Istrorumeno
Lingue in Pericolo



Il Comune istro-romeno di Valdarsa

Indice

[Note: The original does not have the bolded text which is provided in this transcription.]

Istituto Regionale per la Cultura Istriana (I.R.C.I.)

In un momento storico come quello che stiamo vivendo attualmente prende maggior forza e significato più profondo un 'opera sui Ciribiri d'Istria, un saggio breve ma efficace e scorrevole che sa ricostruire in maniera attenta la nascita del comune istro-romeno di Valdarsa. E non solo questo: una lettura interlineare degli avvenimenti storici fa comprendere una volta di più i meccanismi della propaganda di stato austriaca e lo schema di azione del governo nei confronti di un gruppo etnico che, per natura, si riconduce ad origini latine e, per scelta culturale, al grande nucleo degli Italiani delle terre giulie. Italiani e Romeni dell'Istria vivono la stessa sorte: cioè quella di un popolo che si pone culturalmente in maniera antagonista nei confronti di uno stato di appartenenza, l'impero austro-ungarico, che è portatore di una civiltà profonda­mente diversa. Uno stato che teme la latinità, che usa il "divide et impera» in maniera spregiudicata e si fa cultore dello slavismo proprio per arginare i ben marcati sentimenti e la ben chiara italianità di queste terre. Di tale politica resta vittima anche la comunità dei Ciribiri, gli Istro-romeni della Valle dell'Arsa.

Pian piano prende forma una vicenda che trova in Andrea Glavina, l'apostolo nazionale di questa gente, un eroe che sacrificherà tutto se stesso, fino alla morte, per il suo popolo pur di vedere avverarsi un sogno: il riconoscimento dell 'identità nazionale di un gruppo che, per mancanza di tutela, o, addirittura, per costrizione, tendeva a sparire. Ma sarà solo con il nuovo ordinamento statuale italiano, nel 1921, che potrà nascere il comune di Valdarsa. E con esso la tutela dei diritti degli istro-romeni della Piana dell'Arsa.

A Nerina Feresini, che parte inserendosi nel solco tracciato da illustri predecessori come il Kandler o il de Franceschi, va il merito, di non poco conto, dell'aver ripercorso e narrato questa storia poco nota ma importante e caratterizzante delle multiformi vicende d'Istria. Giusto e doveroso da parte dell'Istituto Regionale per la Cultura Istriana di Trieste l'essersi assunto l'onere ma anche l'onore di promuovere e appoggiare solidamente la realizzazione di quest'opera.

Prefazione

Nerina Feresini la conosco da una vita, e la mia e la sua sono ormai piuttosto lunghe. Credo che tutti e due ci conosciamo bene. Così mi sento di dire che attualmente Nerina sta vivendo una... crisi di modestia, se così posso definirla.

Non che la modestia non sia una virtù (sempre più rara, specialmente fra quanti vedono il proprio nome impresso sulla copertina di un libro). Ma nel caso di Nerina Feresini sembra davvero eccessiva.

Aggiungo che in quarant'anni di giornalismo mi è capitato ovviamente di incontrare, e talvolta persino di dover giornalisticamente «giudicare», scrittori esordienti o già maturi, pur non essendo questo il mio compito specifico al giornale in cui lavoravo, «Il Piccolo». Ma un po' di praticaccia, accompagnata magari da un pizzico di fiuto, mi ha consentito di farmi un'opinione abbastanza precisa del libro o dello studio di cui si stava parlando. E accanto alle persone modeste - per me le più simpatiche - ho incontrato anche persone finto-modeste, che è facile «scoprire»; e infine quelle che sono persuase di avere scritto per il bene dei posteri: e queste - sia detto senza malevolenza - sono spesso involontariamente anche divertenti.

Bene. Dopo questa premessa, per la cui lunghezza mi scuso, vi confermo che Nerina Feresini è sinceramente modesta: anzi, nel caso specifico di questo studio, come ho accennato all'inizio, troppo modesta. Al punto che è stato necessario fare amichevoli ma decise pressioni perché presentasse quest'ultima sua fatica a un editore, il benemerito IRCI, l'Istituto regionale per la cultura istriana. E si trattava, anzi si tratta, di un argomento di tutto rispetto: la storia del Comune di Valdarsa, che servì a raggruppare, quando l'Italia redense l'Istria, sette villaggi, tutti abitati da istro-romeni.

Con gli istro-romeni Nerina Feresini ha, ormai da anni, un legame di schietto interesse: è un'ammiratrice convinta delle qualità forti e decise di una popolazione che meritava tutta la stima e l'appoggio aperto che ebbe sia da Bucarest, con un aiuto morale, sia da Roma, con misure che servirono - grazie all'opera di un valoroso e intelligente giovane maestro istro-romeno, Andrea Glavina - a salvaguardarne l'identità.

Tutto ciò purtroppo conobbe dapprima un'eclissi con la morte prematura, per malattia, del Glavina: era un apostolo, e non si riuscì a sostituirlo. Poi arrivò la Iugoslavia di Tito, e allora ogni bel sogno, anche il più modesto, s'infranse nel contatto con la severa politica di Belgrado.

Di tutto questo parla nel suo libro Nerina Feresini, con un linguaggio piano e privo di accenti polemici, come si conviene a uno studio storico che si rispetti.

Ma la caratteristica degli scritti di Nerina Feresini che più ci preme di mettere in luce è l'assoluta fedeltà alla documentazione storica, da lei scrupolosamente studiata - in un arco di tempo piuttosto lungo - negli archivi istriani, nelle biblioteche e sul posto. Soprattutto sul posto, con dei sopralluoghi - spesso autentiche scarpinate - che il suo entusiasmo trasforma di una sorta di festosi pellegrinaggi. Per cui a ogni antica pietra dei resti di un villaggio, magari solo a due o tre casupole, sa dare un loro intrinseco valore e acquista forza la testimonianza, basata magari su poche parole incise e per noi profani quasi incomprensibili.

Così diventa attendibile, perché assolutamente obiettivo, quanto scrive la prof. Nerina Feresini, con quel suo stile il più delle volte gioioso, che si stacca nettamente dalla seriosità talvolta ritenuta, a torto, indispensabile in questo tipo di studi.

Manlio Granbassi

Premessa

In Istria vive una comunità poco conosciuta, residente in una zona scarsamente visitata, quella dei Romeni della Valdarsa.

In passato molti studiosi hanno indagato sulla loro origine e sulla loro lingua e le conclusioni cui sono arrivati non concordano. E il problema resta ancora insoluto.

Nel secolo scorso alcuni intellettuali romeni si sono accorti della esistenza dei loro compatrioti, quindi hanno visitato i loro villaggi e raccolto testimonianze. Per salvaguardare la loro identità, il prof. Burada, alla fine del secolo prese con sé un giovinetto, Andrea Glavina, lo portò in Romenia per prepararlo a diventare, al suo rientro in Istria, l'educatore della sua gente.

Nel 1922, con la redenzione dell'Istria, è stato fondato il piccolo comune di Valdarsa, nato dall'unione di sette villaggi, tutti abitati da istro-romeni, comune soppresso dopo l'occupazione jugoslava.

Questo nostro testo presenta la storia di questo comune, scritta attingendo agli studiosi del passato e ai documenti esistenti nell'archivio storico di Pisino, concessi in visione dalla cortesia del direttore dott. Jelincic, al quale va tutta la nostra riconoscenza.

Ricordiamo con gratitudine la disponibilità, in questo lavoro, dei signori dott. Ettore e Daria Motta, della prof. Grazia Novaro e della dotto Gabriella Gabrielli Pross, che mi hanno accompagnato nella visita delle località, riprendendo numerose fotografie; del dott. Guido Granbassi, che ha collaborato alla rilettura del lavoro, e del dott. Franco Bastiani, autore delle cartine topografiche. Un grazie a Liana Runco Senica, segretaria della Famiglia pisinota e collaboratrice preziosa. Ultimo nell'elenco ma primo per la intelligente disponibilità e consigli devo ricordare il giornalista dotto Manlio Granbassi, autore della prefazione, attento revisore di tutto il lavoro. Lo ringrazio e gli sono tanto riconoscente per l'aiuto che mi ha dato.

In queste pagine non è stato trattato l'importante problema della lingua, ritenendolo di competenza di studiosi specializzati. Ho cercato invece di illustrare la nascita del piccolo comune di Valdarsa, le sue caratteristiche e il suo ambiente. Spero di esserci riuscita.

Nerina Feresini

Introduzione

Le diversità che si incontrano nelle caratteristiche morfologiche dell'Istria e la rendono varia ed interessante sono molteplici. Non meno singolari sono le differenze etniche.

La piccola penisola a forma di cuore, ha accolto attraverso i secoli svariate popolazioni, che si sono insediate sul suo territorio, conservando la propria lingua e le proprie abitudini. Fra queste si distingue una particolarissima etnia stabilita nella parte più povera e selvaggia della provincia, ignorata anche dagli istriani che non le vivono accanto.

È costituita da due gruppi, quello dei Cici, stanziato sull'altipiano che si estende dalla catena dei Vena fino alla periferia di Abbazia, e l'altro dei Ciribiri [vlahi] che occupa la zona alle falde dei Caldiera, attorno a quelle che furono le sponde del lago d'Arsa.

Lo storico Camillo de Franceschi, nell'introduzione al suo volume "I castelli della Valdarsa», a pago 1 e 2, così descrive alla fine del secolo, prima della bonifica, questo lembo di terra istriana, che egli poteva ammirare da Moncalvo, suo borgo natale:

"Una delle parti meno conosciute della penisola istriana, è senza dubbio quella rimota regione che si estende ai piedi del Monte Maggiore, fra Lupolano (Lupoglava) e Cosliacco e che costituisce il bacino idrografico dell'Arsa, dello storico fiume destinato da Cesare Augusto a confine orientale d'Italia.

Il paese offre un aspetto assai vario e pittoresco, alternato com'è di alti colli e di profonde e anguste convalli. Una di queste, percorsa in tutta la sua lunghezza dal torrente di Bogliuno, va serpeggiando da Vragna lungo le radici dei monti e sbocca presso Villanova, in una ridente pianura, che si allarga intorno al lago formando il fondo della valle d'Arsa propriamente detta.

Il torrente di Bogliuno, alimentato dalle acque che scendono giù dal Monte Maggiore e dalle alture di Lupoglavo, si riversa nel lago situato sotto gli scoscesi dirupi di Cosliacco, uscendo poi con il nome di fiume Arsa. Il qual fiume, rasentata da prima la costiera di Chersano, si addentra fra Pedena e Sumberg, in una gola di monti e dopo un corso di 23 chilometri, mette foce, presso Barbana, nel canale marittimo dell'Arsa.

La verdeggiante distesa intorno al lago, chiusa a levante dall'imponente mole dei Caldiera, che corrono a guisa d'una muraglia, dal Monte Maggiore alla punta di Fianona, viene circoscritta a mezzogiorno dall'altipiano di Chersano, e dagli altri lati dalle sfaldature delle piccole catene dei monti di pedena, di Tupliacco e di Cepici, fra i quali si insinua la valle in lunghe e irregolari diramazioni.

Nelle stagioni piovose le acque crescono, straripano, invadono a lunghe falde il piano. L'ampio tratto della Racchita, troppo spesso inondato dalle piene del fiume, e dai trabocchi del lago, non prestando alcuna garanzia all'opera del coltivatore, viene abbandonato, in gran parte nel suo stato di palude. E per i bassi fondi della valle, dove, nel tempo delle piogge, larghi spazi di suolo si convertono in lucidi specchi d'acque stagnanti, i prati stessi non offrono che fieni scarsi e pascoli magri».

Nella vallata attorno al lago e sulle alture circostanti alcuni villaggi e numerose ville (gruppi di case abitate da famiglie dello stesso cognome) appartengono alla popolazione istro-romena. Sono in via di estinzione, dopo le dure vicende della guerra e dell'esodo. Alla fine del primo conflitto mondiale gli abitanti ammontavano a 2.500 anime, come è riferito dalla Guida della Venezia Giulia edita nel 1920.

Ma abbiamo una testimonianza più recente della loro presenza, ed è quella pubblicata sul n° 8 del Ladonja, periodico croato del 1983, in cui si elencano le località dove si parla romeno (Govore Vlasko).

