lutero. Da parte nostra vi abbiamo aggiunto qua e là citazioni storiche desunte dal Romanin, dal Comba, dallo Smets, dal De Franceschi, dal Mutinelli, dall'Ochino e dal Muzio. Il che è detto per allontanare da noi ogni taccia di plagio, e per dispensarci in pari tempo da soverchi e tediosi richiami al margine. |
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I primi anni e Venezia Presso del Quarnero sorge la piccola e ridente città di Albona, da due millenni sede costante di civiltà latina, ove vide la luce Mattia Flacio Illirico il 3 marzo 1520 (1) da Andrea Vlacich Francovich, di agiata e nobile famiglia, e da Giacomina di Bartolomeo Luciani, di ancor più illustre prosapia.(2) La trasformazione del cognome nel latino "Flacius" è spiegata dal vezzo di quel secolo; l'aggiunta poi d'"Illirico" trova forse giustificazione nell'essere stato prevenuto l'albonese da un "Istriano", che fu Stefano Console, e da un Giorgio "Veneto", amendue teologi della riforma. Egli evocò perciò il titolo dell'antichissima gente illirica, un dì estesa sino all'Istria. (3) Ebbe sua prima istruzione dal genitore, uomo onesto, colto e franco; la madre, gentildonna di elevati sentimenti, gl'inculcò quei principi di stima di sè medesimo, i quali valsero a renderne forte il carattere. Ma la morte intempestiva del padre costrinse il dodicenne giovinettto a servirsi dei lumi di Francesco Ascerio, di origine milanese, maestro di vaglia, che tanto lo fece progredire, da poterlo affidare, ancora in tenera età, agli studi umanitari; pei quali Flacio si recò a Venezia, nella capitale del suo Stato. (4) Quivi professava publicamente le belle lettere il veneziano Giovanni Battista de' Cipelli, il quale alla sua volta aveva preso il nome di Egnazio. Allievo di Angelo Poliziano, erasi procurata tale considerazione nella republica, che lo si consultava financo negli alti affari di Stato. Fu uno dei preti più eruditi del suo tempo; e si formò intorno una schiera di valenti discepoli. Soltanto presso al declinare della vita potè ottenere la dimissione dalla cattedra, diffusasi la voce molesta ch'egli seguisse qualche massima luterana. (5) Affidato il Flacio alle cure di lui, certo è che ne dovesse ricavare evidente profitto, com'è del pari probabile che nel suo petto s'insinuassero i primi germi d'indipendenza nell'esame delle dottrine religiose. Grande amore prese allo studio delle lingue. Costì nel secolo XVI venivano insegnati, oltre al latino, al greco e all'ebraico, altri idiomi orientali, e tra gli slavi anche la scrittura cirilico-glagolitica. Il giovinetto si rese poi tanto padrone della patria lingua e letteratura, da servirsene più tardi con onore in Germania nelle esposizioni di storia ecclesiastica, citando (come vedremo innanzi) i lamenti di Dante, del Petrarca, del Pico, di Caterina da Siena e di altri ancora: invocanti una riforma della disciplina e nelle generali condizioni religiose. Raggiunto il diciasettesimo anno, un predominante sentimento mistico lo spronò a dedicarsi alla teologia, eccitandolo pure ad entrare in qualche ordine conventuale, perchè a lui sembrava di essere vocato alla predicazione e alla vita dei chiostri, inallora ultimi rifugi della dottrina. Espose il divisamento di rinserrarsi tra i minoriti di Padova o di Bologna al cugino suo per parte di madre Baldo Lupetino, provinciale di quest'ordine, promettendo alla famiglia religiosa la metà dell'asse paterno. Al giovine parente, avido di sapere, aprì il congiunto l'anima propria, consigliandolo di recarsi senz'altro in Germania, dove Lutero aveva convinto il popolo suo del novello principio: doversi insegnare e predicare la dottrina della bibbia e non quella della chiesa; e che la sola fede nei meriti di Cristo ci ottiene la grazia di Dio, mentre le opere della nostra imperfezione non possono giustificarci. Il Lupetino, di antica schiatta albonese, nato nel 1502, era presto salito in rinomanza. Vittima dei frati di Cherso, dove aveva predicato contro un loro giubileo surrettizio, venne posto in carcere a Venezia, sotto l'accusa di luteranismo perevenuta a quell'inquisitore. La carcerazione del monaco dottissimo, del predicatore ben conosciuto in Italia, richiamò l'attenzione del duca di Sassonia e di altri principi tedeschi, i quali chiesero grazia per lui al Senato veneto. Infatti, quantunque condannato a subire la publica degradazione nella basilica e la decapitazione, per esserne indi arso il corpo e disperse le ceneri in alto mare, il Lupetino fu risparmiato mercè la clemenza del Doge e del Consiglio dei Dieci. Persistendo egli però tenacemente nella opposizione alla curia romana, e appellandosi mai sempre "al futuro libero concilio generale" (6), fu tenuto prigione. Alcuni correligionari, tra cui i più doviziosi negozianti forastieri del "fontego dei tedeschi", gli procacciavano soccorsi generosi. Dopo venti anni di segreta, insistendo la romana inquisizione, fu emanata contro di lui una seconda sentenza, in virtù della quale venne eseguito nel 1556 l'estremo supplizio per affogamento nella laguna veneta. Si pensi il lettore quale influenza abbia esercitato un tale consigliere sullo spirito ardente del giovine, in cui le nuove idee incominciavano a prendere profonde radici, tanto più che l'ambiente veneziano vi si prestava abbastanza favorevole. A Venezia, in causa delle vive e continue relazioni commerciali colla Germania, non facevano difetto i libri luterani, sebbene il patriarca si prendessse la zelante briga di farne solenni ed innocui auto-da-fè. Malgrado le proteste vaticane la serenissima repubblica chiudeva un occhio, troppo rispettando il diritto delle genti nei numerosi eretici stranieri, i quali per essa non erano infine che onesti mercatanti, ospiti tranquilli. Eppoi perchè prendere delle misure odiose contro questi, se persino vari frati predicatori sparlavano sulle publiche vie del papa e della curia. D'altronde ben si comprendeva a Venezia quale piaga inferisse la magnificenza di San Pietro, col tesoro delle mercanteggiate indulgenze, alla moralità dei popoli e alla loro fede. Il Sanuto, parlando del decesso Leone X, scriveva: "è morto un capitan generale del Turco e uno che rovinava la cristianità". La regina delle lagune diede splendido esempio di tolleranza religiosa; pochi furono i processi della sacra inquisizione e pochissime le condanne gravi; essa considerò il fatto della riforma siccome politicamente rispettabile, si` che la scorgiamo esortare nel 1530 l'imperatore di non muovere guerra ai protestanti. Però quel Senato, che andava ripetendo al papa, che non colla forza, ma con la ragione si persuade le coscienze, tenne tuttavia forte al cattolicismo, di cui secondò anche le pompe sfarzose, grate al popolo. Molte di queste vide il Flacio, e la sua vergine intelligenza restò colpita dall'abuso di quei teatrali spettacoli, e dalle infinite pratiche superstiziose, ove la ciurmeria, e non il severo concetto delle cose sacre, dominava la chiesa, per opera del clero e dei monaci, con saputa ed approvazione di Roma. Specialmente le processioni, deturpate da scandalosa indecenza, ed il gioco continuo d'inventati miracoli, dovevano indurre a schifo ed irritare ciascun verace credente. Ciò non di meno anche a Venezia si levava alle volte qualche rara ma autorevole voce dal pergamo per far intendere la sana morale. Il celebre Bernardino Ochino, generale dell'ordine dei cappuccini, assumeva nelle sue prediche un linguaggio più conforme ai nuovi tempi. Nel 1539 parlava ai veneziani con civile coscienza: "se haverete male, me ne rincrescerà nel cuore: perchè mi pare, voi siate la norma di tutta l'Italia. E quando in ogni parte, non vi è più torre, nè città in Italia, che non sia divisa, che non sia perturbata, solo la città tua sta alquanto in piede: e però mi doleria che tu havessi male, perchè mi pare che tu contenga in te la patria mia - (egli era da Siena) -: e non solo quella: ma tutta l'Italia". Non si può affermare con sicurezza che Flacio si trovasse ancora in questa epoca a Venezia ad ascoltare il sacro oratore, il cui ordine possedeva un misero convento alla Giudecca. È un fatto però che il senese erasi procurato ancor prima fama straordinaria, e che alcuni arditi suoi principi erano conosciuti da lunga pezza nelle Venezie, tenuti severamente d'occhio dalla curia romana (7). Comunque sia, nel 1551 il famoso Muzio da Capodistria, discepolo dell'Egnazio e da Leone X creato cavalier di San Pietro, stampava le "Mentite Ochiniane", nelle quali racconta, che di ritorno dall'Alemagna, tenendo la via di Basilea, potè acquistarvi i due volumi delle ultime prediche eretiche di fra Bernardino; mentre questi, tre anni più tardi, faceva poi sortire a Ginevra gli "Apologi" contro il papa ed il clero, dedicati a Ricciardo Morosini (8). Questo movimento religioso non era scompagnato dal letterario, e ciò ad opera delle varie accademie veneziane e delle biblioteche. La prima di quelle, istituita da Aldo Manuccio, noverò tra i migliori accademici appunto l'Egnazio, che, come si vide, non fu avaro del tesoro dei propri studi a delle ricerche scientifiche al diligente Flacio; il quale così, imparando nei libri ed osservando la vita del mondo, toccò i diciannove anni, deciso a valicare le Alpi, dopo essersi appropriato l'idioma tedesco, indispensabile alla meta prefissa. Quale lotta abbia sostenuto, nel muovere questo passo, contro lo stupore e lo sdegno della famiglia, del parentado e della città natale, ognuno può di leggieri imaginare. Un giovine in sospetto di eresia era il più grosso malanno che si potesse paventare. Ma quegli ruppe ogni indecisione, e, resistendo pertinace alla fede degli avi, ai conforti della dolce patria, volle mirare in faccia il genio dell'esame, a costo di sagrificare, pel temerario ardire, anche la vita. E tenne la promessa (9).
