Myths and Legends


Leggende e frottole di Trieste e dintorni

La Bora

Duino

Il Carso

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Diavoli e incubi

Altre frottole e novità

La Bora

La Bora di Trieste

Particolare della Venere del BotticelliSecondo la tradizione popolare il famigerato vento carsico, la Bora, che non segue mai una direzione precisa, è una vecchissima strega con un figlio, il Borino. Ambedue abiterebbero in una caverna carsica con l'apertura sbarrata da un grosso masso. Nel periodo invernale, ama però uscire dal suo rifugio e, assieme al figlioletto Borino, scagliarsi furiosamente su qualsiasi cosa incontri. Gelida e violenta, si abbatte sulle persone, sulle automobili, sulle finestre delle case, sugli alberi. Spesso la Bora sguscia fuori e deve essere spinta dentro nuovamente. Infuria per tre, nove o perfino quindici giorni.

  • "Quando la Bora se move, o uno o tre o cinque o nove".

Quando la vecchia strega soffia per nove giorni, la gente dice: "In tre giorni la nassi, in tre giorni la cressi, in tre giorni la crepa". Altri detti dei marinai sono: 

  • "A Fiume la nasce, a Segna la fiorisce, a Trieste la crepa". 
  • Inoltre: "Piova e vento, le strighe va in convento, sol e bora le strighe va in malora".
  • "Tre calighi fa una piova, do fa bora" (tre nebbie portano la pioggia, due la Bora). 
  • "Tre barbe bianche prima mentirà che le tre bore di marzo mancherà" (sarà più facile che tre anziani mentano che le tre Bore del 7, 17 e 27 marzo manchino) (Lissa).

In passato si credeva che la Bora preannunciasse lo scoppio di una guerra. A Trieste si credeva che, quando veniva impiccato un criminale o quando un suicida si impiccava nel Bosco dei Pini o presso una fonte nel Boschetto (nel cosiddetto Boschetto dei Suicidi), la Bora avrebbe soffiato per tre giorni. Oppure si dice che, quando la Bora imperversa con violenza, qualcuno si è tolto la vita o ha venduto l'anima al diavolo.

Su molte alture del Carso la gente mostra le "caverne della Bora". È nota una presso Trieste ed un'altra sopra Segna nel Quarnaro, dalla quale la strega si scatena con i suoi "refoli". Nel Goriziano si diceva avesse un rifugio in un burrone a Gargaro, fra il monte San Gabriele ed il Monte Santo.

Secondo un'antica leggenda, i Veneziani abbatterono i grandi querceti nelle zone carsiche della costa adriatica per ricavarne il legname per la costruzione della loro flotta. Per questo motivo la maledizione degli schiavi incatenati ai banchi delle galere ricadde sulla patria del legno delle navi, dove i boschi morirono: da quel tempo sul Carso imperversa la Bora.

È comunque fatto storico che quei boschi erano già stati abbattuti molto prima che i Veneziani vi si stabilissero.

Via della Bora

A Trieste c'è la Via della Bora. I cronisti antichi spiegano il nome col fatto che, tra le strade della città, era la più esposta alle raffiche del vento. Si trova in salita, addossata all'alta abside della Chiesa di S. Maria Maggiore, tra Via della Cattedrale e Via del Collegio. In realtà la bora vi si incanala e la sua forza tra i muri stretti si fa ancora più sensibile. Però nella città, che si è allargata molto fuori dell'antico colle di S. Giusto, i punti esposti al vento sono più numerosi e aumentano con l'aprirsi di nuovi sbocchi stradali, in cui non si tiene più conto della direzione del vento, per cui si trovano ampie vie in piena battuta.

Invece Città Vecchia ha i suoi ripari, perché le strette vie si allineano tra le alte case che offrono una difesa dalla bora. Così, preferendo queste strade nelle giornate di maggior vento, i triestini solevano dire «per le fodre», perché, come le fodere dei vestiti, queste vie servivano da protezione contro la bora. Sono poche ormai, però, le vie superstiti con questa caratteristica.


La Bora, in verità, era una ninfa che abitava i boschi del Carso. Soffiava durante l'estate per portare refrigerio agli uomini che lavoravano questa dura terra. Un giorno, però, giunsero da lontano degli uomini cattivi che impiantarono di prepotenza le loro dimore sul suolo carsico. Fatalità volle che proprio uno di questi burberi coloni uccise l'amato di Bora, e la ninfa, per vendetta, si mise a soffiare gelida e con violenza. E' così che divenne nemica degli uomini e da allora ogni inverno fa sentire la sua fredda rabbia.

La Signora di Trieste

In un tempo che non si riesce a ricordare, Vento scorrazzava per il mondo con i propri figli. Tra di essi c'era anche la giovane Bora. Un giorno l'allegra combriccola capitò in un verdeggiante altipiano che scendeva ripido sul mare. Vento si distrasse un momento e subito Bora si allontanò dal gruppo, per correre a divertirsi scombussolando tutte le povere nuvole che abitavano quel pezzo di cielo. Affaticata dalla corsa scalmanata, entrò in una grotta, dove aveva trovato rifugio da tutto quel trambusto il mitico eroe Tergesteo.

Tergesteo era forte, bello e molto diverso dai suoi fratelli Venti, dal Mare, dalla Terra e da tutto quello che fino a quel momento Bora aveva visto e conosciuto, tant'é che se ne innamorò perdutamente. L'Amore prese in mano le redini del gioco e i due vissero felici in quella grotta sette splendidi giorni di passione.

Quando il Vento si accorse della scomparsa di Bora (ce ne volle del tempo perchéi figli erano tanti e tutti molto irrequieti) si precipitò a cercarla. Cerca che ti cerca, chiese informazioni a tutti, al Mare, alla Terra e al Cielo, finché un cirronembo particolarmente brontolone, al quale Bora aveva fatto fin troppi dispetti, rivelò il nascondiglio di Bora. Il Vento scovò i due innamorati e la sua rabbia fu tale da uccidere il povero Tergesteo.

Vento intimò a Bora di riprendere il cammino con il resto del gruppo, ma l'infelice amante si rifiutò categoricamente. Dal suo volto scorrevano lacrime che si materializzavano in roccia e il suo dolore era tanto che ormai l'altipiano ne era ricoperto.

Intervenne Madre Natura che convinse Vento a lasciare in pace Bora. Ma la poveretta non cessava il suo pianto. Allora la Terra, preoccupato per l'eccessiva presenza di tutte quelle pietre che incominciavano a rovinare il paesaggio, concesse a Bora di regnare sul luogo della sua disperazione. E il Cielo, per non essere da meno, con la complicità del sole e delle nubi le concesse di rivivere ogni anno i suoi sette splendidi giorni d'amore. Allora, e solo allora, Bora smise il suo pianto.

Le storie dei grandi amori finiti male commuovono sempre: la Terra decise che dal sangue di Tergesteo nascesse il sommacco, che da quella volta colora di rosso l'autunno carsico; il Mare diede ordine alle Onde di lambire il corpo del povero innamorato coprendolo di conchiglie, di stelle marine e di alghe verdi: Tergesteo si elevò alto verso il cielo diventando più alto di tutte le altre colline. I primi uomini che si insediarono sulla sua collina, vi costruirono un Castelliere con le lacrime di Bora divenute pietre.

Ecco come Bora si consolò; e aspettando ogni anno i fatidici giorni d'amore con il suo Tergesteo, divenne la Signora di Trieste.

Leggende di Duino

La dama biancaLa dama bianca di Duino

Una ventina di chilometri prima di Trieste, dopo aver lasciato Monfalcone, si incontra il castello di Duino. Il castello, attualmente abitato dai principi di Torre e Tasso, e che appare così com’era cinque o sei secoli fa, sorge su una scogliera nei pressi della foce del Timavo. Vista dal mare, una roccia bianca ai piedi del castello ricorda una figura femminile avvolta in un largo mantello: da ciò la leggenda della dama bianca o della donna di sasso. 

Si narra che un signore di Duino, particolarmente collerico e sanguinario, venuto a diverbio con sua moglie, una dama gentile, l’afferrò brutalmente e la scagliò giù dalle mura della rocca. La poverina, mentre cadeva, lanciò una disperata invocazione d’aiuto. Il cielo ascoltò il suo grido, trasformandola in pietra. 

