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Istro-Venetian
Endangered Languages
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Si dice [a Trieste]
di Lino Carpinteri

2006

Tratti da Il Piccolo di Trieste:

  1. 1 gennaio - I bei tempi delle «bronze», anche di quelle «coverte»
  2. 17 gennaio - Quando «ciacole no fa fritole»
  3. 28 gennaio - Quando d’inverno capita di «bater le broche»
  4. 11 febbraio - Trieste, patria di «fraie»: divertimenti soverchi?
  5. 25 febbraio - Il santolo è il padrino dal Veneto all'Umbria
  6. 11 marzo - Quando in città «no piovi», ma «schiza»
  7. 25 marzo - «Parlar in cichera» o in lingua azteca
  8. 8 aprile - Cacabus, ovvero pentole di argilla
  9. 11 giugno - L’origine dei «fufignezi», le truffe dei triestini
  10. 17 giugno - «Zavaio», dal disordine a un miscuglio di uova
  11. 7 luglio - «Bisato», animale bigio della vecchia
  12. 15 luglio - Quando in Pescheria si vendevano i «bisati»
  13. 12 agosto 2006 - «Tramaco», un vocabolo snobbato dai dizionari
  14. 23 agosto - Tramacar, un verbo dall’etimologia oscura
  15. 26 agosto 2006 - Chi troppo dimagrisce ha un aspetto «scunido»
  16. 23 setttembre - Fragnòcola, l'antico buffetto che diventa piccolo piccolo
  17. 21 ottobre 2006 - Il conflitto di interessi diventa «zapar i cali»
  18. 4 novembre 2006 - Barca vecchia e malridotta ecco cos’è una «carobera»
  19. 2 dicembre - Nelle isole pedonali si può andare a «torziolar»
  20. 16 dicembre - «Mufo», un aggettivo che si sposa con l’autunno

# 1 - 1 gennaio 2006

I bei tempi delle «bronze», anche di quelle «coverte»

Se non ha in casa un caminetto, l'uomo del terzo millennio ha solo due possibilità di vedere il fuoco: accendersi una sigaretta o sbirciare, in cucina, sotto le pentole. Vien quasi da rimpiangere «les neiges d'antan», la bora che ribaltava i tranvai e il grande freddo del Ventinove, quando, a Trieste, le fiamme, accudite con zelo da vestali, divampavano anche nelle monumentali stufe di maiolica. Dopo averle caricate di carbon dolce e legna si dava fuoco alla carta da giornale e alle «spize» (così dette dal tedesco «spitze» che vuol dire punta e pertanto omonime delle baionette inastate); quindi, se tutto andava bene, passato un certo tempo, aprendo con cautela (e «col ciapin») lo sportellino incandescente, si vedevano rosseggiare le «bronze».

Difficile dire quanto spesso e da quanti concittadini questo termine continui a essere usato oggi, ma è probabile che esso sia sopravvissuto alla decadenza delle stufe e alla scomparsa degli scaldini soprattutto grazie alle espressioni pittoresche «diventar come una bronza» per arrossire ed «esser sule bronze» per attendere con ansia.

Particolarmente efficace è la metafora riportata dal Kosovitz e ripresa, con l'accompagnamento della musica di Illersberg, nei versi di Morello Torrespini, per il libretto del Trittico: «Falische de fogo faremo svolar!/ le bronze coverte faremo saltar!».

Per rendere in italiano il concetto espresso nel nostro dialetto con le due parole «bronze coverte», il più recente e scrupoloso dei vocabolari nazionali ne ha adoperate dodici: «Persona dai modi subdoli, che tiene nascoste le finalità delle sue azioni». Il chiarimento, anche se fin troppo esauriente, è senz'altro preferibile al «soppiattone» suggerito dai dizionari triestini, ai quali ricorriamo di rado per veder tradotte in buona lingua le locuzioni nostrane e quasi sempre per essere informati sulla loro origine.

Nel caso di «bronza», si rischia che l'attesa rimanga delusa. Infatti, il Pinguentini afferma con bella sicurezza che l'equivalente dialettale di brace deriva «dal latino brontea», ma di questa voce non c'è traccia nei due volumi del Georges-Calonghi, secondo il quale brace corrisponde a «carbonis ignis». Il Doria parla di «etimo piuttosto incerto», lasciando intendere con quel «piuttosto» che alcune soluzioni possano essere parzialmente accettabili, ma non reputa opportuno farle conoscere. Il Manzini-Rocchi del dialetto capodistriano all'avvertenza «etimo molto discusso» fa seguire l'insolito invito «vedi le varie proposte nel Prati» che, essendo il Prati un dizionario targato Venezia-Roma 1968, richiama alla mente il «No gavemo, no tegnimo, la provi in Friul» di certi negozianti nostrani. La partecipazione diretta agli utenti di un dizionario «storico fraseologico etimologico» di dati essenziali sull'origine delle parole in esso contenute non dovrebbe essere compresa nel prezzo?

Sia come sia, viste le reticenze dei dialettologi, non resta che rivolgersi ai dizionari della lingua italiana. Nel Fanfani del 1894 si ha la sorpresa di imbattersi in una «bronza» equivalente a «scodella o teglia di bronzo infocata» e di apprendere dal Grande Dizionario del Battaglia che bronza viene considerata voce della buona lingua, neppure preceduta dalle abbreviazioni «reg.» o «dial.» ed è «deverbale da bronzare». Se ne deduce che i verdetti «etimo incerto» e «discusso» dei dizionari triestini non si riferiscono a «bronza» bensì a bronzo, la discendenza dal quale (o dai suoi derivati) del vocabolo di casa nostra essi danno evidentemente per scontata.


# 2 - 17 gennaio 2006

Quando «ciacole no fa fritole»

l Il cartellino col prezzo delle fritole di Carnevale 28 euro al chilo (56 mila lire d’una volta) esposto in una panetteria del centro, confrontato con i bei discorsi sull’inflazione in costante regresso e l’euro che non ha peggiorato la qualità della nostra vita, mi ha fatto riflettere sul profondo significato del detto triestino «ciacole no fa fritole».


# 3 - 28 gennaio 2006

Quando d’inverno capita di «bater le broche»

D'inverno c'è sempre da temere che il peggio debba ancora venire e quando, magari dopo un gennaio mite, «febrarut, piez di dut», conferma la propria cattiva fama, ci si ritrova a «bater le broche» per il freddo. La prima delle due frasi risale ai tempi in cui i nostri avi si esprimevano in un idioma friulaneggiante e la seconda – di radice veneta – è indubbiamente triestina al cento per cento.

Ma siamo altrettanto sicuri che si possa dire lo stesso delle «broche» intese come denti o come chiodi? Perché una parola sia considerata vernacola basta pronunciarla e scriverla in modo anche solo leggermente diverso dalla sua omologa italiana? Si direbbe di sì, poiché basta aprire un dizionario del nostro o di un altro dialetto di stampo veneto per imbattersi in filze di vocaboli e locuzioni che hanno l'identico significato di quelli della buona lingua, ma ne differiscono unicamente per una consonante in meno. È il caso sia della «broca» nostrana, sia della sua consorella «brocca» con la doppia «c».. Ma se questa vale quella, l'istinto ci suggerisce di non confondere il «recipiente provvisto di beccuccio per versare agevolmente il liquido» con «il chiodo, la bulletta» e nemmeno con «il ramoscello spoglio, il fuscello, la spina, il germoglio».

Sembra probabile che a designare le loro diverse funzioni non sia un'unica parola, ma ne occorrano due o anche più, alle quali, nonostante l'identità di suono, i dizionari dell'italiano letterario debbano dedicare voci separate e così in effetti avviene. Invece il nostro Kosovitz dalla broca «mesciroba» passa a un circostanziato elenco di «broche de caligher» o «de legno», «de tapezier», «cola testa de oton» e «con do ponte», per concludere con l'aromatica «broca de garofolo». Il Pinguentini, più cauto, divide la broca-recipiente (la cui origine, secondo alcuni, sarebbe ravvisabile, nel greco «prochos», vaso per mescere l'acqua) dalla broca-bulletta, per la cui etimologia si riallaccia a un «broccus» del tardo latino che vale «cosa appuntita in genere».