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Gl'Interim e Vittemberga Si portò dapprima ad Augusta, ma vi tenne brevissimo domicilio, sebbene colà fosse ancor fresca la memoria della "Confessione augustana", la quale, per ordine del principe elettore Giovanni di Sassonia, era stata compilata in quella città da Filippo Melantone (1), indi presentata, colla sottoscrizione dei principi protestanti, all'imperatore Carlo V il 25 giugno 1530. Bonifacio Licostene, sopraintendente della comunità ecclesiastica, lo consigliò di recarsi a Basilea, cercando di predisporlo alla dottrina zvingliana, che Flacio però non accolse mai. Giunto ancora nel 1539 nella Svizzera, frequentò la università basileense. I seguaci dello Zvinglio (2) eransi staccati affatto da Lutero, ma non pertanto l'affluenza degl'italiani e di altri stranieri era quivi rimarchevole, giacchè la cattedra di teologia era tenuta dal celebre Simeone Grineo, amico intimo di quell'Erasmo, che rifiutò la porpora cardinalizia, offertagli da Paolo III; (3) mentre il greco insegnava Giovanni Oporino (4). La fama e il lustro della menzionata università vincevano le ripugnanze causate dal dissidio colla riforma prettamente luterana. Il dottor Grineo accolse affabilmente sotto il suo tetto ed alla sua mensa il coraggioso forastiere; e questi tanto gli piacque, da considerarlo come fosse di famiglia; sì che il giovine ospite afferma riconoscente, che un padre non avrebbe potuto trattar meglio il proprio figliuolo. Nella stessa casa Flacio fece conoscenza con Giovanni Cellario e con Giovanni Reiffenstein, noti personaggi della Germania. Strinse pure amicizia coll'Oporino, e cercò di avvicinare i dotti. "Egli curava - dice Enrico Pantaleone - lo studio dell'ebraico, del greco e della sacra scrittura con immenso trasporto, impiegando tutto il suo tempo nel leggere, nell'ascoltare e nello scrivere, tanto che all'università era citato quale modello di diligenza e di contegno irreprensibile a tutti gli studenti." Ma non andò guari che in quel mondo di nuove abitudini egli venne colto dalla nostalgia. Il dubbio di un irreparabile mal passo e la incertezza dell'oscuro avvenire traevanlo alla disperazione, alla idea del suicidio. Volle però fortuna che il grande amore alle discipline filologiche vincesse le torture dell'anima inclinata alla solitudine. Anche la dottrina zvingliana, in linea biblica troppo radicale, anzichè confortarlo, lo indispettiva; e poi gli ripugnava quel cristiano compatimento, che colà si ostentava verso Lutero. Perciò, malgrado la simpatia, ond'era circondato a Basilea, provò l'irresistibile pungolo di avvicinarsi alla prima fonte della riforma. Ancora nel 1540 si partì per Tubinga, dov'era lettore del greco presso quella università l'istriano Matteo Garbizio, che gli fu largo della più schietta cordialità, ammettendolo cogli altri studenti a speciali ripetizioni, nel desiderio che il giovine compatriota riuscisse con onore a publico docente. Il Garbizio erasi fatto conoscere non soltanto come grecista di polso, ma eziandio quale corretto scrittore; aveva stampato reputate orazioni latine, vari carmi e le note al "Prometeo captivo". Il buon professore, oltre al secondare le particolari disposizioni filologiche del Flacio, lo pose in relazione coi primi scienziati ed uomini di lettere della città, tra cui il medico Fuchs, il Camerario valente latinista, il teologo Schek ed il Grempio dottore nelle leggi. Il nostro Flacio strinse vincoli di amicizia coll'accennato Leonardo Fuchs, e sebbene questi fosse di circa venti anni più vecchio dell'albonese, il loro affettuoso legame non venne sciolto che dalla morte. Il Fuchs era ad un tempo strorico, filosofo, filologo e medico; egli aveva insegnato "morbum esse substantiam", il quale principio impressionò il giovane amico, suscitandogli più tardi la idea della famosa proposizione, causa d'infiniti guai: peccatum originis est substantia. Sempre più rinfrancato negli ardui studi delle lingue, della filosofia e delle cose sacre, e sostenuto dal Garbizio nella presa determinazione di attenersi ad un regolo di puritanismo evangelico, meglio confacente alla sua natura severa, nemica delle blandizie, il Flacio continua l'aspra battaglia degli sconforti e della melanconia, e ciò con tanto maggiore suo disagio, chè la interezza del costume gli nega le consolazioni del cuore e i facili piaceri della vita. Il destino non gli consente a soffermarsi di soverchio a Tubinga, troppo lontana ancora dal soggiorno del grande maestro. Dopo avervi dimorato un anno si muove, secondo l'Ulenberger, per Regensburgo, ove appunto in quei giorni vengono tenute alcune conferenze, per incarico di Carlo V e coll'intervento del legato pontificio Contarini, onde riuscire ad un provvisorio armistizio tra luterani e cattolici sulla base di una formola transitoria, che poi non sorte alcun effetto, appellata l'Interim di Regensburgo. Alla per fine col 1541 tocca la soglia di Vittenberga, supremo sospiro delle sue lunghe veglie, delle avide brame di sapere. È qui che vivono, insegnano, dirigono il movimento Martino Lutero (5) e Filippo Melantone; qui l'agostiniano appese alla porta della chiesa universitaria le novantacinque tesi; qui da ogni parte accorrono gli studiosi per ascoltare, per avvicinare il sommo riformatore (6). Raccomandato caldamente dal Garbizio, il giovane venne accolto con la più espansiva amorevolezza da quella buona pasta, tutto cuore e indulgenza, che si fu Melantone. Anche a Vittenberga non gli mancarono le liete premure dei vari circoli di persone illuminate. Il comportamento scevro di censura, la dottrina superiore alla età, gli attrassero la stima generale e le particolari simpatie dell'astronomo Aurifaber, del dottore in teologia Eber, del Mattesio e dello Stafilo. Man mano che Flacio si rendeva straniero alla propria origine e più domestico alla vita tedesca, riuscivagli molesto di ricorrere ai parenti, ai quali aveva affidato la cura de'suoi beni; perciò con legittimo orgoglio salutò quel dì in cui, per ispeciale concessione di quella università, potè impartire privata istruzione nel greco e nell'ebraico, guadagnandosi così il primo pane delle oneste fatiche. Tuttavia, nè l'accresciuta applicazione intellettuale, nè la nuova responsabilità dell'insegnamento, erano pervenute a soffocare il crudele martirio dell'animo. Sconsolanti cogitazioni sulla predestinazione e sull'eterno decreto lo spingevano a quella perplessità, che induce molte fiate coscienze non volgari alla negazione. Il desiderio della morte gli sembrava un bene. Più volte stette in forse: se il sagrificio dell'antica religione, succhiata col latte della madre: se quello dell'abbandono della terra natale, meritassero poi tale lotta. L'innato amor proprio ritraevalo da ogni confidenza, e per tre anni chiuse in silenzio queste pene ai conoscenti di Vittenberga, fino a che il più familiare tra essi, il diacono Federico Baccovio, fece sprigionare quei dubbi, quelle irresolutezze, di cui erano non mendaci testimoni lo sguardo inquieto, il pallore del viso e il tardo eloquio. Il Baccovio, colla intromissione del Pomerano, presentò il giovine istriano a Lutero, il quale in breve ora donò piena confidenza al promettente discepolo, additandogli i vasti campi della pugna irreconciliabile impegnata contro il papato. Vengono indette publiche preci, con cui la comunità vittenberghese impetra dal cielo consolazioni allo spirito angustiato dello straniero. Questi alla per fine riesce vittorioso delle accennate afflizioni, onde confortato esclama: "A Vittenberga sono giunto a riconoscere che la dottrina di queste chiese è la vera parola di Dio, ed io ho abbracciato quella con tutta l'anima mia. Per contro mi sta fermo adesso, che il papa in verità è l'anticristo ed io ho maledetto ed esecrato di tutto cuore lui, i suoi errori ed abusi." Tanto avanzò negli studi, che nel 1543 fu promosso a maestro delle arti libere e della filosofia. In questa solennità accademica presentò, quale omaggio ai professori, il primo suo scritto, in cui si dimostra la imprescindibile necessità della lingua ebrea nello studio della Scrittura (7). Già nell'anno seguente il senato della università, apprezzandone le cognizioni linguistiche, gli affidava la cattedra dell'ebraico, con una rimunerazione di cento fiorini; questa scelta veniva approvata indilatamente dal principe elettore Giovanni Federico. A tale istruzione Flacio aggiunse spontaneamente quella della lingua greca. Sì che, acquietate le procelle dell'anima, sostenuto dalla benevolenza di quanti lo avvicinavano, favorito dalla manifesta approvazione di Lutero, posto in discrete condizioni economiche, egli sente che anche il cuore esige la sua parte, e nel 1545 celebra il suo matrimonio, le cui nozze sono festeggiate dall'auspicata presenza di Lutero stesso. Il punto di questa unione, dettata dalla pura inclinazione del cuore, è considerato dal Flacio come rara oasi di felicità nelle incessanti traversie di sua vita. Si sa della moglie, che fu onesta, brava massaia e madre amorosa di ben dodici figliuoli (8). Un uomo di comune portata avrebbe continuato per lunga pezza nella raggiunta tranquillità dello spirito e nella moderata occupazione dei propri doveri; l'uomo di genio vide invece schiudersi appena allora il varco a quella sterminata attività, che in oggi ancora ci reca meraviglia. Quanta grazia godesse il Flacio presso Lutero, lo