Ancora oggi la donna pietrificata giace ai piedi della rocca rannicchiata su se stessa, con la sua veste candida distesa in morbide pieghe che il mare lambisce. Da allora, dice la leggenda, ogni notte, verso la mezzanotte, la dama si desta dal suo sonno, si alza da giaciglio di sasso e vaga per le stanze del vecchio castello, in cerca della culla del suo bambino e, non trovandolo, piange disperatamente fino all’alba, quando riprende il suo aspetto di pietra. 

Chi era quel signore? Perché volle uccidere la sua donna? Nessuno lo saprà mai.

…Chi si fosse quel sire feroce
chi la donna del misero fato, 
nemmen l’eco lo dice in sua voce 
che con essa nel sasso ammutì …

Completamente avvolta nel mistero, dunque, questa strana leggenda. Di essa, muta testimonianza, rimane solo la roccia dalla caratteristica forma. E in più la bella poesia di cui abbiamo riportato qualche verso, scritta il secolo scorso dalla principessa Teresa Höhnlöhe di Duino.


Le due sorelleLe due sorelle

Chi percorre la costiera, all’altezza di Duino, rimane colpito dalla  presenza di due scogli azzurri chiamati "le due sorelle". 

Molto tempo fa sulla riva apparivano due fanciulle di una bellezza che lasciava senza respiro. Camminavano sempre silenziose, l’una accanto all’altra, evitando ogni contatto. Spesso, verso il tramonto, si soffermavano a lungo per osservare il gioco dei colori che la luce del sole accendeva sull’acqua. 

Tutti si domandavano perché le due fanciulle guardassero con tanta nostalgia verso il mare aperto, quasi attendessero qualcuno, ma nulla si sapeva di esse, se non che erano sorelle. 

Una sera, mentre stavano in riva al mare, immerse nei loro pensieri, un’onda enorme le ghermì trascinandole sul fondo. 

È da quella sera che, quando il mare s’ingrossa nelle giornate cupe di maltempo, sugli scogli risplendono riverberi azzurri. 

"Sono gli spiriti delle sorelle" dice la gente di Duino che, quando passa in barca davanti agli scogli, solleva i remi e guarda in silenzio raccolto quelle cuspidi di roccia.

L'immagine di pietra di Duino

La sorella del conte Ugo IV di Duino, Elisabetta, aveva fama di essere la più bella di tutta la zona. Ella stessa ne era ben conscia e desiderava vedersi immortalata su una roccia di Duino. Così, ai piedi della ripida parete rocciosa sotto il castello, venne ancorata una zattera su cui venne innalzata un'impalcatura fino all’altezza di un blocco di pietra, risaltante per la sua tonalità più chiara, che aveva vagamente la sagoma di una persona. Su quel blocco doveva essere scolpita l’immagine senza veli della fiera Elisabetta. Infatti, nel suo orgoglio, pensava di sfidare in quel modo il patriarca di Aquileia Ludovico della Torre che, durante una visita a Duino, le aveva detto che doveva considerare la sua bellezza un dono del cielo da tenere velata, se mai si fosse recata nella Basilica di Aquileia. Ora quel bellissimo volto, scolpito nella roccia e visibile fino ad Aquileia, avrebbe dovuto dimostrare in quale conto teneva le parole del patriarca. Quando il giovane scultore s’accinse ad eseguire il volto di Elisabetta, che lui adorava ardentemente, di colpo le forze gli vennero meno, tutta la sua maestria l’abbandonò e da un giorno all’altro scomparve. L’opera rimase incompiuta: un’immagine femminile con il viso velato e irriconoscibile. 

Nessun artista accettò di riprendere il lavoro, la gente mormorava di una punizione del cielo per la superbia di Elisabetta e per il suo rifiuto di accettare l’ordine del patriarca. La dama velata è tuttora visibile lì, sulle rocce di Duino.

La cavalcata sull'acqua

La cavalcata sull'acquaUn tempo a Duino abitava un castellano chiamato Torriani. Era noto in tutta la regione come il cavaliere più audace. Galoppava veloce sul suo cavallo per le pietraie carsiche oppure lo si poteva vedere, sempre di gran carriera, sugli argini e le dune della laguna. Un dì, cavalcando lungo il mare, incappò in un uomo dall'aspetto sinistro con un lungo mantello nero e con un cappello a tesa larga e floscio in testa. Lo straniero si fermò e disse sorridendo:

"Non sapete forse cavalcare anche sopra il mare?". 

"Certo che no - rispose incuriosito il cavaliere - solo il diavolo potrebbe!". 

Allora l'uomo insistette: "E fino dove arrivereste?". 

"Fino alla foce dell’Isonzo e poi su lungo il fiume", fu la risposta. 

"Non di più?" chiese lo sconosciuto. 

"No, non di più" ribatté il cavaliere. 

Allora lo straniero gli si avvicinò al cavaliere e disse:

 "Il vostro desiderio sarà esaudito. Un giorno potrete cavalcare fino alla foce dell’Isonzo e poi su, lungo il fiume". 

"Ma chi siete mai per parlare così?" domandò stupito il Torriani. 

"Sono il diavolo e, per dimostravi qual è il mio potere, tentate pure domani la cavalcata". 

Detto questo, il cupo personaggio scomparve. Il mattino seguente il Torriani montò il suo migliore cavallo per tentare l’impresa temeraria. Il mare brillava al sole del mattino quando il cavaliere impavido spronò il cavallo sulla superficie incerta, ed ecco che, invece di affondare nell’acqua, l’animale galoppò come sulla terraferma, passando per il Timavo e per Monfalcone, fino alla foce dell’Isonzo. Agile e sicuro andava sempre avanti.  

Quando ebbe risalito il fiume per un bel tratto, gli passò il gusto e voltò per tornare a Duino sullo stesso percorso. Non appena girato, fatto il primo passo, sia cavaliere che cavallo scomparvero e nessuno li vide più.

Leggende del Carso

Le origini del Carso 

Si narra che l'arcangelo Gabriele...Narra la leggenda che ci fu un tempo in cui il Carso si presentava come una terra verde e feconda, attraversata da torrenti dalle acque fresche. Un giorno Dio scorse in un angolo della terra un grosso cumulo di sassi che danneggiava l'agricoltura e incaricò l'Arcangelo Gabriele di raccoglierli e gettarli in mare. Allora Gabriele riempì un pesante sacco e si diresse in volo verso l'Adriatico. Ormai giunto sopra al Carso, venne avvistato dal diavolo, il quale per dispetto gli bucò il sacco: tutte quelle pietre si riversarono a terra e ridussero l'altopiano in una enorme pietraia, quale oggi è.


II. Un'altra leggenda sulla natura del Carso dice che un giorno Gesù decise di scendere sulla Terra per visitare gli uomini. Era accompagnato da S. Pietro che trascinava un asinello carico di provviste. Dopo aver girato un bel po', arrivarono in una terra ridente piena di boschi e prati e stanchi del viaggio pensarono di riposarsi all'ombra di un albero e si addormentarono. 

Passò di là un contadino che vedendo i due pellegrini dormire della grossa rubò l'asinello con tutte le provviste. Al risveglio Gesù non trovando più l'animale, decise che la perfidia degli abitanti di quel luogo così bello doveva essere punita. Cosicché, quando il contadino aperse il paniere, invece delle provviste, trovò un mucchio di pietre che cominciarono a rotolare dappertutto coprendo ogni cosa.  

Da allora il contadino del Carso è punito a pulire faticosamente i suoi campi dalle pietre che tendono sempre a ricoprire nuovamente la terra.


Paesaggio carsicoIl Signore Gesù andava con San Pietro per i vari villaggi del Carso. Con sé solo un asino e delle provviste come pane, formaggio, pesce secco dell'Adriatico e acqua. Quando fu tempo di mangiare si fermarono, San Pietro prese la bisaccia dall'asino e si accorse che di formaggio non ce n'era piu'. Qualcuno li aveva effettivamente derubati. Un'espressione di sdegno si posò sul volto di Gesù: "Pietro, d'ora innanzi chiunque abiterà nel Carso avrà scarsezza d'acqua, cosicché la sete di colui il quale ci ha sottratto il nostro umile pranzo non si estingua mai". Improvvisamente, le acque si ritirarono e comparvero rocce, sassi, spine.


Una vecchia leggenda narra che, quando Dio ebbe portato a termine la creazione del mondo, si avvide che c'erano troppe pietre sparse qua e là. Diede allora incarico a un angelo di andare a raccoglierle e di gettarle in mare. L'angelo prese un sacco e incominciò la raccolta e, quando il sacco fu pieno, volò in direzione del mare.

