Slavic
Endangered Languages



Brevi cenni sullo sviluppo storico della lingua croatata
di Marina Lipovac Gatti

All'inizio del VII secolo i croati si stabilirono nella loro dimora odierna, e con altri popoli giunti nella penisola balcanica si trovarono ad occupare lo spartiacque tra due grandi culture, quella latina e quella bizantina. La frontiera che separava l'Impero d'Occidente da quello d'Oriente attraversava e divideva i Balcani, ancora dai tempi di Teodosio (378-395): questo fatto fu decisivo per la vita politica e culturale dei croati e degli altri Slavi del Sud.

I croati, trovandosi nella sfera occidentale, aderirono al cattolicesimo, diversamente dal popolo serbo, che si legò a Bisanzio e in seguito alla Russia ortodossa. Così, in questa parte della penisola balcanica, l'uno accanto all'altro, attraverso i secoli si evolvevano due contesti culturali, due mondi vicini ma diversamente orientati, ai quali poi, verso la fine del XIV secolo, si sarebbe aggiunto quello islamico come conseguenza delle invasioni turche.

In tale contesto storico, la cultura e la religiosità dei Croati si sviluppano a contatto con quelle del mondo latino e italiano, mentre rimangono più sporadiche le relazioni con il mondo bizantino; è da ricordare però il grande valore dell'eredità dei fratelli Cirillo e Metodio, la cui opera fu continuata in Croazia dai loro discepoli.

Si può dire che l'ambito culturale croato si sia mostrato sempre aperto e ricettivo nei confronti dei movimenti letterari e spirituali europei, partecipandovi anche con un proprio apporto, dal Medioevo al Rinascimento fino ai giorni nostri. Radoslav Katicic, autore del testa Duemila anni di cultura scritta in Croazia (1), riassume così il significato di questi molteplici legami: "Nessun popolo crea da solo la propria cultura. La cultura, quando è veramente tale, è il luogo di incontro di un popolo con l'altro. E se non fosse così, nella cultura non ci potrebbe essere la vera umanità, non ci sarebbe spazio per gli uomini."

Gli inizi della lingua letteraria croata risalgono alla fine del IX secolo, periodo in cui i croati con la liturgia slava ricevono sia lo slavo ecclesiastico, sia la grafia glagolitica (2). Lo slavo ecclesiastico, prima lingua letteraria slava, fu elaborato da Cirillo per i numerosi fedeli di lingua slava. Si basava su un dialetto meridionale, parlato nei dintorni di Salonicco e affine ai dialetti macedoni, allora non molto differente da altre lingue slave e quindi facilmente comprensibile.

L'alfabeto glagolitico introdotto dai fratelli Cirillo e Metodio rimase in uso presso i croati fino al XVII secolo assumendo una particolare forma 'angolata' (agiata glagoljica), tipica del glagolitico croato. I sacerdoti croati che celebravano il rito in slavo ecclesiastico, detti glagoljaši, occupavano una posizione particolare all'interno della Chiesa Cattolica, in quanto redigevano i propri testi liturgici e provvedevano all'istruzione dei novizi. Nel contempo continua in Croazia la più antica tradizione liturgica latina, ripresa soprattutto dai benedettini nel IX secolo, coltivata e mantenuta in seguito nei monasteri.

Si può osservare come presso i croati sin dall'inizio si fosse affermato il bilinguismo letterario, che caratterizzò a lungo la loro letteratura. Grazie anche a questo duplice impulso, la cultura scritta si propagava rapidamente (non sempre senza conflitti), e nei testi slavo-ecclesiastici, liturgici e laici compaiono presto diversi tratti linguistici croati, redazioni croate, in primo luogo in dialetto cakavo, ma anche in kajkavo. E già dal XIV secolo negli scritti di natura laica prevale la lingua volgare (pučki jezik) (3), mentre gli elementi slavo-ecclesiastici si fanno più sporadici.

Si ricorda spesso, per la sua rilevanza storica e per la sua bellezza, la lapide glagolitica di Baška (Baščanskaplaca), atto di donazione del re croato Zvonimìr all'abazia di Santa Lucia a Krk (Veglia), incisa sulla pietra intorno al 1100. Essa è quasi interamente in croato, possiede un'armoniosa struttura ritmica e un discreto livello letterario, ed è ritenuta il simbolo dell'antica cultura croata.