possono testificare le parole di quest'ultimo, proferite in diversi incontri sul conto del giovine professore: "nostris notissimus homo et magnae fidei"; "io lo stimo altamente; dopo la mia morte è su di lui che si appoggia ogni depressa speranza." Imperocchè gli ultimi momenti del riformatore (9) erano amareggiati dal non infondato timore, che le idee troppo concilianti del collega Melantone potessero rovinare la grande opera. Infatti il buon Filippo era stato tirato nelle lotte della riforma a malincuore e quasi contro intima convinzione. Alla dieta di Augusta nel 1530 non si fece alcuno scrupolo di assicurare l'ambasciatore veneto Tiepolo, che il principe elettore Giovanni, suo signore e mandante, accoglieva con vera pietà la dottrina della chiessa cattolica, di cui ne rigettava solamente gli abusi (10). Nell'assemblea dei principi convenuti coi teologi a Smalcalda (1537) sconfessava publicamente il Lutero, e sosteneva a spada tratta il potere del papa sui vescovi. Di fronte alla dottrina dello Zvinglio non intendeva di assumere una chiara posizione nemica; persino nella discussione delle massime radicali portate dalla protesta, pretendeva, all'uopo della salvezza, il concorso delle buone opere. Lutero, per non compromettere i frutti di già ricavati, e i molti ancora attesi, non sapeva decidersi ad ammonire il Melantone, come lo esigeva la Germania protestante. Avvenne così, che il silenzio serbato da Lutero, suscitasse nei più lontani il dubbio: avere la scuola vitebergense qualche inclinazione verso i novatori svizzeri. Gli evangelici di Venezia e del suo circondario se ne commossero così vivamente, che Lutero fu costretto di rassicurarli mediante lettere, negli anni 1543 e 44, dalle quali risulta la parte presa dal Flacio come buon compatriota, latore di queste missive ai correligionari della Serenissima. Il riformatore fa sentire tutta la importanza, ch'egli annette alla distinzione della dottrina luterana da quella degli elvetici, ed esprime la viva sua brama di aprire liberi e franchi i varchi alla riforma pura, non solo nella Venezia, ma eziandio nella penisola italiana. La mente penetrante del Flacio misurò di primo acchito la portata del dissidio tra i due campioni e non esitò di pronunciarsi pel Lutero, sposandone la causa senz'alcuna restrizione. E come poteva decidersi diversamente? Non aveva forse il Melantone osato di rassicurare Roma: ch'egli ed i suoi seguaci veneravano l'autorità del pontefice e la costituzione della romana chiesa, purchè non ne fossero rigettati; ch'essi appunto perciò erano maggiormente odiati nell'Alemagna per avere difeso con tutta fermezza la dottrina della detta chiesa; che questa fedeltà eglino avrebbero dimostrato a Cristo e alla chiesa romana sino all'ultimo respiro, se anche loro si fosse negata la grazia di riaccoglierli? (11) Intanto l'Imperatore, per far subire uno scacco al papa, ordinata ai vescovi Pflug e Heldueng, ed all'incerto protestante Agricola, la compilazione dell'Interim di Augusta, lo emanò il 15 maggio 1548; con questo atto pretendeva di conchiudere una tregua religiosa sino alla definizione del concilio tridentino. Ma tale misura, condannata dal papa, ignorata dai cattolici, fu respinta dai protestanti, specie dalle città, tra cui anzi Brema e Magdeburgo vi si opposero colle armi alla mano. I ministri delle varie comunità evangeliche abbandonarono in massa le loro sedi. Tra i fuggitivi c'imbattiamo nell'Ochino (12), che trova uno scampo nell'Inghilterra, già in possesso della propria riforma, ove, trattato amichevolmente dall'arcivescovo Crammer, fanatizza colle prediche le donne e la gioventù. I veneziani sorgono i primi in Italia ad opporsi all'Interim, e con una deliberazione consigliare del 9 luglio proibiscono a ciascun suddito di tenerne l'esemplare sotto pena di una punizione corporale, promettendo nello stesso tempo una ricompensa ai delatori della eventuale trasgressione. I protestanti radicali mostransi oltre a modo indignati della pieghevolezza usata da Melantone e dalla maggior parte de'suoi colleghi di fronte a tale pubblicazione, per cui questi sono già conosciuti in Europa sitto il nome d'"interimisti", i quali, al fine di riconquistare la scossa autorità, e per non compromettere la propria posizione economica, secondano di buona voglia le inclinazioni del principe elettore di Sassonia Maurizio (13), dirette a schivare pel momento un aperto conflitto con Carlo V. Frutto di questa condiscendenza si è l'Interim di Lipsia del 22 dicembre 1548, accolto dagli stati provinciali sassoni (14). Queste invereconde transazioni colmarono l'anima del Flacio del più amaro sdegno. Viltà gli sarebbe parso il tacere, opera ingrata il rimanersi più oltre a contatto col mecenate Melantone, nominato anche rettore perpetuo della università vittenberghese. Gli domandò perciò licenza di poter partire, non solo per ragioni della malferma salute, ma anche per motivi desunti dalle intraprese modificazioni religiose, ripugnanti alla sua coscienza (15). E si noti ch'egli aveva fatto il possibile presso il benefattore per dissuaderlo, quando si era ancora in tempo, dalla indegna compilazione (16). Si noti pure che dalla primavera del 1548 a quella del 1549 aveva fatto stampare sull'argomento cinque scritti, serbando il pseudonimo, non per paura, di cui era incapace, ma pel sicero desiderio di rendere impersonale l'attacco (17). Adotta la massima franchezza nel disapprovare le concessioni usate alla chiesa papale. Preferisce "potius vastitatem esse faciendam in templis, et metu seditionum terrendos principes", anzichè cedere di un palmo. Nessuna afflizione domestica è per lui pari a quel dolore, che lo martoria alla vista delle miserie, ond'è tribolata la sua vera chiesa, per la quale domanda piena libertà al cospetto del potere imperiale, che sì la malmena. La potestà civile, nelle cose terrene, dev'essere obbedita, purchè i comandi non si trovino in contraddizione al precetto divino; nelle cose spirituali invece, quand'anco cadano nel dominio della esteriorità, essa non può procedere con forza incondizionata. In queste prime battaglie contro la debolezza e la servilità verso i principi, egli non si fa alcun riguardo di appellare Carlo V persecutore del vangelo; e riafferma solennemente il principio, che un uomo non ha il diritto di comandare alle convinzioni religiose de'suoi simili. Quella prepotenza, che intende sopraffare la libertà delle coscienze, tradisce iniquamente una delle basi della umana uguaglianza. Vanta gli evangelici, che non hanno sagrificato persone del clero o del popolo professanti massime ad essi contrarie; mentre invece gli avversari hanno interfetto tanta gente tra i riformati per ragione della fede. E perchè adunque inclinare verso i romani, quando nulla giustifica a deviare, neppure di una linea, dalla condotta che Lutero tracciò così chiara: "non vi ha uomo, per quanto santo egli sia, nè vi ha chiesa che possa ordinare la dottrina, la quale sta raccolta unicamente nella Scrittura". E nello studio di questa sono molto più avanti i pastori evangelici dei villaggi, che non i predicatori delle città papali. Vero è che quei di Vittenberga ritenevano di poter mascherare la propria dedizione, presentando l'Interim sotto lo spezioso pretesto, che non si trattava già di ritornare ai vieti dogmi, ma sibbene di accomodarsi ad usi e a cerimonie indifferenti (con voce greca: adiafore), e ciò per ispirito di conciliazione e senza mancare per questo solo alla propria chiesa. Ma così non la intendeva Flacio; secondo lui l'ammettere, anche temporariamente, queste adiafore, era un burlarsi nel tempo stesso dell'imperatore e di Cristo. Il rinnovare le rigettate pratiche, significava offerire un ponte d'oro ai cannoni romani, ingiuriare la novella professione, rinnegare le intenzioni prime di tutto il grandioso movimento. I vittenberghesi, col cedere alle premure di Maurizio, eran venuti meno all'anteriore convinzione, alla verità dapprima proclamata, rendendosi autori del più patente scandalo verso i pii fedeli. Seguendo gli adiaforisti, il popolo poteva ben conchiudere fra sè e sè, che il diavolo non è poi tanto nero, nè così catttivo il papato com'era stato dipinto da Lutero. Secondo l'Interim lipsiano il reggimento della chiesa doveva rimanere affidato ai vescovi; ed ecco l'evidente pericolo di un ritorno al papismo. Sempre secondo Flacio: le cerimonie sono i principalissimi nervi del papato, e in esse riposa la soma della religione romana. In quella vece, secondo lui, convien ridurre le pratiche esterne alla massima semplicità, per poter così ovviare alle facili superstizioni. Assevera Agostino: che sotto il cumulo delle cerimonie patisce la fede (18). Giova diminuire i giorni festivi, sorgenti malsane dell'ozio - rivolgere le preghiere al Signore nella propria lingua, con canti non profani, perchè a detta di Paolo, se l'idioma è sconosciuto, come uno può dirti "amen", quando egli non sa affatto ciò che tu hai pregato in precedenza? - bandire dalle chiese le sontuose decorazioni, per cui si fomenta la distrazione, impiegando invece quei denari in favore della bisognosa umanità, e specialmente pelle scuole, senza taccagneria, imperocchè ogni cura dev'essereanzitutto prestata alla gioventù, sì che la medesima venga istruita, di pari passo, nelle scienze e nei buoni costumi. Disapprova quelle mondane dimostrazioni dei ricchi e dei potenti, la cui boria amerebbe di eternarsi col pennello e nel marmo dei sacri tempi. Condanna le pericolose radunanze dei devoti nelle ore vespertine e della notte. - Sarebbe però troppo lungo il riportare, anche per sommi capi, la lunga sequela di tutti quegli argomenti, ora diffusi ed or appena accennati, coi quali intende di arrivare alla dimostrazione: che le cosidette adiafore non sono in ultimo termine cose indifferenti, ma nocive in alto grado, epperciò da condannarsi; e che quindi gli adiaforisti, col mantenere l'Interim, si trovano nella più spiccata malafede (19). Questa misura "interinale", questo medio senza carattere fra le due credenze, e senza soddisfazione per alcune di esse, aveva mantenuto, tra le altre cose, il matrimonio presso gli ordini sacerdotali. Ma qui il Flacio si domanda: è questo forse il nuovo dono di un oggetto non pria esistito? Egli compiange sinceramente coloro, che non comprendono: qualmente il matrimonio dei religiosi evangelici sia le mille volte più santo del voto contro natura, dettato da politica considerazione della curia romana (20).