Questa ipotesi da lui ricavata da un testo del 1844, il «Glossarium mediae et infimae latinitatis» del francese Du Cange non viene scartata dal Grande Dizionario del Battaglia secondo il quale l'antica parola italiana brocca o broca è probabile forma sostantivata dell'aggettivo «broccus», «col dente in fuori» e «prominente», collegabile sia con il beccuccio della brocca per l'acqua, sia con bullette, chiodi e altro di puntuto, incluse le «brocche dei biancospini» paragonate dal Pascoli al contadinello «Valentino vestito di nuovo» (da non confondersi con l'omonimo stilista di moda).

Da «broccus», vera parola factotum, deriva «brocco», sinonimo non solo di brocca nel senso di ramo spoglio, stecco, ma anche di ronzino, per via dei «denti in fuori» propri dei cavalli malandati e, inoltre, di «segno posto al centro del bersaglio», donde «imbroccare». Quest'ultima accezione del termine spiega i modi di dire «pagar a broca» e «sora la broca», cioè «con puntualità» e, rispettivamente, «più del dovuto», che si riferivano alle bullette piantate nell'interno del bigoncio per misurare la quantità del vino versato all'avventore.


# 4 - 11 febbraio 2006

Trieste, patria di «fraie»: divertimenti soverchi?

Trieste ha fama di città godereccia, vale a dire di frequenti «fraie», del che una parte della cittadinanza si compiace, sia pure con con un pizzico d'autoironia e un'altra si dimostra assai poco entusiasta. Atteggiamento, il secondo, che si direbbe dovuto alle difficoltà del nostro tempo ed era invece ancor più diffuso in anni di vantata prosperità. Ne dà testimonianza l'opera «Granellini di sabbia, ovvero ricordi delle vicende triestine dal 1850 al 1900» di un medico del secolo scorso, il dottor Lorenzo Lorenzutti, secondo il quale tutto ciò che poteva allietare l'esistenza dei suoi contemporanei era illecito, nocivo alla salute o tutt'e due le cose. A questa filosofia che, nel 1904, fruttò al morigerato autore, apprezzato non solo nella Trieste asburgica, ma anche nelle attigue province dell'Italia umbertina, un premio del Regio Istituto Veneto, si ispirava il capitolo «Punti neri» e, in particolare, il paragrafo «Divertimenti soverchi». Eccone alcuni stralci: «A Trieste ci sono molti divertimenti, anzi troppi. Quasi tutto l'anno ci sono, contemporaneamente aperti due ed anche tre teatri, ed alle volte anche quattro. Qua recita una compagnia comica, là c'è una compagnia lirica, altrove una di cavallerizzi e di acrobati, alle opere succedono le operette, queste le recite drammatiche... qua si recita in veneziano, là in francese, altrove magari in tedesco... e un subisso di musiche... di canzonettisti, di bussolottieri, d'improvvisatori, di declamatori... e poi teatrini di marionette, e panorami e cosmorami e cinematografi e serragli di bestie feroci: e musei più o meno istruttivi, e non di rado anche alquanto indecenti o immorali...». «Né i ricchi soltanto vanno in villeggiatura, anche i popolani, se mai lo possono, ed alle volte anche quando difficilmente lo possano, vanno almeno per qualche giorno un po' alla campagna; e se ne trovano quindi in qualche villaggio del Carso, dell'ubertosa campagna capodistriana o del Friuli; o magari meno discosto (...) presso il ”santolo”, dalla lavandaia, dalla lattivendola, in una o nell'altra delle Chiarbole o delle Maddalene...».. Questi i «soverchi divertimenti». Figuriamoci poi le «fraie», delle quali il Lorenzetti, già abbastanza turbato dai «troppi abusi e inutili scialacqui» neppure fa cenno e che avrebbe indubbiamente assimilato a «inconsulti bagordi». A occuparsene, per dovere d'ufficio, aveva provveduto sin dal 1877 il vocabolario del Kosovitz facendo corrispondere alla parola triestina (donde «fraiar» e «fraion») le italiane «baldoria, crapula, gozzoviglia, orgia». Esagerazioni? Non dimentichiamo che, cent'anni fa, il popolino era il primo a condannare anche il minimo strappo alle regole della vita modesta e a deridere chi, povero, non provvedeva al necessario per concedersi il superfluo. Valga a ricordarcelo il duraturo successo d'una canzonetta del 1892: «De soto dela flaida/ le braghe i ga straponte,/ i ga el capoto al Monte,/ ma i vol far carneval». Sul carnevale così, dal canto suo, si esprimeva il Lorenzutti in un capitolo scritto in dialetto: «...i tempi xe cambiadi, e le mascare, i credi adesso, no le possi né le devi aver che parole ambigue, equivoche e comportamento poco contegnoso, per piaser e per interessar; ma de sto troto no se fa che far del mal...». Peraltro, nella «fraia», almeno in origine, nulla c'era di sconveniente. Anzi, a far parte di una «fradaia» erano, nel Medio Evo, i veneti che, accomunati dallo stesso mestiere o dalla stessa arte, rispettavano una rigorosa disciplina corporativa: «Ordinemo che ogni anno nel dì de Santo Marco se debia congregare el capitolo de la dita fragia, in lo quale si debia meter in uno sacheto tuti li nomi de li fradeli...». Il vocabolo «fratalia», dal latino «frater» (un documento del 1420 menziona una «frataglia Tergesti», da non confondere con le frattaglie che non derivano da frater bensì da «fractus»), assunse nell'una o nell'altra confraternita, le forme di fradagia, fragia, fraia e sopravvive nell'italiano «fraglia», registrato non solo dal Tommaseo ma anche da alcuni dizionari moderni. Nulla di strano se i sodali delle «fraglie», in determinate occasioni, facevano festa, si riunivano a lieto convito e andavano in gita assieme: è costume anche dei partecipanti agli odierni congressi di medici, giuristi e letterati.


# 5 - 25 febbraio 2006

Il santolo è il padrino dal Veneto all'Umbria

Per la maggior parte delle voci triestine vale la pertinente definizione di «panvenete» ; di altre, dette «pandialettali», si trovano frequenti (e spesso inaspettati) riscontri nelle parlate popolari dell'intera nazione; piuttosto insolito è invece il caso della parola «santolo», considerata dai glottologi «tipo lessicale che ricopre compattamente il Veneto, l'Emilia orientale, l'Umbria settentrionale e le Marche settentrionali», vale a dire anche vasti territori appartenuti in altri tempi allo Stato della Chiesa.

L'abbondanza, in acque pontificie, delle poco pregiate «papaline» non sembra a tutti i dialettologi un motivo sufficiente per chiamarle così: difatti, alcuni preferiscono farne risalire il nome alla «pappa» e altri fantasticano di somiglianze tra quei pesci e il camauro; per contro, l'etimologia, perfettamente canonica, di santolo da «sanctulus» del latino medievale è accettata all'unanimità. Il diminutivo suggerì, in qualche regione, di chiamar santolo non solo chi aveva «levato al sacro fonte o presentato alla cresima» un bambino, ma il bambino stesso. Al linguista Ugolini, cui quest'uso non dispiaceva, gli intransigenti autori del «Lessico dell'infima e corrotta italianità» pubblicato nel 1907, obiettavano: «Se ciò sta bene per la Romagna o le Marche, non istà bene per la Toscana, e crediamo anche per le altre parti d'Italia, dove la voce non si conosce e dai più non s'intenderebbe». Un altro studioso, il Malagoli, si doleva nel 1939 che a santolo e santola, parole di larga diffusione in Italia e delle quali si trovano tracce in un documento del 1036, non fosse riservata nel Dizionario della lingua parlata dignità pari a quella di padrino e madrina. A maggior ragione questa tesi meriterebbe d'essere sostenuta oggi che il termine «padrino» viene inteso sempre più nella sua accezione mafiosa e sempre meno come la versione linguisticamente corretta di santolo. Sotteso all'antica parola «sanctulus» è il concetto di protezione a livello familiare simile a quella dei Lari e dei Penati di Roma pagana o, su scala ridotta, del Patrono che veglia sull'intera città. Non per nulla il detto della buona lingua «aver santi in paradiso» - dichiaratato, nel 1691, dall'Accademia della Crusca equivalente ad «avere protettori particolarmente influenti» - è connesso con la figura di santolo dei figli che fa il paio con quella di testimone alle nozze, o «compare de anel».