Sono inaspettatamente molto numerose. La grafia è croata. Si denota un forte calo della popolazione, confrontando le cifre dei due anni presi in considerazione.

I villaggi in cui sopravvivono i Ciribiri, che ancora parlano l'istro-romeno, sono i seguenti:

Villaggi Abitanti nel 1949 Abitanti nel 1983
Jesenovik [era Sucodru]

227

92

Kostrčani / Costerciani

320

71

Letaj / Letai

166

67

Nova Vas / Villanova [era Nòselo]

201

109

Sušnjevica / Valdarsa [era Susnieviza]

231

96

Totale

1.145

435

Le ville sono:

Stancovici, Peculici, Ljubicici, Berasi [Perasi], Trkovci, Roti
Zancovici, Przatici, Marovici, Zovisi
Paketici, Bakotici, Kontusi, Picheti
Kesici, Fajmani, Jesenovik, Zgolici
Letaj, Travaliji, Kornelici, Lenzovici
Matissi, Suriani, Soldati, Belani, Latkovici
Skrliji, Zejane, Brdo, Bele, Baronu, Barokanu
Maleku, Kolaru, Juke, Kumpariu, Picon, Jurkin, Beko.

[Questa lista non è completa!]


Un po’ di storia

La splendida vallata che si adagia ai piedi del Monte Maggiore (m. 1.394) e degli altri monti del Caldiera è attraversata da un piccolo corso d’acqua che prima della bonifica si immetteva nel lago, col nome di Bogliunsizza e ne usciva con quello di Arsa. È lungo appena 27 chilometri, ma ha avuto una funzione importante nella storia, perché, per volere di Augusto, nel 27 a.C., ha segnato i confini d’Italia.

Nella zona in cui scorre, sono stati rintracciati i segni della presenza romana, cioè embrici e monete, oltre a due reperti più importanti. In quella di Iessenovik, una piccola ara dedicata alla dea Venere Iria, poi affidata al museo di Albona, e a Felicia [Cepich], nello scavo delle fondamenta della chiesa parrocchiale della S.S. Trinità, una lapide con la scritta: “Silvano Aug. C. Aquilius Celer V.S.I.M.”, murata sulla porta principale della chiesa stessa (Camillo de Franceschi – “I Castelli della Valdarsa”, pagina 148).

Nella valle è stato costituito nel 1922 un comune, piccolo per la limitata estensione territoriale, (5.500 ettari), per l’esiguo numero degli abitanti (2.240 persone) e per le poche frazioni che comprendeva: Valdarsa  [Susgnevizza o Frascati, oggi Sušnjevica], il capoluogo, Briani [Berdo o Birdo, oggi Brdo], Gradigne di Valdarsa, Grobenico dei Carnelli (Grobenico, oggi Grobnik), Letai [oggi Letaj], Sucodru [oggi Jessenovik] e Villanova d’Arsa [Nòselo, oggi Nova Vas]. Sette in tutto, compreso il capoluogo.

Si tratta di poveri villaggi, tre disseminati lungo la strada che da Valdarsa si snoda a sinistra della valle e quattro invece dalla parte destra. A sinistra incontriamo Valdarsa il capoluogo, Villanova e Sucodru, e a destra Letai, l’antica Letano, composto da ville disseminate sulla china del monte, senza un centro vero e proprio, se non si considera tale la chiesa dei santi Giorgio e Bartolomeo e l'attiguo cimitero, situati sulla cima del colle. Dalla parte opposta, in alto, Briani in una posizione incantevole, Gradigne con le rovine del suo castello, lontano dalle strade maestre, e le ville sparse nella campagna, ma come Letai senza un centro di aggregazione, e Grobenico, la più isolata sul pendio del monte, ai piedi del quale scorre il torrente Posser.

Visitandoli sembrano luoghi senza importanza e sopravissuti a catastrofi che hanno infierito sulle abitazioni distruggendole, e sulle popolazioni riducendole ai minimi termini.

La peculiarità degli abitanti è quella di essere di origine romena, arrivati in questa zona in un tempo sconosciuto, forse alla fine del 1400, sospinti dalle invasioni dei turchi, e parlanti ancora oggi un linguaggio proprio.

Ma la storia di questi paesi è ben più antica. Contano secoli di vita e i loro nomi sono ricordati nei documenti che risalgono alle origini del feudalesimo in Istria. Per la prima volta, appaiono in un atto del 1064, quando Enrico IV di Germania li diede in dono al Margravio Ulrico, il quale a sua volta li infeudò ai suoi ministeriali.

Si suppone che i quei tempi fossero stati costruiti i Castelli della Valdarsa. Camillo de Franceschi nel suo studio già citato, ne elenca dieci, dislocati da Urania a Chersano, di maggiore o minore importanza a seconda del luogo in cui vennero edificati, sono precisamente: Urania, Castel Lupogliano, Bogliuno, Passo, Gradigne, Poster S. Martino, Bellai, Letai, Cosliacco e Chersano.

Servivano sia da abitazione alla famiglia del feudatario che come punto di difesa dalle incursioni nemiche. Situati sui dirupi a protezione dei valichi, “erano tutti di struttura piuttosto rozza di forma rettangolare, con una torre quadrata sporgente dal un angolo, mura altissime, merlate munite di feritoie e appiombatoi”. (Camillo de Franceschi, “I castelli della Valdarsa”, pag. 22).

I figli di Ulderico cedettero tutti i loro beni ai patriarchi di Aquileia, i quali alla loro volta li infeudarono a nobili tedeschi, con l‘obbligo di pagare un determinato censuo annuo, prestare il servizio militare e custodire le rocche avute in consegna.

I nomi che riscontriamo nei più antichi documenti sono quelli di Castrum martinum e Castrum Letai, cioè dei castelli costruiti in epoca più remota, e precisamente nella seconda metà del secolo XI. Sotto i patriarchi, questi castelli con gli annessi territori costituivano “due piccoli comuni ognuno dei quali era governato da un proprio gastaldone” (C. de Franceschi, cit., pag. 11) che esercitava la giudicatura minore e riscuoteva le decime e i censi.

Il dominio aquileiese durò 200 anni, dopodiché la costa occidentale dell’Istria fu ceduta al dominio veneto, e i castelli della Valdarsa e la parte interna, dove in un’epoca imprecisata si era formata la Contea di Pisino, passarono dopo alterne vicende dal Patriarcato di Aquileia alla casa di Gorizia, senza mai far parte della Contea di Pisino. Sostituirono delle signorie infeudate a vassalli minori.

La più importante della vallata è stata quella di Cosliacco o Wachsenstein, della quale abbiamo notizia da un documento del 1102. Dopo varie vicende fu infeudata dalla famiglia dei Guteneck, che ingrandirono il loro territorio, e quando la signoria passò ai Moyses nel 1430, questi compresero nel loro possesso anche parte della comunità rumena: Susgnevizza, Letai, Jessenovik, Villanova e Briani.

Dopo una brevissima parentesi, in cui Venezia nel 1508 si impossessò della Valdarsa, la signoria di Cosliacco venne divisa nel 1529 tra i Nicolich, ai quali furono assegnate Cepich, Villanova e Letai e i Barbo che ebbero le ville di Briani, Posser, Susgnevizza e Jessenovik. Estinta la linea dei Nicolich la loro eredità passò in mano ai Diotallevi e ai Calotti. Ai primi andarono Cepich e ai secondi Villanova e Letai.

Durante la lunga guerra di Venezia contro gli uscocchi, nel 1600 la Valdarsa ebbe a soffrire per scorrerie e saccheggi. Bande armate di contadini guidati dai signori dei castelli, invasero il territorio nemico, incendiando villaggi e casali.

Con l’invenzione della polvere pirica, l’arte della guerra fu rivoluzionata e le rocche feudali si munirono di bastioni e di contrafforti per proteggersi dall’artiglieria. Verso la metà del secolo XVII, i vecchi castelli cessarono di esercitare ogni influenza nelle guerre e furono restaurati e trasformati in più comode dimore, ma la maggior parte cadde in rovina.

Nel 1615 i sudditi veneziani penetrarono nella Valdarsa, guastando le campagne e saccheggiando gli abitanti. L’anno dopo i contadini di Albona fecero una nuova incursione nella valle, depredando 2.500 capi di bestiame. Intervenne il capitano austriaco Siminich e dopo molti scontri i Veneti furono sconfitti.

Vennero bruciati i villaggi di Jessenovik, Villanova, Cepich e Tupliacco. La signoria di Cosliacco ritornò in mano ai Barbo e da questi fu venduta nel 1668 agli Auersperg.

Una storia a parte è quella della signoria di Gradigne, che assieme a quella di Passo era in possesso dei Walderstein di Racizze. Poi per matrimonio passò ai Barbo. Il conte Francesco Barbo nell’alienare le tre signorie della Valdarsa, cioè Passo, Bellai e Cosliacco, continuò a tenersi Gradigne. Appena nel 1695 ebbe luogo la consegna di questa villa al principe di Auersperg.

Di Grobenico ricordiamo la cessione della chiesa di S. Michele con tutto il territorio al convento di S. Maria del Lago.

Gli Auersperg diventati padroni della Valdarsa nel 1668, dapprima tennero divise le signorie, poi le unirono in un sol corpo amministrativo, chiamato signoria di Wachsenstein, che comprendeva dodici villaggi, cioè: Cosliacco, Cepich, Jessenovik, Crasca, Villanova, Susgnevizza, Briani, Letai, Posser, Grobenico, Gradigne e Passo. Il suo centro amministrativo era Bellai.

Nel 1748 Maria Teresa divise la Carniola in tre circoli, Lubiana, Rudolfswerth e Adelsberg. A quest’ultima furono sottoposte la Contea di Pisino, le signorie di Bellai, Lupoglava e Chersano. Dopo il breve periodo della dominazione francese e la conseguente restaurazione austriaca, con le riforme pubbliche del 1814, Bellai divenne capoluogo di un nuovo distretto, ripartito in due comuni Bogliuni e Chersano. Il primo era diviso nelle frazioni censuarie di Previs, Brutto, Dolegnavas con Goregnavas, Lesischina con Semich, Vragna con Montemaggiore e Brest, Bogliuno, Passo, Gradigne con Posser, Susgnevizza con Letai e Grobenico, il comune di Chersano comprendeva invece Briani, Cepich, Sumberg, Chersano, Cosliacco con Malacrasca, Jessenovik con Villanova.

Questo distretto fu subordinato al circolo di Fiume e nel 1821 a quello di Pisino. Bellai rimase centro distrettuale fino al 1848, quando, con legge parlamentare, furono abolite tute le prerogative feudali e il territorio della cessata “commissaria” andò spartito fra i distretti giudiziali di Pisino, Albona e Pinguente.

Il 19 gennaio 1922 fu istituito il nuovo comune di Valdarsa, con sette comuni censuari, abitati da una popolazione, che aveva come lingua madre l’istro-romeno.

Origine degli Istro-Romeni

Ma chi sono questi Istro-Romeni? Da dove provengono? Quando sono arrivati in Istria? Nei tempi passati la loro presenza ha suscitato l’interesse di molti studiosi locali. Riportiamo le supposizioni e le conclusioni dei più eminenti.

Fra i più antichi dobbiamo segnalare il cronista Ireneo della Croce. Nella sua “Historia sacra et profana antica et moderna” del 1689, assicura che i Romeni si trovavano nel Carso triestino, da Castelnuovo fino sopra Trieste, provenivano dalla Bucovina e dalla Transilvania, perché cacciati dai Turchi. Per lo più erano boscaioli e pastori.

Il Vassilich nel suo studio “Sui Romeni dell’Istria” (1900) riferisce che il pisinoto Antonio Covaz aveva pubblicato sul giornale “L’Istria” del Kandler, dell’anno 1846, alle pagine 7 e 8, il primo saggio sulla lingua istro-romena “Dei Rimgliani o Vlahi dell’Istria” sostenendo che erano originari della Dacia.

Successivamente il Kandler, in seguito allo scoprimento (già citato) di una lapide a Felicia (Cepich) e di una piccola ara presso Jessenovik, affermava che i romeni istriani erano gli eredi dei coloni trasferiti da Augusto, per proteggere i valichi del Monte Maggiore. Ad essi vennero assegnati i terreni di Finale (Bogliuno) a Felicia (Cepich), lungo il fiume Bogliunsizza, dalle sue sorgenti al lago d’Arsa.