Ma, proprio quando era vicino alla meta e stava sorvolando una terra bellissima tutta ricoperta di bosco, fu visto dal diavolo che qui aveva la sua dimora. Questi, vedendo il sacco e pensando che contenesse un tesoro che l'angelo stava portando in cielo, tagliò il sacco per vederne il contenuto: con sua grande meraviglia da esso uscì una cascata di pietre senza fine che, cadendo, ricoprì tutta la terra sottostante seppellendo per sempre i boschi ed i prati pieni di fiori. Quella terra fu condannata a restare una landa sassosa per punire i suoi abitanti che avevano permesso al Diavolo di prendervi dimora.

La principessa Rosandra

La leggenda della principessa Rosandra è forse la più classica tra quelle del Carso. Essa si riallaccia a quel mondo di maghi, principesse, fate ed eroici cavalieri che ebbe inizio con il feudalesimo carolingio e di cui si narrava durante i lunghi e tediosi inverni medievali. 

Narra la leggenda che una bellissima principessa di nome Rosandra era tenuta prigioniera da un cattivo mago nel suo tetro castello, che incombeva sulla valle. Molti giovani guerrieri avevano tentato di liberare la disgraziata fanciulla, ma erano stati uccisi. Finché un giorno, quando ormai la principessa si era rassegnata al suo destino, giunse in quei luoghi un cavaliere bello e coraggioso il quale, uditi i lamenti della prigioniera, affrontò il mago e, nonostante tutti i sortilegi e gli artifici da lui messi in atto, lo uccise dopo un lungo combattimento. La principessa era così finalmente libera. Ma il bel cavaliere non portò con sé la principessa Rosandra per farne la sua sposa. Egli doveva, infatti, compiere un'impresa in una terra lontana, per cui lasciò la fanciulla con la promessa di tornare presto da lei. Sulla via del ritorno, la nave che trasportava il giovane fu travolta da una furiosa tempesta e finì in fondo al mare. 

Quando la principessa Rosandra seppe della morte del principe, scoppiò in un pianto dirotto che non ebbe più fine. E tale era il suo dolore che una buona fata, poiché non era possibile far tornare in vita l'eroico cavaliere, tramutò la principessa in un masso di pietra. Ma, pur essendo racchiusa nella pietra, la principessa seguitò il suo pianto e le lacrime scaturirono dal sasso a formare un limpido torrente. 

Esso scorre ancor oggi lungo la valle e porta il nome dell'infelice principessa.

Storie d grotte e caverne

Secondo le credenze degli abitanti del Carso, nelle ampie e buie grotte carsiche vivono i coboldi, esseri capricciosi che nei confronti degli uomini si dimostrano a volte malvagi, a volte soccorrevoli. Sulle rive delle acque sotterranee poi si fanno vedere le ondine, mentre nei meandri sotterranei guizzano i fuochi fatui, anime in pena in cerca della redenzione. Spesso le ondine si avventurano alla luce del giorno e cercano di attirare con il loro canto gli uomini delle brulle alture. Sottoterra, nelle caverne, hanno la loro dimora gli spiriti silvani e le " vile " e certe streghe, le " aganis " che - come si racconta in Friuli - escono furtivamente dall'oscurità per risciacquare nei ruscelli le viscere delle montagne con le loro singolari formazioni rocciose che si celano nella penombra grigia, con il mormorio misterioso delle acque che, alla luce delle torce, erompono tra le rocce in uno sfarzo iridescente di colori per scomparire di nuovo altrettanto improvvisamente, stimolano la nascita di simili leggende. In quelle acque guizzano i pesci neri e ciechi, cui si attribuisce potere magico.L'eco inquietante nei larghi meandri ha contribuito a creare la credenza in mostri dotati perfino di parola. Spesso ci si imbatte in pareti rocciose fosforescenti che, alla luce delle torce, risplendono come cosparse di brillanti e creano, con i loro variopinti e seducenti giochi luminosi, ogni sorta di fantasmi. Le gocce d'acqua cristallizzate hanno prodotto delle formazioni che hanno fornito lo spunto per certe leggende di pietrificazioni. Così per esempio racconta Valvasor che ai suoi tempi si indicavano figure di sarti pietrificati, ecc. Il popolo voleva vedere in esse i peccatori del passato destinati a rimanere pietrificati fino al giorno del Giudizio. Presso Kobjaglava, ai piedi del monte Jelenca, si trova una caverna che finisce in una grotta profonda 38 metri.  Si racconta che in passato la gente del Carso vi si rifugiava in tempo di guerra. I contadini sono convinti che di notte da questo nascondiglio escano schiere di fantasmi per aleggiare sopra le nude pietraie carsiche. Trascorsa la loro ora, ritornano nel profondo della caverna. Simili apparizioni notturne si riferiscono alla "grotta dei morti" una caverna ai piedi del monte Spacà presso Trieste. Questo nome venne dato perché, nel 1886, vi perirono alcuni operai per l'esalazione di gas tossici. Pare che le loro anime vendicative vi si aggirino tuttora.

Alcune caverne del Carso hanno denominazioni mitologiche, come le caverne di "Vila" e "Vilenica" presso Corgnale (Lokev), dove si dice che abbiano dimora le "vile", le note fate carsoline. Uguale fama ha la "Grotta dell'Orso" ad ovest di Monrupino (Repentabor), dove si fecero preziosi ritrovamenti preistorici. In primavera i ragazzi si recarono per "cacciare fuori l'orso", simbolo dell'inverno.

Tra gli animali notturni che vivono nelle caverne ed hanno un'importanza particolare nelle credenze popolari del Litorale, predominano i pipistrelli (nottole, mezo sorzo e mezo usel; in friulano: gnotuls) ed i gufi. A questi animali si attribuiscono dei poteri soprannaturali. Le donne dovevano proteggersi dai pipistrelli coprendosi il capo con fazzoletti. Quelle bestie raccapriccianti s'impiglierebbero talmente nei capelli che  questi dovrebbero essere tagliati. I creduloni evitano i loro rifugi dove dormono in grossi stormi, come a Pricnica presso Duino, la Caverna Belinca di Štorje, la grotta di Popecchio (Podpec) in Istria. La collina di Sant'Antonio presso Monfalcone ha due caverne:la Grotta delle Fate e del Diavolo Zoppo, e la Caverna delle nottole. La Grotta del Diavolo Zoppo è considerata un vecchio ritrovo degli spiriti e il nascondiglio di tesori. Molte persone, alla ricerca della fortuna, vi sono spaventate a morte dai gufi. Infatti, in passato, questi uccelli notturni erano considerati addirittura le bestie dell'inferno. 

Una cronaca riferisce che, tra coloro che nel 1729 morirono dallo spavento in questa grotta vi erano due arcipreti. Inoltre vi sarebbero stati avvistati spesso spettri di donna con i capelli fluttuanti e uomini dalle lunghe barbe. Una collina di quella zona si chiama Monte delle Forche o delle Forçhate. Anche delle forre e degli abissi del Carso (foibe o fove, jame) la gente del posto racconta storie strane. Carri interi con le pariglie di buoi, precipitati negli abissi, sarebbero stati ritrovati molto tempo dopo alle risorgive del Timavo. Infatti, si dice che tutte le acque delle grotte carsiche confluiscono nel Timavo. Il territorio carsico è altresì lo scenario di molte leggende sullo Škrat e suoi ghiri.

Diavoli e Incubi

Le brache dei MandrieriLe Brache Dei Mandrieri

A Trieste viveva un povero sarto con una famiglia numerosa. Un giorno, caduto in miseria, invocò l'aiuto del diavolo e il malefico intervenne subito: "Chi di noi due sarà più veloce nel tagliare, vincerà: per te l'oro, per me la tua anima". Il sarto infilò nella cruna un filo molto corto, il diavolo invece uno lunghissimo, convinto di risparmiare tempo. Il sarto procedette con regolarità, il diavolo, dovendo sempre stendere esageratamente il braccio, si stancò subito. Quando Satana capì di essere sconfitto, afferrò le forbici e tagliò i pantaloni del sarto. Nonostante ciò decise di lasciare la borsa con l'oro al vincitore. 

Da allora i mandrieri (la gente della campagna di Trieste) indossano dei calzoni larghi, lunghi fino al ginocchio con un piccolo taglio che è attribuito alla scommessa persa dal diavolo.

