Recensioni
Letteratura


Lauro Decarli, detto Carlon. caterina del buso
Capodistria attraverso i soprannomi - necroscopia di una città

Edizioni Italo Svevo (Trieste, 2003)

Volume corposo (800 pagine) è molto elegante, stampato in 500 esemplari numerati. Sarà in libreria subito dopo Pasqua (20 aprile 2003).

Separata recensione:


Dopo anni di attesa è finalmente pronta l’ultima fatica del nostro concittadino. È l'opera di una vita.

Lauro Decarli è nato a Capodistria nel 1929 ove conseguì la maturità classica nel 1948. Costretto all’esilio in seguito a precise minacce subite in occasione delle elezioni farsa indette dagli occupatori nell’aprile del 1950, venne a vivere a Trieste ove iniziò a coltivare gli studi sulla piccola patria perduta. Su Istrianet è da tempo inserito un altro suo lavoro molto apprezzato: "Toponimi di mare dei pescatori capodistriani", che aveva suscitato molta curiosità.

Il volume è il risultato di una ricerca trentennale sulla composizione etnico linguistica della città di Capodistria attraverso i secoli mediante la speciale particolareggiata disanima degli anteponimi toponimi ed omonimi sia quelli documentati da fonti storiche che quelli raccolti dalla ricca tradizione popolare, nonché i mutamenti imposti dall’odierno radicale cambiamento etnico, con appropriati riferimenti all’intera fascia della coinè veneta orientale da Grado a Spalato.

L’argomento riveste particolare rilevanza in quanto conferma l’indiscutibile appartenenza di Capodistria al mondo veneto non solo per i già ben noti legami linguistici architettonici religiosi politici ed economici ma financo nell’intima, la più privata, essenza del popolamento, ci si riferisce qui particolarmente alla ricostruzione della situazione abitativa particolareggiata, calle per calle attraverso l’uso consueto e dovuto dei soprannomi i quali singolarmente sono proposti non solo nella loro documentata presenza storica, ma pure completati dall’annessa ricca attestazione anedottica di goldoniana rimembranza.

La dedica del libro: "Al ragionier Brambilla che non sa nulla e va turista girando per Koper".

Da Pietro Valente
Facendo un riassunto numerico su quanto riportato da questo consistente volume, il dizionario riporta 5643 lemmi di cui:

Soprannomi 3492
Cognomi 1035
Nomi 173
Toponimi 449

Le illustrazioni sono 765 di cui:

Stemmi 284
Piante calli 69
Vele 68
Necrologi dal PICCOLO 41

Qualche esempio del testo, per gentile concessione dell'autore:

Di queste pietre con il foro, a Capodistria inserite in varie strutture, ne esistono ancora una trentina:

Colègno (quel dela) (STI), autodefinizione datasi da una compagnia di gaudenti sort in imbiento studentescho (Piero Zetto ecc.) in contrapposizione all Sorca (v.) già costituita in ambiente operaio. Memorabile la grande 'disfida' al pallone con entrata in campo in costumi indiani e mascherate varie (nell'immediato dopoguerra quando l'occupazione slava era ancora indecisa e tollerante). Il nome vuole richiamare l'ospedale dei matti di Torino (il Collegno).

Alla voce “Galota” che era una berretta di lana che si usava d’inverno e che copriva la testa fino alle orecchie, si cita il seguente personaggio noto come “siora Giovana Galota”.

Grande personaggio capodistriano e in quanto tale degna di spazio a sè stante. Era originaria di Draguccio e conservò sempre il costume dell’Istria interna: ampia gonna, corpetto, traversa, scialle e fazzoletto in testa.

Vedova di Antonio Apollonio, dal marito ereditò il soprannome ed il mestiere di inpajacareghe. Ma la sua attività principale era collocare domestiche nella case dei siori, mestiere che esercitava con cura sconosciuta alle floride agenzie odierne: forniva le principali istruzioni e seguiva le clienti per mesi, prodiga di raccomandazioni, consigli e rimbrotti.

Mi limito a porre nel giusto rilievo, che oltre ad avere la casa piena di gatti randagi e girare per la città con il gatto preferito a guinzaglio con un pezzo di spago, è storicamente importante in quanto con lei morì l’ultima préfica capodistriana. Questa professione che affonda le radici nella preistoria, cantata da Omero, attualmente ancora in auge nei piccoli borghi meridionali, era ben salda nella Capodistria del primo Novecento. Per i giovani increduli aggiungiamo che la sua professione consisteva nell’organizzare ai funerali una buona scorta di donne che ammantate di nero e con la candela in mano, accompagnavano il defunto all’estrema dimora tra pianti, urla di disperazione e tirate di capelli alternati a commenti lusinghieri: Che bon che a jera! … Un santo!