Nel Medio Evo il territorio fu invaso dai Longobardi, sopportò le scorrerie degli Sloveni e degli altri barbari, che avrebbero fatto stragi fra la popolazione. Nel secolo IX i Croati occuparono le terre fra l’Arsa e la Cetina, cioè la Liburnia, l’Agro e le pendici orientali del Monte Maggiore, dove viveva un popolo che parlava il volgare romanico e precisamente nei villaggi di Gradigne, Letai, Briani, Susgnevizza e Villanova.

Il Kandler esaminò anche la lingua degli Istro-Romeni, con due saggi sul suo giornale “L’Istria” alle pagine 246-247 anno 1848 e a pagina 236 anno 1849.

Carlo de Franceschi non condivideva il pensiero del Kandler, ma supponeva che i Romeni fossero arrivati via mare assieme ai Croati. Lo dimostrerebbe il fatto che i cognomi dei nuovi venuti erano uguali a quelli degli abitanti della Dalmazia. Quindi il de Franceschi sosteneva la tesi dell’immigrazione attraverso il mare.

Carlo Combi, in un lavoro pubblicato nel 1859, vedeva “Nei moderni avanzi romenici, i discendenti dei latini di Roma”.

Dopo il Combi segue la schiera dei glottologi e degli studi scientifici. Furono fatti dei raffronti tra la lingua dei nostri Istro – Romeni, e quella dei Daci e dei Macedo Valacchi.

L’illustre glottologo Graziadio Ascoli (1829-1907) per primo studiò il dialetto romeno della Valdarsa e arrivò alla conclusione che esso coincideva con quello della Dacia. Quindi i Romeni istriani erano i discendenti di quelle genti che, per sottrarsi alle barbarie dei Turchi, emigrarono in cerca di una nuova patria nel secolo XIV o almeno nel XV.

Un altro studioso, il Miklosic, esaminando la lingua dei due raccontini riportati dal Covaz su l’”Istria” nonché di alcune preghiere e proverbi, ritrovò delle rassomiglianze con la lingua parlata dai Romeni abitanti nei paesi del Danubio inferiore: quindi i Romeni istriani dovevano essere originari di quelle terre.

E concludeva: “Dopo la colonizzazione della Dacia, da parte romana, tute le regioni tra il Danubio e l’Adriatico, si popolarono con coloni parlanti la lingua romena, che all'arrivo delle orde barbariche si sbandarono. Cessate le incursioni, i Romeni si riunirono e formarono dei piccoli banati.”

Contatti di Romeni con la popolazione della Valdarsa

II primo dado romeno che si occupò di questa etnia fu Giovanni Maiorescu, che la conobbe occasionalmente. Lo documenta Sextil Puscariu nel suo libro «Studi istro-romeni» del 1926. La scoprì casualmente nel 1857 quando si trovava a villeggiare ad Abbazia. Per la strada incontrò dei carbonari, scesi dai monti a vendere la loro mercé. Li sentì parlare, li ascoltò, e volle conoscerli. Così nacque il suo interesse per questi connazionali e decise di visitarli.

Il suo viaggio in Istria, ebbe inizio da Trieste, il 22 giugno 1857, con arrivo a Pisino in serata. Nel villaggio di Sarezzo si incontrò col prete sloveno Cergnar e ben presto si misero a discutere sull'origine dei Romeni in Istria. Secondo il suo parere gli Istro-romeni, erano gli eredi di quei Romeni della Pannonia e della Dalmazia, i quali ebbero contatti da una parte coi Romeni della Dacia di Traiano, e dall'altra con la Dacia di Aureliano, in quanto il loro linguaggio aveva delle particolarità linguistiche identiche, ora con un gruppo ora con l'altro. Dopo che si allontanarono dalla loro patria perdettero ogni contatto coi restanti Romeni.

Il 24 giugno il Maiorescu fece conoscenza con Antonio Covaz, podestà di Pisino, che si dimostrò oltremodo felice di incontrare un romeno venuto a studiare la lingua dei suoi fratelli istriani.

Ma il suo desiderio più vivo era quello di incontrare un abitante della Valdarsa, e lo espresse al podestà. Il caso gli fu favorevole. In quel momento stava passando per la strada un contadino e il Covaz dando uno sguardo fuori dalla finestra, gridò: «Eccolo!». Fu il primo contatto dello studioso con un suo connazionale.

Prima che lasciasse Pisino, il Covaz gli consegnò alcuni manoscritti di una ricerca morfologica sul dialetto istro-romeno.

Maiorescu proseguì il suo viaggio. Arrivò a Susgnevizza il 25 giugno e la notizia che un romeno di un lontano paese avrebbe visitato i loro villaggi si era diffusa tra i villici entusiasmandoli. I suoi connazionali lo accolsero con affetto, rispondendo ad ogni sua domanda. Il 26 giugno il Maiorescu riprese il cammino, soffermandosi in ogni villaggio e in ogni abitazione, allo scopo di raccogliere i nomi degli oggetti domestici e degli arnesi di lavoro dei campi.

Dapprima si fermò a Letai, nella casa di Giovanni Francela, sposato a una croata, e chiese notizie sul villaggio di Gradigne. Per strada incontrò alcuni abitanti di Briani. I poveri villici della Valdarsa lo consideravano come un fratello, anzi secondo la sua espressione «un apostolo».

Gli chiedevano notizie dei reali di Romenia, degli abitanti di quel paese, se questi avessero impiegati e preti nazionali, mostrandosi oltremodo dolenti di non poter ascoltare la parola di Dio nella lingua materna.

Il 28 giugno, essendo domenica, il Maiorescu raggiunse Villanova [Nòselo], dove gli abitanti di Susgnevizza, erano raccolti in chiesa. Non trovò alcuna differenza fra la loro parlata e quella dei villici di Letai. Dal 29 giugno fino al 1° luglio si fermò a Briani e nel giorno di S. Pietro dovette spiegare ai fedeli il Vangelo in romeno. Alcuni giorni dopo a Villanova, essendo uscito dalla chiesa durante (a predica in croato, e sedutosi sotto ad un albero, si trovò ben presto circondato da una folla di contadini, che lo pregavano di recitare alcune orazioni in lingua romena e di spiegar loro il Vangelo come aveva già fatto a Briani. A stento li persuase a non far simile affronto al parroco, ma di rientrare in chiesa dando egli per primo l'esempio. («Giovine Pensiero», 2 maggio 1896)

II 4 luglio visitò il gruppo dei Romeni abitanti sotto il Monte Maggiore, mentre nei due giorni successivi si fermò in Albona, luogo natale di Matteo Bartoli, dove incontrò uomini illuminati e patrioti entusiasti, come Tomaso Luciani, Antonio Scampicchio, Giovanni Lucas ed altri.

Frutto di questo viaggio sono i libri «Itinerario in Istria» e un vocabolario istro-romeno. Pubblicò alcuni articoli sul giornale «La Provincia» di Capodistria (n° 5 pag. 934-935) in lingua italiana, sostenendo che i villaggi croati in Istria erano abitati da romeni slavizzati.

Nel 1890 visitò la zona romena il prof. Teodor Burada dell'Università di Jassi, per studiare la lingua e passò di casa in casa.

Alcuni anni dopo l'incontro più importante fu quello con un ragazzo di 12 anni, Andrea Glavina, che prese con sé. Lo portò in Romenia, per affidarlo alle cure di prestigiosi collegi, a Cernauti, a Cluj e a Jassi, preparandolo così a diventare l'apostolo della sua gente.

II Glavina ritornato a Valdarsa, dopo il periodo degli studi in Romenia, si dedicò completamente all'educazione dei suoi compaesani. Raccolse testimonianze della loro lingua nei racconti, nei proverbi e nei vocaboli in uso e pubblicò nel 1905, un «Calendaru lu Rumeri din Istria» a Bucarest. E un piccolo almanacco, con le preghiere principali, raccontini e in fondo un minuscolo vocabolario istro-romeno.

Il Glavina era abilitato all'insegnamento della lingua italiana e di quella romena.

Si sa che era occupato presso la scuola elementare di Santa Domenica di Albona, incarico che abbandonò dopo la Redenzione per dedicarsi tutto alla costituzione del nuovo comune di Valdarsa, e all'apertura della scuola romena. Fu in relazione con studiosi romeni e in particolare col suo professore A. Viciu di Blaj e col professore Matteo Bartoli di Albona, insigne glottologo, che gli fu prodigo di consigli e di aiuti.

Sulla scoperta di questa etnia è interessante quanto scrisse la rivista «Carroccio» riportato sul «Secolo» del 19 gennaio 1910, che riferisce l'incontro della regina di Romenia, Carmen Silva, con gli Istro-romeni. Lo trascriviamo dalla nota a pagina 51 dell'opera di Puscariu: «Ad un tratto la attrae il linguaggio di certi contadini, seduti su di una panca. E vero o non è vero che parlano romeno? Domandò chi erano ed essi nella loro ingenuità risposero: Ciribiri d'Istria!! senza nemmeno lontanamente immaginare, che quella era la regina di un forte e rinnovato popolo al quale essi pure appartenevano, senza aver mai pensato che al mondo altra gente esistesse pari alla loro di razza e di linguaggio.

La conversazione dell'intellettuale regina coi Ciribiri fu lunga ed animata, con crescente stupore dalle due parti per la facilità di intendersi.

Carmen Silva ritrovava oltre il Danubio i monti e il mare, l'identica fresca semplicità dei suoi sudditi affezionati, valacchi e moldavi. I Ciribiri vinta la diffidenza, esultavano di trovarsi con una gran signora che parlava con loro. I poveri abitanti dell'Istria pedemontana, dediti al commercio dei polli, quando non fanno i carbonari, e che reputano unica fortuna avere delle bellissime donne, da inviare come balie a Fiume e ad Abbazia, non erano dunque soli al mondo.

L'incontro fortuito di Abbazia non fu senza effetti. Poco tempo dopo in uno dei villaggi romeni, un certo Francesco Scrobe, sposato con una fiumana, in ricordo della visita regale, volle collocare sulla sua povera osteria una tabella con su scritto: Albergo alla grande Romenia: «Optataria Romena». Ciò fu tutto. Lo Scrobe seguì anche per i Romeni d'Istria, quella stessa battaglia di tabelle ed iscrizioni che è il segno delle lotte nazionali in Austria. Di più egli non poteva né sapeva fare».

Uno dei più importanti studiosi di questa etnia è il già citato prof. Sextil Puscariu, che ci ha dato il quadro più completo e le notizie più esaurienti sui Romeni della Valdarsa.

Ricordiamo anche Leca Morariu e il suo piacevole diario di un viaggio nella Valdarsa, pubblicato in italiano su Vita Nuova nel 1927.

Sono passati tanti anni, ma l'interesse per questa popolazione non si è spento, anzi si è rinnovato. Il dott, Racu [Ratiu] romeno, residente a Roma, si è recato nella zona per incontrarsi con i connazionali superstiti, e nel 1994 ha stampato un calendario nella lingua istro-romena della Valdarsa.

Inoltre, nel mese di maggio 1994, è stata fondata a Trieste l'«Asociatia culturale lu Istro-rumei Andrei-Glavina», per la conservazione e la perpetuazione dell'etnia degli Istro-romeni, in pericolo di estinzione.

Gli abitanti della Valdarsa vengono chiamati Ciribiri denominazione derivata dall'unione delle due parole: «ciré bine», che significano: «tienti bene». Per rotacismo la n è diventata r quindi «ciré bire», da cui Ciribiri, l'appellativo degli Istro-romeni della Valdarsa.

Notizie sulle parrocchie

La religione degli Istro-romeni è la cattolica. Quando si trasferirono dalla loro patria, la Dacia, seguivano il rito ortodosso, ma, durante la loro peregrinazione e a causa dei contatti con popolazioni cattoliche, lo abbandonarono e della loro identità, mantennero solo la lingua.

Il piccolo comune di Valdarsa, dove vivevano, era diviso fino al 1947, cioè alia fine della sovranità italiana, in due parrocchie: quella del capoluogo e l'altra di Briani, comprese nel decanato di Chersano, situato nella parte più meridionale della diocesi di Trieste.