A interpretare questa parte viene di solito chiamato il più ricco dei congiunti, un superiore, un amico che ha fatto carriera: a lui (anzi: «A ti che te conossi tuti») si chiede una raccomandazione, un aiuto per trovar lavoro, l'avallo a una firma impegnativa, d'essere presentati a un potente o di adoperarsi perché una certa notizia venga (o non venga) pubblicata. Immancabile, nei rapporti con questo personaggio tipico della commedia umana, una certa ipocrisia: «Quando se zerca el santolo/ - rico possibilmente - /se ghe disi de solito/ che 'l fiozzo no 'l vol gnente». A questi non eccelsi versi degli anni fra le due guerre del secolo scorso fa da contrappunto l'assai più vecchio proverbio nostrano «Chi non ga santoli no ga buzolai» ispirato alla catena di ciambelle donate dal padrino, che il cresimando portava a tracolla. («Buzolà» - anche sinonimo di cercine - deriva da «buccellatum», forse collegabile, per la forma rotonda, a «bucca», bocca). Un cenno merita anche la gentile madrina, ricordata nel dizionario del Kosovitz con un richiamo testuale a «tu' santola - e, con efficacia maggiore, tu' santola grega - specie d'interiezione e talvolta d'imprecazione: cospettonaccio, perdincibacco, malan ti colga, possa tu assaettare».

# 6 - 11 marzo 2006

Quando in città «no piovi», ma «schiza»

Al modo di dire «piovi indrìo» - un vero classico del dialetto triestino - con cui si usa annunciare che ha ripreso a piovere, fa riscontro il riduttivo, ma altrettanto buffo «no, no: schiza», ovvero niente paura, sta solo piovigginando.

Magari la locuzione è propria, con qualche variante, anche di altre parlate, come il pisano «schizzigna», equivalente a «piovìscola», sta di fatto però che «schizar» e lo «schizzare» della buona lingua , sebbene appaiano quasi uguali, non sono esattamente la stessa cosa.

Gli etimologisti concordano nel definire onomatopeiche queste voci tuttavia, se si confrontano i derivati del verbo italiano con quelli del suo omologo triestino e soprattutto i valori metaforici dell'uno e dell'altro, si fa presto a scoprire alcune discrepanze.

Si scarti pure l'ipotesi del vecchio Pianigiani, secondo il quale schizzare, e quindi anche «schizar», nel senso di erompere con forza, potrebbero avere qualcosa in comune con l'antica radice germanica «schiezen» donde «schiessen», sparare del tedesco moderno, ma il verbo triestino non è collegabile soltanto con schizzare, bensì - e, in parecchi casi, ancor più strettamente - con «schiacciare», anch'esso d'origine imitativa, però dal significato notevolmente diverso. A fare da trait d'union tra i due verbi è un vetusto «schicciare», che nel XVII volume del Grande dizionario della lingua italiana viene definito «regionale» assieme alle sue varianti schizare, schizzare, squizare. Il participio passato d'una di esse è presente nei versi del Boiardo («...mai non fu visto un capo tanto grosso/schizzato il naso e l'occhio piccolino...» e del Marino («...occhio schizzato e piccolino e rosso...»).

Più familiari ai triestini sono le espressioni «schizar de ocio», ovvero far l'occhiolino e «schizo», ossia camuso.

Per l'appunto «la schiza» è appellativo vernacolo della Morte, il cui volto è quello di un teschio dal naso talmente schiacciato da mancare del tutto. In veneziano «ranzigar la schissa» sta per arricciare il naso, atteggiamento caratteristico di chi ha la puzza sotto il medesimo e si merita l'aggettivo «schizzinoso», la cui etimologia è la stessa.

Fuor di metafora «schiza» è ovvio corrispettivo di goccia e - come soggiunge il Kosovitz nel più antico dei dizionari dal triestino all'italiano - dei termini «pillacchera», «zàcchera» . Alla fine dell'Ottocento, schizar valeva anche «aspergere il bucato», e «ai scovazini» si faceva presente l'opportunità di «schizar prima de scovar perché che no se levi la polvere». I tempi cambiano e le parole con essi. Estraneo al dialetto, ma frequente nei dialoghi dei telefilm polizieschi è l'uso, definito gergale, di applicare l'aggettivo «schizzato» a chi «ha comportamenti squilibrati, manca di controllo» o, nel migliore dei casi è «molto nervoso, agitato». Nulla da spartire con il nostro schizar né con l'abbreviazione triestina «schiz», ma «formazione scherzosa da schizofrenia»: così i dizionari, benché sull’argomento ci sia poco da scherzare.


# 7 - 25 marzo 2006

«Parlar in cichera» o in lingua azteca

Del caffè servito in tazzina al bar si conoscono tre varianti, una più triestina dell' altra: «nero», «gocia» e «capo», cui vanno aggiunte la sottospecie «in bi», abbreviazione di «in bicer», e l'alternativa «un lungo». Da notare che l'ibrido «gocia» non corrisponde a goccia, normalmente sostituita in dialetto da «joza» o «schiza», bensì a caffè con un pochino di latte e che per «un lungo» si intende il contrario di ristretto. Perché soltanto in questo caso si preferisca usare l'aggettivo della buona lingua invece del solito «longo» tanto più vicino alle classiche «longa manus» e «ars longa, vita brevis», è abbastanza difficile da spiegare.

Alquanto misteriosa è anche la ragione per cui - restando in tema di tazzine - «parlar in cichera» equivalga a esprimersi con affettazione. La consultazione, al riguardo, dei dizionari dal nostro dialetto all'italiano riserva più d'una sorpresa. Per cominciare, si direbbe che il modo di dire in questione non fosse ancora noto ai triestini di fine Ottocento: infatti, il Kosovitz accenna soltanto a un «meterse in cichera» (o «cicara»), nel senso di «assettarsi, mettersi in fronzoli od in gala». Ancor più profondo il silenzio del Pinguentini, il quale si limita a citare le parole iberiche «jicara» e «chicara» d'origine messicana aggiungendo: «Chiediamo una cicara de cafè e nemmeno ci accorgiamo di parlare atzeco». Tutto vero, poiché l'indigena «xicalli» corrisponde a ciotola ricavata da una zucca, ma nessuna traccia di quella che viene considerata una locuzione tipica del nostro dialetto. Anche alla voce «parlar» , nel Pinguentini, c'è solo un «parlar per difizile» accompagnato dalla vecchia facezia della nuova ricca «che diseva ”occhio che pacchia il mucchio” inveze de ocio che passa el mus». Sia «parlar in cichera e piatin» sia «vestirse in cicara» nel senso di agghindarsi, assieme ai loro affini del dialetto di Monfalcone, di quelli dell'Istria e del romanesco sono ben presenti, nel dizionario del Doria, secondo il quale l'in chicchera di entrambi i modi di dire «sembrerebbe una deformazione dell'italiano ”in ghingeri”, ”in squinquari” o ”in squinciari” e del ”parlare in squindi e squindi”».

Di là dalle ipotesi accademiche sulla genesi di una frase idiomatica basate sulla somiglianza tra le parole che la compongono e altre ad essa somiglianti, conviene forse mettere a confronto il «parlar in cicara» con la realtà della vita e del costume. È quanto fece il Tommaseo con la quasi equivalente locuzione «parlare in punta di forchetta» definendola nel suo dizionario «tolta dalla delicatezza che richiedesi a maneggiar cosa che reggesi sopra una punta». In passato, oltre al destreggiarsi con le posate, anche il maneggiar con garbo una tazzina era privilegio di pochi. Infatti, come si apprende da uno scritto di Francesco Redi, «i galantuomini e civili han per costume di pigliare il caffè non nel bicchiere ma bensì alla chicchera di porcellana». Tanto più rari erano coloro che si sapevano esprimere con proprietà di linguaggio. Donde il detto «parla in chicchera e cade nel piattello».