Il disegno di Tulio Momi, La contrada della "Galota", raffigura il nostro personaggio davanti alla sua abitazione, che era a qualche decina di metri dalla mia. Alla fine del "volto" si vede la porta della mia casa, in Campo della Madonnetta.

Calle Sant'Andrea: Ds: 1- la Cogola; 3- Leone Dandri; 5- Spartaco Schergat (Sotàjero, Medaja-de-oro); 7- Mario Pàndolo; 9- Garulo; 11- botega dela Meca; 13- Micel Stecheti; 15- Sossich; 17- i Nando (Fogaroni), 19- Toni Mancin; 21- le Lela; 23- botega de Demori; Sn: I-bisi-magna-l'aseno; 14- Colonbin; 16- Pierin Piovan (Marin); 18- Tono Cagadosso (dei Zola); 20- el Bocio (Depangher), 22- ostaria dela Padovan; 24- Nicolò Magnamosche fio de Paciarilo; 26- la Lela sposada con Micheli.

Calletta Sant'Andrea: 2- La Sanbuca; 4- Giovani Lela, marangon.

Androna Santa Giuliana: 1- i Baretini; 2- le Sasse e Balduci Parovel.

Androna San Diego: 1- Juda e un Toz, murador; 3- Parùssola (Ciano Malola);  5- masaghen de Jàcomo Taca; 7- Polenta; 9- Nene Morasa e Ipo Versier; 2- Romanela sposà con Roma Morasa (Mario Patata), 4- le Cincine e Jàcomo Taca; 6- Bireta; 8- la Bronso che vendeva pòmi marsi.

Androna San Donato: 1- Toni Mancin; 3- i Stradi dela Borsa (Te-vèrzo); 5- Stradi Maria (Castradina), Nina Cincina; 7- Bocacio (Laveseto), 9- Scherifo. Sula sinistra i portoni vardava intela cale Santa Filomena. Per il Campo Sant-Andrea vedi Bossedraga.

Ancora questa curiosità del libro che riguarda le famose "jugolire" a cui i capodistriani diedero subito un soprannome. Dare soprannomi era una prerogativa di tutte le cittadine istriane. Anche Pirano non scherzava. 

Barchéte (le) (KKD), così venivano chiamate le "Jugolire", la moneta emessa dalle truppe jugoslave di occupazione nel 1945, in concorrenza con le "AM-lire" stampate dagli anglo-americani sin dallo sbarco in Sicilia, e che a Trieste ebbero corso legale per vari annu durante l'occupazione militare. Le barchete portano la stampigliatura di una fantomatica "Banca per l'Economia per l'Istria, Fiume e il Littorale [sic] Sloveno" ma esse non vennero mai riconosciute dal GMA e pertanto la loro circolazione fu imposta ma limitata alla sola Istria occupata, fino all sostituzione con il dinaro avvenut mi pare dopo il 1950.

L'immagine dell'ultima delle 800 pagine del volume: 

Attraverso i soprannomi ha raccontato tutta la storia di Capodistria.

Finisco con un tratto dal libro - un simpatico elzeviro dedicato al grande campione di pandolo Mario Vergerio, il cui soprannome è sempre stato Mario Pàndolo. E' un raccontino degno di De Amicis, che narra anche della sua epopea partigiana, che però meriterebbe ben altro spazio.

Pietro Valente

Di Mario Pàndolo o del “come ti divento eroe”