Il primo accenno alla chiesa di Valdarsa risale al 1314. Non si sa quando fu e!evata a parrocchia. La più antica notizia della sua funzionalita è del 1701.

Da due specchietti del 1803 ricaviamo che da Susgnevizza, dipendeva la chiesa di Letai e i fedeli di quella frazione dovevano percorrere un'ora di strada per raggiungere la chiesa parrocchiale, mentre quelli di Susgnevizza abitavano accanto alla chiesa; e solo quattro di questi distavano un'ora di cammino.  

A Susgnevizza vivevano 230 anime, a Letai 110, in totale 340 persone. Il patrono di Susgnevizza era S. Silvestro [eratum: S. Giovanni Battista], mentre quello di Letai era S. Giorgio. Le chiese allora erano in pessime condizioni, come la canonica, a causa dell'incuria de! Signore (il principe di Auersperg) e della povertà degli abitanti, cui era fatto obbligo di provvedere alla riparazione e alla manutenzione. (Le notizie portano la firma del parroco Bartolomeo Volpi, la data e 7 luglio 1803).  

Dello stesso anno, cioè del 1803, sono le notizie riguardanti la «curazia» di Villanova, che aveva alle sue dipendenze la chiesa di Jessenovik. La chiesa di Villanova era dedicata allo Spirito Santo, la seconda a S. Quirino. Le condizioni degli edifici sacri e della canonica, affidate alle cure dei fedeli, erano buone. Il numero delle anime di Villanova ammontavano a 155 persone, quelle di Jessenovik a 187, in totale 342 fedeli. 1 parrocchiani abitavano più o meno distanti dalla chiesa. Per raggiungerla il più lontano fedele di Villanova impiegava un quarto d'ora mentre un fedele di Jessenovik doveva camminare un'ora e tre quarti. Gli altri abitavano nelle vicinanze. Nel 1823 don Adriano Toncetich aveva cura delle 700 anime della parrocchia di Susgnevizza, che comprendeva da una parte anche la chiesa di Letai, e dall'altra quelle di Villanova e Jessenovik. Quarant'anni prima tutte e quattro formavano un'unica parrocchia, quella di Susgnevizza. Nel 1823 don Pietro Basilisco fungeva da collaboratore.  

Poco consolanti erano le notizie sullo stato della chiesa di Susgnevizza dove il pavimento e il soffitto stavano per cedere. Difettavano i paramenti sacri, sufficienti soltanto nelle chiese di S. Giorgio (Briani), di S. Spirito (Villanova) e di S. Quirino (Jessenovik). Il parroco era un cattivo amministratore, e da alcuni anni non dava relazione sulla situazione al Signore di Bellai. Le rendite della chiesa erano nulle.  

Nel 1831 risultava che a Briani la parrocchia era affidata a don Marco Marcofcich sotto il patronato del Signore di Bellai.

Esaminando i libri parrocchiali di Susgnevizza (Valdarsa) depositati nell'archivio della Curia vescovile di Trieste, abbiamo potuto fare le seguenti osservazioni: i libri che risalgono al 1835 appartengono a tre categorie di fedeli, quella dei battezzati, dei coniugati e dei morti. Inizialmente sono tutti compilati in latino e i cognomi scritti con grafia italiana, i nomi dei paesi sono italiani come Villanova e Susgnevizza. Nell'anno 1859 si comincia ad alterare la grafia e la traduzione dei nomi dei paesi e dei cognomi è completa. Il sigillo parrocchiale originariamente in latino, nel 1890 e sostituito da uno scritto in croato.

Nel 1908 a Briani il parroco Michele Barbic amministrava 763 fedeli mentre a Susgnevizza si contavano 1,080 anime in cura del parroco Giuseppe Flegar. Esaminando il prospetto delle unite diocesi di Trieste e Capodistria del 1940 apprendiamo che in quell'anno esistevano nel comune di Valdarsa due parrocchie, Briani e Valdarsa ambedue prive del titolare. Nella prima lo sostituiva don Francesco Crismani vicario economo dal 1933 e nella seconda don Mario Cociancich vicario dal 1939.  

A Briani vivevano 673 anime e a Valdarsa 1.160, assommando la popolazione di Villanova (Spirito Santo), Sucodru o Jessenovik (S. Quirino) e Letai (S. Giorgio).

La chiesa di Tutti i Santi di Gradigne, dipendeva dalla parrocchia di Passo e quella di Grobenico, dedicata a S. Michele, da Cherbune. Attorno a tutte le chiese si trovava il cimitero.

Nel 1928 era stato pubblicato e diffuso un libretto di preghiere in istro-romeno, dalla rivista  «Fat Frumos» di Suceava a disposizione degli abitanti della Valdarsa e di Seiane.

La Scuola

Le notizie riguardanti la scuola sono state ricavate da documenti d'archivio, e dall'esauriente lavoro gia citato, di Sextil Puscariu alle pagine 45 e seguenti, delle quali e stata fatta una libera traduzione,  

Egli precisa che 10 stato austriaca fu molto ostile agli istro-romeni e non si preoccupo della loro cultura. Al tempo dell'annessione dell'Istria all'Italia , si contarono gli analfabeti, aumentati durante la guerra, e che costituivano il 90% degli anziani e il 20% dei giovani.  

Francesco Strolego [Stroligo], nato a Villanova nel 1827, racconto di aver imparato a scrivere a Valdarsa dai prete Kosmac e dai cappellano Keber. Maiorescu nella sua visita a Valdarsa nel 1857, incontro alcuni ragazzi fra i 13 e i 14 anni, che coi libri sotto il braccio si dirigevano, intorno alle 10, verso la scuola comunale. L'insegnamento si limitava a far apprendere le preghiere in croato. (Popovici 1 19).  

Andrea Glavina (Unirea XVI A. 1906 n' 20), ci dice che 40 o 50 anni prima, a Valdarsa funzionava una scuola, sotto la guida del prete del luogo. In seguito venne chiusa.

Più tardi fu stabilito che maschi e femmine, prima della Santa Pasqua, frequentassero la chiesa per imparare le preghiere indispensabili per la prima Comunione, non nella lingua materna, che i croati ritenevano di nessun valore, e neanche in latino, ma sempre in lingua croata.

La necessità di aprire una scuola si faceva sentire sempre più e la stampa istriana ne fu portavoce. Infatti il «Giovine Pensiero» del 26 ottobre 1887 rivolse alla Dieta dell'Istria un appello firmato da alcuni istriani allo scopo di ottenere la concessione di una scuola in lingua romena da affidare ad un insegnante originario della Bucovina.

Un appello sottoscritto da un richiedente a nome degli altri compaesani, fu ripetuto sullo stesso giornale il 26 novembre e si rivolgeva a tutti gli italiani dell''Istria per ottenere il loro appoggio.  

L'appello fu accolto a la Dieta e ne seguì la discussione. Il deputato Francesco Costantini di Pisino lo sostenne con tutte le sue forze, avversato dai colleghi croati, che ebbero il potere di infIuenzare negativamente la popolazione, in moda che davanti ad una commissione inviata a Valdarsa per conoscere la volontà dei villici, tutti optarono per la scuola croata.

Soltanto Francesco Scrobe, il coraggioso firmatario, si oppose. Nell'anno successivo, il 1888, fu ripresentata alla Dieta dell'Istria la richiesta, firmata da 47 capifamiglia della Valdarsa, ma l'esito fu negativo.

Il «Giovine Pensiero» del 2 maggio 1896 pubblicò i risultati degli studi compiuti dagli storici sull'etnia istro-romena e sulle esigenze di salvaguardare la loro identità per mezzo della scuola. Ma non si ebbe ancora nessun risultato.

Al contrario, nel 1905, fu aperta la scuola croata, dopo che nel 1900 l'albonese dottor Scampicchio, aveva nuovamente riproposto alla Dieta provinciale la necessità di istituire una scuola romena. L'intervento del deputato e stato riportato dal dott. Ferruccio Borri, nel suo studio su «Il comune romeno della Valdarsa», pubblicato nel 1922, in questi termini: «Nel 1900 (vedi resoconto stenografico della Dieta provinciale, seduta X del 10 agosto 1900), il dottor Ubaldo Scampicchio, allora deputato, rivendico con calore ed entusiasmo i diritti dei Romeni indigeni, rintuzzando facilmente l'asserzione gratuita del dott. Laginija (nota italofobo, ora bano della Croazia), che l'attuale popolazione non si poteva dire romena, e quindi chiudeva la sua bella perorazione in favore dei romeni, con queste parole accolte con applausi dall'intera assemblea: «lo difendo oggi la causa di una stirpe nobilissima, dimenticata, abbandonata a se stessa, da tutti trascurata, di una stirpe avente comune con noi l'origine nelle glorie di Roma, e che dobbiamo associare ai benefici della nostra civilta!».

E aggiungeva ancora con malcelata ironia: «Ritengo anche che l'imperiale governo, il quale coglie ogni occasione per mostrarsi tenero versa i pretesi diritti nazionali degli slavi, e che ha accordato protezione fino alla nazionalità uscocca, di recente invenzione, riconoscerà l'equita della mia proposta di concedere la scuola, che fu sempre negata!».

Ma la commissione inviata per la seconda volta presso gli abitanti di Valdarsa, ebbe lo stesso risultato di quella del 1888.

La scuola croata, affidata prima ad una maestra e poi ad un maestro e sostenuta dal denaro della società dei santi Cirillo e Metodio, non brillò troppo per la frequenza degli alunni, nonostante gli sforzi del prete croato di Valdarsa.

Andrea Glavina indagò anche presso gli abitanti di Seiane, per sapere se desiderassero una scuola romena, al fine di suscitare l'interesse del governo di Bucarest, e provocare in seguito un intervento ufficiale a sostegno di questo progetto.

Riproduciamo qui due passi di una lettera diretta al suo prof. A. Viciu di Blaj, spedita da Seiane il 18 luglio 1904:

«Ora ho scritto in Romenia e taccio del mia amico morto, la qual cosa è abbastanza triste. Ma ora non si parla di un uomo, qui si parla della sorte dei Romeni istriani. Con tutta libertà mi sono permesso di tenere un bel discorso, per mostrare in quale situazione si trovino la scuola e la lingua, e dopo ho spiegato e dimostrato quanti pericoli slavi la ostacolassero. Mi hanno applaudito e tutti i paesani hanno detto di essere pronti a sottoscrivere una supplica, per ottenere una scuola nella loro lingua parlata.

Ora sarebbe bene da parte Vostra pubblicare un articolo, in un giornale della libera Romenia, per costituire un comitato, il quale subito approvi il mia progetto e sottoscriva una supplica per ottenere quanto detto prima. E doloroso che noi Romeni più fortunati intraprendiamo dei viaggi versa Abbazia, Venezia, Nizza e Karlsbad, piuttosto che ottenere delle escursioni versa i nostri fratelli romeni dell'Istria.

Gli uomini erano molto emozionati, e completamente dis posti a sottoscrivere la supplica, rivolta ad ottenere il permesso di aprire una scuola romena in Istria. Lo credo che qualora mi capitasse di venire in Romenia e di tenere una riunione per illustrare la situazione degli Istro-romeni, certamente il progetto otterrebbe un buon risultato.

Se l'approvazione della proposta venisse rimandata di due o tre anni, allora i croati ficcherebbero il naso a Seiane, e certamente poi sarebbe inutile cercare di far rivivere il sentimento romeno fra di loro».

Ma la propaganda slava, stimolata dal governo centrale di Vienna (Puscariu scrive questa frase nel 1925) e l'indifferenza dei Romeni liberi verso i loro fratelli istriani, resero quasi inutili gli sforzi di Andrea Glavina. Il destino gli riservò, però, il ruolo quasi esclusivo di apostolo nazionale, al quale si era preparato.

Negli anni successivi leggiamo ancora delle prese di posizione in favore della minoranza romena, e, precisamente, nel n°  7 della «Danubio Sever» (pagina 2 dell'1.4.1907) venne pubblicato un appello alla Dieta istriana in difesa degli Istro-romeni.

Il.«Giornaletto di Pola», del 10.2.1910 rifa la storia di questa colonia romena ed esprime sentimenti di sdegno per la loro difficile situazione. «L'Unione nazionale» di Gorizia pubblica, 1'11 giugno 1913, un articolo in cui si riprende l'argomento degli Istro-romeni.