# 8 - 8 aprile 2006

Cacabus, ovvero pentole di argilla

Le questioni di confine sono quanto mai spinose e piuttosto vivace è sempre stata dalle nostre parti anche la disputa sulla linea di demarcazione da tracciare fra dialetto e gergo. Quest'ultimo, detto dai francesi «argot» (e tenuto separato dal «patois», ossia il comune vernacolo), appartiene di rigore al mondo del crimine, oppure a cerchie ristrette di persone che adottano fra loro un linguaggio particolare. A Trieste, si usa far distinzione tra vari livelli del dialetto, il più basso dei quali (ma non necessariamente tipico dei malfattori) è - o meglio era - noto come «negron» e ritenuto proprio d'una Suburra nostrana chiamata «Galauca», cioè una zona periferica, in altri tempi ancora rustica, del quartiere di San Giacomo. A erudire molti borghesi sul modo di esprimersi plebeo più che gli studi del folclore furono le «macchiette» del vecchio varietà di Angelo Cecchelin e i personaggi dello storico giornale umoristico cittadino Marameo. Quaranta «ciacolade» d'uno di questi, lo scaricatore di porto «Gigi Lipizzer», sono reperibili in un libretto del 1923 dal titolo «Mondo macaco» firmato da Eugenio Valenti, buon conoscitore del linguaggio furbesco usato a copertura di furterelli e del piccolo contrabbando. Fra le voci di gergo allora in auge primeggiava «libo», deverbale da allibare, antica forma di libare, cioè assaporare appena un buon vino, così come faceva con il caffè in grani chi ne portava fuori dal Puntofranco qualche manciata nascosta per lo più sotto un fazzoletone, il famoso «mocador», arrotolato sulla pancia. Il termine libo, originariamente del lessico marinaresco, si riferiva a un'imbarcazione adibita all' «alleggio» ossia al trasferimento parziale del carico di una nave per alleggerirla. Il verbo alleggerire era usato spesso dai cronisti come sinonimo di rubare, il che spiega perché oggi la parola «libo», non del tutto dimenticata, equivale a refurtiva. Qualcuno considera gergale anziché dialettale la voce «cacabus», forse ritenendola collegabile a qualcosa di innominabile fra gente per bene ma, al pari delle sue antenate dell'italiano antico, del latino, e del greco, essa significa semplicemente argilla o creta (vale a dire terra argillosa calcarea), materia tanto nobile da essere ricordata nella Bibbia come quella di cui si servì il Padreterno per creare il corpo di Adamo. Dalla vasta opera «Etymologiae» del dotto vescovo Isidoro di Siviglia , vissuto a cavallo tra il VI e il VII secolo dell'era volgare, i posteri possono apprendere che «caccabus et cucuma sono fervoris cognominantur», cioè derivano il proprio nome dal rumoreggiare del liquido in ebollizione. L'ipotesi è bizzarra, ma sia la cuccuma, sia le pentole che lungo l'arco dei secoli furono chiamate «kakkabos», «cacabus» e «cacabo» erano fatte di terracotta. Se comune è la metonimia, ossia l'indicazione della materia per l'oggetto (ferro per spada; legno per nave; marmo per statua) accettabile è anche il passaggio inverso, dall'oggetto alla materia e quindi dalla pentola e dalla cuccuma all'argilla.


# 9 - 3 giugno 2006

L’origine dei «fufignezi», le truffe dei triestini

Clonare carte di credito altrui; mettere in vendita, incassando forti anticipi, appartamenti in case che non sorgeranno mai; rifilare, sempre a spese dei piccoli risparmiatori, titoli azionari prossimi a rivelarsi carta straccia; predisporre i risultati delle partite di calcio designando gli arbitri appropriati sono altrettanti comportamenti noti a Trieste come «fufignezi». Ciò non vuol dire, peraltro, che le voci «fufignez» con le annesse o connesse «fufignar, fufignada, fufignon, fufigna, fufigno» registrate dal Doria e considerate dalla maggior parte di noi tipicamente triestine, siano davvero tali o per lo meno esclusive di queste terre. Infatti, il dizionario Manzini-Rocchi del vernacolo capodistriano parla di «estensione pandialettale» dei termini in questione, usati oltre che in diverse cittadine dell’Istria, a Fiume, nelle isole del Quarnero (il «Florilegio chersino» di Nicolò Orlini segnala un «fufugnar»), nel Friuli, nel Veneto, in altre regioni settentrionali e in Toscana, patria di «fuffigno» con due effe. Quest’ultimo, per la verità, sebbene gli etimologisti preferiscano sottacerlo, non fa parte d’un dialetto toscano, bensì della buona lingua e – particolare di non poco rilievo – è la parola chiave per chiarire l’identità di «fufignar». Benché poco diffuso, fuffigno è reperibile anche in vocabolari recentissimi dell’italiano letterario e, come spiegò a suo tempo il Tommaseo, significa «nodo o accavallatura che si trovi nel dipanare una matassa e, più genericamente, qualunque confusione o imbroglio che si incontri nelle fila d’un tessuto o di lavori di paglia o di cucito. In senso traslato: imbroglio fatto per ingannare; affare imbrogliato, più specialmente intrigo amoroso». (A un intrigo amoroso si riferiva anche la frase «Ara che la mia signora me ga fufignà el teto coniugale» comparsa nel lontano 1923 in una cronaca del «Piccolo» e citata dal Doria con l’annessa traduzione «ossia è scappata di casa»). Ormai siamo tanto abituati a dare alla voce imbroglio il valore di truffa, frode, raggiro (cioè lo stesso e l’unico di «fufignez»), da aver quasi dimenticato che, stando ai dizionari, è appena il terzo dei suoi significati, mentre quello primario (cui fa seguito il secondo: «questione confusa») è «viluppo, groviglio», proprio come nel caso di fufigno e del veneziano «fufignoto», inteso dal Boerio, in un testo del 1829, come «batuffolo, massa di cose rabbuffate». Invece «fufigna», sostantivo femminile, da tempo disusato, equivaleva, in triestino, a inganno imbroglio e soltanto imbroglioni furono sempre sia il «fufignon», sia lo scomparso «fufignador» presente nel vocabolario del Kosovitz. Sin qui i dati storici sulla vasta parentela dei «fufignezi»; quanto all’origine di «fufignar», o meglio di «fufigno», ci dobbiamo accontentare di quella «base onomatopeica» che spesso è l’ultimo rifugio degli etimologisti . Alcuni si richiamano alla parola vernacola «fufa» non già nel senso usuale di «collera, stizza», ma in quello di «fili o massa di altre cose leggere imbrogliate dagli sbuffi del vento». Se non è troppo chiaro che cosa ci sia in tutto ciò di onomatopeico, ovvero di «imitativo di rumori naturali o artificiali o versi di animali» si può sempre ripiegare su un «uffa!», legittima esortazione a non sfidare la pazienza dei lettori.


# 10 - 17June 2006

«Zavaio», dal disordine a un miscuglio di uova

«- È una rivolta? - No, Maestà, è una rivoluzione»: le due battute passano per essere state pronunciate tra i rumori di fondo dell'assalto alla Bastiglia, ma la fin troppo lungimirante replica dell'interpellato fu probabilmente messa a punto, o addirittura inventata di sana pianta, molto tempo dopo. Infatti, nel momento in cui accadono, è quasi impossibile valutare la portata storica di quelli che a Trieste, città dolorosamente esperta in materia, sono detti «zavai». Difficile è anche individuare la connessione tra «zavaio» (o «zavai» al singolare) che, nel nostro dialetto equivale a scompiglio, disordine, confusione e altri termini dal suono analogo ma di valore diverso, come i verbi «zavaiar-zavariar» ai quali il dizionario del Doria dedica una decina di voci separate. Invece il Pinguentini , dopo aver appaiato zavai a zavaiar, cui aggiunge «zavariamento» , tratta a parte zavaio unitamente a zavariar , facendo - è il caso di dirlo - un gran zavai di significati che vanno da guazzabuglio a imbroglio e da briga a delirio. Raccogliere e ordinare i frammenti sparsi un po' qui un po' là delle ipotesi su zavaio e i suoi derivati (o supposti tali) per ricavarne un discorso filato non è impresa da poco, ma si può tentarla cominciando col chiarire quali delle parole in questione appartengono in esclusiva al dialetto e quali invece vi sono pervenute pressoché invariate dalla buona lingua. Un accertamento del genere (al quale i dialettologi spesso trascurano di accennare, come se temessero d'essere accusati di invadere un campo altrui), rivela che «zavai» e «zavaiar» sono sicuramente termini vernacoli, mentre le voci «zavariamento», nel senso di vaneggiamento, e «zavariare», probabile alterazione di «svariare» , sono registrate nel Grande dizionario della lingua italiana che cita diversi testi del Seicento, uno dei quali descrive «una infirmitade quasi dicam pestiale cum febbre acutissime e dolore capitis e zavariamenti» e un altro avverte che le veglie troppo lunghe «corrompono la temperatura del cervello e causano morbi acuti come frenesie, manie e zavariamenti» . In tempi assai più vicini a noi e precisamente negli anni Venti del secolo scorso, una poesia di Virgilio Giotti parla di un soldatino lontano da casa che bacia e ribacia una fotografia, mentre alcune donne sorridono maliziosamente nel «vèderlo là ridoto/ par amor zavariar». Zavaiar senza la erre, nel nostro e in altri dialetti d'area istro-veneta, vale anche «brigare, darsi da fare, ingannare, imbrogliare» e al modo in cui dai rispettivi verbi derivano i sostantivi «magnon, fufignon, pastrocion» ecco che da zavaiar salta fuori, a sorpresa, la parola «zavaion» uguale in tutto e per tutto all'equivalente triestino di zabaione. Una pura coincidenza? Forse che sì, forse che no. Anche le parole, prima ancora dei libri, «habent sua fata». Infatti pare che proprio a zavaion o zabaion (così chiamato per il suo colore simile a quello della «sabaiam», una sorta birra illirica del XIV secolo) sia collegabile non soltanto zavaiar, ma altresì a zavaio: dal miscuglio d'uova, zucchero e marsala alla «miscela confusa di idee» e all'«accozzaglia di parole» dalle quali nascono i disordini, le rivolte e, qualche volta, anche le rivoluzioni.