L'ore nel settacio

Ad un calzolaio le cose andavano maluccio. Nella sua disperazione finì per esclamare: "Diavolo, fammi avere un setaccio pieno d’oro". Ed ecco che il diavolo comparve con un setaccio pieno fin oltre l’orlo di monete d’oro. Disse al calzolaio sbalordito: "Questo setaccio te lo darò se ti impegni a cedermi la tua anima. Se però riuscirai a restituirmelo entro l’anno pieno d’oro fino all’orlo, la tua anima rimarrà libera". Il calzolaio rifletté un attimo, poi si dichiarò d’accordo. Prese tranquillamente il suo metro di legno e spinse via tutto l’oro ammucchiato sopra l’orlo. Quindi restituì il setaccio al diavolo. Così aveva gabbato Satana ed era diventato un uomo ricco senza per questo dover temere per la sua anima.

Lo Škrat

Si chiamano "jame" i numerosi burroni del Carso nei cui abissi abita lo Škrat (tedesco: Schrat). Ha la statura di un nano, indossa una giacca verde ed un berretto rosso con una lunga nappa. Nel suo regno misterioso sta seduto e, da una scodella di coccio, mangia la sua polenta di grano saraceno. Chi getti un sasso nella jama e colpisca la scodella, verrà portato via dallo Škrat. Spesso, dopo averlo gettato, non si sente il tonfo del sasso. Allora si dice che lo Škrat l'ha acchiappato al volo o il diavolo ha portato via il rumore dello schianto. 

Se un contadino si azzardasse ad entrare nella voragine alla ricerca di una mucca caduta dentro o di un animale delle caverne lo Škrat gli spegnerebbe la torcia o la lanterna.

Il ghiro

Tra gli Sloveni del Carso e delle Alpi Giulie il ghiro, comune nei loro boschi, è talvolta ritenuto un animale dello spirito della foresta, talvolta un animale del diavolo. Come il gatto, anche il ghiro ha nella coda tre peli del diavolo e per questo viene chiamato l’animale di Satana. Se un contadino lo vede saltellare tra gli alberi dice: "Ecco che il diavolo porta a pascolare i ghiri!"

Una volta, mentre il Valvasor passeggiava con dei contadini per un folto bosco, improvvisamente sentì da lontano un grande schioccare, come se un cocchiere desse giù di forza con la sua frusta. Mentre il rumore si stava avvicinando, schizzarono fuori in pazza fuga nugoli di ghiri. Allora i contadini si tolsero in fretta gli stivali e di giacconi e molte di quelle bestiole vi si infilarono. Uno spettacolo tale sarebbe visibile solo nella notte del sabato ed in certi giorni sacri. La gente crede che lo spirito della foresta abbia perso i ghiri giocando con il diavolo e perciò le bestiole cerchino di rifugiarsi presso gli uomini. 

Una volta nel Carso un uomo cadde in un precipizio e non riuscì più ad uscirne. In fondo alla voragine trovò dei ghiri che svernavano. Finì per rassegnarsi al suo destino e cercò di sopravvivere leccando nella caverna una "pietra che era salata e dolce allo stesso tempo", come facevano i suoi compagni. Finalmente in primavera, quando gli animaletti si preparavano ad uscire, l’uomo appiccicò sulla pelliccia di alcuni di essi qualche brandello del suo abito. Questi brandelli furono riconosciuti dai suoi parenti che si misero a seguire i ghiri fino alla grotta. Da lì poterono trarre in salvo il poveraccio. 

A Canale d’Isonzo un contadino volle catturare un ghiro, ma rimase malamente impigliato in un ramo. Convinto che l’avesse acchiappato il diavolo, venuto a prendere la sua bestiola, il contadino morì sopraffatto dallo spavento.

La Madonna del diavolo

Generalmente i massoni sono considerati amici del Diavolo che, a sua volta, li ricompenserebbe con denaro. Si sostiene che l’antica Loggia triestina in Casa Panzera (Via Felice Venezian, angolo Via della Rotonda) venisse spesso frequentata dalle anime dannate di Massoni. Si diceva anche che il fabbricante Carlo Luigi Chiozza, in qualità di confratello della Loggia, avesse venduto l’anima al diavolo. 

Quando la casa venne demolita perché vi fosse costruita una nuova, non si dimenticò di rimettervi quel vecchio contrassegno. 

Marinella

Quando dopo aspri combattimenti Trieste fu conquistata dai Veneziani nel 1506, il loro comandante Francesco Cappello venne nominato podestà della città. Un giorno Francesco Cappello incontrò la bella Marinella il cui padre, Nicola Falco, possedeva un’osteria nella Cittavecchia.

Il comandante s’innamorò della fanciulla. Presto però Baccio, il servo gobbo di Falco, con la vista resa acuta dalla gelosia, s’accorse degli incontri della coppia. Minacciando che l’avrebbe denunciato per un assassinio e per una rapina perpetrati anni prima, Baccio pretese che l’oste gli desse Marinella in moglie.  

I due si accordarono di partecipare ad una congiura contro l’odiato podestà che avrebbe dovuto essere pugnalato durante il ballo in maschera. Marinella però scoprì il tranello e, per proteggere l’uomo amato, ne indossò il costume e la maschera. Così il proprio padre le diede la mortale pugnalata destinata al comandante Cappello.L’oro nel setaccio

Il Monte Spaccato

Una volta, in una valle presso Trieste, un contadino scommise col diavolo che avrebbe fatto prima ad arrivare all’altra parte del dorsale carsico. Quando il diavolo se lo vide correre già molto in avanti pieno di rabbia, diede un tal colpo di pugno sul dorsale del ponte che rimase un’enorme spaccatura, attraverso la quale poté raggiungere la valle al di là del dorsale carsico. Ma quando vi arrivò, il contadino già lo attendeva.

Da quel tempo la montagna così divisa è chiamata Monte Spaccato.

La  morte a Barcola

Una volta un contadino andò di notte da Monfalcone a Trieste. 

Giunto nei pressi di Prosecco, incontrò una vecchia che, secondo l'uso locale, portava in testa un fardello. La vecchia camminava nella stessa direzione del contadino che tentò più volte di rivolgerle la parola, ma non ebbe mai risposta. Infine, seccato, lasciò la vecchia per i fatti suoi e volendo arrivare a Trieste prima di mezzanotte, accelerò il passo. La strada risaliva attraverso il Carso deserto e un velo misterioso si dilatava sulla pietraia bianca. Dopo un po' all'uomo parve che la vecchia si fosse messa a rincorrerlo. Così accelerò sempre più il passo, ma continuava a sentirsela dietro.

Improvvisamente notò che il paesaggio attorno a lui non cambiava. Guardò meglio e alla fine s'accorse che era rimasto nello stesso punto in cui aveva proseguito da solo il suo cammino. 

Dietro a lui risuonò una risata beffarda. Pieno di rabbia, l'uomo si volto per dare un colpo di bastone per dare un colpo alla vecchia: non era però più costei che gli stava di fronte, ma la Morte in persona. 

In quel momento il contadino perse la ragione e ogni notte tornava nel luogo della terribile apparizione. 

Per guarirlo dalla sua pazzia, i parenti costruirono sul posto una casetta ultimata il giorno di San Bartolomeo. E così la località venne chiamata San Bartolo, oggi Barcola.

La Grotta Gigante

In questa grotta, come in tutte le grandi grotte, esistevano certamente antiche leggende dimenticate, ma sopravvive ancora la leggenda popolare, probabilmente importata dal centro Europa, che colloca qui la dimora delle ondine e dei coboldi.

I coboldi sono piccoli nani col cappuccetto rosso che li rende invisibili all’uomo, sono golosi e chi riesce a dar loro qualche confetto riceve in cambio un pezzetto d’oro. Le ondine sono bellissime fanciulle avvolte in candidi veli che abitano le cavità sotterranee e di notte tessono con i loro lunghi capelli biondi un’invisibile rete per prendere i malcapitati visitatori. Talvolta escono all’aperto per chiamare col loro canto fascinoso e per catturare con la rete i giovani pastori.