Dopo la redenzione dell'Istria, Andrea Glavina intraprese contatti con le autorità centrali, tramite quelle regionali, con un appello pubblicato sul periodico «Educazione nazionale» in cui tra l'altro si diceva:

«I Croati dominarono nell'amministrazione e nelle scuole dove veniva diffuso l'odio contro l'Italia e la Romenia. Malgrado ciò gli Istro-romeni si sono conservati buoni, umili e fedeli alla loro lingua e alle avite usanze.

La più grande oscurita intellettuale avvolge questi nostri fratelli. In questi sette villaggi non si trova che una scuola a Frascati e anche questa è croata, istituita coi quattrini della «Società dei Santi Cirillo e Metodio», società slava oltremodo pericolosa per la gente latina di tutto l'Adriatico, poi in seguito a certi diritti, mantenuta nella stessa nostra provincia ma sempre slava e con quale programma e quali criteri di propaganda (lo scrivente possiede dei documenti riguardanti quest'infame propaganda nei nostri paesi) ».

Da notare per inciso che il nome di Frascati, attribuito a Valdarsa o Susgnevizza era già in uso nel 1910 (Giornaletto di Pola) e nel 1913 (Unione nazionale), cioè prima che l'Istria passasse sotto l'amministrazione italiana.

Da una risposta al Commissariato civile dell'istruzione di Trieste nel 1920 veniamo a sapere quali erano le condizioni delle scuole romene dell'Istria nel 1919. Si legge: «Al principio dell'anno scolastico 1919-20, la scuola. di Frascati (Susgnevizza / Valdarsa) era nel massimo splendore, tantoché fu chiamato a collaborare un secondo maestro italiano.

Vi erano iscritti ben 180 scolari, residenti nel sobborgo principale e nelle località e casolari circonvicini fino ad un raggio di 4 km. Vi fungeva da maestro dirigente il signor Andrea Glavina, vero apostolo, di questa piccola stirpe negletta. 

E questo un romeno di nascita e italiano di elezione. Possiede l'abilitazione per insegnare in ambedue le lingue. Spiegava ai bambini quasi sempre in romeno e li educava al culto della loro lingua materna e all'affetto per l'Italia.

I libri scolastici erano italiani. La frequenza fu dapprincipio ottima, poi decrebbe sempre più a causa d'una attiva propaganda slava, fatto a mezzo di giornali e di abili mestatori».

Il 18 agosto 1920 veniva richiesto al Commissario generale civile della Venezia Giulia di far conoscere la situazione dei Romeni della Valdarsa. Il Ministro italiano a Bucarest, avendo letto sul «Popolo d'Italia» dell'esistenza di questo piccolo nucleo proponeva l'invio di un maestro e di libri da parte dell'Accademia romena.

Nel giugno 1921 in una cerimonia per commemorare Dante, il Ministro italiano a Bucarest, annunciò ai presenti che il Governo italiano aveva aperto la prima scuola romena in Istria.

Gli alunni erano molti e si avvertiva la necessità di aumentare il numero degli insegnanti. Si prospettava l'ipotesi di inviare giovani studenti istriani a Bucarest o a Blaj, per prepararli all'insegnamento.  

Dal prospetto che segue possiamo conoscere come era composta la popolazione scolastica dei villaggi che avrebbero formato il nuovo comune.

Nome del villaggio Comune N° scolari obbligati
Frascati Bogliuno 65
Gradigne 60
Letai 32
Frassineto Fianona 48
Villanova 51
Briani 137
Grobenico Pisino 50
Totale   443

Nella rivista «Roma» di Bucarest (A. I n° 11), 1eggiamo che nella scuo1a e1ementare di Valdarsa, i ragazzi romeni imparavano l'italiano e il romeno, istruiti dal coraggioso maestro Andrea Glavina. Ma l'anima di questo straordinario gruppo etnico, era il dott. Ubaldo Scampicchio, prefetto della provincia, nonché Matteo Bartoli, aggiungiamo noi, la cui sollecitudine versa i Romeni datava da lungo tempo.

A causa delle sventure degli Istro-romeni e delle immani fatiche sostenute, l'entusiasta apostolo del sentimento nazionale e primo maestro, si ammalò, e non ebbe la gioia di dirigere per molto tempo la scuola di Valdarsa.  

Una crudele malattia di cui soffriva da tempo, lo rapì nella primavera del 1925.  

Con la scomparsa di Andrea Glavina si spense il suo sogno. La scuola romena fu sostituita da quella italiana, nel capoluogo, Valdarsa e a Briani.

Le frazioni

Le frazioni del Comune di Valdarsa, visitate nel 1992-93, sono apparse come luoghi abbandonati. Hanno subìto molte distruzioni durante la guerra: le ferite non sono state mai rmarginate e la popolazione se n'è andata. Ma la bellezza naturale dell'ambiente è sempre la stessa.

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Briani [Berdo / Brdo]

Per raggiungere Briani, dalla valle siamo risaliti sul monte, attraversando Costerciani. Ad una svolta della strada, sorge una cappelletta fatta costruire da un marittimo emigrato e morto in America [Serafino Tercovich, illus.], come ringraziamento per essersi salvato da un naufragio.

Un po' fuori dal paese si presenta la piccola chiesa di Sant'Elena, di cui conosciamo soltanto la data di ristrutturazione: 1895. È una tipica chiesetta istriana, col campanile a vela a due fornici e una campana a forma di pera che raramente fa sentire la sua voce in quel desolato silenzio. L'interno, ad un'aula, è un immondezzaio pieno di muffa. Sull'unico altare di legno veglia, nel totale abbandono, la statua di Sant'Elena, seminascosta da una specie di tabernacolo, postole davanti forse per salvarla dalla distruzione. Il soffitto è a capriate.

Usciamo all'aperto e continuiamo il cammino. Ci avviciniamo all'abitato. Sul crinale a quota 242, ecco le case semidistrutte di Briani, di civile condizione. Una volta Briani aveva la sua importanza. Lo rileviamo dalle due chiese, dal cimitero, dal bel campanile e dalle abitazioni. Ora è una rovina.

I suoi abitanti, tutti istro-romeni, se ne sono andati ai quattro venti [no, a New York, Chicago e altre città negli Stati Uniti, a Montreal, Toronto e altre città in Canada, a Sydney e altre città in Australia, in Buenos Aires and altre città Argentina, Brazil e altri paesi del Sud America, in Italia, Germania, Svedezia e paesi altrove]. Rimane un solo gruppo familiare. Davanti all'unica casa abitata razzola una chioccia con dieci pulcini, risveglio di vita fra tanta morte.

La vista è stupenda. Il paese domina da ogni lato le colline che gli fanno corona e le valli circostanti, come quella del torrente Posser, che scorre quasi ai suoi piedi, il declivio su cui si stendono Gradigne e Grobenico, la valle e il fondo bonificato del lago d'Arsa, la linea dell'orizzonte con le curve del Monte Maggiore, dei Caldiera e del Sissol, che scende nel canale di Fianona, i campanili di Pedena e di Gallignana.

Interrompiamo la contemplazione. Al centro, fra le case, si erge una piccola cappelletta, con appoggiato al muro di fondo un Crocifisso di cartapesta alto due metri. Ai piedi la scritta: Ave Jesu redemptor orbis.

Raggiungiamo uno slargo. Fra due stupende querce s'alza il campanile alto 35 metri, che, secondo mons. Parentin, fu costruito in due periodi successivi. Un tamburo ottagonale con cuspide sovrasta la cella campanaria. Sulla facciata una piccola lapide con il nome del committente e la data della costruzione: «Erecta a fundamentis sub parocho Georgio Pezulich A.D. 1782». La sua mole è visibile da lontano e i rintocchi dell'orologio si diffondevano nei dintorni.

Accanto, in splendida posizione, prospiciente la valle del Posser, la parrocchiale di S. Giorgio, unico edificio in buone condizioni nello squallore delle case distrutte. Fu costruito nel 1622. Le funzioni sono officiate dal parroco di Felicia. Sul muro esterno si legge: «Boc opus capellae Berdensium pietate factum est anno Domini 1718».

L'interno è semplice e ben curato. Sull'altare maggiore dedicato al patrono è posta la statua lignea di S. Giorgio che uccide il drago, ai lati ve ne sono altre due, quelle di S. Pietro e di S. Paolo. A sinistra si trova l'altare di S. Giuseppe, che porta questa scritta: «Sepulti Christi Salvatoris Mundi Honori». A destra, di fronte, l'altare con la pala recente di S. Antonio,.e il nome del vescovo che lo consacrò: «Bonifacius Cechatus praesul consacravit hoc altare Antonii Patavini XMA tertia IUNII». Sull'orlo sinistro della mensa un nome: Liubicich Giorgio parocho.

Il pavimento è lastricato di pietre tombali di defunti di varia estrazione sociale. Davanti all'altare una specie di tomba comune dei benefattori: «ossium sepulcrum perpetuum (eorum qui) capellae huius benefactorum populi pietate unanimi tumulus iste positus est A.D. MDCCXVIII».

Davanti all'altare di S. Antonio, la pietra tombale con l'epigrafe: «Sepulcrum hoc fieri posuit familia Liubich di Gronico A.D. 1725».

Ai piedi dell'opposto altare, cioè quello di S. Giuseppe, leggiamo sulla lapide: «Suppan fratres et Andreas Pezzulich se eredibusque suis 1745». C'è ancora un'altra lapide con ostia e calice, e poi una con aratro e falce. Sotto ai banchi, due lapidi con zappa.

Ma la più importante è quella centrale, fregiata dallo stemma dei Bagni: un'aquila eretta sul cocuzzolo di un monte con le ali spiegate sormontata da una stella a sei raggi con l'iscrizione:

D.O.M.
Dilectis coniugi D. MAGDALENAE natae DE LEO
obiit anno 1635 die 4 iunii et CATHA (rinae)
filiae vir et pater maestis (simus) PETRUS
FRANC. BAGNI posuit

I Bagni e i Leo erano tra le famiglie dei maggiorenti di allora. Erano quelle dei ministeriali, della signoria degli Auersperg. Sembra impossibile, nell'abbandono attuale, che in anni lontani, qui siano state presenti famiglie così importanti.

Camillo de Franceschi a pagina 15 del suo studio «I Castelli della Valdarsa» scrive:

«Nei secoli XV e XVI, la Valdarsa veniva riguardata come il giardino della contea dell'Istria. L'amenità e l'ubertosità della regione, non ancora desolata dalla guerra degli Uscocchi e dalla peste degli anni 1630-1631, e resa malsana dall'impaludamento del lago, attraevano qui famiglie cospicue per nobiltà e censo, le quali, per lo più strette da vincoli di parentela e di amicizie con i signorotti dei castelli circostanti, vi acquistarono poderi e vi stabilirono le loro residenze estive».

Quindi nei paesi ora abbandonati, i pavimenti delle chiese testimoniano la loro presenza.

Le famiglie dei Bagni e dei Leo erano imparentate. Antonio de Leo, di origini triestine, possedeva beni nella Valdarsa tra i quali una casa a Briani. Sposò in prime nozze una Oberburg, dalla quale nacque Maddalena, unica erede. Il capostipite della famiglia Bagni, di origini senesi, era Antonio. Lo troviamo a Trieste, a Fiume e a Pisino. Ebbe due figli, dei quali Pier Francesco sposò Maddalena de Leo e si stabilì a Briani. Nella chiesa parrocchiale ebbe sepoltura la moglie Maddalena e la figlia Caterina.

La piccola chiesa racchiude quindi nei suoi sepolcri pagine ricche di storia e di vita.

La visita a Briani è terminata. Scendiamo a valle lasciandoci dietro tante memorie e tanta tristezza.

Gradigne

Una delle frazioni del comune di Valdarsa era Gradigne, costituita da case sparse su un declivio, senza un centro vero e proprio. È appartata, fuori dalle vie di comunicazione, e gode di un invidiabile isolamento, in mezzo ad una natura incontaminata, nel centro dell'Istria. Bisogna scoprirla come un tesoro nascosto.

Se si vuole raggiungerla, il modo più semplice è quello di imboccare la vecchia statale, che da Pisino porta a Fiume, attraverso il Monte Maggiore, uscendo, nei pressi di Cerreto, dalla nuova superstrada che inizia a Pinguente.

