Glagolitic
Linguistics


La Liturgia Glagolitica in Istria

La questione del glagolitismo nacque ed ebbe una certa eco nella stampa regionale e italiana nell'ultimo decennio del secolo scorso.Alcuni deputati croati, rappresentanti la minoranza della Dieta provinciale dell'Istria che si riuniva a Parenzo, presentarono nel 1892 alla giunta una loro interpellanza a favore della liturgia «vetero-slava» nelle chiese di campagna dove, a loro dire, era da tempo introdotta ed usuale. Si richiedeva in particolare l'intervento' dell'autorità politica in una questione di culto, e ciò solo per lo scopo politico non esplicitamente dichiaratodi consolidare nelle funzioni religiose l'uso d'una lingua slava, ben oltre le prescrizioni della Curia romana e dei vescovi diocesani.

Di che cosa si trattasse è presto detto, anche se controverse interpretazioni di alcuni documenti fecero sconfinare la questione sul terreno della dotta erudizione. Nel IX secolo le tribù slave stanziatesi nella penisola balcanica erano state evangelizzate per opera precipua dei santi Cirillo e Metodio, provenienti da Bisanzio, i quali avevano adattato alla lingua slava i testi liturgici creando il cosiddetto glagolitico. Questo non va confuso peraltro con l'alfabeto cirillico, usato nelle zone di preminente influsso greco. Il glagolitico venne invece adoperato nei .Balcani settentrionali, in Boemia e in Moravia, poi sporadicamente in Slovenia e in Croazia, ad opera di preti e frati slavi rimasti uniti alla chiesa di Roma, mentre il cirillico diventò alfabeto ufficiale della Chiesa ortodossa in Bulgaria, in Serbia e in Russia, dopo il distacco di essa dalla Chiesa cattolica.

Nuclei di popolazione slava erano migrati dall'Est verso l' Adriatico fin dai secoli VII e VIII; però il loro numero e la loro consistenza crebbero solo nei periodi delle gravi pestilenze che spopolarono l'Istria e la Dalmazia, nel '300, nel '500 e nel '600. Fu allora che insieme alla loro gente giunsero nelle diocesi latine di Dalmazia e d'Istria anche singoli sacerdoti e monaci slavi, con i loro messali glagolitici. Era povera gente, spesso ignorante e superstiI ziosa, ed anche nelle sacre funzioni ripeteva nenie e formule mal comprese. Il rito tollerato dai vescovi pur di salvare Iuna parvenza d'organizzazione cristiana, per quanto deprecato, rimaneva lii mitato alle zone più povere e interne dell'Istria, da Pinguente a Rozzo ad AIbona a Barbana, ed anche sulle isole di Cherso, Lussino e Veglia ed altre di Dalmazia. Qualche incoraggiamento a tale liturgia, ritenuta più popolare, venne da sacerdoti e da famiglie inclini alla Riforma religiosa, come i Barbo del Pisinese e i Bocchina di Ossero.

LA REPULSA

Nonostante le difficoltà, derivanti dalla povertà e dalla scarsa popolazione della provincia, e dalla conseguente lentezza di diffusione della cultura (per cui i Seminari delle diocesi istriane non ebbero vita prospera), nel corso del '700 le condizioni di vita, e particolarmente della vita religiosa, registrarono un indubbio miglioramento, ed anche i I vescovi ne diedero testimonianza nelle relazioni delle visite pastorali. La vicinanza delle città costiere, più ricche e fervide di cultura italiana e cattolica, favorì l'avvicinamento dei costumi della gente dell'interno, una certa assimilazione linguistica, la fusione di usi, la conseguente scomparsa della più rozza e primitiva religiosità. In questo quadro anche la liturgia glagolitica - rimasta sempre però di «rito latino» - si ridusse ulteriormente e in molti luoghi scomparve del tutto.

MOTIVI POLITICI

Quando però il «vetero-slavo» delle chiese di campagna, mal compreso dagli stessi sacerdoti e fedeli di lingua croata, stava per sparire, ci fu chi volle farlo rifiorire, per motivi politici. Il clero slavo della nostra regione, che da ceto più colto si era posto alla guida del movimento nazionale croato, mirava ad accentuare ogni elemento che servisse a differenziare la popolazione slava da quella italiana. Nel 1848, quando le città italiane avevano innalzato bandiere e coccarde tricolori, il clero slavo esprimeva dichiarazioni di fedeltà alla monarchia asburgica; negli anni successivi, mentre il movimento nazionale italiano dimostrava spiriti liberali e antitemporalistici, l'Austria stipulava il Concordato con Roma (1855) e poneva alla testa delle diocesi giuliane prelati politicamente sicuri, spesso tratti dal clero croato e sloveno della campagna.