# 11 - 7 luglio 2006

«Bisato», animale bigio della vecchia

Pescheria Per un edificio in qualche modo monumentale, quando il suo tempo finisce e la sua funzione viene meno, l'alternativa è dargli una nuova destinazione o abbatterlo. Sorta in anni lontani, la Pescheria grande, non solo è stata risparmiata, ma all'ombra del suo finto campanile, saranno onorate le arti, le lettere «…e forse qualcos'altro», come prometteva un ristorante anch'esso, in altri tempi, famoso per il pesce. Tutto per bene, dunque, soprattutto se si pensa alla fine che hanno fatto la Fabbrica Macchine, già vantato esempio di «archeologia industriale» e la Casa dei Ferrovieri, prima stazione di Trieste agl'inizi dell'Ottocento, ma chi visse la Pescheria per esservi stato condotto da bambino, non può non rimpiangere i banchi di pietra, i piatti lucidi delle bilance sospesi a catenelle, il grido «Vivi, vivi!», il brulicare dei crostacei, i cinquanta centesimi di sconto concessi dal «pescador» dopo lunghe contrattazioni e, fuori dei cancelli, l' «indotto» rappresentato, dalla vendita di limoni e cartocci di rinforzo. Ma c'è anche un' immagine che la memoria ha trattenuto controvoglia: quella delle anguille, fin troppo inequivocabilmente vive, tagliate a pezzi, sotto gli occhi del compratore. Mentre, in altre regioni, si pratica il culto del «capitone», sulle nostre mense, l'anguilla compare solo saltuariamente, ma i triestini sono concordi nel chiamarla con il nome veneto di «bisato» e se si facesse un'indagine per conoscere la loro opinione sull'origine di questa voce, a gran maggioranza essi la ravviserebbero nella parola biscia o bissa con il suffisso «ato» come il termine dialettale marchigiano «bisciatto» e lo stesso «bisatto» con due «t» della buona lingua, tanto più che anche l'italiana anguilla deriva da «anguis», il nome latino del serpente. Questa teoria, convalidata dal «Grande dizionario della lingua italiana» del Battaglia; dal «Moderno» di Alfredo Panzini; dal Sabatini Coletti; dall'Etimologico di Battisti-Alessio e da parecchi altri non è tuttavia condivisa dai dialettologi per i quali bisato proviene da «biso», ossia bigio. Di notte, come si sa, tutti gatti sono bigi, ma di giorno, il colore delle diverse specie di anguille svaria dal giallo-grigio al nero-blu. Non basta: siccome, a Trieste, mai nessuno ha detto «biso» per dire bigio e tutti con «bisi» intendono i piselli, qualcuno potrebbe essere indotto a credere che il bisato si chiama bisato perché va servito con contorno di piselli. Ci si perdoni l' obiezione scherzosa, ma a suggerirla è una tesi che i suoi sostenitori ritengono inoppugnabile. Questa: «Bisato non può derivare da biscia, a causa di insuperabili difficoltà fonetiche». Infatti la «s» aspra tratta da sc(i) o da doppia «s» non si sonorizza mai in «s» dolce. Forse anche l'amore per la fonetica ha ragioni che la ragione non conosce e le sue regole, come le «Sure» del Corano per i talebani, non ammettono deroghe. Che invece ci sono, e lo dimostrano i ben noti versi del Pascoli «…tu lo conosci l'uomo che l'uccise/ esso t'è qui nelle pupille fise». Una licenza poetica? Niente affatto: la voce «fiso», con la «s» che più dolce non si può, derivante dal verbo «fissare» con tanto di doppia «s» , è stata usata da tutti gli autori della letteratura italiana, da Dante («… e fiso riguardai» ), al Petrarca («il sole abbaglia chi ben fiso 'l guarda»), a D'Annunzio («c'era un raggio nel suo sguardo fiso»).


# 12 - 15 luglio 2006

Quando in Pescheria si vendevano i «bisati»

Per un edificio in qualche modo monumentale, quando il suo tempo finisce e la sua funzione viene meno, l’alternativa è dargli una nuova destinazione o abbatterlo. Sorta in anni lontani, la Pescheria grande, non solo è stata risparmiata, ma all’ombra del suo finto campanile, saranno onorate le arti, le lettere « …e forse qualcos’altro», come prometteva un ristorante anch’esso, in altri tempi, famoso per il pesce. Tutto per bene, dunque, soprattutto se si pensa alla fine che hanno fatto la Fabbrica Macchine, già vantato esempio di «archeologia industriale» e la Casa dei Ferrovieri, prima stazione di Trieste agl’inizi dell’Ottocento. Ma chi visse la Pescheria per esservi stato condotto da bambino, non può non rimpiangere i banchi di pietra, i piatti lucidi delle bilance sospesi a catenelle, il grido «vivi, vivi!», il brulicare dei crostacei, i cinquanta centesimi di sconto concessi dal «pescador» dopo lunghe contrattazioni. Ma c’è anche un’immagine che la memoria ha trattenuto controvoglia: quella delle anguille, fin troppo inequivocabilmente vive, tagliate a pezzi, sotto gli occhi del compratore. Mentre, in altre regioni, si pratica il culto del «capitone», sulle nostre mense, l’anguilla compare solo saltuariamente, ma i triestini sono concordi nel chiamarla con il nome veneto di «bisato» e se si facesse un’indagine per conoscere la loro opinione sull’origine di questa voce, a gran maggioranza essi la ravviserebbero nella parola biscia o bissa con il suffisso «ato» come il termine dialettale marchigiano «bisciatto» e lo stesso «bisatto» con due «t» della buona lingua, tanto più che anche l’italiana anguilla deriva da «anguis», il nome latino del serpente.

Questa teoria, convalidata dal Grande dizionario della lingua italiana del Battaglia; dal Moderno di Alfredo Panzini; dal Sabatini Coletti; dall’Etimologico di Battisti-Alessio e da parecchi altri non è tuttavia condivisa dai dialettologi per i quali bisato proviene da «biso», ossia bigio. Di notte, come si sa, tutti gatti sono bigi, ma di giorno, il colore delle diverse specie di anguille svaria dal giallo-grigio al nero-blu. Non basta: siccome, a Trieste, mai nessuno ha detto «biso» per dire bigio e tutti con «bisi» intendono i piselli , qualcuno potrebbe essere indotto a credere che il bisato si chiama bisato perché va servito con contorno di piselli. Ci si perdoni l’obiezione scherzosa, ma a suggerirla è una tesi che i suoi sostenitori ritengono inoppugnabile. Questa: «Bisato non può derivare da biscia, a causa di insuperabili difficoltà fonetiche». Infatti la esse aspra tratta da sc(i) o da doppia esse non si sonorizza mai in esse dolce». Forse anche l’amore per la fonetica ha ragioni che la ragione non conosce e le sue regole, come le «Sure» del Corano per i talebani, non ammettono deroghe. Che invece ci sono, e lo dimostrano i ben noti versi del Pascoli «…tu lo conosci l’uomo che l’uccise/ esso t’è qui nelle pupille fise». Una licenza poetica? Niente affatto: la voce «fiso», con la esse che più dolce non si può, derivante dal verbo «fissare» con tanto di doppia esse, è stata usata da tutti gli autori della letteratura italiana, da Dante («… e fiso riguardai»), al Petrarca («il sole abbaglia chi ben fiso ’l guarda»), a D’Annunzio («c’era un raggio nel suo sguardo fiso»). Non meno discutibili sono altre etimologie proposte da chi rifiuta la derivazione di bisato da biscia: per esempio, «bis-aptus», inteso, chissà perché, come equivalente a «pesce irrequieto, vivace e quindi disadattato», mentre , caso mai, il prefisso bis potrebbe alludere alla duplice adattabilità dell’anguilla, a suo agio sia in mare, sia nell’acqua dolce.