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Magdeburgo, la Cancelleria di Dio Nell'aprile del 1549 partì da Vittemberga, lasciandovi pel momento la famiglia, sino a che le rinvenisse un tranquillo domicilio. Dapprima toccò Magdeburgo, la città protestante per eccellenza, baldo propugnacolo dei veri luterani, ribelle all'Interim e all'imperatore, la "Cancelleria di Dio", com'ebbe a chiamarla Gasparo Aquila. Gli andarono incontro a braccia aperte l'Amsdorf, l'Alberus, il Tucher ed il Secretarius, supplicandolo di fermarsi appo di essi e di continuare la lotta interimista. Egli se ne schermì, adducendo per iscusa il desiderio di non aggravare colla sua presenza le gravi condizioni della città, minacciata da un prossimo assedio delle armi imperiali; d'altronde ei doveva provvedere a un più sicuro asilo de'suoi cari. Trasse perciò Lueneburgo, dove tenne consiglio con quella comunità, la quale finì per condividere le vedute di lui, eccitandolo però di proseguire alla volta di Amburgo. Qui infatti gli furono cortesi della più amichevole simpatia il sopraintendente Epino ed il pastore Vestfalo. Adunque pareva ch'ei vi si sarebbe fermato a pieno suo agio per istampare l'opera sulla fede ("De vocabulo fidei etc."), alla quale il Melantone aveva premesso un discorso dedicato a Tommaso Crammer arcivescovo di Canterbury (1). Ma i due amici, dopo averci meglio riflettuto, sconsigliano Flacio di trattenersi in Amburgo, e, vinta ogni sua ripugnanza, lo risolvono al ritorno a Magdeburgo, unica città della Germania che godesse piena libertà di stampa, della quale appunto egli abbisognava. Ritornato indi, e non senza pericoli, a Magdeburgo, ne sentirono vivo piacere i colleghi teologi, che apprezzavano degnamente il campione, giunto a proposito in loro aiuto. Flacio, per camparsela, si mise intanto a fare il sorvegliante di una tipografia. Senza perdere un momento rivolse premurosi scritti a Melantone e alla università di Vittenberga, tentando di persuaderli a riconoscere il faldo cammino da essi battuto, mentre dal canto suo dichiaravasi pronto a riprendere, nel caso di costoro resipiscienza, la cattedra a malincuore abbandonata. Fu un parlare ai sordi. Maurizio di Sassonia, per calmare i puritani tra gli evangelici, e per ispuntare nelle sue recondite mire, cercò di barcamenare, ordinando la compilazione di un estratto dell'Interim e procurando alla stessa la venia dell'imperatore. Ma il nostro Flacio dichiarò subito "il piccolo" Interim una indegna commedia, e publicò contro il medesimo. I predicatori di Meissen, titubanti sul comportamento da tenersi in queste contingenze difficili e procellose, chieggono al Flacio un parere, ed ei risponde senza ambiguità: "non si professa solo colla bocca, ma principalmente cogli atti". Incoraggia i teologi, eccita le popolazioni alla resistenza, al rifiuto di ogni transazione. È unanime il consentimento dei contemporanei nel dichiarare l'ardente italiano siccome quello, che con i suoi scritti pieni di efficacia, ebbe ad esercitare deciso peso sui sassoni in questa religiosa opposizione, la quale influiva sulle gravi relazioni politiche tra il principe elettore e Carlo V. Per debito di giustizia è però da ricordarsi, che verso la fine del 1549 venne a rinforzare la schiera dei maddeburghesi anche Nicolò Gallo (2); ma nè lui, nè gli altri potevano vantare lo sterminato sapere, la incalzante persuasiva dello straniero, il quale a Magdeburgo ebbe campo di spiegare le generose doti del suo cuore, facendosi ben volere da ogni ceto di persone. Il Consiglio di questa città aveva spedito già in sui primordi del conflitto la propria difesa a tutti gli ordini dell'impero, giustificando la ripulsa dell'Interim col timore di una ricaduta sotto il giogo del papa, e di un ritorno agli errori condannati dalla Scrittura. Ma queste ragioni non convinsero Carlo V; e meno ancora valse la ulteriore protesta, con cui quei cittadini respingevano la taccia della incorsa ribellione, e sostenevano di non aver leso alcun diritto divino od umano. Ma la partita era stata spinta tropp'oltre perchè l'imperatore potesse ordinare un passo indietro; le sue armi strinsero d'assedio Magdeburgo il 16 settembre 1550. Maurizio aveva saputo così bene cattivarsi l'animo di Carlo V colle conciliazioni religiose carpite ai deboli teologi, da ottenere il comando dell'esercito assediante, col quale l'astuto elettore sperava di poter risicare più tardi per proprio conto qualche grosso colpo di fortuna. Ai profani l'esterno procedere sapeva di rinnegato; eppure non tardò a lungo di spuntare quel giorno, in cui il protestantismo, perdonando al piano occulto, dovette ricredersi. La città assediata, malgrado sanguinose sortite e tenaci difese contro gli assalti, capitolò in 9 novembre 1551, prestando omaggio all'autorità imperiale, da cui le fu imposta un'ammenda di cinquantamila scudi. Tuttavia la libertà religiosa, ed in parte eziandio la politica, furono rispettate. L'elettore di Sassonia, con istupore di tutti quanti, accolse volentieri nei patti della dedizione la clausola speciale, propostagli dal Cosiglio cittadino, la quale assicurava l'assoluta impunità al Flacio ed al collega suo Gallo, i più compromessi nella resistenza (3). Ma ecco ben presto caduti i veli del segreto accarezzato da Maurizio, la creazione di un impero protestante! Eccolo condurre l'esercito tenuto sotto i suoi ordini contro l'imperatore, cui costringe al trattato di Passavia (luglio 1552), al quale poi segue la pace religiosa di Augusta (13 settembre 1555), prodromo l'uno, assicuratrice l'altra della indipendenza morale e materiale dei protestanti (4). Ma non precorriamo di soverchio la storia. La febbrile attività del Flacio, la forte sua ingerenza nelle lotte politico-teologiche promosse e sostenute dai radicali magdeburghesi contro la pieghevole scuola di Vittenberga, originano già, ad opera di questa ultima, l'appellativo di "flaciani", che si dà ai seguaci di lui, e quello di "flacianismo" alla rispettiva dottrina intransigente. Sin d'allora i nemici non lo risparmiano, dandogli dell'ingrato, dell'ambizioso, del testardo e del fanatico. Egli non li cura; procede diritto pel suo cammino e si mantiene l'uomo della situazione. Va ripetendo: "che solo un libero concilio sarebbe atto a far decidere nella grande lotta per la purezza della fede". E se assesta il colpo di grazia alla falange interimista, la Germania protestante gli riconosce francamente il merito della vittoria. Perchè poi si scorga quanta varia fosse l'attitudine, instancabile la operosità del Flacio, non possiamo fare a meno di qui rilevare, e solo a grandi tratti, le sue celebri contese con alcuni teologi protestanti di quel tempo. Andrea Osiandro (5), che nel 1522 aveva guadagnato alla causa della riforma il duca Alberto di Brandeburgo, maestro supremo dell'ordine teutonico di Prussia, inorgoglito per questo successo, aveva la debolezza di reputarsi un Ercole, da fargliela vedere a Lutero, ai vittenberghesi, a tutto il mondo protestante (6). Il suo cavallo di battaglia era uno spezioso sistema teoretico della giustificazione, il quale non incontrò il gusto di alcuna scuola, malgrado le influenze del duca protettore. Questi, comprendendo troppo bene quanto avrebbe giovato al prorio favorito teologo il concorso del Flacio, cercò di accaparrarselo, offrendogli presenti e posizioni lucrose; egli speculava sulla nota avversione del Flacio contro i vittenberghesi (7), sull'amicizia di costui verso l'Osiandro, e in ispecie sulle ristrettezze economiche ond'era angustiato l'albonese (8). Alberto aveva però sbagliato i conti; la tentazione non sortì il vagheggiato effetto, e Flacio anzi divenne da quel punto il più formidabile avversario del beniamino del duca, stampando varie importanti memorie tra gli anni 1552-54, di cui alcune rivelano, oltre alla conoscenza di Platone, di Aristotile, di Senofonte e di Simonide, uno studio diligente della storia, delle Istituzioni romane e delle Pandette, donde trasse i precisi concetti sulla giustizia (9). In generale i protestanti stanno dalla sua, e ritengono la dottrina osiandrica impura, tendente a'principi romani. Negli scritti flaciani risulta rigoroso lo sviluppo delle idee, nitido il valore scientifico, coscienzioso l'incitamento alla fermezza nelle verità riconosciute. E seppure talvolta la frase è piccante, personale, convien perdonare allo spirito di quella epoca, che consentiva ben maggiori licenze e ingiurie delle flaciane. Il nome dell'istriano doveva essere salito già allora in reputazione, s'egli non esita punto di sottoporre a publico sindacato il contegno di Alberto, e d'invitare nel settembre del 1552 gli stati del ducato di Prussia a giudizio imparziale, proponendo senz'altro un