La politica governativa, inaspritasi dopo le sconfitte austriache del '59 e del '66, rendeva più difficile la vita del clero di sentimenti italiani e di educazione liberale. Le vocazioni sacerdotali fra gli italiani dell'lstria diminuirono, e fu così ancor più facile colmare i vuoti con sacerdoti slavi, od anche boemi ed austriaci, perfino nelle città della costa. Nel clima di progressiva valorizzazione, ad opera congiuntamente del governo e del clero, delle pretese slave, si inserisce anche la questione del glagolitico, sollevata da preti e frati politicanti per consolidare e incrementare la tradizione slava in lstria. 

Non si può dire tuttavia che essi abbiano trovato buon gioco nel tentativo, poichè vi si opponevano, sia pure con motivazioni diverse, la Curia romana, gli studiosi di storia ecclesiastica e le stesse popolazioni. La Curia pontificia, e per essa Leone XIII e Pio X, richiamarono i sostenitori del glagolitico ai principi del rito latino e li diffidarono dall'introdurre tale rito (quelli dicevano veramente di reintroidurlo) dove non era praticato. Gli storici, e basti ricordare il sacerdote Giovanni Pesante, lo storico rovignese Bernardo Benussi, l'illustre studioso osserino Francesco Salata e illussignano prof. Melchiade Budinich, dimostrarono l'esiguità del fenomeno glagolitico e la sua eccezionalità, tollerata solo in epoche di generale imbarbarimento.

L'UNANIME PROTESTA DELLE POPOLAZIONI PER LA LATINITÀ MINACCIATA

Le popolazioni poi protestarono vibratamente in più d'una occasione contro ogni innovazione nel rito sacro sia presso i vescovi diocesani che verso Roma. Gli sforzi di mons. Volarich in Istria e anche successivamente quelli del vescovo Mahnich a Veglia sortirono effetti modesti, e talvolta anche opposti alle loro intenzioni. La politicizzazione da questi operata d'una questione liturgica fu dagli onesti della loro parte riprovata, e stimolò negli avversari il bisogno di studiare la questione meglio e di diffondere poi i risultati. Si chiarì così che il più antico documento «vetero-slavo» dell'Istria, il «Razvod Istarski». compilato da due preti glagolitici e attribuito al 1325, è di ben .due secoli posteriore. Tutti gli altri scritti di simile natura sono di modestissimo valore, annotazioni o poco più, a margine di messali, qualche iscrizione e graffito in poche chiese di campagna, testamenti nuncupativi (e abusivi) e registri parrocchiali solo per periodi brevissimi e in località isolate e d'una fascia ben delimitata. A Lussingrande, solamente, l'abuso durò dal 1560 al 1674.

Quegli stessi fedeli, i quali giustamente richiedevano che la spiegazione del vangelo, le prediche e i canti fossero espressi nella loro lingua materna, anche croata, non tolleravano innovazioni arbitrarie nella celebrazione dei sacri Misteri. Il «vetero-slavo» o glagolitico non riusciva loro più comprensibile del latino, ed aveva sapore di panslavismo e di allontanamento dalla Chiesa madre di Roma, cui erano attaccati, tanto più in quanto la solidarietà slava auspicata dai politici croati trovava spesso amici e sovvenzionatori non disinteressati nella Russia o nella Serbia greco-ortodosse.

Le più significative e genuine opposizioni alla balcanizzazione delle chiese istriane vennero proprio da semplici fedeli. Così, quando il frate Smolje volle, contro la secolare tradizione, celebrare la messa in glagolitico nella parrocchia di Neresine, la domenica 22 settembre 1895, tutti i presenti uscirono dalla chiesa, e fuori corsero parole grosse e scoppiò un tumulto contro l'incauto francescano. Del 1901 e del 1902 sono le motivate opposizioni a stampa dei municipi di Ossero, Cherso e Lussinpiccolo per la conservazione della latinità della Chiesa in quella che fino al 1828 era stata la diocesi di Ossero, latinità minacciata dal vescovo di Veglia Mahnich, che Pio X non esitava a definire «un fatto di liturgia slava cocciuto».

Un altro episodio si potrebbe fra i tanti citare, successo la seconda domenica d'aprile de11906, quando un frate forestiero prende a celebrare in rito slavonico la Messa in San Francesco di Cherso. Appena scoperto l'inganno, un'indignata reazione scoppia nella chiesa, da cui escono tutti lasciando isolato e confuso il troppo zelante croato. L'abuso d'una santa Messa a scopo politico appariva un feroce insulto ad una popolazione moltò religiosa, ma anche fieramente italiana.

Tratto da:

  • Vittorio Fragiacomo, "La liturgia glagolitica in Istria", Pagine Istriane, gennaio-giugno 1986, Rivista trimestrale di cultura fondata a Capodistria nel 1903 (Genova, 1986), p. 49-51.

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Created: Sunday, September 09, 2001; Last updated: Wednesday, April 30, 2014
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