# 13 - 12 agosto 2006

«Tramaco», un vocabolo snobbato dai dizionari

«Trieste spunti dal suo passato»: il bel libro di Silvio Rutteri, in cui rivivono aspetti caratteristici del costume cittadino sommersi dalla prima guerra mondiale, intitola un intero capitolo al «Ventiquattro agosto», data che poco o nulla dice ai triestini d'oggi, ma in altri tempi fu l'apoteosi del «tramaco», parola, invece, tuttora ben viva del nostro dialetto, corrispondente al trasloco della buona lingua.

Buona, a dire il vero, per i dizionari odierni, ma non per il Tommaseo, che liquidò il termine trasloco affermando recisamente: «C'è chi lo usa per traslocamento, non bello neppur esso. È voce in tutto da rigettarsi». Traslocamenti, traslochi o tramachi che fossero, il 24 agosto d'ogni anno «i carichi delle masserizie ingombravano i marciapiedi tra un incrociarsi di carri e di voci rauche degli uomini di fatica». La simultaneità dei trasferimenti di tante famiglie da un'abitazione all'altra si spiega con il rinnovo dei contratti semestrali d'affitto la cui scadenza, anche altrove, era la stessa per tutti, tanto che , a Milano, cambiar casa fu detto «far San Michele», dal santo del 29 settembre; e «far San Martino» nelle città in cui gli sloggi avvenivano l'11 novembre.

A Trieste, San Bartolomeo, epònimo del 24 agosto, non entrò a far parte di locuzioni analoghe, probabilmente perché fatalmente collegato agli orrori della notte in cui avvenne la strage degli ugonotti. Non altrettanto tragiche, ma certo assai poco allegre furono per alcuni le notti del tramaco: «Quante volte - rievoca il Rutteri - la miseria accostava lungo un marciapiede le povere masserizie sloggiate. Allora interveniva l'Associazione di Beneficenza a sussidiare il trasporto o a raccogliere il poco di mobili in un magazzino del Comune o a pagare l'ultima rata d'affitto».

Il Dizionario del dialetto triestino di Ernesto Kosovitz, il cui compilatore aveva senza dubbio assistito agli episodi movimentati, pittoreschi o malinconici di più d'un 24 giugno, tuttavia, stranamente non registra tramaco. Ancor più curiosa è l'assenza di questa voce nel Pinguentini e davvero insolita la fretta con cui il Rosamani, senza neppure nominarla, si sbarazza in due righe del verbo tramacar, a suo parere in uso solo a Trieste e a Lussingrande con il significato di trasportare.


# 14 - 23 agosto 2006

Tramacar, un verbo dall’etimologia oscura

lLa nota riguardante «tramaco», che è comparsa sabato 12 agosto si concludeva rilevando l’assenza di quella voce in due dizionari del nostro dialetto e le poche righe ad essa dedicate da un terzo. Qualche giorno dopo, mi è giunto a casa il biglietto di una gentile lettrice, con il quale mi veniva segnalato che il verbo «tramacar» è «ampiamente» trattato nel vocabolario del compianto professor Mario Doria.

Verissimo. Ma dal testo da me inviato per la pubblicazione è stato tagliato l’ultimo capoverso nelle cui righe iniziali precisavo che alle reticenze dei tre dialettologi suppliva il Doria secondo il quale «tramacar è etimologicamente oscuro, ma possibile prestito da tramitare». Seguivano, nella parte omessa del mio testo queste informazioni, sempre ricavate dal dizionario del Doria: «Nell’agosto del 1972 a un lettore del Piccolo, che aveva chiesto lumi alle Segnalazioni, era giunta la risposta di un ingegnere, secondo il quale l’equivalente italiano di ”tramacar” è ”tramutare”, nel senso di mutare o spostare da un luogo all’altro». Difatti – soggiungevo – «nell’Inferno di Dante troviamo un ”si trasmutava per lo triste calle” e un ”fu trasmutato d’Arno in Bacchiglione”».

Naturalmente la colpa del mancato arrivo ai lettori di questi dati è tutta mia, per due motivi: primo, l’eccessiva lunghezza del mio testo, donde la necessità di tagliarlo; secondo, l’aver confinato notizie essenziali nell’ultimo capoverso. L’esperienza maturata nei lunghi anni di mestiere al Piccolo dovrebbe avermi insegnato che, quando si scrive per un giornale, è ottima regola cominciare col dare le informazioni indispensabili, riservando ai capoversi successivi quelle d’interesse via via decrescente, in modo da facilitare gli eventuali tagli, sempre dolorosi, sia nei testi altrui, sia, ancor più, nei propri. Molti anni fa, quando le righe erano di piombo («che non è gomma») un anziano tipografo, vedendomi indugiare nella ricerca delle frasi da eliminare, usava incitarmi col dire: «Coragio, Carpinteri, qua una volta iera un che taiava anche i discorsi del Duce».


# 15 - 26 agosto 2006

Chi troppo dimagrisce ha un aspetto «scunido»

«Luio scunissi, agosto indebolissi, setembre sepelissi»: il vecchio detto che nulla di buono ravvisa nei tre mesi chiamati in causa esordisce evocando la pietosa immagine dello «scunì», voce questa ben radicata e tuttora viva nel dialetto triestino, mentre non si può dire lo stesso del verbo «scunir», più diffuso in altre parlate venete. Infatti, nel vocabolario di fine Ottocento del Kosovitz, «scunido» non viene considerato un participio bensì un aggettivo equivalente a «dimagrato, macilento, scarno, secco, spento» e una sola riga è dedicata a «scunir», definito «verbo attivo», ovvero transitivo con il significato di «immagrare», vale a dire , secondo il Doria, «far dimagrire», «far deperire» , concetti insoliti nel diciannovesimo secolo cui furono felicemente ignoti sia i Lager, sia certi ambulatori, nei quali, con non molto maggiori probabilità di uscirne vivi, vengono praticate la liposuzione e la fasciatura dell'esofago a scopo dimagrante.

Oltre alla funzione da assegnare a scunir (il Manzini-Rocchi per accontentare un po' tutti lo qualifica «verbo transitivo e intransitivo, pronominale») vi è incertezza sulla sua stessa identità: il Doria e il Pinguentini rimandano da «scunir» a uno «sconir», assai poco frequente in bocca triestina, invece il Rosamani opta per il rinvio da «sconir» a «scunir». In tema di etimologia, poi, e se ne leggono d'ogni genere, a cominciare dal vocabolario veneziano edito nel 1829 da Giuseppe Boerio, secondo il quale il deperimento dello «scunì» viene assimilato al cadere dei calcinacci d'un edificio fatiscente e ciò, osserva il Pinguentini, a conforto di quanto sostenuto concordemente dal Doria, dal Manzini-Rocchi e da lui stesso, d'una derivazione della voce in questione da «exconicere», del latino parlato cioè «scolare» e quindi soggiunge: perché, riferendosi al significato, nel dialetto modenese, di «ribaltare tini e consimili recipienti per farne uscire il sudicio», non pensare alla «caduta delle incrostazioni delle botti»?