In alcune regioni verso il 1200 compare l'alfabeto cirillico occidentale, detto bosančica, mentre il primo documento in lingua croata scritto in caratteri latini, riguardante l'ordinamento conventuale delle suore domenicane, risale al 1345.

In seguito fiorisce in Croazia una ricca letteratura medioevale, che comprende vite di santi, sacre rappresentazioni, poesia di ispirazione religiosa, racconti e romanzi. In molti casi si tratta di opere tradotte. Vengono redatti anche numerosi testi liturgici, sia in latino, sia in croato.

Questo periodo è determinante per la storia della lingua e della letteratura croata, non solo per il valore intrinseco di alcune delle opere, ma anche per la continuità che esse attestano con la lingua odierna, specialmente nel lessico e nella fraseologia. La comparsa della stampa, limitata ai caratteri latini e glagolitici, rende i testi più accessibili all'uso comune, creando le premesse per il periodo successivo, quello dell'Umanesimo e del Rinascimento.

Verso la fine del XV secolo si assiste alla fioritura delle lettere umanistiche, soprattutto in città adriatiche come Dubrovnik (Ragusa), Split (Spalato) e Zadar (Zara), sulle isole Korčula (Curzola) e Hvar (Lesina) - ma anche nelle regioni settentrionali - dove intense sono le relazioni con gli umanisti italiani e di altre nazioni. La letteratura rinascimentale croata raggiunge il suo pieno splendore anche prendendo a modello autori italiani dell'epoca. Si era creato, infatti, un clima di intensi contatti con l'altra sponda adriatica: i testi si scrivevano, oltre che in croato e in latino, anche in italiano. Lo spalatino Marko Marulić (1450-1524), uno dei più noti umanisti del suo tempo, vuole esprimersi anche in lingua volgare, sfruttando presupposti letterari - metrici, prosodici e lessicali - già esistenti. Il suo poema Judita («Giuditta») segna l'inizio della letteratura laica: nella prefazione (1501) egli afferma di aver scritto quei versi in croato, "in modo che li possano comprendere anche coloro che non conoscono il latino" e ammette di aver avuto come modelli sia la poesia religiosa dei primi poeti croati, (začinjavci), sia i poeti classici.

Sono da considerare, a partire da questo perìodo, le conseguenze delle invasioni turche, che lasceranno libere solo le zone costiere e le regioni settentrionali croate. Marulić, nella sua poesia Molitva suprotiva Turkom («Preghiera contro i turchi»), invita il Papa ad unire i regnanti cristiani contro la violenza e i sacrilegi. Le incessanti lotte contro i turchi rimarranno presenti poi per altri tre secoli nelle opere dei poeti croati.

Alla fine del XV secolo il dialetto štokavo entra nella letteratura croata, grazie alle opere e al crescente prestigio degli autori di Dubrovnik: ciò pone le basi della lingua letteraria croata moderna.

L'attività letteraria e culturale continua durante la Riforma, il Barocco e le epoche successive, e di conseguenza un'attenzione più consapevole è rivolta agli aspetti filologici. Si menziona spesso il Dictionarium quinque nobilissimarum Europae linguarumde del lessicografo Faust Vrančić (Faustus Verantius) (1551-1617), comprendente 5000 voci čakavo, latino, italiano, tedesco e ungherese. L'autore ricerca, come dichiara egli stesso, "le espressioni unicamente croate"; grazie al suo contributo seguiranno altri lavori di raccolta e di elaborazione del lessico. Il gesuita Bartol Kašić (Bartholomaeus Cassius) scrive nel 1604 la prima grammatica croata, considerata un importante passo avanti verso la definizione dello standard linguistico. L'autore si basa sul dialetto čakavo, scegliendo la variante più diffusa, ma mostra anche una notevole apertura verso lo štokavo. Juraj Habdelić, conscio della presenza di svariati dialetti in Croazia, pubblicherà nel 1670 un vocabolario del dialetto kajkavo (di 12000 parole) ad uso scolastico. Sempre per merito di Habdelić, rettore del collegio dei gesuiti, verrà fondata l'Università di Zagabria, nel 1669.