Angeli, Fate e Fantasmi

Il Fantasma di Miramar

Anno 1855. A Trieste risiedeva dal 10 ottobre 1854 come contrammiraglio della flotta austriaca l'arciduca Ferdinando Massimiliano d'Asburgo. Abitava nella villa Nicolò Lazzarovich di Via Tigor, segnata oggi col n. 23 e posta di fronte al Convento delle suore di Notre-Dame de Sion. Un pomeriggio estivo di data imprecisabile un'improvvisa bufera di vento aveva colto di sorpresa l'arciduca, che col suo bragozzo "Madonna della Salute" stava navigando dalle acque del golfo di Sistiana verso la città. Inatteso e gradito gli si era presentato un rifugio di calma assoluta nell'insenatura di Grignano. Decise perciò di fermarsi e, fattosi buio, trovò ospitalità per la notte nella casa dei Daneu. Il giorno seguente osservò quella tranquilla distesa di boschi dell'insenatura e anche l'altopiano roccioso del Carso: tutto gli apparve come soggiorno ideale per vivere nella pace della natura, di cui egli era innamorato e studioso. Concepì così l'idea di acquistare quel bosco e di costruirci un castello. Lo immaginò arroccato sulla roccia dominante l'Adriatico e, come quello del re Alfonso di Spagna a S. Sebastiano e, come la residenza dell'Arciduca Lodovico Salvatore a Mayorca, lo battezzò subito nella sua mente col nome di "Miramar". 

Rientrato dopo la guerra del 1859 in qualità di ammiraglio a Trieste, non mancò di appassionarsi ancor più alla costruzione. Ebbe la precedenza una costruzione minore, conosciuta con la definizione di Castelletto. Là Massimiliano si annidò con la principessa Maria Carlotta del Belgio, che aveva sposato da due anni. Già però la sera della vigilia del Natale del 1860 la coppia passava ad occupare il Castello al pianoterra, poiché era ancora da ultimare il piano superiore. La notte stessa nella Cappella, ideata a immagine di quella del Santo Sepolcro in Gerusalemme, si celebrò la messa natalizia. Intanto proseguiva la continuazione della vasta impresa: architettura normanna in pietra d'Istria su un monolito di calcare proteso verso il mare e creazione di un parco meraviglioso di palme, abeti, agavi, cipressi, cedri, riflessi ombrosi e giganteschi di terre lontane dalla Spagna all'Himalaia, dal Libano al Giappone, e più tardi anche del Messico. 

Perché anche da quella terra dove egli, dopo un triennio di tentato regno fu fucilato a Queretaro il 19 giugno 1867, correva col pensiero nostalgico al dolce incanto del suo Miramar. Invocava di essere lasciato in pace a percorrere tranquillamente il suo sentiero, oscuro e ignorato, ma pieno di mirti e di poesia. Invano il freddo volto umano della sfinge, accovacciata in cima al molo della piccola insenatura, gli ricordava di essere anche simbolo di saggezza e prudenza. Il principe non fece ritorno al sospirato castello. Né lo seppe Carlotta, che lo cercava in un folle girare fra le stanze vuote. E non avvertì perciò che sul castello gravava ormai un destino cupo. 

Nel castello Amedeo duca d'Aosta, comandante del XXIII Artiglieria di Campagna, rivisse un altro sogno d'amore con Anna di Francia, e fra le vigne mature nacque il 12 settembre 1933 Maria Cristina. Dopo sei anni di soggiorno, il 12 dicembre del 1937, anche il duca partì quale viceré d'Etiopia e non fece più ritorno dall'Africa. In due continenti lontani si erano spenti i principi di Miramar. 

Prima ancora, nel 1914, aveva pernottato in queste sale il principe Guglielmo di Weid diretto in Albania per farsi incoronare re. Si era alleato con lui il potente Guglielmo II, imperatore di Germania. L'uno e l'altro assistettero in breve alla rovina dei loro troni. E vi sostò con la moglie anche Francesco Ferdinando d'Asburgo, destinato a diventare re di Croazia e d'Ungheria, che le pallottole del Prencip avrebbero stroncato pochi giorni dopo a Sarajevo, dando così il via alla prima guerra mondiale. Ecco perché è nata la leggenda che la sfinge di Miramar sia implacabile con gli ospiti accompagnati dalle consorti e che rivestano alti titoli militari.

Dopo la seconda guerra mondiale, durante l'occupazione anglo-americana della città, il castello divenne la sede del Comando americano, mentre quello inglese si sistemava a Duino. Dopo che il colonnello Bowman fu messo al corrente della superstizione, decise di trascorrere l'unica notte miramariana sotto una tenda del parco. Ma la sfinge vide giungere con gioia il valoroso generale Charles Moor con la giovane moglie: non passò un anno che, comandato in Corea, morirà in Asia durante uno scontro armato. Il successore Vernice Musgrave Mac Fadden aveva una consorte dinamica e brillante e i suoi ricevimenti al Castello erano famosi. Quando Eisenhower venne eletto presidente, volle accanto a sé tutti gli amici più fedeli, tra cui Mac Fadden. Gli sposi partirono a bordo di un'auto alla volta di Livorno per l'imbarco verso gli Stati Uniti, ma proprio a Livorno i generale periva in un incidente automobilistico. Invece Guglielmo II e Guglielmo di Wied non ebbero con sé la moglie, non ebbero avanzamento di grado durante la permanenza al Castello: ci rimisero perciò soltanto il trono. 

Ma non ha fine la leggenda che avvolge la figura dell'Asburgo. Si dice che il suo fantasma passeggi ancora per il parco quando la luna silenziosa illumina i vecchi alberi. Vaga nella notte profonda camminando di sala in sala, si ferma davanti a una finestra, la apre e sosta sulla terrazza, da lì guarda pensoso il mare sul quale aveva intrapreso il suo viaggio senza ritorno. Allo spuntare dell'alba il fantasma scompare all'improvviso e si dilegua inavvertito come assorbito dalle prime luci del giorno. 

Così è la leggenda.

Le case visitate dai fantasmi

Le case visitate dai fantasmiLa gente mormora che ancora oggi in Cittavecchia a Trieste esistono case e palazzi frequentati dai fantasmi: spifferi gelidi, rumori misteriosi, esseri strani che s'aggirano per le scale.

A seconda della manifestazione del fantasma, le abitazioni sono state battezzate simbolicamente con nomi specifici. Ci sono allora case delle streghe, del diavolo, ma soprattutto case degli spiriti.

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Nel vicolo San Vito, vicino alla "casa delle bombe", sul pendio del Castello di San Giusto, si trova una "casa del diavolo", a quattro piani. Alcuni sostengono che il nome fu dato da un uomo tradito dalla moglie e che è ora lo spirito della donna ad apparire con gran rumore di catene, ed erra per la casa scricchiolando e brontolando. Altri dicono che un sacerdote vi si tolse la vita e che ora vi faccia ritorno il suo fantasma ad errare. I superstiti non andrebbero mai in quell’edificio e neanche vi passano vicino.

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In una casa in via Zovenzoni una serva ogni notte vedeva un armadio saltarle appresso: è chiaro che in una stanza così poco rassicurante nessuno volesse pernottare. Altre storie di spiriti riguardano una villa in via Rossetti, una casa dell’Eremo vicino al macello della città, un’altra casa di san Giovanni di fronte alla "Capuzzera", la Casa rossa sulla Scala Santa di Gretta e una villa, a foggia di castello sulla collina del Boschetto. Quest’ultima era di proprietà di un conte spietato che sarebbe stato assassinato per vendetta.

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Molto ricordata per i fenomeni soprannaturali che si verificano è la casa di Colonnello in via Marinella. Una vecchia moribonda vi avrebbe sentito un terribile trambusto ed avrebbe perfino visto la coda del diavolo nell’aria. Sulla costiera, a Barcola, si trova una villa con tre cupole dorate. Nel bel giardino di questa villa una sera i numerosi invitati che vi si trovavano furono sorpresi da una visione allucinante: come fossero radunati per una festa, avanzavano e indietreggiavano delle figure vestite con abiti di tempi remoti, ed apparivano degli spiriti. Il tutto in una luce chiara come quella del giorno. Da allora la villa gode di una fama poco raccomandabile.

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Anche una casa sul "Pra del globo" di Cologna godeva di pessima fama fra la gente per i rumori che si sentivano di notte. Si attribuivano questi fenomeni a qualche fatto funesto verificatosi in passato. Nella casa triestina del ricco fabbricante defunto Chiozza una stanza dipinta di rosso dovette essere dipinta con un altro colore. Ogni volta che si iniziava il colore, sulla parete appariva l’immagine di un vecchio riconosciuta per quella del proprietario precedente. La gente racconta che si trattasse di massone e, come tale, destinato ad aggirarvisi dopo la morte.