Se prima della guerra non c’era abbondanza quasi per nessuno, a Bossedraga si può parlare di miseria generale. Ma a casa di Mario Pandolo avevano ancora qualcosa di meno degli altri. Per esempio in tutta la casa non c’era un orologio e così in caso di levata notturna per la pesca, i compagni di barca dovevano andarli a chiamare attraverso la cànova buia con pantagane grosse più dei gatti: un’operazione d’alto rischio. Mario Pandolo si dava da fare attorno ai motori e la pelle della sua faccia, aggrinzita già in giovane età, era sempre ben unta di grasso sì da meritarsi pure il nomignolo di Muso-sporco. Ragazzo semplice, estroverso, sempre disposto al sorriso, alle volte gli accadeva di impuntarsi per un nonnulla con caparbietà solo in parte giustificata dal bicchiere in più che spesso sosteneva il carico di uno stomaco vuoto. Come quella volta a sacaleva, ben al largo, quando, considerato insanabile un contrasto, si buttò dalla barca e tornò a casa a nuoto. Giunge il 1944. I Fascisti Repubblichini procedono agli arruolamenti. La gioventù capodistriana cerca di svincolarsi in ogni direzione, chi alla Fluko (avvistamento aereo), chi alla Flak (contraerea), chi al “servizio obbligatorio del lavoro”. Mario Pandolo con una quarantina di compaesani, viene arruolato dalla TODT (organizzazione germanica paramilitare) e capita a Pola da dove manda alla Pobega, la sua bella, letterine amorose dal tenore: “Rossa la rosa, gialla la margherita, giuro di amarti per tutta la vita. Tuo Mario Pandolo” (tanto per documentare il grado di investitura raggiunto dal soranome). Si recano a lavorare all’aeroporto militare di Altura e il nostro, grazie alla sua esperienza di motorista ha in consegna il vecchio rullo che cura amorosamente cercando di assecondarne i soventi capricci. Una sera, poco prima del rientro, i partigiani irrompono nello  spiazzo e fanno una grande retata. Tra il fuggi fuggi generale Mario Pandolo pensa bene di voltare il rullo e di cercare lo scampo con esso. Nonostante la sua velocità fosse la massima ottenibile, viene preso! Come gli altri viene arruolato nelle bande partigiane e un brutto giorno la sua compagnia sta per venir sopraffatta da truppe tedesche dotate di carri armati. Sul momento di venir travolto, Mario Pandolo, levata la coperta che ogni buon partigiano deve portarsi appresso, la conficca tra i cingoli del primo carro. La sua confidenza con il ruolo degli ingranaggi gli fa intuire che si può fermare quella brutta bestia. Così fu. La coperta andò ad impastarsi tra i cingoli e gli ingranaggi e la strada stretta di montagna bloccò la colonna per il tempo necessario a porre in salvo sé stesso e i compagni. La più grande onorificenza partigiana appuntata sul petto da Tito in persona conclude la sua breve carriera di combattente. Il riposo del guerriero lo rivede nelle sua Capodistria ove le tracce indelebili della sua esperienza si esternano in occasione delle non rare ubriacature, con assalti a fantomatici Tedeschi all’urlo di Na juris! (il grido di “avanti” dei partigiani slavi), intercalati, nei dolorosi  tempi dell’esodo da pubbliche altisonanti imprecazioni contro sti porchi del S’ciavi che fa scampar duti i capodistriani, tra lo sbigottimento degli ultimi rimasti. Non tanto per il coraggio delle frasi che era determinato dall’alcool, quanto per il non intervento della Difesa Popolare, evidente sintomo di malcelato imbarazzo. E venne il suo esodo. L’ultima volta che lo vidi fu per consegnargli una copia con dedica del Manuale di pandologia, in occasione di una delle cerimonie funebri di compaesani ove ci si reca, sempre meno numerosi, più per gustarsi un poco di Caveresanità che per ossequio al caro estinto.

[This page courtesy of Pietro Valente]


Tratto da La Sveglia:

All’inizio della buona stagione Lauro Decarli si rifugia nel suo eremo di Santa croce. I Capodistriani che volessero entrare in possesso della mitica “Caterina del Buso” dovrebbero affrontare lo scosceso sentiero ed i molti gradini che dalla strada statale conducono al mare. Ma questa enciclopedia della “caveresanità” non ha prezzo, perché è un ritratto irripetibile di Capodistria nella prima metà del ventesimo secolo.

Il volume, con sottotitolo “Capodistria attraverso i soprannomi”, è stato pubblicato di recente per le Edizioni Italo Svevo in soli 500 esemplari numerati, con il concorso del Circolo Culturale  “Gian Rinaldo Carli”, della “Fameia Capodistriana” e con i contributi del Governo italiano ai sensi della Legge 72/2001 e della Regione Veneto.

L’opera è il frutto di una ricerca trentennale etnico linguistica della cittadina veneta attraverso i secoli fino all’occupazione jugoslava e al conseguente odierno stravolgimento etnico.

Secondo il censimento austriaco del 1910 gli abitanti di Capodistria erano 8993 dei quali, divisi secondo la lingua parlata, 66 tedeschi, 445 sloveni, 154 serbocroati, 419 di altre nazionalità e ben 7909 italiani.

Oggi in Slovenia, secondo i dati del censimento del 2002, si sono dichiarati di nazionalità italiana 2258 persone, 701 in meno rispetto all’ultimo censimento jugoslavo, e di queste soltanto 712 abitano nel capodistriano.

La fredda logica dei numeri ci dice come una raccolta di soprannomi possa diventare un documento storico a testimonianza del passato latino, veneto, italiano di Capodistria.

Lauro Decarli fa precedere al dizionario un’ampia introduzione nella quale illustra gli scopi ed i limiti della sua ricerca, l’origine dei nomi, dei cognomi e dei soprannomi, l’ortografia usata, le caratteristiche della parlata capodistriana e l’ambiente nel quale essa è fiorita.