In realtà, dal verbo del latino classico, usato nell'espressione «conicere mustum in vasa», anche aggiungendovi il prefisso «ex» non si riesce spremere alcunché di convincente sull'etimo di «scunir», la cui parentela con il travaso del mosto e le botti da scolare sembra piuttosto lontana. Molto più attendibile è la tesi che, nel Grande Dizionario del Battaglia, fa discendere non solo il dialettale «scunìo» ma altresì il verbo «sconiare», appartenente da lunghi secoli all'italiano letterario, dal latino «excuneare», ossia «scalzare da una posizione di privilegio». Oltre all'analogia tra il deperimento d'un essere umano e la rimozione di un cuneo con prevedibili conseguenze deleterie (come nel caso della chiave di volta inserita nel punto più forte e più delicato di una struttura curva) persuadono la forma vernacola «scugnì» accanto a «scunì» e il fatto che sia nel nostro, sia in altri dialetti «cuneo» diventa «cugno» e incuneare «incugnar».


# 16 - 23 settembre 2006

Fragnòcola, l'antico buffetto che diventa piccolo piccolo

Talvolta, all'improvviso, dalle profondità della memoria riemergono parole dialettali non più udite né, tantomeno pronunciate dai tempi dell'infanzia. Un nome insolito letto sul giornale fa ricordare quello d'un compagno di scuola delle elementari, ed ecco si rivede l'aula delle elementari in cui, durante il riposo delle 10, tra un gran vociare, ci si rincorreva tra i banchi,infliggendo o subendo «fragnòcole» a volontà.

Fra-gnòcola o far-gnòcola? Entrambe le versioni sono diffuse e, com'era futile costume negli anni Novanta del secolo scorso, si potrebbe divertirsi a stabilire quale delle due sia di destra e quale di sinistra, aggregando all'una o all'altra le fre-, fri- fru-gnòcole delle varie province venete, la fargnòcula di Cherso, la frignàcule friulana e l'esorbitante fracagnàcola di Buie. L'ottocentesco dizionario del Kosoviz riconosce la cittadinanza triestina solo a fargnòcola, cui corrispondono le parole della buona lingua «buffetto» e «biscottino». Quest'ultimo non vuol dire soltanto «pezzetto di pasta dolce di forma oblunga», ma ha anche un secondo significato che, nella voce dedicatagli dal «Vocabolario della lingua italiana per uso delle scuole» di Pietro Fanfani, edito nel 1894, è esattamento lo stesso della nostrana fragnocola: «Leggiera percossa che si dà altrui scoccando il dito indice o il medio dal polpastrello del dito grosso». A «fragnocola», evitando accuratamente di citarla, per poter meglio sostenere la sua ingenua proposta di etimologista amatoriale, il Pinguentini preferisce «far-gnocola» da lui intesa come mezzo per «far gnoco», ma stranamente ignora il diminutivo «gnòcolo», assai più vicino a bernoccolo. Più accortamente il Vocabolario giuliano del Rosamani si richiama alla parola italiana «nocchio» che, secondo il Tommaseo, è «la parte più dura nel fusto e nei rami di un albero», alla quale è agevolmente collegabile l'aggettivo bernoccoluto. Nel dizionario del Doria «fargnocola» vale «colpo con le nocche», ma non se traggono conclusioni di carattere etimologico. Del resto, le nocche hanno ben poca parte nella dinamica della fragnocola, in quanto il colpetto, non sempre indolore, viene messo a segno con la punta del dito. Fargnocola, per il Kosovitz, ha (o aveva, ai tempi suoi) anche il significato di piccolo, mingherlino, scriato (cresciuto a stento) e caramogio (nano di corte, caricatura mal disegnata), termini ai quali, un altro dei vocabolari triestini, aggiunge una parola irriferibile, probabilmente scambiando l' occasionale doppiosenso di qualcuno con una metafora consolidata.


# 17 - 21 ottobre 2006

Il conflitto di interessi diventa «zapar i cali»

Un conto è darsi la zappa sui piedi e un altro pestare i piedi altrui. Al rustico zappare dell'italiano letterario fa riscontro, nel nostro dialetto, l'inurbato «zapar» di chi magari non sa distinguere una zappa da un badile, ma ha modo di dare fastidio al prossimo «zapandoghe i cali», vale a dire entrando in conflitto con i suoi interessi. Accade, pertanto, che il verbo vernacolo abiti in città e calpesti i marciapiedi (registrati, per l'appunto, come «zapapìe», nel dizionario del Doria), mentre il suo omologo della buona lingua, da bravo cugino di campagna, lavora la terra. Troppo vistosa è la differenza di significato tra le due voci per allontanare il sospetto che, di là dalla somiglianza quasi perfetta, anche le loro radici possano essere diverse. Gli usi del termine zappare, nel Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia, sono una mezza dozzina, ma nessuno ha qualcosa in comune con il pestare e il calpestare propri del nostrano zapar. A ricordarlo vagamente sono soltanto la similitudine con «il percuotere e il raspare il terreno, come sintomo di ostilità» dei cavalli o dei tori e l'allusione ad analoghi «segni d'impazienza o d'insofferenza delle persone». Ancor meno apparentabili fra loro appaiono le voci derivanti rispettivamente dalla forma italiana e da quella dialettale di zappare: zappata sta per colpo assentato con la zappa e «zapada» per pigiata, pestata; «zapon» fa opportunamente rima con il «pardon», d'obbligo quando si monta su un piede di qualcun altro, mentre «zappone» è la marra «con il ferro fatto a lingua da una sola parte» o la zappa «per pulire, ma non per lavorare la terra». Soltanto vernacolo è, invece, «zapafiori», appellativo ironico non tanto dei violatori del divieto di calpestare le aiuole, quanto delle persone dai piedi insolitamente grandi (che peraltro sono invidiabili perché possono comperare in fin di stagione, con il 50 per cento e anche più di sconto, scarpe di gran lusso numero 45). L'ottocentesco Kosovitz dà la precedenza all'equivante «calpestare» della voce zapar, registrando diligentemente i connessi modi dire tuttora in uso a Trieste e così fanno anche gli altri vocabolari del nostro dialetto, che mostrano scarso interesse per i riferimenti alla zappa, mentre il Manzini-Rocchi della parlata capodistriana li mette al primo posto e considera zapar un «triestinismo» di valore diverso da quello del locale «sapar» inteso esclusivamente come zappare, mentre per calcare i piedi , lasciare orme si usa «sapolar». Quest'ultima parola si ricollega, secondo il Doria, al verbo «zaplar», ovvero «scalpicciare» e, data l'esistenza sia di «zapola», orma, nel dialetto cadorino, sia di «zaploz», pesticciare, nella parlata engadinese, potrebbe essere di origine ladina, a meno che non derivi dallo sloveno "capljati" (pronunciato «zapliati») , zampettare, sgambettare. In tutti i casi, sarebbe quindi ipotizzabile una parentela con «zapar». Un modo per affrancare il verbo triestino e i suoi derivati da quella vera servitù della gleba che è la dipendenza da zappa è farlo discendere, come suggerisce il Pinguentini, da ciabatta, magari con l'aiuto di zampa. Si dirà che ciabatta viene dal turco, ma in triestino diventa «zavata» e in spagnolo scarpa, con il nome di «zapato», voci non dissimili dalla parola con cui si chiude una quartina di Giotti: «La neve xe par tuto/ su tuto: sula strada/ bela gualiva ancora/ da nissun no' zapada».


# 18 - 4 novembre 2006

Barca vecchia e malridotta ecco cos’è una «carobera»

Denigrare la roba d'altri è quasi sempre un mascheramento del desiderio di possederla. Lo sa bene chi ha cominciato sin da bambino a trasgredire il decimo Comandamento bollando con parole di scherno lo zainetto, il diario scolastico, i pennarelli, il temperalapis e quant'altre carabattole del compagno di banco gli parevano di qualità migliore delle proprie. Tra gli appellativi sprezzanti scambiati tra i «muli de strada» durante le gare, ovviamente in discesa, sui carretti muniti di «baliniere», o cuscinetti a sfere che dir si voglia, due soprattutto erano di rigore: cràzola e «carobera».