Nel corso del XVI e XVII secolo il dialetto štokavo si espande ulteriormente (soprattutto per l'afflusso di profughi dalle ragioni štokave invase dai turchi) così da comprendere la maggior parte del territorio croato. Nelle regioni intorno a Zagabria e Varaždin, storicamente e culturalmente molto omogenee, si parla invece il kajkavo. Questo dialetto possedeva anche una nutrita letteratura, sviluppatasi durante il Barocco e l'Illuminismo, e per la sua compiutezza normativa assumeva già caratteri di lingua standard. I parlanti del kajkavo non sentivano però lo štokavo come estraneo: il testo della Bibbia diffuso nel territorio kajkavo, ad esempio, era di tradizione štokava.

Faust Vrancic c (Faustus Verantius), Dizionario di cinque nobilissime lingue. Stampato a Venezia nel 1595. Bartol Kasic {Bartholomaeus Cassius), la prima grammatica croata. Stampata a Roma nel 1604.

L'esigenza di unificare la lingua croata era sempre più viva e sentita, ma nonostante ciò l'unità linguistica non si poteva ottenere facilmente, "non solo perché la letteratura croata era scritta in lingue letterarie che si basavano sui rispettivi dialetti čakavo, štokavo e kajkavo, ma anche perchè la stessa lingua a base štokava non si presentava come unitaria. I testi letterari avevano tratti specifici, propri del luogo di origine dell'autore, mentre l'ortografia si differenziava a seconda degli influssi: italiano nelle zone adriatiche, ungherese nelle zone settentrionali" (4).

Dopo diversi tentativi tendenti all'unificazione del croato, questo traguardo venne pienamente raggiunto soltanto verso il 1835 col Movimento Illirico (di concezione romantica, ma anche di propositi illuministici e didattici), per opera di Ljudevit Gaj. La riforma illirica optò definitivamente per lo štokavo come lingua standard e per l'alfabeto latino. La grafia venne resa univoca e Gaj introdusse i segni diacritici (dal ceco vengono presi "č", "ž", "š"; dal polacco il grafema ć, e in seguito si introduce il grafema đ; alcuni suoni sono resi tramite due segni grafici - o «digrammi» - come lj, nj, dj o gj). Cessa anche la tradizione del bilinguismo, il latino è abbandonato, mentre italiano, tedesco e ungherese permangono ancora per diverso tempo.

I seguaci dell'Illirismo erano disposti a rinunciare al kajkavo (anche se kajkava era la maggioranza dei seguaci del movimento) pur dì realizzare l'unità linguistica dei popoli slavi del sud; per questa ragione chiamavano la lingua croata "lingua illirica". Animati da tali ideali parteciparono nel 1850 all'accordo di Vienna (5), che si proponeva di unificare la lingua letteraria croata con quella serba scegliendo un unico dialetto (lo štokavo di pronuncia jekava) ma queste aspirazioni rimasero deluse, sia in quella sede sia in seguito.

Sul finire del XIX secolo le ricerche e i dibattiti sulla lingua letteraria continuano nell'ambito della scuola linguistica zagabrese, fondata da Ludevit Gaj insieme al filologo Vjekoslav Babukić e allo scrittore Ivan Mažuranić; la scuola raggiunge il suo apice col filologo Adolf Weber Tkalčević e il lessicografo Bogoslav Šulek. Si presta molta attenzione alla purezza della lingua, si sostituiscono molti termini di origine straniera e si cerca di creare anche una terminologia scientifica propriamente croata. Seguono poi, all'inizio del XX secolo, nella cerchia linguistica zagabrese, diversi importanti lavori, che tengon conto dell'opera riformista di Vuk Stefanović Karadžić e Duro Daničić: è pubblicata l'Ortografia croata di Ivan Broz nel 1892, basata sul principio fonologico, il Vocabolario della lingua croata di Iveković-Broz nel 1901, e la Grammatica e stilistica della lingua croata o serba, di Tomo Maretić nel 1899. Questi nuovi testi e strumenti linguistici risolvono molteplici quesiti e incertezze riguardanti la standardizzazione della lingua e l'ortografia. Viene accettato come lingua letteraria il di aletto:štokavo di pronuncia jekava parlato in Erzegovina, e per l'ortografia è assunto il criterio fonologico (6).