sinodo. Dopo continui tentennamenti Alberto, due anni più tardi, è costretto di convocarne uno a Koenigsberga, il quale proferisce, con rammarico del duca, la condanna del povero Osiandro. Quando però si volle imporre ai seguaci della spacciata dottrina una publica ritrattazione sotto pena della scomunica, Alberto tentò di prendersi una rivincita, facendo il mite, e consigliando di far prevalere la misura dell'amnistia. Ma Flacio vi si oppose e, pur di raggiungere l'intento, andò a procurarsi la influenza di Giovanni Alberto di Meclenburgo, genero del duca. Durante il più rigoroso freddo del febbraio 1555 fece a piedi il viaggio sino a Wismar. Questo primo passo non riuscì; ma non perciò perdette lena, e tanto fece, che il meclenburghese un bel giorno indusse il suocero a convocare un secondo sinodo a Riesenburgo, dove fu imposta la esplicita ritrattazione. Le prestazioni del principe di Meclenburgo sono ricordate in una propria lettera mandata al Flacio. Altra e non meno vivace controversia sostenne (1552-53) con Giorgio Major (10), anima carca di contraddizioni, ed uno dei compilatori dell'Interim lipsiano; egli insegnava, che quantunque l'uomo sia giustificato dalla fede, gli sono pure necessarie pella salvezza le buone opere. Nei primi anni della sua carriera era stato sostenuto da Lutero e da Melantone. Dalla direzione della scuola di Magdeburgo era passato alla sovraintendenza di Eisleben, indi, quale dottore e professore di teologia, a Vittenberga. Giunto l'istante di decidersi tra i due protettori, aveva inclinato verso Melantone, secondando così anche le intenzioni del principe Maurizio. Al franco carattere dell'italiano ripugnava la natura doppia del Major, epperciò non istette in forse di smascherarlo. Lo qualificò d'indole protea, pronto alla pieghevolezza per l'avida brama dei beni e pel sospirato favore dei principi. Ne impugnò il rammentato articolo di fede, siccome quello che agl'individui convertiti sul letto di morte non avrebbe conceduto il conforto della salute. Però, all'effetto di allontanare da sè ogni accusa di presunzione, egli presentò la controversia ai ministri delle chiese di Lubecca, Amburgo, Luenenburgo e Magdeburgo, domandando loro uno spassionato giudizio sulle dottrine del Major. Il responso venne pronunciato contro costui e i suoi proseliti. Aspra tenzone si ebbe pure il nostro eroe, per impulso di alcuni predicatori della Slesia, contro Gasparo Schvenckfeld (11). Fu questi seguace dei valdesi, i quali si gloriavano di essere i più evangelici discepoli del Hus; vagò ramingo a Strasburgo, ad Augusta, a Spira e ad Ulma, dove nel 1562 finì i suoi giorni, dopo essere stato causa di perturbazione tra i vari partiti religiosi, e senz'aver riportati altri trionfi che quelli tra il sesso femminino, ingrazia di certe dottrine visionarie e di tendenza fanatica. Già Melantone, lo svizzero Watt ed il romano Cocleo avevano impugnato, tra gl'insegnamenti schvenckfeldiani, in ispecie quello sulla umanità di Cristo, mentre Flacio trovò di assalire il valdese là dove questi intendeva di menomare la sovrana importanza della Scrittura quale parola divina. Fra le stranezze del bizzarro teologo eravi pur quella: che predicatori empi non possiedono una efficacia giovevole, quand'anche insegnino massime incorrotte della Scrittura. Contro di lui procede il Flacio dal 1553 al 1557, guidato sempre dalla convinzione, dalla logica, e in un dato incontro assicura lo strano avversario di aver avuto la fede da Dio per mezzo della Scrittura ancor prima ch'ei si portasse in Germania per conoscere un tanto da Lutero. Lo Schvenckfeld perdette, com'era da prevedersi, la partita, per seguire poi la sorte degli anabattisti, dei piccardi e di altri specializzatori tendenti ad uno sbrigliato soggettivismo religioso. Ma ecco un nuovo nemico, una novella pugna. A porgere aiuto al vacillante Major, di cui poco fa tenemmo parola, si fece innanzi Giusto Menio, nato a Fulda nel 1499; monaco nei primi anni, indi filosofo e teologo a Vittenberga e poscia, per particolare intervento di Melantone, sopraintendente religioso a Gotha. Non volendo o non sapendo resistere alla pressione dell'imperatore e dell'arcivescovo di Magonza, finì col riconoscere alcuni punti dell'Interim di Lipsia, ma assalito dal Flacio nel 1556 (12), ne avvenne che il duca di Gotha, sospendendolo dalla sovraintendenza, lo facesse citare al sinodo di Eisenach, ove l'intimorito Menio, per salvare la carica, sottoscrisse le proposizioni, in virtù delle quali sconfessava ogni attinenza coll'amico Major, anzi a furia di disdirsi, portava la ritrattazione sino all'assurdo: essere le buone opere dannose alla beatitudine! Gli è naturale che i luterani puri, e i loro principi, non gli potessero prestare alcuna fede; onde il poco abile campione stimò prudente di svignarsela sul libero suolo della Salza, e di poi a Lipsia, ove ebbe la non meritata fortuna di una sovraintendenza. Da qui, sciolto il freno della malrepressa iracondia, si scagliò come belva infuriata sul Flacio, il quale, con una polemica spoglia di umani riguardi, incalzante, incisiva, non risparmiò l'imprudente avversario. Menio, impari alla lotta delle buone ragioni, scese sul terreno delle personali villanie. "Presso noi tedeschi nessuno sa chi sia Flacio, donde venga, se sia cristiano battezzato, o qualche cosa altro! Giammai rivestì un munere ecclesiastico, eppur si pone a maestro e giudice di tutte le chiese, dei religiosi, dei parroci, dei predicatori, dei professori - per riformarli!" Con fare abbastanza modesto ribatte il Flacio le ingiuste accuse, usando la massima del Lutero: che tutti i cristiani possono spiegare la Scrittura; ma noi rileviamo intanto la posizione quasi dominante, ch'egli occupa nella Germania novatrice, come indirettamente lo afferma Menio stesso con le ingiustificate escandescenze. E che l'autorità del Flacio in tutte queste contese non fosse il frutto di effimere passioni del momento, ma in quella vece il prodotto di una superiore dottrina, lo prova luminosamente la condanna più tardi inflitta alle massime dell'Osiandro, del Major, dello Schvenckfeld e del Menio colla Formola delle Concordie, compilata dai professori e dai predicatori di Tubinga e Vittemberga negli anni 1575-76, quale contrapposto al cannone tridentino, sancito dal romano pontefice il 26 gennaio 1564. Questa lucida mente, che diede una impronta originale alla storia religiosa della epoca (mentre nessun altro teologo all'infuori di Lutero s'impose più del Flacio (13) alla chiesa tedesca) vide la necessità di cooperare sinceramente a tutti i tentativi atti a ricondurre la pace tra le varie scuole nemiche. Ed invero fu lui il primo a proporre sin dal 1553 un tribunato, da comporsi di persone estranee alle differenti lotte, il quale dovesse definirle tutte quante. D'accordo col fido Nicolò Gallo, interessò il principe giovanni Alberto di Meclenburgo, i parroci della Sassonia, ed altri ancora, di patrocinare questa idea. Urgeva di finirla collo scandalo! Infatti anche i profani nella teologia rimanevano non poco sconcertati dal curioso fenomeno, per cui contemporaneamente e nel medesimo paese si aveva un flaciano sulla cattedra e un melantoniano sul pergamo, oppure l'inverso - con quanta edificazione della gente, sel può figurare il lettore! Tuttavia i vittenberghesi non se ne diedero per intesi. Vani furono eziandio gli sforzi diretti a questa mira dal principe Cristoforo del Wuertenberg e da Federico II del Palatinato. Vi ostava in prima linea l'orgoglio di Melantone, cui il pensiero anche della più velata ritrattazione incuteva spavento; e non si creda già pella tema di qualche eventuale inconseguenza, di cui lo scorgemmo capace, quanto pel dispregio provato contro l'aborrito straniero. Il consigliere imperiale Nidbruck tentò di superare questa ultima ripugnanza, e infatti parve un dì che, in grazia di tale intromissione, colui non fosse del tutto alieno di avere un colloquio col Flacio. L'antico mecenate aveva risaputo, che l'ingrato discepolo, dopo questo abboccamento, era intenzionato d'intraprendere, per motivi di salute, un viaggio, dal quale non sarebbe ritornato così presto, perche molto lontano, nelle miti aure della cara patria, e sotto il bel cielo italiano, ove di continuo lo sospingeva il vivo desiderio d'introdurre la riforma. Ma ad un tratto l'irresoluto Melantone ruppe bruscamente l'impegno, accovacciandosi più che mai in quella beata moderazione, per cui rimaneva il più influente consigliere delle corti di Sassonia e di Brandeburgo, e il capo incensato di una numerosa scuola, non monta se anche infetta di principi condiscendenti al romanismo. Flacio non rinunzia alla sperata pacificazione, secondato in questi sforzi generosi dai spraintendenti ecclesiastici di Amburgo, Lubecca, Luenenburgo e Brunschvig, i quali esso invia a Vittenberga, per trattare sopra articoli da lui formulati, mentr'egli si reca a Kosvig nell'Anhalt (gennaio 1557), e ciò per essere Magdeburgo troppo lontana allo scopo di una sollecita corrispondenza coi delegati stessi. La città qui da ultimo mentovata, con particolare notificazione, firmata dai consiglieri e dai giudici, ha di già investito all'uopo il Flacio del munere di deputato. Il conte d'Ungnad e il principe Lupo dell'Anhalt si affaticano pure per la felice riuscita del tentativo. Dopo varie discussioni e proposte di rappattumazione, dove il partito magdeburghese assume la forma più benevola nella compilazione degli articoli, Melantone rifiuta di assoggettarvisi; epperciò, come avviene di consueto in casi uguali, le relazioni delle due parti diventano ancora