Se alla cràzola triestina (della quale ci siamo occupati a suo tempo) corrisponde, nella buona lingua, la raganella, comune metafora di cose rumorose e inefficienti, non è altrettanto facile individuare in un'unica parola l' equivalente italiano del termine dialettale carobera che, nel dizionario del Kosovitz, viene considerato sinonimo di «anticume» ovvero «ciscranna» - voce questa citata anche dal Doria, che indicava una seggiola con braccioli di aspetto imponenente («arciscranna») ma, a quanto pare, destinata a finire in soffitta tra gli oggetti fuori uso - e «sferra», cioè un ferro di cavallo rotto. A carobera sono stati e vengono tuttora associati i concetti di stamberga, donna male invecchiata, uomo dappoco e qualsivoglia oggetto in disordine, mentre cràzola (e, in italiano, «catorcio») è titolo spregiativo che spetta di solito alle automobili decrepite ma non abbastanza in là con gli anni da essere definite «d'epoca».

La ricerca dell'etimologia di carobera ha portato i dialettologi a formulare ipotesi inconciliabili. Il dizionario Manzini-Rocchi della parlata capodistriana fa derivare carobera dal latino «cadruviaria», casa da quadrivio e quindi più che modesta e malandata, in quanto - come precisa il Doria - la voce latina «quadruvium» indicò lande dapprima sterili e deserte, poi divenute vere e proprie topaie lontane dai luoghi densamente abitati. C’è chi ha scomodato le carrube o «carrobe», note per essere gradite ai cavalli. Uno studioso dedusse che le carrette sgangherate venissero chiamate carobere perchè facevano lo stesso rumore dei baccelli agitati dal vento sui rami del carrubo. È invece attendibile anche l'opinione di coloro i quali collegano la parola carobera, nel senso di cianfrusaglia, alle barche vecchie e malridotte chiamate «carobere» con cui veniva trasportata una merce di scarso valore come le «carobe». Quanto umili sono quei baccelli, tanto apprezzati furono, nell'antichità, i loro semi, dei quali ci si serviva per pesare l'oro ed erano detti «carati», dal greco «keràtion», carruba, donde la voce araba «qirata», ventiquattresima parte di un denaro.


2 dicembre 2006

Nelle isole pedonali si può andare a «torziolar»

Non si può dire che l'adozione del verbo pedonalizzare, avvenuta, secondo il dizionario Sabatini-Coletti, nel 1966, abbia reso più bella la lingua di Dante, ma la progressiva «pedonalizzazione» del centro storico ha senz'altro contribuito e sperabilmente contribuirà a rendere la città sempre più vivibile, anche se l'espressione «isole pedonali» richiama alla mente le riserve indiane e continua a far rimpiangere i tempi in cui si poteva «andar a torzio» senza problemi per tutta Trieste.

Per il Kosovitz , «torziolar» equivale non solo a bighellonare, ma altresì a «sdonzellare» e financo a «sparabicchiare», che in Toscana dev'essere stato un peccato grave per lo meno quanto l'andare «aioni, a gironi, a giostroni o a randàgine», mentre dalle nostre parti suggerisce il bonario appellativo di «torziolon». Tuttora vivi sono i modi di dire «aver la testa a torzio» , nel senso di essere con la mente altrove e «menar a torzio» per abbindolare il prossimo, citati dal Pinguentini, il quale preferisce non esprimersi sull'etimologia di torzio, che il Doria fa derivare «dal verbo veneziano torziar» e il dizionario della parlata capodistriana Manzini-Rocchi «dai tipi torzare e torzer» collegabili all'italiano torcere (si pensi a «torsione» che anticamente fu «torzione») e in definitiva dal latino «torquere».

Breve, del resto, è la distanza tra il significato di «girare, volgere, voltare» e quello che il participio di torcere assume nei versi di Dante «...pur nove anni / son queste rote intorno a lui torte». Nel Dizionario Giuliano del Rosamani «torziolar» oltre che dell'italiano bighellonare viene considerato sinonimo del dialettale «slondronar», parola non meno pirandelliana della «Signora Morli, uno e due». Infatti, per il vocabolario del Kosovitz slondronar con la elle nemmeno esisteva, dato che il suo dizionario del 1877 registrava soltanto il verbo transitivo «sdrondonar» con i significati di «romoreggiare, soqquadrare e bighellonare (quest'ultimo, sostituito dal prediletto «sparabicchiare», nell'edizione «emendata e accresciuta» del 1899); per il Manzini-Rocchi il verbo unico «sdrondenar» con la «e», se intransitivo, vale bighellonare e, se intransitivo, corrisponde a dondolare, da un onomatopeico dondonare; anche per il Rosamani il verbo è uno solo, «sdrondenare» ma con due valori: sonare a distesa e rumoreggiare, mettere a soqquadro (il sostantivo sdrondenon sta per «strepito dei carri»).

Inoltre sono chiamati in causa «sdrondinar» con la «i», sbatacchiare , oscillare con l'esempio «coss' che sdròndina 'sta porta», e «sdrondonarse» sinonimo di andare a zonzo; per il Pinguentini, a sdrondinar e sdrondonar, vagabondare derivanti dall' antico «lender», divenuto «schlendern» nel tedesco moderno, sono connessi slondron, scioperato e slondrona nel senso di passeggiatrice, che trova riscontro nelle parole toscane «slandra» e «landra» equivalenti a sgualdrina.


16 dicembre 2006

«Mufo», un aggettivo che si sposa con l’autunno

Non è in autunno, quando i cieli bigi e l'umidità sono, per così dire, istituzionali che ci lamentiamo per il tempo «mufo», bensì nella bella stagione come se una serie ininterrotta di giornate radiose, fosse dovuta per contratto ai nostri indefessi bagnanti. La parola evocatrice di malinconie - «pò el ziel i varda mufo/ e el scuro dela sera», canta sommessamente Giotti - si applica non soltanto alle condizioni meteorologiche deludenti, ma spesso alle persone tristi, avvilite o semplicemente di malumore e trova riscontro in un desueto «muffo», classificato «regionale» che, peraltro, ha l'esclusivo valore di «ammuffito».

Di quest'ultimo termine quello del dialetto triestino è evidentemente un traslato e tale lo considera lo stesso Giotti nel glossario pubblicato in coda al suo libro «Colori», perciò appare alquanto strano che l'italiano «muffoso» anziché mesto e depresso significhi, secondo i compilatori di vocabolari sia antiquati, sia di recente edizione, «altero, borioso, spregiatore superbo di altrui e di cose altrui», mosso «per lo più da eccessiva sicurezza di sé». La contraddizione si spiega tenendo conto dei vecchi detti «aver la muffa sotto il naso», atteggiamento denotante albagia e «venir la muffa» nel senso di «montare in collera per l'altrui impertinenza». Oggi al sentore di muffa che fa arricciare il naso si suole sostituire «puzza» o «puzzetta», ma il concetto è quello.

Più oscuro il discorso sull'origine di queste espressioni, che parte dal verbo «muffare», secondo alcuni derivante da un «mupfen» tedesco equivalente a «contrarre la bocca per mestizia». Ad avvalorare questa tesi, del resto respinta dal Doria, non contribuisce di certo l'irreperibilità del fantomatico «mupfen» nei vocabolari del tedesco moderno, che ospitano invece il verbo «muffen», saper di muffa, ma anche «fare il broncio» e l'aggettivo «muffig», immusonito, entrambi nient'affatto lontani dal «mufo» nostrano, nonché, ovviamente dalla muffa, la cui etimologia resta ignota, a parte il richiamo degli studiosi a una radice «muff», che a tutt'oggi non è chiaro se sia germanica o provenzale.

Del «mufo» triestino e veneziano è parente (tanto stretto che il dizionario del Rosamani rimanda da una voce all'altra) chi se ne sta «cucio» per vergogna , paura o, come accade in tempi d'oppressione, per non far trapelare il proprio pensiero. Il corrispettivo italiano di questo termine, stando al Kosovitz, sarebbe «chioccio» e a tal proposito il suo venerando vocabolario cita questa frase alquanto misteriosa: «Dopo l'ultimo rifrusto se ne sta chioccio». Dopo essere stati informati che «rifrusto» significa bastonato e «chioccio» oltre a voler dire «rauco come il verso della chioccia», in anni remoti valeva per «cheto», scopriamo di aver ancora qualcosa da imparare. Per esempio che, in triestino, non esiste «la cucia» nel senso di canile, bensì «el cucio», poiché questo termine non è solo aggettivo, ma anche sostantivo. E altresì verbo:infatti, quando diciamo «cucia!» a un cane non gli ordiniamo di andare alla cuccia bensì di «cuciarse».

Tratto da:

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Created: Wednesday, March 1, 2006; Last Updated: Friday, August 05, 2016  
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