L'assetto della lingua letteraria croata è così raggiunto, in quanto da allora fino a oggi ha soprattutto ampliato il lessico e perfezionato la forma, senza ulteriori mutamenti significativi (7).

Ultimamente, nel nuovo contesto politico e culturale, si osserva la tendenza a riconsiderare il ruolo dei dialetti rispetto all'evoluzione della lingua standard croata, si presta maggiore attenzione allo štokavo di tipo occidentale, presente nella struttura prosodematica e nel sistema accentuativo della lingua croata, e sono attentamente esaminate le relazioni tra la lingua come standard e la lingua come sistema, argomento, questo, che verrà approfondito nella postfazione del prof. Silić.

I tre principali dialetti della lingua croata

La lingua croata possiede tre principali dialetti, čakavo, kajkavo e štokavo, la cui denominazione deriva dal diverso modo di esprimere il pronome interrogativo-relativo ca? , kaj?, sto? (che cosa?). I tre dialetti si distinguono dal punto di vista fonetico, morfologico, lessicale e sintattico, come anche nell'accentuazione.

Già prima dell'arrivo di popolazioni slave nella penisola balcanica, quindi ancor prima del periodo tra il III e VII secolo, queste caratteristiche erano presenti nelle loro parlate, e nel corso delle epoche successive le diversità tra i dialetti aumentarono ancora considerevolmente. Inizialmente, nel VII secolo, il kajkavo e il čakavo, essendo più vicini, avevano alcuni tratti comuni, che però vennero meno, soprattutto in seguito al mutamento dell'assetto territoriale. Fino al XIV secolo questi due dialetti erano parlati in aree più estese rispetto ad oggi, ma gradualmente, a partire dal XV secolo, il loro spazio sì ridusse a favore dello štokavo. Sotto le pressioni dell'invasione e dell'occupazione turca, avvennero numerose migrazioni e spostamenti delle popolazioni štokave verso le regioni settentrionali. Altri spostamenti ci sono stati anche in tempi più recenti, spesso per motivi economici.

II dialetto štokavo

Lo štokavo è oggi il dialetto più parlato in Croazia (anche i popoli serbo, musulmano e montenegrino parlano lo štokavo). Si parla in štokavo nella maggior parte della Dalmazia e della Slavonia, a Kordun, in Lika e Banija, e anche in parte a Zumberk. Questo dialetto, similmente al čakavo, non si presenta come univoco, data anche la sua considerevole estensione territoriale, ma si suddivide in tre gruppi, secondo la pronuncia dell'antica jat. Abbiamo così la zona nord-occidentale, ikava, dove l'antica jat viene pronunciata i, la zona meridionale (centrale) dove si pronunciale nelle sillabe brevi e ije nelle sillabe lunghe, e la zona orientale, ekava, dove si pronuncia e. Conserva inoltre molti vocaboli di origine turca.

In dialetto štokavo-jekavo sono scritte numerose opere letterarie del passato, della cerchia ragusea nel XV secolo, come quelle di Šiško Minčetić, Dzore Drzić e Dinko Ranjina, e quelle del celebre commediografo Marin Držić, nel XVI secolo. La pronuncia ikava veniva invece usata da alcuni autori croati del XVIII secolo come Andrjia Kačić Miošić e Matija Antun Reljković. La pronuncia ekava interessa soltanto una piccola parte della Slavonia orientale. Sia l'ikavo che lo jekavo vantano una notevole letteratura popolare che si esprime in poesie e racconti.

Il dialetto čakavo

II dialetto čakavo si parla in Istria, sul Litorale croato, sulle isole fino all'isola di Vis (Lissa), in una parte della Dalmazia, nelle città di Zadar e Split, in Lika e a Gorski kotar.

In šakavo furono scritti i più antichi documenti della cultura croata, come Baščanska ploca del 1100, e Vinodolski zakonik (codice di Vinodol) del 1288 e soprattutto sono da ricordare alcuni importanti autori del XV, XVI e XVII secolo, come Marko Marulić, Petar Hektorović, Hanibal Lucić, Petar Zoranćc, Brne Krnarutić e Juraj Baraković. A questi grandi nomi del passato si aggiungono i cultori della letteratura regionale dei tempi più recenti.