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Alla sinistra del campanile di S. Giusto a Trieste si trova una piccola casa ad un piano. Lì, un tempo, abitava il sagrestano con la moglie. Ogni notte che si iniziava il lavoro, si udiva provenire dal pavimento un rumore di catene interrotto da lamenti. Le ricerche e gli esorcismi del parroco furono vani. Infine un giorno si dovettero cambiare le tavole del pavimento e, proprio sotto i letti, dove si era sentito sempre il maggior trambusto notturno, fu scoperto un grande scheletro, da chi sa quanto in quel posto. Rimossi quei resti il sagrestano e la moglie finalmente ebbero pace.

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Molti anni fa, a Servola, un ladro chiamato Cavola uccise un suo compagno di nome Curin, Perché non aveva voluto spartire il suo bottino. Successivamente Cavola si suicidò con un colpo di fucile. Da allora si poté vedere lo spirito di Cavola vagare attorno alla casa nelle cui vicinanze era sepolto Curin. Il Cavola appariva sotto le sembianze di un cane o di una fanciulla. Dalla casa giungevano rumori così forti che nessuno voleva abitarvi. Nel 1878 il proprietario ebbe l’idea di tenervi delle sedute spiritiche, per sapere finalmente la causa di quei lamenti. Dopo aver sentito i colpi battuti sulla "tavola a tre gambe del diavolo" i partecipanti udirono la voce flebile dell’assassino: supplicava di disseppellire il Curin da una fossa presso un vecchio albero e di deporlo in terra consacrata. Quanto al bottino, questo si sarebbe trovato nascosto in una stanza sotto il pavimento. Il proprietario, saputo del bottino, interruppe subito la seduta per distogliere l’interesse dei partecipanti da quella notizia. Sembra che effettivamente abbia trovato il nascondiglio, sia diventato ricco da un giorno all’altro ed abbia iniziato una vita molto agiata. Quando Curin fu sepolto in terra consacrata, le manifestazioni degli spiriti cessarono.

Carlo Magno

Carlo MagnoLa notte un angelo apparve in sogno a Carlo Magno, l'imperatore dei Franchi, e gli ordinò di recarsi nel Carso triestino, e precisamente nella valle chiamata Rosandra. Là avrebbe trovato una grotta che sarebbe diventata il suo sepolcro. Timorato di Dio, il vecchio monarca si mise subito in viaggio e nei pressi della Val Rosandra si fece indicare la strada da un pastorello. Dentro la grotta designata, un trono di pietra: Carlo Magno vi si sedette. Immediatamente la grotta crollò e di essa non restò alcuna traccia. Il vecchio re rimase prigioniero lì dentro, tramutato anche lui in pietra, a dormire il suo sonno millenario. Ma la leggenda vuole che il giorno del giudizio universale lo stanco re sarà svegliato e siederà vicino al trono di Dio per aiutarlo a giudicare le azioni degli uomini.

Le credenze dei marinai

Anche nei nostri litorali la gente di mare ha un suo repertorio di leggende che parlano di vascelli fantasma, di seducenti sirene, di fate e di mostri marini. Per lo più cambiano solo i nomi ed alcuni particolari nel racconto, ma l’idea dei fantasmi è quasi sempre la stessa.

I marinai dicono che chi ha già compiuto una traversata non ha nulla da temere da streghe e fantasmi. Ciò nonostante, presso molti è rimasta radicata la convinzione che esistano grandi serpenti di mare ed altre potenze diaboliche, capaci di trascinare le navi negli abissi. I rimedi per queste insidie sono certe formule di esorcismo: il taglio della "terza onda" con una lama, un pezzo di gomena o con il crocifisso. Degli spiriti che possono popolare le navi, lo spirito folletto, "spiritus navalis", è il più noto. Come tutti i coboldi, si dimostra capriccioso, si prende cura delle vele e del sartiame, di notte riaccosta le tavole staccate e ottura eventuali falle. Così si spiegano gli scricchiolii e strepiti provenienti dalle stive. Sulle navi da guerra tiene d’occhio la "santa barbara", il deposito degli esplosivi. La ciurma prega nel modo seguente:

Santa Barbara, San Simon,
Dio ne liberi de sto ton.
De sto ton, de sta sajeta,
Santa Barbara benedeta!
Santa Barbara, San Simone,
Dio ci liberi da questo tuono.
Da questo tuono, da questo fulmine,
Santa Barbara benedetta!

Talvolta però lo spirito folletto si dimostra dispettoso, annuncia guai. Allora gode della stessa fama sgradevole dei gatti neri, la cui sola vista suscita la preoccupazione dell’intera ciurma. Se in un porto capita sottobordo un gatto nero, volano sassi e maledizioni per cacciarlo. È di cattivo auspicio se di notte il folletto comincia a saltare in giro sfrenatamente oppure se si fa vedere seduto all’estremità dei pennoni; prima che una nave affondi , fa ancora una breve comparsa, poi si allontana volando. In Istria è temuto come folletto della riva e serve a far stare buoni i bambini cattivi. Sul Quarnaro, sulle isole ed in Dalmazia viene chiamato in vario modo: talvolta Macic, talvolta Mamalic; presso i pescatori di Chioggia è chiamato Masariol; per lo più è però  chiamato Macic, e cioè gattino. Si distinguono in Macic di mare e in Macic di terra, che sono abbastanza simili di aspetto. Il Macic di mare è descritto come folletto benigno dell’acqua e della riva che, a coloro che sono nati con la camicia, porta denaro. Ama visitare le belle vedove, la sua pietanza preferita sono le frittelle. 

I Macic di terra hanno fama di essere testardi e dispettosi. Il Macic di mare riferisce ogni torto subito al suo cugino di terra che se ne assume la vendetta. Come tutti i folletti, i Macic portano abiti variopinti e portano un cappuccetto rosso. In alcune leggende vengono attribuite loro anche delle piccole corna. 

Un fantasma perfido delle rive è il Manje njorgo. Di notte gironzola con l’aspetto di asino e avvicina i viandanti con aria innocente; ma se qualcuno osa metterglisi in groppa, si gonfia enormemente e scaraventa a terra lo sciagurato cavaliere. Alle donne appare come cane o cadavere di caprone. Ne sono protetti tutti coloro che si portano appresso erbe benedette o reliquie. 

Somiglia all’"uomo delle acque dei fiumi" il fantasma marino noto come "orso marin" o, più correttamente, "orco". A metà è uomo, a metà animale rozzo e pesante, scalpita sulle rive e si lamenta con voce umana. La sua comparsa annuncia sciagure; perciò si raccomanda ai bambini di non aggirarsi sulle rive. Presumibilmente queste fantasie vengono suscitate dalle foche che si fermano spesso sulle rive dell’Adriatico. Dei vari giorni, il più temuto è il venerdì, giorno in cui si ha il maggior numero di naufragi, perché è allora che le sirene agitano l’acqua con le loro code. È sconsigliabile sposarsi o imbarcarsi di venerdì, come sostiene un vecchio proverbio. Sul Quarnaro si dice "né de venere, né de marti dal porto no se parti". 

Per il vento, la sua direzione e il modo di servirsene si hanno regole precise. Il vero lupo di mare, piuttosto che del "tempo", parlerà del "vento".  A bordo è proibito fischiare, perché fischiando si chiama il vento e lo si fa aumentare. Col vento contrario non si deve né cucire, né rattoppare perché si finirebbe con l’imbastire anche il vento e così non si potrebbe più invertire la rotta. Invece è consigliabile cucire col vento favorevole, perché così continuerebbe ad essere propizio. I pescatori cuciono solo sulla spiaggia o quando la barca è ormeggiata. Quella di mare è gente di fede profonda. Testimoniano i pellegrinaggi e gli oggetti votivi promessi nei momenti di pericolo ai rispettivi patroni. Questi oggetti per lo più sono quadri o modelli di barche che i marinai stessi hanno intagliato e che vengono benedetti e conservati nelle chiese di Barbana, Orsera, Porto Re, Pola, Tersatto, ecc., nei ritrovi corporativi dei marinai o nelle osterie. In molti villaggi di pescatori si offre anche un crocifisso apposito o una madonna all’adorazione eterna. 

A Trieste l’immagine miracolosa della Madonna del Porto era oggetto di culto particolare. Si trovava nel porticato della vecchia Torre dell’orologio, dove la gente di mare provvedeva a tener accesa la luce perpetua. Ora è esposta nella chiesa del Rosario, nella Cittavecchia.  