Si procede per un breve tratto. Come appare stretto quel percorso che si presenta pieno di curve, ed era una volta tanto importante! Superata Villa Africa, a sinistra, tra gli arbusti, sporge un cartello: Gradigne. Ci siamo. È l'indicazione del sentiero che si deve imboccare. Un sentiero tanto largo da consentire appena il passag­gio di un carro tirato dai buoi, col fondo coperto di sassi, simile al letto di un torrente.

La macchina rischia una foratura di gomme, e procede lenta­mente. Ma in compenso quale bellezza! Il tempo sembra essersi fermato. Non abbiamo fretta. È maggio! Procediamo tra il verde splendente delle foglie degli arbusti, senza essere disturbati da alcun rumore, accompagnati solo dal canto degli uccelli, respirando un'aria purissima, impregnata dai profumi della primavera. Si raggiunge il punto più alto, 290 metri. Si presentano le case di Matischie.

Procedendo, il panorama si allarga sullo splendido declivio di Gradigne, punteggiato da gruppi di case (le nostre «ville»).

Si entra nella zona un tempo abitata esclusivamente dagli Istro­romeni, ora slavizzata e abbandonata in gran parte dai suoi abitanti, partiti per lidi lontani.

La vetta arrotondata del Monte Maggiore, quelle dei Caldiera delimitate dal Sissol, che precipita nel vallone di Fianona, chiudono l'orizzonte.

Scendiamo ancora per il declivio, fino a Villa Runco, nome che ricorda una famiglia di Pisino, originaria da questo luogo.

Chiediamo notizie del posto e dove si trova il castello di Gradigne, motivo della nostra visita. Ci rispondono: bisogna scendere ancora fino a Villa Tornina. Questo è senz'altro il centro della frazione, anche se di minime proporzioni. Una casa e una famiglia, però, poco distante, a sinistra, la chiesa e a destra, un po' più lontano, le rovine del castello.

La famiglia è civile e ci parla del passato e del presente. La chiesa dedicata a Tutti i Santi è di modeste proporzioni, ma ben curata, anche se le funzioni vi si celebrano solo poche volte all'anno. Entriamo.

Una sola navata e due altari. Sul maggiore una pala rappresenta l'umanità, sotto la protezione della Trinità, e su quello laterale la Madonna col Bambino. In fondo la pila dell'acqua santa con incisa la data: 1644. Sul campanile a vela sono sospese due campane. Davanti un portico, che sembra costruito in un periodo successivo, col soffitto a capriate, sostenuto da quattro colonne e intorno sedili di pietra.

Immagino che attorno a questa piccola chiesa si svolgevano, e si svolgono, gli incontri della comunità contadina, che qui conveniva nei giorni di festa per rinnovare amicizie, per trattare gli affari, per combinare matrimoni.

Tutto intorno il piccolo cimitero, dove riposano coloro che hanno faticato duramente in questo sperduto angolo di mondo.

Ci ricordiamo che, molti anni or sono, a Gradigne funzionava un forno per il pane, gestito da un abitante del luogo di nome Dabari, che giornalmente trasportava con l'asino il suo prodotto a Valdarsa e nei villaggi contermini.

Ritorniamo verso la casa e procediamo a sinistra tra i rovi e l'erba alta.

Entriamo nella storia. Percorsi un centinaio di metri, si presentano due cinta di mura basse e parallele, che avanzano fino ai ruderi del castello. Racchiudono la spianata del colle per circa 200 metri quadrati di superficie e servivano probabilmente per delimitare la proprietà. I ruderi appartengono a una costruzione medioevale che si erge sul punto estremo dello sperone a guardia delle valli circostanti.

Di piccole proporzioni, rivestiti di edera, i suoi resti resistono alle minacce del tempo. Il castello o meglio «una torre quadrangolare misurava nei lati esterni metri 6,50 per metri 5,50, di circa 12 metri di altezza, terminava con un ferro acuminato a quattro acque. Nel cortile si vedono le tracce di un piccolo fabbricato che doveva servire di alloggio o di cantina" (Camillo de Franceschi: «I Castelli della Valdarsa", pagina 134). Nella parete principale, larga circa 6 metri, si presenta un'apertura che si allunga per tutta l'altezza e rappresentava forse l'ingresso.

Suggestiva la vista di tali rovine, che suggeriscono ai visitatori presenze di armati, di signori, di lotte, di conquiste. Era posto a difesa della valle, confluente in quella dell'Arsa e portava al mare, attraverso il canale di Fianona.

Riassumiamo le notizie che il de Franceschi ci dà su questa piccola signoria. Nei primissimi tempi del dominio patriarcale, Passo e Gradigne formavano un'unica baronia che faceva parte della gastaldia di Bogliuno. Il patriarca Raimondo la staccò dal territorio del comune e la diede in feudo ad un certo Uricil.

Nell' «atto di confinazione» del 1325, si fa cenno ad un certo signore di Pazar, possessore della villa di Gradigne, il quale protestò perché nella regolamentazione dei confini, fra Gollogorizza e Bogliuno, la villa di Gradigne risultava molto diminuita.

Si concordò per un allargamento del territorio. Verso la fine del sec. XV, risultano possessori della piccola signoria di Passo i Walderstein. Nel 1527, Barbara Walderstein, erede di Passo, andò sposa a Bernardino Barbo, che diventò così il nuovo padrone della signoria. Il discendente Francesco Barbo alienò tutti i suoi possedimenti e, nel 1695, consegnò la villa di Gradigne al principe di Auersperg.

La zona è spopolata.

Letai

Un'altra delle frazioni della Valdarsa è Letai, un nome che abbraccia un versante di monte opposto a quello dove sorge Briani. Non è un centro vero e proprio, ma un'area abbastanza vasta e spopolata, dove da un censimento del 1921 risiedevano 200 abitanti in 24 case, riunite in ville, disseminate per la campagna.

Il centro consiste nello spazio in cui sorge la chiesa, circondata dal minuscolo cimitero, simboli della vita e della morte.

Qui sorgeva l'antica Letano, castello «eretto a scopo militare nella seconda metà del secolo XI, dal margravio Ulrico, poiché il re Enrico IV ebbe ad assegnargli come proprietà libera quasi tutta la Valdarsa... e trentotto anni più tardi, nell'atto di donazione del conte Ulrico II alla chiesa di Aquileia si trova menzione anche del castrum Letai» (Camillo de Franceschi: «I castelli della Valdarsa", pagine 135-136).

Letai passò quindi ai patriarchi d'Aquileia. A quei tempi costituiva un piccolo comune, governato da un gastaldone, che esercitava la giurisdizione civile e penale. Il dominio patriarcale durò sino al XIV secolo quando il fortilizio dovette essere abbattuto. Sotto alla chiesetta nel bosco si scorgono i resti della cinta che doveva chiudere l'antico castelletto, che porta il nome di Gradina, e più sotto le rovine di un ampio caseggiato, che i contadini asseriscono essersi chiamato Bogliuno (C. de Franceschi, cit., pagina 136). Il de Franceschi sostiene che quelli sono i resti dell'antico villaggio abbandonato dagli abitanti che si trasferirono più in basso, non appena cessate le rappresaglie guerresche.

L'odierna Letai è tutta nascosta nel verde. L'unico segno che si scorge dalla valle è un puntino bianco sul cocuzzolo del monte. E la chiesa. Viene naturale il desiderio di raggiungerla. Ci avviamo per una strada disagevole, adatta al passaggio dei carri agricoli e non alle automobili. E quella che da Valdarsa porta a Bellai e a Passo. La zona è deserta. Arriviamo ad una casa abitata dalla famiglia Varvaia. Dobbiamo scendere dalla macchina e proseguire a piedi su per la ripida erta che porta alla chiesa. Bisogna armarsi di coraggio. La strada è lunga un chilometro, ma nel primo tratto assomiglia alletto di un torrente, poi s'inoltra nel bosco fra l'erba alta.

Pensiamo ai morti che vengono sepolti quassù, e alla fatica di chi li trasporta. Ora il paese si è modernizzato, viene usato il trattore e infatti si scorgono le tracce delle ruote, sul terreno.

Lassù ci aspetta la chiesa, un piccolo edificio bianco, dedicato ai Santi Giorgio e Bartolomeo, recintato da un muretto, interrotto da una porta in ferro battuto. Ci colpisce la facciata asimmetrica, infatti l'ingresso è spostato a sinistra di chi guarda. A destra una finestrella rettangolare, e ai lati in basso due rozzi sedili di pietra, traguardo ambito di quanti hanno superato le fatiche della salita. La facciata termina col solito campanile a vela con due fornici e una campana, che di rado farà sentire i suoi rintocchi. L'interno è semplice e disadorno. Un unico altare ligneo con la statua della Madonna col Bambino che sorregge il mondo, ai lati quelle di S. Giorgio e S. Bartolomeo, in alto il Padre Eterno e due angeli sdraiati.

Alla parete un quadro che rappresenta il martirio di San Bartolomeo, sacrificato da due carnefici. Sulle pareti laterali si aprono due finestrelle che danno luce all'ambiente.

All'esterno il piccolo cimitero con poche tombe coi nomi delle famiglie del luogo: Cigar, Faiman, Raspar, Mavrovich [Maurovich], che hanno scelto di dormire nella pace di quassù tra i ricordi del passato.

All'orizzonte la mole del Monte Maggiore, che divide questa valle dall'oriente, che l'ha protetta nei secoli ed è stato spettatore della sua storia.

Ora Letai è soltanto una zona boscosa dove vivono in libertà, cinghiali, lepri e volpi.

Grobenico dei Carnelli

Lasciata Briani, andiamo alla ricerca di un'altra località rintanata fra monti, con difficili vie d'accesso. In linea d'aria è poco distante da Gradigne, ma è raggiungibile solo attraverso viottoli e dirupi. Per usare un mezzo normale di trasporto, bisogna raggiungere le case di Sottopedena e prendere la via di Tupliacco. Dopo la strada asfaltata, la strada bianca, dissestata, fa traballare la macchina. Ma il disagio è ripagato dallo splendore della natura.

Il torrente Posser che scorre con acque limpide è attraversato da due ponti malsicuri, costruiti ancora al tempo della bonifica del lago d'Arsa, col manto stradale costellato di buche pericolose. Siamo nel fondo valle tra versanti verdissimi e lussureggianti. Le zone abitate sono limitate, difetta l'agricoltura. Alzando lo sguardo scopriamo in alto, poco lontano, Briani, che abbiamo lasciato dopo un lungo giro.

Grobenico è situata a pochi chilometri di distanza, al termine della strada. Saliamo per un breve tratto, fino al paese. Poche case quasi tutte vuote. Molte abitazioni squarciate, presentano i fori delle finestre, come occhi spenti. Mozziconi di muri sembrano essere sopravvissuti a un terremoto. Il villaggio è tutto in salita, al termine la chiesa di San Michele circondata dal cimitero, che porta una data sul muretto al lato della scala: 1835, è la data del restauro della facciata, che termina col campanile a vela con due fornici e due campane. La chiesa è piccola, a una navata. Sull'altare maggiore la bianca statua di San Michele, che schiaccia il demonio e due Santi ai lati.

Sul pavimento una pietra tombale, dedicata al: «Supano Giorgio Hil e al giudice Martino Hil F.F. 1736» Chi erano questi due funzionari? Non lo sappiamo, certo due personaggi importanti, appartenenti ad una famiglia del paese, che mettono in maggiore evidenza lo squallore odierno. All'esterno il cimitero con le tombe nuove e i fiori freschi.

Sembra che qui conti solo il passato, con il quale dura un legame che non si può spezzare. Prendiamo la via del ritorno. Una donna avida di contatti umani ci ferma. Fa dei confronti penosi, la sua giovinezza trascorsa in mezzo ad una comunità vivace e rumorosa ora ridotta a pochissime persone.

Lasciamo Grobenico con tanta tristezza, consolati soltanto dal rigoglio di una natura straordinaria.

Valdarsa [Susnieviza / Sušnjevica]

È un paese che nei secoli ha più volte cambiato il suo nome, a causa delle travagliate vicende storiche. Nei più antichi documenti appare il nome di Susgnevizza, ai principi del secolo, quello di Frascati e infine, dopo il 1920, con l'inaugurazione del nuovo comune, quello di Valdarsa.