più tese. Anche il diretto intervento del menzionato principe di Meclenburgo presso i due rivali riesce frustraneo (14). Perplessi i "filippisti" (15), vedevano di giorno in giorno crescere, malgrado i loro sdegnosi rifiuti e le virulente invettive, la fama del Flacio, che colla dotta vivacità aveva commossa la Germania evangelica, e che giovine di poco oltre i sette lustri, senza coprire un impiego elevato, minacciava di far crollare il loro prestigio. Assuefatti per lo innanzi a considerarsi quale autorità indiscutibile nelle dottrine e nella costituzione ecclesiastica, onde ancora fruivano la grazia dei potenti della terra, vollero reagire contro il temerario ospite! Lo assalirono da ogni lato senza misericordia e, mentre sul campo teologico a torto gli rinfacciarono di aver negato la divinità di Cristo, su quello del civile consorzio gli affibiarono le più odiose calunnie; gli diedero del ladro dei denari, che si raccoglievano per la sua grande impresa della storia ecclesiastica; lo chiamarono un volgare malfattore, per avere attentato alla vita del Melantone e di altra gente ancora; e per colmo d'ingiuria, ne posero in dubbio la legittima nascita! E come se tutto ciò peranco non bastasse, misero a contributo la vena compiacente di un certo poeta Giovanni Major, il quale cantando il "Sinodo degli uccelli", ricorda con isquisita passione il nefasto "cuculo, che a nessun luogo appartiene, anessuna legge ubbidisce, e gira instancabile di pianta in pianta, empiendo il bosco delle proprie grida". E Flacio? La sua polemica non cura le canzoni e continua per la consueta via, portata da morale serietà, mentre il zelo dei nemici è sempre quello della passione. Dà alle stolte accuse il prezzo che si meritano; soltanto si permette di accertare i claunniatori, che s'egli avesse le migliaia di fiorini, onde lo denigrano, non sarebbe sì pazzo di aspettare la propria condanna in Germania, mentre a quest'ora già si trovrebbe per tante buone ragioni, nel paese degl'italiani. Tutto questo tramestio non bastava ancora alla prodigiosa attività (16) del valente albonese, di questo direttore generale "della Cancelleria di Dio"; attività divisa tra la stampa dei libri e la istruzione privata, mercè cui potè camparsela colla famiglia, quivi nel frattempo trasportata. Egli era l'uomo delle vaste iniziative. Oltra le battaglie del giorno, vi era la suprema, perenne lotta pella conservazione della chiesa evangelica; e ciò richiedeva monumenti di religiosa sapienza. Per istretto ordine cronologico, tra le grandi opere del Flacio, c'imbattiamo nel suo "Catalogus testium veritatis", edito per la prima volta nel marzo del 1556 a Basilea presso l'Oporino (17). - L'autore nella prefazione ne dà i motivi: Gente inesperta di spesso di confonde al rimprovero dei romani, che la vera religione è sempre la medesima, e che le false invece si mutano di frequente, per cui la chiesa papale rimonterebbe ai tempi apostolici, mentre la evangelica, nuovissima, sarebbe sorta e costituita appena da trent'anni, a mezzo di Lutero. Eppure può essere dimostrato dalla sperienza: che in tutti i tempi vi furono non pochi, anzi moltissimi, il cui sentimento si addimostrò evangelico e non romano. È indubbio che la chiesa dei primi secoli concorda pienamente cogli evangelici, e si trova in opposizione evidente ai presenti romani. Verso il trecento si palesano i primi germi di alcuni errori, che poi crescono col seicento, prendendo piede più lesto e pernicioso in causa dell'aumentata autorità papale. Ma Dio non abbandona in quei dì il popol suo; egli conserva ancora i propri settemila e più, i quali debbono opporsi ai progredienti errori, e non solo colla parola e colla penna, ma anche col sangue e colla vita. Di un tanto deve appunto porgere ricchi documenti il suo "Catalogo dei testimoni della verita`", desunto da sorgenti autentiche. Innocenzo IV, Giovanni XXII, Clemente Alessandrino, Giustino Martire, Cipriano, Basilio il Grande, Grisostomo, Ambrogio, Girolamo, il Concilio di Nicea, il Sesto di Cartagine ed altri Sinodi; Carlo Magno, Massimiliano, Ottone di Freising, Guglielmo Occam, Giovanni di Jandum, Gregorio di Heimburg, Nicolò Cusano, Nilo, Gerson, Nicolò di Clemenge, Gualtiero Mapes, Ugo di San Vittore, Caterina da Siena, Andrea Proles, Bernardo di Chiaravalle, Ulrico di Augusta, Tomaso d'Aquino, Dante, Petrarca, Pico della Mirandola, Corrado Celtes, Rodolfo Agricola, Eckard, Tauler, Valdo, Viclefo, Hus, Savonarola, Vesel, Vessel, Goch, e così via. Sono più di quattrocento testimoni, che formano la poderosa falange della opposizione nel corso dei vari secoli contro gli errori della chiesa, sia che si rigetti la gerarchia del vescovo di Roma, o si stabilisca la superiorità civile dell'imperatore; sia che si attacchi il malcostume del clero, o si proclami la necessità del matrimonio dei preti; sia infine che si condannino dottrine contro la fede, o s'invochi la semplicità dei riti. Convien essere imparziali e, a qualunque religione si appartenga, non è lecito di porre in non cale lo spirito di acuta e perseverante indagine, di cui diede prova il grande italiano in questo lavoro (18). - Ma, per fare emergere ancor più tanto prodigio di sterminata e di non mai interrotta diligenza, vedremo tra breve com'egli abbia disposto contemporaneamente la compilazione di quella grande storia ecclesiastica, alla quale legò imperituro il proprio nome.
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Jena e le Centurie Magdeburgensi L'ora era suonata pel Flacio di abbandonare anche Magdeburgo; una nobile gara di profferte lo tenevano però indeciso sulla scelta del futuro soggiorno. Da un lato Odorico di Neuburgo, principe elettore del Palatinato, lo pregava di accettare una cattedra alla università di Heidelberga; questa scuola era stata fondata nel 1386 da Roberto II, ed aveva avuto per primo rettore magnifico Marsilio d'Inghen; per cronologia era la più vecchia università della Germania dopo quelle di Praga e di Vienna. D'altro canto il duca Giovanni Federico il Medio della Turingia eccitava vivamente il Flacio di recarsi invece alla università di Jena, sorta ad iniziativa del principe elettore Giovanni Federico il Magannimo, nel 1547, quando era ancor prigioniero di Carlo V in causa della già menzionata disfatta di Muehlberga. Questa università, di puro carattere evangelico, doveva servire di contrapposto a quelle sospette di Vittenberga e di Lipsia. Essa venne inaugurata il 19 marzo 1548. (1) Flacio, com'era da imaginarselo, prescelse Jena, nominatovi professore di teologia e sovraintendente ecclesiastico; questa città doveva diventare per lo meno "la seconda Cancelleria di Dio". Vi giunse il 27 aprile 1557. La dipartita da Magdeburgo e l'arrivo a Jena furono distinti da feste onorifiche, alle quali erano convenuti cittadini e studenti dei rispettivi luoghi, per far risaltare la importanza, ch'essi attribuivano a tanto desiderato maestro. Ebbene queste frequenti mutazioni di dimora, che ad altri avrebbero recato nocumento, no alteravano affatto il regolo della sua condotta ed operosità, non interrompevano la catena delle sue relazioni scientifiche e personali. Continuò nelle brighe della conciliazione tentata fra i teologi. Ed essendo proprio in quei giorni di passaggio a Jena, diretto per Vittenberga, il celebre suo compatriota Pietro Paolo Vergerio (2), che già dal 1548 aveva abbracciato la riforma, pregollo d'interporsi di bel nuovo cordialmente presso il Melantone, per risolvere una buona volta la questione adiaforistica. Ma Vergerio ci rimise il fiato, chè il pacifico Filippo lo saldò con un laconico "parliamo d'altro". Flacio si rivolse anche al re Cristiano III di Danimarca, affinchè si adoperasse presso il genero principe elettore Augusto, fratello di Maurizio, cui era succeduto nel 1553. Non se ne fece niente. Ma dove i teologi non riuscivano, parve per un momento che l'avrebbero spuntata i principi protestanti, ai quali certo malreggeva il cuore di vedere compromessa la confessione evangelica, e un tantino anche la propria autorità, giacchè queste lotte intestine facevano scemare il loro prestigio dinanzi all'impero e alla chiesa romana. Chiesero dapprima il concorso dei teologi; ma la prova, com'era da prevedersi, fallì nel colloquio tenutoa Worms (settembre 1557); allora cercarono di battere un'altra strada, escludendo a priori i teologi irreconciliabili, per poi riuscire, malgrado questi, nella meta vagheggiata. Ed eccoli soli,radunati a Francoforte sul Meno nel marzo del 1558, ad oggetto di stabilire le basi della pacificazione. Flacio scrive tosto contro i proposti articoli, e sferza di santa ragione la illegittima intromissione, da lui qualificata siccome violenza del potere civile nelle questioni ecclesiastiche. Invece Melantone, pronto maisempre a curvare il dorso, si fa paladino di tale intervento dei laici, ma ahimè le sue forze sono di già affievolite (3), mentre quelle del temuto istriano acquistano maggior lena e vigoria, ispirandosi agl'ideali delle regioni più pure, in cui si libra incontaminata la dottrina di Lutero; quella dottrina, la quale nell'ardente pugna affida al suo campione per difesa "il diritto storico", che ciascuno deve rispettare. Ma se Flacio non risparmiava i vittenberghesi, ragion di logica esigeva, che finalmente anch'essi, almeno una volta, gli rispondessero per le rime, e senza le solite canzoni da strapazzo. Non si degnarono di scendere in campo a visiera alzata, e prescelsero invece il più comodo spediente di far parlare terze persone per conto proprio. Perciò stamparono nel 1558 alcune lettere ("Epistolae Scholasticorum