Già nell’anno 1338 i marinai avevano una loro chiesa particolare a Trieste, e cioè la chiesa di San Nicolò fuori Porta Riborgo (in Via Sant’Antonio). Esisteva pure una confraternita dei marinai, trasformata successivamente in un Pio Fondo per la gente di mare. 

Su una prominenza del monte Nanos si trova una chiesetta dedicata a San Girolamo. Là, circa otto giorni prima della Pentecoste, viene celebrata una messa per i marinai. La chiesetta è piena dei loro oggetti votivi. 

In primavera i pescatori di Monfalcone si recano presso la Cappella di Sant’Antonio, su una collina che fu scenario di molte leggende, per la benedizione dell’imbarcazione. Il 17 di gennaio vi vengono benedetti anche gli animali ed il pellegrinaggio in quel luogo pio è considerato anche rimedio contro l’herpes, il cosiddetto "fuoco di Sant’Antonio" o fuoco sacro.  

Il corallo quale amuleto e rimedio popolare ha un’importanza preminente. Come ciondolo a forma di pungo chiuso, simile ad un fico, è portato spesso appeso su una catenina attorno al collo dei bambini contro il malocchio, le malattie e soprattutto contro le stregonerie. Tali effetti positivi si attribuiscono anche alle piccole conchiglie che si tengono sotto il cappello. Se una donna è sana, i suoi orecchini di corallo hanno un bel color rosso vivo, se sta male l corallo è pallido. La polvere di corallo è considerata rimedio sicuro contro le malattie infantili e l’itterizia. Sciolta nell’acqua, va bevuta per sette giorni. Contro la malaria ci si spalma le piante dei piedicon il guscio della chiocciola marina (turtella), ridotta in polvere e mescolata al pepe. Contro le febbri intermittenti si mangiano sardine con cipolla. Le seppie servono per estrarre i corpi estranei dalle ferite. Un suffimigio con fuliggine e schegge di pinastro allevia i dolori delle punture di mosche velenose. Il pagliericcio dei bambini rachitici va imbottito di alghe, lavate prima nel mosto d’uva. 

Infine, per "bruciare" i porri, serve una conchiglia chiamata "ogrei". Sul Quarnaro, nella Festa dell’Ascensione, ci si diverte "di menar i vecchi uomini di nave", usanza che non sembra godere la popolarità delle vittime di questa tradizione.

Il Cristo dei Marinai

Una volta un pescatore vide un crocefisso di metallo galleggiare sull'acqua nel golfo di Trieste e lo tirò nella sua barca. Fu la Confraternita del Santissimo Sacramento o dei "battuti" a custodire nella propria chiesetta la preziosa immagine che venne chiamata il "Crocefisso di Caboro". Si dice che a trovare il crocefisso sia stato "l'ultimo pescatore" di Trieste, morto nel 1853 all'età di 112 anni e che in vita portava, scalzo, il crocefisso in tutte le processioni. Quel crocefisso, chiamato anche il "Cristo dei calafai" (carpentieri navali), in certe solennità ecclesiastiche, apre la processione, portato da un uomo scalzo.

Altre Frottole e Novità

Il tiglio di Roiano

Per lunghi anni nel sobborgo triestino di Roiano, sulla piazza "Ai tre moreri", dove ora sorge la chiesa, c’era un tiglio disseccato che la gente chiamava "tiglio de Rojan". Si racconta che s’era inaridito quando una coppia di innamorati, che ogni sera s’incontravano sotto le sue fronde, aveva avuto una sorte infelice. Il giovane venne giustiziato per un reato e la povera fanciulla maledisse l’albero giurando di non volerlo più rivedere. Così l’albero non fiorì più perché aveva preso profonda parte al destino degli amanti.

La cronaca di Monte Muliano

I nostri denigratori amano ripetere che i Triestini sono famosi per raccontare frottole, e almeno in un caso hanno ragione. Verso la metà del 1400, quando Trieste era ormai ai ferri corti con Venezia e il patriarca di Aquileia si ingegnava a fare dispetti, i Triestini decisero che era tempo di far conoscere a tutti che essi appartenevano a una razza fiera temeraria, con un glorioso passato, ed erano degni quindi di stima e di rispetto. Per questo inventarono una leggenda intitolata Cronache di monte Muliano, come se si fosse trattato di avvenimenti storici veri e propri. Stando a questa leggenda, in origine, Trieste si chiamava Montemuliano, ed era stata fondata nientemeno che dai Troiani. I suoi abitanti erano rispettati e temuti ovunque perché erano uomini saggi, fieri e valorosi. Perciò, quando Roma chiese alla città di Montemuliano di sottomettersi spontaneamente, i suoi cittadini insorsero e fecero sapere al Senato romano che non stava bene che i figli pretendessero di umiliare il padre. Si metteva con ciò in evidenza che i Romani, discendendo dai Troiani, si potevano considerare figli di Trieste, che era invece formata da Troiani puri. 

Avuta questa fiera risposta, Roma inviò un esercito per conquistare la città, ma i Montemulianesi lo attaccarono a Sistiana e, grazie al loro proverbiale valore, lo annientarono. Roma non si diede per vinta e radunò un esercito quale non si era mai visto prima di allora. I Montemulianesi, resisi conto che nonostante il loro valore mai avrebbero potuto competere con un nemico numericamente così forte, seguendo il consiglio dei loro saggi, abbandonarono Montemuliano e si diressero verso la Lamagna, l’odierna Slovenia, dove fondarono una nuova città chiamata Lubiana. 

I Romani però non furono contenti perché capirono che la partenza dei Montemulianesi li privava di questi valenti homini. Decisero quindi di inviare ambasciatori a Lubiana per chiedere ai loro orgogliosi avversari di fare ritorno a Montemuliano. In cambio, i Romani promettevano solennemente che mai avrebbero assoggettato i Montemulianesi, né li avrebbero ceduti ad altro principe e li avrebbero considerati sempre uomini liberi. Le Cronache di Monte Muliano si chiudono con questa categorica affermazione: un homo val zento e zento no val un homo, intendendosi che un abitante di Montemuliano, chiamato nobilmente homo, valeva quanto cento uomini normali e più.

Come si vede è una leggenda abbastanza ingenua, anche per i fini che si proponeva. Ci si riallaccia alla mitologia per poter affermare la propria origine antica e nobile e vantare coraggio e fierezza. Si ribadisce il concetto di uomini liberi e la promessa di Roma a non togliere alcun privilegio ai Triestini, né a cederli a un altro sovrano. Qui evidentemente si vuole ricordare all'Austria l'impegno assunto, con la dedizione avvenuta 80 anni prima. È interessante la fondazione di Lubiana da parte dei Montemulianesi. La Carniola, già provincia austriaca, cominciava allora a vantare pretese sulla città di Trieste, alla quale doveva rispetto. 

Questa cronaca venne scoperta nel 1514 nell'archivio della chiesa dei Santi Martiri e di essa i Triestini si servirono in certi casi, per rivendicare i loro diritti di uomini liberi, al punto tale che lo storico Ireneo della Croce, che scrisse una storia di Trieste verso la fine del 1600, la ritenne vera parola per parola. 

Resta ancora da chiedersi come abbia avuto origine il nome di Montemuliano che assume Trieste nella cronaca. Una soluzione, puramente ipotetica, la propone uno storico che recentemente ha trattato le origini della nostra città: il Gradenigo. 

I Romani, al tempo delle guerre istriane, nel 178 a.C., posero il loro accampamento sulla vetta di Montebello; in quell'occasione questa cima prese il nome di Mons Manlianus, vale a dire Monte di Manlio, in onore del console Manlio Vulsone che comandava la spedizione. Nel luogo dell'accampamento si sviluppò successivamente un villaggio, che sarebbe stato il vero embrione della città e che, dalla corruzione del nome primitivo, si chiamò Monte Muliano. 

Avremmo così avuto due cittadelle in concorrenza tra loro: Montemuliano e Tergeste. La seconda, forse perché situata vicino al mare, nei periodi successivi avrebbe avuto la meglio. Però il ricordo di Montemuliano sarebbe sopravvissuto a lungo nelle nostre tradizioni, tanto da dar vita alla leggenda e a designare i giovani Triestini col curioso nome di muli, che sarebbe l'accorciamento di Montemulianesi ovvero Mulianesi. Si tratta naturalmente di pure ipotesi, anche se molto suggestive, che dimostrano quanto siano misteriose le origini della nostra città. 