L'estensione del dialetto čakavo, molto maggiore nel passato, si è ridotta per la presenza dello štokavo (talvolta anche del kajkavo) a partire dal XV secolo. Ai tempi delle invasioni turche, i parlanti del čakavo emigravano spesso in Austria e in Ungheria, dove esistono tuttora enclavi di questo dialetto.

Anche il čakavo, secondo i riflessi dell'antica jat, ha diverse pronunce: ekava, ikava, ìkavo-ekava e jekava.

Il dialetto čakavo conserva un considerevole numero di vocaboli e forme arcaiche, altrove del tutto scomparsi, e utilizza numerosi termini di origine italiana. Anche il suo sistema accentuativo è simile a quello arcaico.

Il dialetto kajkavo

II kajkavo si parla nella Croazia nord-occidentale, nella Podravina occidentale, nelle zone di Medimurje, Zagorje, Prigorje e Posavina, a Gorski kotar e in una parte dell'Istra (Istria) settentrionale.

Il kajkavo ha sviluppato una ricca letteratura nel corso del XVI, XVII e XVIII secolo; ai suoi più noti rappresentanti del passato, come Antun Vramec, Juraj Habdelić e Tito Brezovački, si aggiungono, nelle epoche seguenti come anche ai giorni nostri, altri autori di poesia e di prosa.

La pronuncia del kajkavo è soprattutto ekava, sebbene in alcune zone, per l'inserimento delle popolazioni cakave, è presente anche la pronuncia ikava.

Questo dialetto ha conservato molti vocaboli arcaici, e diversi vocaboli sono di origine tedesca o ungherese. Anche il sistema accentuativo continua quello arcaico.


Note:

  1. Katicic-Novak, Duemila anni di cultura scritta in Croazia, Zagreb 1990, pag.13.
  2. II sostantivo glagolìtico deriva da glagolatì («parlare»); compare spesso nei termini ecclesiastici e risale alla fine del Medioevo. Dallo slesso teina deriva il nome dei sacerdoti glagoljasi, chiamati così perché usavano testi slavo-ecclesiastici scritti in glagolitico.
  3. Con l'espressione «lingua volgare>> sì intende la lingua comunemente parlala.
  4. Tezak-Babic, Gramatìka Hrvatskog jezika, Z&gréb 1994, pag.13.
  5. Nel 1850 a Vienna si incontrano alcuni importanti membri del movimento Illirico (Ivan Kukuljevic, Dimitrije Demeter, Ivan Mazuranic, Vinko Pacel, Stjepan Pejakovic) con Vuk Stefanovic Karadzic - il promotore della riu-nione - e Duro Danicic come rappresentanti serbi, e con lo sloveno Franjo Miklosic. In Serbia, sotto l'influsso del pensiero di Karadzic, sarebbe stata abbandonata la lingua letteraria (ecclesiastica) russoslava e serboslava da tempo troppo distanti dalla lingua parlata. Entrambe le lingue letterarie avrebbero avuto come base il dialetto Stokavo di pronuncia jekava, già presentì sia nelle fiabe e nei canti popolari, sia nel vocabolario di Karadzic del 1818 e del 1852 (secondo questo accordo i croati avrebbero abbandonato 1' ikavo, come anche l'estremo jekavo, su cui si basava l'antica letteratura ragusea).
  6. Ciò in conformità al modello proposto da Vuk Stefanovic Karadzid nell'ambito della sua riforma della lingua serba. Di conseguenza, anche le diversità ira le due lingue letterarie, quella croata  e quella serba, diminuiscono considerevolmente, senza però arrivare ad una forma unitaria: la normativa linguistica di ciascuna delle due lingue segue il proprio corso.
  7. II contesto politico della ex-federazione iugoslava, verso la fine degli anni '70, tendeva a far prevalere le ragioni ideologiche cercando di omologare in modo forzato il croato e il serbo letterario, senza rispettare quelle di natura storica e linguistica, cosicché le principali istituzioni culturali croate si sono trovate nella condizione di dover difendere l'autonomia e l'identità della propria lingua.

Tratto da:

  • Marina Lipovac Gatti, Grammatica della lingua croata, presentazione Aldo Cantarini, Postfazione Josip Silić, Hefti Edizioni (Milano, 1997), ISBN 88-85933-29-7.

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Created: Thursday, April 07, 2005; Last Updated: Sunday, June 19, 2011
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