etc."), facendole sembrare dettate dai loro giovani studenti in difesa dei professori. In esse denigrano, more solito, le intenzioni del forastiere: "appetivit regnum in ecclesia, quod scripta eius omnia declarant evidenter". Ciò che suona sulle loro labbra un tacito riconoscimento dell'indirizzo indipendente tenuto dall'avversario. Ed ei, quasi queste dispute fossero poche, altre ne sostenne contro il sinergismo (4), condiviso dal Melantone e dai Vittenberghesi. Ancora nel 1553 il dottor Giovanni Pfeffinger (5), già scolare di Lutero, e di poi professore e parroco a Lipsia, aveva incominciato a propugnare la dottrina: che l'uomo decaduto aveva ancora conservato tante forze dalla natura a disposizione della sua libera volontà, che nella conversione e nello stato di grazia poteva cooperare in qualche modo alla propria salvezza. Combattuta dall'Amsdorf, dal Gallo e dal Flacio, tale dottrina non si sarebbe tenuta gran tempo a gala se il destino non le avesse procurato un difensore di grido in Vittorino Strigelio (6). Costui, a soli ventiquattro anni, dopo essere stato la simpatia di Melantone, avevano nominato quale uno dei due professori fondatori della università di Jena; donde, ambizioso, coltivava le più strette aderenze colla corte ducale. Più giovane del Flacio, mal ne soffrì la presenza; anzi un dì aveva sperato di poter impedirne la venuta. Consta realmente, che quando lo Strigelio ebbe a risapere delle pratiche fatte a Magdeburgo, presso il Flacio per deciderlo ad accettare la cattedra Jenense, Vittorino, allora amico dell'istriano, ne lo sconsigliò, riflettendogli: che il mondo era abbastanza vasto per ambidue, sicchè lontani non si sarebbero offuscati a vicenda. Lo Strigelio concepì contro il rivale la più volgare invidia, tanto che, da sostenitore qual'era stato del pretto luteranismo - secondo cui la sola fede giustifica- passò dal campo dei flaciani in quello dei filippisti. L'altro, dando ascolto agl'impulsi del cuore, sperò di vincere il collega col tributargli omaggio nelle publiche lezioni. Ma Vittorino, maggiormente stizzito dalla cortesia del Flacio, la cui autorevolezza riusciva grata sin nella corte del duca Giovanni Federico il Medio, tacciò l'albonese innanzi alla scolaresca di superbo, di soffista, di poeta di una nuova religione, e di nemico personale dei vittenberghesi. Onde l'assalito, reagendo contro le trasmodate insolenze, ne mosse giusto appello al duca, cui ricordò, qualmente nella lettera d'invito, mandatagli a Magdeburgo per obbligarlo di passare a Jena, lo s'incaricava esplicitamente di provvedere, affinchè la chiesa della Turingia non patisse detrimento nella purezza della pristina confessione. Giovanni Federico, com'era d'attendersi, escogitò ogni mezzo per pacificare i due avversari; ma fece peggio, inasprendo l'ambizioso teologo; e la impertinenza dell Strigelio varcò ogni limite, sì che fu tratto in carcere (1559). Questo grave atto del duca incorse nel severo biasimo del Flacio, il quale intal incontro ebbe ad accentuare: che gli errori non si sopprimono colla forza della spada civile (7). A liberare il detenuto intercedettero i conti palatini del Reno, il duca di Vuertenberga, Filippo Langravio d'Assia, e persino l'imperatore Massimiliano. Dopo cinque mesi cessò la prigionia; ma a questa seguì la sospensione della cattedra (8). Malgrado l'avvenuto, Flacio ritenne aperta la partita collo Strigelio insino al giorno in cui gli riuscì di persuadere il duca ad indire, fra essi due contendenti, quella disputa teologica, la quale ebbe principio a Weimar l'8 agosto 1560, e che nel suo genere fu considerata come una delle più rinomate del secolo decimosesto. La lingua da loro usata fu la latina, ritenuta siccome la meglio confacente all'ardua tenzone. Per educazione teologica, per chairezza e acutezza di mente era fuor di ogni dubbio superiore l'italiano; per arte oratoria il tedesco; in quanto a filosofia pare che si bilanciasse il valore di amendue. Grande fu il concorso dei principi, dei professori, dei teologi e degli studenti, uditorio favorevole nella massima parte al Flacio. La discussione, vivace ed assai erudita, durò otto giorni; ma fu interrotta, senza conclusione, per volere del duca, colla promessa, non più mantenuta, di rimettere ad un sinodo la definizione delle disparate vedute. In questa famosa disputa, alla proposizione sinergistica oppose il Flacio quest'altra: la natura umana, secondo la sacra scrittura, è nel tutto guasta dopo la caduta di Adamo; perciò essa non può nè fare nè cooperare a qualche cosa di buono. In causa del peccato originale andarono perduti tutti i germi, gli eccitamenti, le forze e la libertà della volontà verso il bene: tal che "il peccato originale è divenuto la sostanza dell'uomo". Quest'ardita enunciazione diventa per lui il segnale d'innumerevoli affanni perduranti fino alla tomba; e per giunta essa è il fomite nella medesima falange dei flaciani di scissure e imbarazzi. Da quest'ora la stella del Flacio comincia a declinare. Il cancelliere Cristiano Brueck, che tiene le chiavi del cuore di Giovanni Federico, e ch'è manifestamente disposto in favore dello Strigelio, persuade il duca suo signore a non ci badare per il sottile alle pretese dei teologi puritani, i quali alla perfine non mirano ad altro che a formare un clero prepotente contro l'autorità civile. La corte di Weimar si decide a un passo in là molto ostile col proibire, a sorpresa di tutti, la stampa di una memoria di Flacio, che doveva uscire a Jena con i tipi del Revert. L'autore della memoria presentì in questo diniego altre più severe disposizioni di censura preventiva contro gli scritti teologici; di fatto l'odiosa misura non tardò a capitare per decreto del duca, risguardante le opere di tale indole, ovunque sortissero. I teologi attesero il ritorno del collega Flacio da una breve gita alla fiera libraria di Francoforte, per averne un maturo consiglio; ottenutolo, dichiararono che si assoggetterebbero a quest'ordine solo in quanto esso si riferisse ai libri da publicarsi all'estero. Ricordarono che santa è la missione della stampa, e che il dovere dei poteri costituiti consiste tanto nell'impedirne gli abusi, quanto nell'allontanarne la schiavitù. - Non disse forse Lutero: che s'egli avesse dovuto rivolgersi pel permesso alle corti, non avrebbe stampato neanche la metà delle sue opere, e non sarebbe perciò neppure accaduto tutto quello che poi ebe a succedere, mentre colla libertà della stampa crebbe la luce del vangelo? Nè qui terminarono le vessazioni, ond'erano afflitti i teologi flaciani, tra cui ricordiamo Museo, Wigand e Giudice. A rincarar la dose, fu loro vietata la predicazione col pretesto, che ad essi faceva d'uopo di consacrare un tempo maggiore alle publiche lezioni! Indi furono esclusi dai neoeretti concistori misti sottostanti alla presidenza del duca. Flacio disapprova questa sostituzione fatta ai sinodi; tuttavia riconoscerebbe la convenienza della nuova istituzione negli affari matrimoniali siccome materia d'ordine civile; in generale bramerebbe che la corte non emanasse unilateralmente leggi d'indole ecclesiastica. Meno male però che la ordinanza concistoriale non andò mai in pieno vigore, e che il duca Giovanni Guglielmo, otto anni più tardi, facendo sortire una novella alla detta istituzione, tenne conto di queste e di altre ragionevoli obbiezioni. L'esasperazione dei teologi jenesi contro la corte ducale erasi raddoppiata pel ritardo, che soffriva in causa di queste angherie la vasta publicazione delle "Centurie Magdeburgensi" (9). Ma a Weimar si tenne duro ai propri privilegi; il favorito Brueck fu mandato ad investigare contro i teologi. A questo artifizio seguì ben presto (il 10 dicembre 1561) la deposizione del Flacio, e la sua dispensa dal servizio, in unione all'amico Wigand (10). L'ulteriore soggiorna a Jena avrebbe avuto le sembianze di una temerità provocatrice; già il favor popolare aveva abbandonato quel carattere, che non si piegava alle aure mutabili della giornata; gli studenti stessi, queglino adunque i quali poco tempo prima erano stati i prediletti suoi beniamini, giunsero a tanto, da minacciarlo nella vita, prendendogli un dì persino d'assalto l'abitazione; e la corte di Weimar si lasciò trasportare al segno di far partire contro di lui un mandato di cattura (11). Si nascose a Bufleben, e per Fulda e Norinberga recossi a Regensburgo (12). Dall'aula magna della università di Jena venne tolto il suo ritratto, che fu ricollocato al posto primitivo appena nel 1720. Non è difficile il figurarsi la gioia onde i vittenberghesi salutarono tutte queste buone notizie! La sua grande anima però a tali iatture non prova un moto di debolezza, e mentre prende lena ad ulteriori cimenti, indaga se altre regioni peranco inesplorate si offrano alla indefessa operosità (13). Si rassegna alle ristrettezze economiche, che ora insorgono a premere lui e la famiglia. A furia di sagrifici erano arrivati a possedere in Jena una casetta e un orticello; presentendo però le minacciose necessità, egli aveva dato, ancora qualche tempo innanzi, legale mandato a un suo compatriota, perchè procurasse di alienare quel tanto dell'asse domestico, di cui poteva disporre. Ed eccoci a tenere parola delle "Centurie Magdeburgensi". La riforma, obbligata di giustificarsi tanto nella scrittura, quanto nella storia, aveva di già compiuto il primo assunto; le rimaneva a sciogliere il secondo (14). L'estratto della "Scheda Flacii de conscribenda Historia Ecclesiastica" (marzo 1553) promette un tanto, disegnando il quadro del lavoro: "Utile esset scribi historiam Ecclesiasticam, in