È situato in pianura ai piedi della catena dei Caldiera, sulla strada che proseguiva lungo la sponda sinistra del lago, ora bonificato, in un'area distante dall'acqua. La zona è brulla e sassosa, ma questo paese ha avuto il privilegio di essere scelto come capoluogo del comune.

Era la frazione seconda in graduatoria per numero di abitanti. Nel 1920 contava 400 residenti e 57 case, si trovava in una posizione accessibile ed era il luogo natale del grande patriota Andrea Glavina. Questi i motivi di preferenza.

All'inizio del paese che si allunga ai bordi dell'unica strada, incontriamo la chiesetta di San Silvestro, circondata dal cimitero. Sta cadendo in rovina e sono trascurate anche le tombe che le si trovano intorno, a differenza di quelle degli altri centri della Valdarsa. Questo edificio sacro era la vecchia parrocchiale prima della costruzione di quella attuale consacrata nel 1839.

Procedendo si entra nell'abitato. Ci accoglie la nuova chiesa parrocchiale dedicata a San Giovanni Battista, anch'essa bisognosa di restauri. [sono stato fatti nel 1998]

Nell'abside l':altare maggiore con una pala col Battesimo di Gesù, ed ai lati le statue di San Pietro e di San Paolo. Su di un altare laterale la Madonna col Bambino. Negli ultimi anni l'altare è stato impoverito per asportazioni abusive, contro la volontà degli abitanti. All'esterno si erge il campanile, che era staccato dalla chiesa e ne fu in seguito collegato.

Procedendo si attraversa il paese, che ha subito molti danni durante l'ultima guerra, tra i quali l'incendio del Municipio e della scuola. Moltissime le case diroccate che testimoniamo l'usura del tempo, e la trascuratezza degli uomini. Altre case sono state ricostruite.

Valdarsa ha una storia antica. Assieme a Villanova e Sucodru fu donata dal re Enrico al margravio Ulrico, nella seconda metà del secolo XI. Più tardi il conte Ulrico II la donò ai patriarchi di Aquileia, poi passò alla signoria di Cosliacco ed alla fine a quella degli Auersperg.

La storia più recente è ricordata in altri capitoli.

Villanova [Nòselo / Nova Vas]

Proseguendo per la strada, a sinistra di quello che fu il lago, a tredici chilometri circa da Valdarsa, incontriamo Villanova, Nòselo in romeno o Novi Vas come è chiamata oggi.

Il suo nome significa paese nuovo. Secondo le asserzioni dei villici, di fronte alla chiesa attuale sorgeva il vecchio abitato, che, spostato per qualche motivo sconosciuto, è ricordato da un piccolo colle.

È abitato da istro-romeni. Anch'esso, come Valdarsa e Sucodru si trova ai piedi della catena dei Caldiera in una zona piuttosto arida. Storicamente è stato partecipe delle vicende degli altri paesi della Valdarsa. Prima della bonifica, in quel posto sfociava la Bogliunsizza immissario del lago.

Alla fine del paese si trova la chiesa dello Spirito Santo, circondata dal cimitero, con tombe recenti.

È una tipica chiesetta istriana, con portico sorretto da sei rozze colonne di pietra e due sedili accanto alla porta d'ingresso. Il campanile a vela a due fornici ha una sola campana. Sopra una finestrella aperta sulla parete, a sinistra dell'entrata c'è questa iscrizione:

SUB RM I B P 1609

La chiesa ad un'aula ha un solo altare, e presenta l'incoronazione della Vergine con ai lati due Santi, e sotto due Angeli con fiaccole.

La pala è collocata su di un tavolo, per permettere al celebrante di servirsi di un'altra mensa, secondo le nuove regole liturgiche.

Dalle pareti intonacate affiorano degli affreschi di un certo valore, ma deteriorati. Si riesce ad identificare l'immagine della Madonna col Bambino e l'adorazione dei Magi. Sotto una fila di medaglioni di personaggi sconosciuti.

Sulla fascia che incornicia i dipinti, si legge la scritta:

HO COPUS FECIT BIAXIO RAGUSEO

Come e perché venne da queste parti?

Villanova si adagia nella valle. Alle sue spalle si allunga il percorso della ferrovia Stallie-Lupogliano per il trasporto del carbone, estratto dalla vicina miniera, alla stazione di Lupogliano.

Sucodru [Jessenovik]

Sucodru, in romeno significa sotto il bosco. Questo è il nome della zona compresa tra Villanova e Cosliacco, una terra brulla e scarsamente abitata, che si inerpica sulle pendici dei monti Bergud e Cremegnacco raggiungendo le vette. Comunemente è chiamato Jessenovik e, più di rado, Frassineto. Era uno dei sette comuni censuari del comune di Valdarsa.

Le notizie storiche relative, ricavate dal libro di Camillo de Franceschi «I castelli della Valdarsa», sono molto scarse, e ci riferiscono che nel 1325 Jessenovik apparteneva al Patriarca di Aquileia, quando fu assegnata a Filippo di Guteneck, diventato Signore di Cosliacco. Estinta la famiglia, passò ai Moyses, ai Nicolich e ai Barbo.

Nel 1615 subì un saccheggio da parte dei Veneti, e l'anno successivo fu incendiata dai contadini di Albona. Nel 1668 i Barbo vendettero la Signoria di Cosliacco con le terre annesse agli Auersperg.

La popolazione di Sucodru, che ha la stessa fisionomia di quelle di Letai e di Gradigne, risiede nelle ville Suriani, Carlovici, Lacovici, Soldatici e altre ancora. Molte sono le case disabitate o distrutte. Manca di un centro di aggregazione vero e proprio, se non si considera tale la chiesetta di S. Quirino, posta a 146 metri di altitudine, sulla costa del monte, isolata in una posizione incantevole, dominante la valle bonificata dell'Arsa.

Di fronte, sulle colline, svetta il campanile di Briani, più lontano, all'orizzonte, quello di Gallignana, e in basso sulle sponde del lago ora prosciugato, appaiono le case di Felicia [Cepich / Čepić], da cui dipende la chiesetta che funziona due domeniche al mese.

Per raggiungerla si procede per un sentiero sassoso costellato di buche. L'edificio sacro sorge in mezzo al povero cimitero, limitato da un rozzo muretto a secco, interrotto da un cancelletto di ferro. Si entra. Sul terreno erboso appaiono quattro tombe, con i nomi di due famiglie del luogo, Lacovici e Salamon, oltre ad alcune croci anonime. Tanto abbandono, ma altrettanta pace.

Il patrono è San Quirino, soldato romano, martire nel 130 dopo Cristo. La chiesa lo ricorda il 30 marzo. Coma mai il culto del Santo è stato introdotto in questo luogo? Da quando? Non esistono notizie precise. La chiesa è senza data di nascita, ma conta secoli di vita. Lo si nota osservando l'interno. Avrebbe bisogno di restauri. È stato rinnovato soltanto il tetto alcuni decenni or sono. Ora è ricoperto di tegole, mentre per il tetto antico, più alto, di cui rimangono alcuni resti erano state usate lastre di pietra. Un campaniletto a vela, con due fornici e una campana, sovrasta la parete principale in pietra bianca. Sotto, un'apertura stretta ed allungata fa da finestra e dà scarsa luce all'interno. La porta è incorniciata da un arco sorretto da quattro antiche colonnine sormontate da quattro strani capitelli. L'interno è semplice, ad un'aula.

Entrando, troviamo a destra un'acquasantiera, che sarà servita forse anche da fonte battesimale. Gli esperti dicono che la sua origine risale a tempi lontani. Procedendo sul pavimento ricoperto da rozze lastre irregolari, incontriamo una balaustra con sedile di semplice pietra che separa la zona usata dai fedeli da quella sacra di 70 cm più alta. Nel fondo la parete presenta due nicchie occupate da due altari di legno con due statue di santi e di angeli pure in legno, che fungono da candelabri. In mezzo quello principale, con antipendio policromo, e sopra un quadro con la Madonna e il Bambino, seduti sulle nuvole sorrette da un angelo. In basso ai lati due figure, quella di un vescovo e di un santo.

Dall'intonaco scrostato, appaiono sulla parete destra alcuni affreschi indecifrabili, firmati dal pittore tedesco, Alberto. Si riconosce soltanto una figura di donna di grandezza quasi naturale e sopra una piccola nicchia con un santo.

Nella parete sinistra due aperture irregolari servono da finestre. Il soffitto è sostenuto da travi di legno. All'interno, sul lato destro, troviamo una porta murata.

Questa piccola chiesa, semiabbandonata, accarezzata dal vento e schiaffeggiata dalle intemperie, sembra racchiudere in sé misteriosi segreti. Ci chiediamo: le sue pitture, la sua collocazione che cosa nascondono? Non sappiamo niente della sua storia. È chiusa nel suo silenzio, ma la sua presenza è la voce di un tempo lontano, quando le condizioni di vita di questi luoghi erano ben diverse.

Più in alto, sul monte, si intravvedono delle pietre. Un contadino ci dice che appartengono alla chiesa di San Filippo, ora distrutta. Non abbiamo altre notizie.

Il nuovo comune

Nell'immediato primo dopoguerra, quando l'Istria, finalmente redenta, passò sotto l'amministrazione italiana, il Glavina si adoperò in ogni modo per costituire un nuovo comune nella Valdarsa, cioè nel territorio in cui risiedeva una popolazione di origine romena, che conservava ancora la lingua dei padri.

Come si è già detto, sette erano i nuclei presi in considerazione, con i seguenti dati anagrafi ci relativi al 1921 ricavati dai registri parrocchiali o comunali (Archivio di Stato di Pisino):

  • Frascati (Valdarsa o Susgnevizza), contava 400 anime e 57 case
  • Gradigne 350 anime e 50 case
  • Letai 200 anime e 24 case
  • Frassineto (Sucodru o Jessenovik) 320 anime e 40 case
  • Grobenico dei Carnelli (Grobnico) 290 anime e 45 case
  • Villanova (Noselo o Novi Vas) 300 anime e 47 case
  • Briani (Berdo o Brdo) 617 anime e 110 case

Dipendevano da tre comuni; da quello di Bogliuno: Frascati, Gradigne e Letai; da quello di Fianona: Villanova e Briani; da quello di Pisino: Grobenico. Da molti anni essi attendevano di essere riuniti sotto un'unica amministrazione comprendente gli abitanti che si distinguevano per la loro lingua, un dialetto romeno diverso da quelli parlati dalla maggior parte degli istriani.

Per questo era necessario fondare un nuovo comune anche se di dimensioni modeste; non avrebbe superato i 5.500 ettari e la sua popolazione sarebbe oscillata, nel periodo, che va dal 1925 al 1942, dai 2.200 ai 2.400 abitanti.

Andrea Glavina, che era stato preparato a questa missione in Romenia, dove era stato educato ed istruito, impegnò tutte le sue forze e la sua intelligenza nella realizzazione di questo sogno.

La moglie Fiorella Zagabria scrive di lui in una lettera: «Egli si adoperò per tenere vivi nei suoi conterranei l'amore alloro idioma e all'origine latina. Aprire scuole e un Municipio italo-romeno. Infatti questo poté realizzarsi solo dopo la venuta dell'Italia, nell'anno 1922. Andrea Glavina ebbe finalmente la soddisfazione di aprire ai suoi «Cici» la prima scuola, italo romena «Imperatore Traiano» ed il Municipio «Primearia» del quale fu il Commissario prefettizio, superando difficoltà di ogni genere, poiché non era ancora spenta la lotta politica, né domata la propaganda slava. E chi ne scrive ne sa qualche cosa, avendo vissuto quei tempi e quelle lotte, di cui fu testimone. E qui caro cugino potrei descrivere la mia odissea, se sapessi usare la penna in modo meno indegno».

Alla fine della prima guerra mondiale il Glavina abbandonò la scuola di Santa Domenica di Albona, dove si era distinto per la sua capacità didattica, tanto da meritare nel giugno 1914, dal Consiglio scolastico della Lega Nazionale di Trieste, come rimunerazione «un sussidio di 100 corone per l'efficace attività da lui svolta ai fini nazionali e per il profitto degli alunni nella lingua nazionale italiana».