La campanellina

Un pastore conduceva le sue pecore verso un prato, quando vide tre fate dormire nel calore del pieno sole. Allora tagliò alcuni rami degli arbusti, ne fece un ombrello e lo piantò davanti alle fate. Quando si svegliarono, chiesero al giovane se fosse stato lui a prendersi così gentilmente cura di loro e se avesse qualche desiderio. Il pastore rispose: "Sì, oh sì, magari! Una campanellina la vorrei proprio avere."

Le fate gliene diedero una e aggiunsero: "Quando suonerai questa campanellina, si metteranno a ballare tutti quelli che vorrai, fossero anche coi piedi sulle spine. Tutto quello che vorrai, grazie a questa campanellina si realizzerà."

Il pastore allora si recò nella piazza del paese e, quando vi incontrò un signore vestito elegantemente, volle che questi ballasse. Suonò la campanellina ed ecco che l’uomo si mise a danzare con tanta frenesia che, alla fine, si accasciò per terra esausto. Il pastore invece venne arrestato e rinchiuso. Quando però fu condotto in tribunale per l’interrogatorio, agitò la campanellina e tutti quei severi giudici, gli scrivani e i secondini dovettero ballare. Invano i danzatori si misero a proferire minacce e suppliche affinché smettesse di suonare quella campanellina. Sarebbe stato libero di andarsene quando voleva. E così fu fatto. Il pastore divenne un uomo felice; quella campanellina gli assicurava tutto quanto potesse mai desiderare.

Tesori a Trieste

Ancora pochi decenni orsono a Trieste c'era chi credeva che in vari luoghi si potessero trovare dei tesori risalenti al tempo dei francesi. Molti sostenevano che più volte si sarebbe riusciti a recuperarne. Quasi tutta la città parlava di un grande tesoro sepolto nella romantica Villa Necker (Via SS Martiri). Una volta, in una gelida notte d'inverno, uno sconosciuto avvicinò il custode della villa, chiacchierò con lui del più del meno e gli disse che l'avrebbe aiutato a diventare ricco da un giorno all'altro, purché non ne parlasse con nessuno. 

Ben volentieri il guardiano promise quanto richiesto. Allora l'uomo gli rivelò che, se avesse spruzzato il sangue di una vergine su un certo punto del suolo, sarebbe riuscito a trovare dei tesori nascosti nella cantina della villa. Il guardiano riuscì effettivamente ad attirare una fanciulla nello scantinato verso l'ora degli spiriti e fece come gli aveva detto lo sconosciuto. Mentre stava per compiere il raccapricciante sacrificio, fu però sorpreso e trascinato davanti ai giudici, ai quali, pentito, confessò tutto. 

Poco dopo, nella cantina di quella stessa villa fu trovato il cadavere di un uomo. La fanciulla destinata al sacrificio affermò che, nel momento in cui stava per pugnalarla, il suo mancato assassino fu ucciso da un colpo apoplettico. Dall'identificazione del cadavere si seppe che quel criminale era proprio il presidente che, a suo tempo, aveva condannato il custode della villa.

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In una casa di campagna alla periferia di Trieste abitava il commerciante Franzele Ferluga. Un giorno venne a sapere che vicino alla sua casa era sepolto un grande tesoro. Non potendolo tirare fuori da solo, chiamò in aiuto due amici a cui diede da intendere che si trattava di liberare uno spirito. Durante il lavoro di scavo ordinò ai suoi aiutanti di rimanere nel silenzio più assoluto. Il lavoro veniva però disturbato di continuo dagli spiriti della terra: le zolle tornavano sempre a ricadere nella buca e, nonostante il cielo fosse limpido, erano bagnati fradici, ma non poterono abbandonare il lavoro, né emettere parola. 

Allora il padrone di casa tentò di far capire a gesti che voleva un ombrello alla moglie, che stava guardava tutto dalla finestra. 

Ma la buona donna non capì quel gesticolare. Ferluga allara si mise a gesticolare sempre più furiosamente con le mani e sempre più gli si contraevano i muscoli facciali, finché, inferocito per l'ottusità della donna dimenticò l'obbligo al silenzio e urlò: 

"L'ombrello, l'ombrello!"

Non appena ebbe proferito queste parole, la pioggia cessò. La terra tremò e di colpo apparve un mulo che, con nitriti beffardi, saltò oltre il cerchio magico. I tre amici si spaventarono e caddero nel fango della buca. Quando ne uscirono, il Franzele disse con atteggiamento untuoso che l'anima da riscattare si era presentata loro sotto l'aspetto del mulo. 

In una delle successive notti Franzele ritentò da solo il recupero del tesoro. Tutto ciò che trovò fu, però, solo una pignatta piena di cenere.

Lo zappatore

Alle spalle di Basovizza, sulla sinistra della vecchia strada sassosa oggi sbarrata dal muro confinario, si trova una dolina che presenta un curioso adattamento. All'interno sono stati eretti a semicerchio tre gradini massicci, formati da un muro di grossi blocchi che sostiene un riempimento di scaglie di pietra. Un lato presenta un lungo ripiano artificiale coperto di terra, sotto il quale c'è un vano circolare a cui si accede percorrendo un corridoio architravato da grosse lastre calcaree. 

Sembrerebbe una tomba dolmenica, appartenente quindi a un cultura preistorica, se non ci fosse un piccolo ma: la volta del vano circolare è a cupola vera e non a falsa cupola; senza contare, poi, che qui sul Carso non esiste traccia delle culture dolmeniche. Si tratta quindi di una costruzione di epoca più recente. Il vecchio proprietario della dolina mi ha raccontato che a fare quella strana costruzione è stato il servo di un suo avo, dalla forza erculea, chiamato "Sterpacevo", cioè "lo Zappatore". Sembra che questo servo abbia da solo trasportato e sistemato quegli enormi massi, alcuni dei quali di una decina di quintali. Scopo di questo ciclopico lavoro sarebbe stato quello di permettere al suo padrone di nascondere una pentola piena di monete d'oro, che però, per quante ricerche abbiano fatto i ragazzi del villaggio, anche in epoca recente, non è mai stata trovata. A ricordo di questo servo che, secondo la definizione data dalle genti del luogo, aveva la forza di "cinque manzi", la famiglia proprietaria della dolina da molte generazioni ha assunto il soprannome di "Sterpacevo".

Il servo dall'enorme forza si riallaccia alla mitologia classica e al mito di Ercole, mentre il riferimento a un tesoro potrebbe significare la presenza di resti archeologici. In realtà gli scavi di indagine, fatti in questa dolina, non hanno dato alcun risultato né sull'origine né sull'uso a cui era destinata questa strana costruzione, che resta quindi avvolta nel mistero.

La veste della giovane morta

In Cittavecchia, a Trieste, viveva una sartina chiamata Ninetta. Una volta fece una scommessa: durante la notte sarebbe riuscita a tagliare un pezzetto del vestito di una morta nella cappella mortuaria del colle di S. Giusto per poi portarlo a casa. Così s’incamminò. Raggiunta la cappella del cimitero, trovò la salma di una giovane defunta e velocemente gli tagliò un lembo dell’abito. Poi corse a casa e vi arrivò quando ormai suonavano le undici.

La sartina mise il lembo in una scatola e si coricò.

In quell’istante la porta della camera fu spalancata e lentamente entrò la morta di San Giusto. La povera Ninetta, rimase pietrificata dalla paura mentre l’altra avanzava dicendo: " Perché mi hai derubata? Ora dovrai ricucire il lembo di stoffa dove l’hai tagliato! ".

Ninetta tutta tremante, prese il pezzo di stoffa dalla scatola e, come meglio potè nella sua paura, lo ricucì. Dopo l’ultimo l’ultimo punto scomparve. 

Il mattino dopo Ninetta fu trovata stesa per terra, ancora in camicia nel mezzo della camera. In mano teneva l’ago e lo agitava in aria: era uscita di senno. 

Tratto da:

  • Trieste - Il Portale, Le Leggende - http://www.trieste.com/giroturistico/9parole/leggende/la_bora.html
  • Sotto il Cielo di Trieste - Leggende - http://www.bdp.it/~tsmm0001/cielotrieste/

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Created: Tuesday, September 04, 2001; Last Updated: Tuesday, November 22, 2011
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