qua ordine, per temporum successionem, monstraretur, quomodo vera Ecclesia ejusque religio ab illa prima puritate et simplicitate, quam Apostolorum tempore habuit, paulatim successione temporum et hominum crescentibus falsitate et erroribus declinarit in pejus etc." Il brano poi della relativa lettera mandata al Beyer specifica: "Primum cupio Catalogum conscribi omnium eorum (da noi veduto) qui ante R.D.D. Mart. Luth. piae memoriae aliquid scripserunt, dixerunt aut senserunt, contra Papam ejusque errores. Deinde (ecco la decisione del lavoro di complemento) etiam optarim scribi integram Historiam Ecclesiae a Christo usque ad nos sicut consilium meum aliquanto clarius in hac scheda exposui". E più avanti: "Ad hunc porro conatum cum alia infinita auxilia sunt necessaria, tum vero illud ante omnia, ut diligentissime conquirantur omnia vetera monumenta, quae qualiacunque vestigia historiae Ecllesiae commonstrare possent, praesertim autem, quae veritatis aliqua vestigia puriorisque doctrinae ostendere possent, seu quae speluncas ut ita dicam nobis indicarent illorum septem millium, omnibus temporibus ob metum Romanae istius Jezabelis seu Thaidis latitantium, et tamen genua ei non incurvantium". Durante il 1554 fu organizzata dal Flacio a Magdeburgo la società per la compilazione di questa immensa fatica. Vengono compulsate le biblioteche della Germania, dell'Austria, della Svizzera, della Danimarca e della Inghilterra, giusta le istruzioni da lui impartite. Raccolto, specie per la munificenza delle città e dei privati (15), il colossale materiale, se ne spartisce così il lavoro: a capo della impresa stanno cinque "governatori", che presiedono ai consigli, designano i "collaboratori", esaminano i lavori di questi ed in parte vi cooperano. Sette "studiosi" sono incaricati degli estratti delle opere secondo il dettagliato programma, che va procedendo da secolo in secolo. Questi compendi passano sotto la severa stregua di due "architetti", giudici perfettamente capaci della materia, che esaminano, coordinano e pertrattano; la quale però soltanto allora si considera completa quando è seguito l'intervento supremo dei governatori. Un amanuense la pone in netto. Il duce massimo tra i governatori - come non indovinarlo! - è Flacio (16). Le prime tre Centurie compariscono alla luce nel 1559. Il lungo titolo comincia così: "Ecclesiastica historia ecc."; nel mondo cristiano l'opera è generalmente conosciuta sotto il nome di "Centurie Magdeburgensi", gli autori sotto quello di "centurioni", o "centuriatori". La quarta è publicata nel 1560, le seguenti due nel 1562, la settima e l'ottava nel 1564; nell'anno veniente la nona, nel 1567 le due successive, la dodicesima nel 1569, e ladecimaterza nel 1574; a questa ultima però il Flacio non prende più parte, distratto com'era dalla contesa del peccato originale. L'opera venne dedicata in ciascuna delle tredici parti a re e principi fautori della riforma, tra i quali, la quarta ad Elisabetta d'Inghilterra, con missiva del 1559 (17) inviata al ben conosciuto tipografo Oporino a Basilea (18). I vittenberghesi, non sapendo far di meglio, inventarono mille basse contumelie contro Flacio, ripetendogli la taccia di essersi appropriato non solo una porzione dei denari accumulati, am anche parecchio materiale bibliografico. Alla severa critica del diligentissimo Preger spetta l'onore di aver demolito sin l'ultimo avanzo di tutto questo vile impianto di menzogne. L'opera monumentale della Germania protestante fu il più compiuto lavoro di tale indole comparso sino a quei tempi (19). La materia è divisa così: Ogni secolo è considerato da sedici differenti punti di vista. Il primo capitolo riflette il contenuto generale della centuria; il secondo la estensione e propagazione della chiesa; il terzo la sua persecuzione o tranquillità; il quarto la esposizione della dottrina del secolo; il quinto l'eresia e gli errori publici; il sesto le cerimonie e gli usi; il settimo la costituzione e il governo della chiesa; l'ottavo gli scismi della stessa e i leggieri errori; il non i concili; il decimo le vite, le lotte e gli scritti dei vescovi e maestri; l'undecimo gli eretici; il dodicesimo i martiri; il decimoterzo i miracoli; gli ultimi tre: la vita politica e civile degli ebrei, la religione israelitica e le gentili, e i vari cangiamenti negli stati politici. È naturale che i centurioni, quando giungono all'epoca rispettiva, impugnano l'atto di donazione di Costantino, per il quale sarebbe stato conceduto al vescovo di Roma il dominio temporale sull'intiero occidente. Speciale predilezione dimostrano alla costituzione democratica del secondo secolo, ove uguali sono i diritti delle comunità, che nominano e depongono i propri maestri ed ove le chiese si aiutano e sorvegliano a vicenda. La sede romana, quantunque venerabile, non gode di alcun primato. Il consigliere vescovile Corrado Bruno fu uno dei più franchi a confessare la profondità della piaga, che da tale opera era stata inferta alla gerarchia romana; e così ne ragiona nel 1565: "Fra tutti gli scritti degli eretici della nostra epoca, i quali invero sono innumerevoli, e che si conoscono come nocevolissimi, nulla di più pestilenziale, e di più dannoso è stato scritto e mandato alla luce, di questa nuova storia". - Eccitato così vivamente l'amor proprio dei romani a contrapporre la storia alla storia, volle cimentarsi alla impresa gloriosa il cavaliere senza paura Girolamo Muzio (20); senonchè la sua destra riusciva meglio nei duelli cruenti, di cui era in quella epoca ritenuto la miglior lama, che nelle controversie teologiche, come ne aveva fatto poco felice sperimento contro l'Ochino (21) e il Vergerio, dove alla deficienza di una logica scientifica rigorosa, suppliva coll'abbondanza delle permesse insolenze. Il lavoro da lui publicato nel 1570 (22) contro le prime due Centurie fu un'amara delusione, ed ebbe solo il merito di far poi decidere il Baronio di porsi all'opera; questi riuscì coi suoi "Annali ecclesiastici" a parare il colpo dei protestanti.
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Regensburgo e le vie verso il Bosforo Il segretario imperiale Haller, approfittando dell'odio, che Flacio si era attirato un po' da per tutto colla sua inflessibilità, volle distogliere il Consiglio cittadino di Regensburgo dal concedergli un ricetto. Ma questo non diede ascolto alla potente dissuasione e guarentì per intanto il domicilio al perseguitato martire delle idee irreconciliabili, che quivi traeva appunto nel febbraio del 1562, conducendo seco la inferma consorte e sette figliuoli. Gli fu però tosto significato, che per ragioni di prudenza non poteva tenere publica scuola, e che perciò avrebbe dovuto accontentarsi d'impartire lezioni private nel proprio domicilio. Lo stesso Consiglio poi, in aggiunta all'accordatagli protezione (il che non era poca cosa in quei momenti), gli largì di quando in quando de'sussidi, pei quali si dimostrò gratissimo (1). Nell'autunno dell'anno seguente inviò, da buon padre di famiglia, il figlio più vecchio Mattia alla università di Strasburgo, raccomandandolo vivamente agli amici Gallo e Marbachio; e il giovine riuscì un discreto nome; professore e dottore di medicina a Rostock, si fece più tardi a difendere il genitore nella controversia del peccato originale; publicò pure alcune opere di medicina, di fisica e di logica aristotelica. Ben presto il Flacio, ai disagi dello spirito, dovette unire le afflizioni del cuore; la sventura picchiò alla sua porta; nel 1564 perdette la diletta consorte al dodicesimo parto (2). Ma costretto dalle condizioni della numerosa famiglia a provvedersi di una padrona di casa, passò in breve tempo a seconde nozze con Maddalena Ilbeck, la povera orfana di un pastore evangelico di Dutendorf. Per assicurarsi meglio l'esistenza, il ramingo sapiente cercò di ottenere il posto lucroso di qualche parrocchia. I nemici, pronti sempre a nuocergli, trovarono ch'egli non favellava troppo speditamente il tedesco (3). Ma si faceva ben capire nel diffficile idioma da molti giovani, che in circolo amichevole usava di chiamare intorno a sè, prima a Magdeburgo ed ora a Regensburgo, ov'essi solleciti traevano tesoro dalla profonda dottrina, apprezzando il disinteresse del maestro, in cui era ammirabile per quei tempi la completa assenza di quell'egoismo scientifico, che brama talfiata di serbare per sè solo la dovizia dei diuturni studi, come fa l'avaro col proprio scrigno. Nè ciò soltanto; del concetto delle future sue opere, come già in parte potemmo scorgere, non teneva alcun mistero, neppure quando la prima idea poteva essere usufruita dagli altri. Flacio continua sempre e ovunque ad essere l'anima del fermento religioso. Da lui si partono, come i raggi del sole, gli incitamenti alle lotte più feconde del luteranesimo. Che giova, ad esempio, allo Strigelio di celebrare i poco invidiati suoi trionfi, se quasi tutto il clero della Turingia rimane infetto del più pervicace flacianismo? Che mai cale ai puritani, se i principi convocati alla dieta di Naunburgo si sentono tentati di transigere durante la terza convocazione del concilio trentino - quando il maestro è là, in compagnia del fido suo Gallo, a compilare proteste, a raccogliere sottoscrizioni, da rimettersi al re romano Massimiliano? (4) Egli non cessa di tuonare contro il pontefice romano, che vuole imporsi alla Scrittura, e persino definire contro la dottrina della medesima. È una bestemmia l'asserire ch'essa è oscura, quasi Dio non avesse voluto o potuto chiaramente indicare ai mortali le vie della salvezza. -E siccome i gesuiti |