Con la moglie Fiorella, figlia di un capitano marittimo di Fianona, si ritirò nella natia Susgnevizza, chiamata allora Frascati, come possiamo rilevare dai documenti da lui firmati.

Mancano notizie ufficiali sulla attività politica del Glavina nell'immediato dopoguerra. Facciamo ricorso perciò ad un promemoria scritto dalla moglie Fiorella: «Sarà bene sapere, forse, che al tempo delle trattative per la pace a Parigi, nel 1919, quando quei «quattro grandi» stavano per decidere di assegnare l'Istria alla Iugoslavia, mio marito assieme ad altri aderenti alla sua aspirazione, attraverso scritti e conoscenza, si fece sentire con una protesta per rendere noto pubblicamente che in Istria esisteva persino una colonia di gente romena, quindi due volte latina, che sarebbe stata un'ingiustizia, sacrificare... ! Infatti subito venne una commissione di personalità e di giornalisti per constatare e prendere visione. Ricordo, siccome ero presente, che c'era anche un giornalista romeno. E tutto mi fa ricordare che venivano proprio da Parigi.

Sarà anche bene sapere che il conte Giuseppe Lazzarini Battiala, di Albona, subito si interessò presso il Governo, per autorizzare il Glavina all'apertura di una scuola romena a Valdarsa. Questo nella primavera del 1910».

Non abbiamo altri dati per due anni, perché tutto è stato distrutto durante l'ultima guerra.

Il primo documento in ordine di tempo, rinvenuto nell'archivio di stato di Pisino, e firmato dal dott. Galli, Commissario per la Venezia Giulia del distretto politico di Pisino, venne spedito al Commissario per la Venezia Giulia del distretto politico di Trieste, il 6 dicembre 1921. Riguarda le elezioni amministrative, e indica i cambiamenti di circoscrizione avvenuti nel distretto di Pisino.

Segnaliamo solo quelli che riguardano la nostra zona. Andarono a formare il nuovo Comune romeno di Susgnevizza la frazione di Grobenico, staccando la dal comune di Pisino e quelle di Letai e di Gradigne staccandole da Bogliuno. I comuni non potevano compilare le singole liste di sezione, fino a quando non fossero approvate le singole distrettuazioni elettorali.

Alcuni giorni dopo, e precisamente il 30 dicembre, il Glavina spediva al dottor Galli un memoriale, in cui delineava la situazione dei paesi della Valdarsa, e indicava i nomi dei candidati che avrebbero dovuto formare la lista da presentare alle prossime elezioni comunali:

Per Frascati:

  1. Maestro Andrea Glavina;
  2. Becarcich Antonio fu Tomaso (americano); 3)
  3. Stenta Enrico;
  4. Becarcich Giuseppe di Giuseppe;
  5. Bellulovich Francesco fu Giovanni;
  6. Bellulovich Francesco fu Giuseppe;
  7. Cvecich Antonio fu Matteo;
  8. Cvecich Francesco;
  9. Bercarich Giovanni di Giuseppe;
  10. Scrobe Francesco.

Per Letai:

  1. Travaglia Antonio fu Antonio;
  2. Raspar Giovanni di Giuseppe;
  3. Contus Serafino.

Per Grobenico:

  1. Poldrugovaz Giuseppe;
  2. Zovich detto Gaian.79

Dalla lista erano omessi i fiduciari di Villanova, Briani e Frassineto (Jessenovik) ancora dipendenti dal comune di Fianona.

Il nuovo comune ebbe vita il 19 gennaio 1922, con i comuni censuari già elencati e cioè: Letai, Gradigne e Grobenico e in più il capoluogo Valdarsa.

Il commissario civile di Pisino, in data 25 febbraio 1922, comunicava al maestro Glavina la nomina a Commissario straordinario del Comune di Valdarsa, con decorrenza dal primo aprile 1922, e decideva di corrispondergli la diaria di 20 lire per il periodo della sua gestione.

Il nuovo comune era molto povero, per cui il Vice-commissario generale civile di Parenzo, riteneva opportuno che la carica di commissario civile di Valdarsa, fosse assunta «ad honoreffi» da una persona del luogo e che la spesa dell'indennità, fosse anticipata dai comuni di Pisino, Bogliuno e Fianona.

Da quest'ultima, infatti, sarebbero state in seguito staccate le frazioni di Briani, Villanova e Frassineto per completare il comune di Valdarsa.

Furono contati gli abitanti del nuovo Comune, che risultarono ammontare ad un totale di 2.301 inclusi gli abitanti di Briani, Jessenovik e Villanova, la cui posizione era ancora in corso di definizione.

Gli abitanti erano così distribuiti:

Comune Frazione Numero di abitanti
Pisino Grobenico dei Carnelli

176

Bogliuno Gradigne

272

Letai

198

Susgnevizza

389

Fianona Briani

696

Jessenovik

288

Villanova

282

Totale  

2.301

Nello stesso tempo si stabiliva che il Municipio avesse la sua sede provvisoria nella parrocchia, perché l'edificio comunale di Valdarsa era inabitabile e per ripararlo occorrevano circa 6.000 lire di cui non c'era disponibilità. Con la ristrutturazione, si potevano ricavare due sale, una a piano terra e una al primo piano.

Il passaggio delle frazioni di Briani, Villanova e Jessenovik, comportava la soluzione di problemi finanziari, per cui fatti i conti, Valdarsa risultava debitrice di lire 17.918,48.

Fu anche preparata la seguente tabella bilingue da apporre all'ingresso del nuovo Municipio

Municipio di Valdarsa
Distretto politico di Pisino
Distretto giudiziario di Pisino
Administratiunea municipala
 din
Valdarsa Iudetul: Pisino Iudetul judiciar : Pisino

Il Governo italiano, tramite l'Ufficio delle Belle Arti, concesse come stemma la colonna traiana.

Il comune aveva iniziato la sua vita fra mille difficoltà e il Commissario civile di Pisino era costretto a rivolgere un appello alla Giunta provinciale dell'lstria per ottenere un contributo per la sistemazione della sede del Municipio con la seguente lettera:

N° 1.399/21 Galli
Oggetto: nuovo Comune romeno
      di Valdarsa (Susgnevizza)
      riattazione casa comunale

Alla Giunta provinciale dell'Istria
Parenzo

Come è noto avranno luogo le elezioni comunali a Valdarsa (Susgnevizza) e si dovrà procedere alla sistemazione di un nuovo municipio che abbraccerà le frazioni romene del lago d'Arsa. Dovrà essere prima cura quella di ottenere un locale, che possa servire quale ufficio comunale, e quale luogo di ritrovo della rappresentanza comunale.

Fa uopo pertanto riattare la casa comunale di Susgnevizza, che contiene due locali: uno al pianoterra e l'altro al primo piano. Secondo i rilievi assunti dallo scrivente, si tratta di una spesa di circa 6. 000 lire (pavimento, finestre e porte) che lo scrivente propone sieno

per ora assunte da codesta Giunta provinciale.

Per ovvie considerazioni di opportuna politica, è necessario dare subito un segno visibile di interessamento a quei villici, senza di che sarà difficile, per non dire impossibile, il funzionamento di questo edificio. Si prega pertanto calda mente di voler incaricare l'ufficio tecnico provinciale a voler promuovere questa riparazione di cosìpiccola entità, la cui spesa se non potrà venir sopportata dalla

provincia, si dovrà addebitare al neo eretto comune.

Gradirò un cenno di cortese riscontro

Il Commissario
firmato Galli

L'azione educativa del Glavina

La situazione economica della Valdarsa era piuttosto difficile, come possiamo rilevare dal quadro offertoci dal dott. Galli, sottoprefetto a Pisino in quei tempi.

Lo scritto è del 1922 ed è riportato nello studio di Sextil Puscariu «Studi istro-romeni», in una nota a pagina 39: «È stato un compito molto arduo quello dell'Autorità politica, di persuadere questi villici, troppo attaccati al sistema amministrativo lasciato dall'amministrazione austriaca, ad acconsentire alla loro riunione in un proprio comune.

Alcuni di essi privi come sono di cultura e di una propria coscienza nazionale, non credono alla possibilità di conservare il dialetto romeno, che secondo essi sarebbe soltanto un linguaggio preferito dai vecchi, mentre i giovani non adoperano che la lingua croata o l'italiana; questo gruppo di scettici abitano alla periferia di Susgnevizza, e non sarà sperabilmente che la loro volontà trionferà sugli altri romeni, particolarmente su quelli di Susgnevizza, Villanova e ]essenovik, che costituiscono il vero nocciolo romeno.

La preoccupazione principale di tutti è di ordine finanziario. Essi temono cioè che coll'erezione del nuovo Municipio, dovranno pagare maggiori imposte per sostenere le spese necessarie al funzionamento del nuovo ufficio comunale. Lo scrivente ha interrogato le autorità preposte per ottenere un contributo da parte della Provincia dell'Istria e del governo, alle spese per l'erezione del nuovo ufficio municipale, che sorgerà a Susgnevizza secondo i piani già elaborati dall'ufficio tecnico provinciale». (Non è stata riportata la data).

Il Glavina intanto aveva preparato un appello da rivolgere alla popolazione il giorno dell'inaugurazione del comune, in tre lingue (italiano, romeno e istro-romeno) e lo aveva inviato all'illustre glottologo Matteo Bartoli, albonese, professore presso l'Università di Torino; questi lo aveva approvato, restituito al Glavina trasmettendolo per conoscenza al Commissario civile di Pisino.

L'appello era sottoscritto da un comitato di dodici villici ed era del seguente tenore:

"Vogliamo dirvi due parole nella lingua vostra che sarà da oggi la lingua ufficiale del vostro comune accanto alla lingua nazionale d'Italia. Vi racconteremo nel modo più semplice ed intelligibile per tutti voi, la storia vostra, dei vostri antenati.

Dovete sapere che Roma, la grande città, dove stanno il re e il papa, in grande armonia, la città eterna che sempre fu e sarà Roma, un giorno conquistò non solo tutta I'Italia, ma anche molte terre d'oltralpe. Fra queste molte altre terre, Roma, cioè un grande imperatore romano, Traiano, conquistò anche la terra di Romenia, che si trova al di là dell'Ungheria. Ora avvenne che i nemici hanno invaso le terre di Roma e molti profughi romeni si sono rifugiati al di qua delle Alpi. Questi profughi appunto erano i vostri antenati e sono stati protetti dagli antenati nostri italiani dell'Istria: erano figli di Roma, così i vecchi vostri della terra di Romenia, come i vecchi nostri d'Italia, erano fratelli, e da fratelli si sono aiutati nei giorni tristi.

Perché poi anche l'Italia fu invasa dagli stranieri, che sono penetrati al di qua dei monti. Sapete inoltre che gli Uscocchi hanno distrutto Fianona, sapete inoltre che in Italia sono venuti gli A ustriaci e ci hanno preso Trieste e Milano. Ora tutti questi stranieri hanno stremato il vostro popolo e i vostri averi.

Erano tanti i vostri villaggi, fin presso Trieste: oggi di tutta la Ciceria romena, solo quelli di Seiane, come sapete hanno resistito alle sopraffazioni straniere, conservando fino ad oggi la lingua loro, cioè la lingua vostra bella.

Ma così dall'1talia, come dalla terra di Romenia, il popolo ha scacciato lo straniero. I vecchi vostri sanno, gli Austriaci sono stati ributtati da Milano, e poi da Venezia e ieri da Trieste.

Ma anche dalla terra di Romenia sono stati cacciati gli stranieri, a cominciare dal 1859, cioè proprio dall'anno in cui gli Austriaci venivano espulsi da Milano.

Come vedete la storia d'Italia si assomiglia alla storia della Romenia. Vedete dunque che siamo fratelli non solo di sangue, essendo figli della stessa madre, Roma, ma siamo fratelli anche per la vita, che abbiamo vissuto insieme, con le stesse sventure e gli stessi nemici.

Oggi però i nemici non hanno da spaventarci, oggi l'Italia vittoriosa salva le vostre persone e i vostri averi, la lingua vostra. A questo scopo ha unito qui tutti i vostri villaggi in un comune, in cui la lingua vostra sarà non solo parlata, ma anche scritta.

Così imparate a scuola la lingua vostra accanto a quella italiana, i vostri figli poi potranno andare a studia