Un esame statistico comparativo classifica i 3492 soprannomi del testo, elencati per ordine alfabetico, secondo il tipo, la causa, l’etimo e l’origine. Infatti di ogni soprannome l’autore cerca di capire il significato, di individuarne il portatore, di esaminare l’eventuale trasmissione ereditaria, di segnalare la scomparsa, l’alterazione, la diffusione e l’analogia con i soprannomi di altre località della sponda orientale dell’Adriatico da Grado a Spalato dove un tempo dominava la cultura veneta.

Il testo ricco di annotazioni storiche, aneddoti, elzeviri e citazioni antiche, mentre le mappe delle vie, gli stemmi delle famiglie nobili, le fotografie d’epoca, le caricature ed i necrologi rendono più facile  e piacevole la consultazione.

Il dizionario che si compone di 5643 lemmi e che l’autore definisce una “bibbia giustinopolitana”, fa rinascere sulla carta un mondo ormai fuori dallo spazio e dal tempo dove ogni Capodistriano può ritrovare una parte di sé stesso.

Vi ritrova l’ubicazione della sua casa, i nomi dei parenti e degli amici, il piazzale dove ha giocato, la chiesa, la scuola dove ha trascorso gli anni della giovinezza anteriori all’esodo.

La pianta di Capodistria, disegnata da Tullio Vergerio e riferita agli anni precedenti l’occupazione jugoslava, è sezionata in mappe particolareggiate, dove di ogni casa l’autore, con una ricerca certosina, elenca l’uso civico ed i nomi dei suoi abitanti. Per i nomi dei piazzali e delle calli Lauro Decarli fa riferimento al “Catasto Franceschino” del 1818, non tralasciando di nominare con ironia e sarcasmo i nuovi nomi che sono stati attribuiti alle vie dall’amministrazione slovena dopo il 1945.

“Caterina del Buso” è anche un contributo alla conservazione del morente dialetto istroveneto capodistriano. Da molti anni Lauro Decarli studia le caratteristiche della parlata capodistriana e del suo mutare nel tempo, mettendo in evidenza la sua autonoma evoluzione in seno al vasto mondo dei dialetti veneti.

I Capodistriani devono riconoscenza a questo concittadino un po’ burbero e scontroso, che con competenza, sacrificio e passione ha loro regalato un ritratto popolano e boccaccesco della città natale, ma soprattutto un importante contributo alla conoscenza delle vicende storiche giustinopolitane.


http://www.triesteistria.it/sec03_comunic_21.htm

Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Comitato Provinciale di Trieste

Caterina del Buso" di Decarli conquista la Sala Imperatore del Savoia 11 dicembre 2003

Foto-album

Trieste, 11 dicembre 2003

Grazie a "Caterina del buso", la Capodistria di un tempo è tornata a rivivere tra le stanze dell'Hotel Savoia. Il gioco ironico dei soprannomi, dei modi di dire, un intreccio dolce-amaro di episodi: sono tutti racchiusi tra le 800 pagine del prezioso libro di Lauro Decarli (edizioni Italo Svevo), presentato ieri - mercoledì 10 dicembre - alla Sala Imperatore, grazie all'organizzazione del Centro di Documentazione Multimediale, dell'Anvgd Trieste e dell'Associazione "Fie de Capodistria".

In molti sono accorsi a rendere omaggio al lavoro trentennale di Decarli: il vicesindaco di Capodistria Scheriani, il Presidente della Comunità degli Italiani di Capodistria Lino Cernaz e il Presidente della Fameia Capodistriana Livio Nardi, assieme a tante altre persone che hanno vissuto la cittadina istriana.

"Il meccanismo dei soprannomi a Capodistria è una realtà vitale, importante, un passaggio necessario per poter dire di appartenere alla città": così il Presidente del CDM avv. Paolo Sardos Albertini ha introdotto l'incontro, al quale hanno partecipato anche il presidente dell'Anvgd Trieste Renzo Codarin, la prof.ssa Livia de Savorgnani Zanmarchi docente di Linguistica e Filologia romanza all'Università di Trieste, Palmira Steffè Dassovich delle "Fie de Capodistria", Tullio Svettini che ha recitato alcune parti del libro, ed ovviamente lo stesso autore Lauro Decarli a cui sono andati alla fine i sentiti applausi della sala.

"Una volta i soprannomi erano quasi una necessità nei piccoli centri, dove molti avevano lo stesso cognome - ha continuato l'avv. Sardos Albertini - Non era così a Capodistria dove vigeva una sorta di "piacere della maldicenza". Ma non era un atteggiamento negativo, anzi. Al mondo d'oggi il buonismo è d'obbligo e le critiche più velenose arrivano poi per altre strade. A Capodistria, invece, si respirava una sana cattiveria, in una società che celebrava i valori più semplici e fondamentali. Era un'abitudine sincera di dipingere le persone attraverso tic, atteggiamenti o caratteristiche fisiche".

La parola è poi passata al presidente dell'Anvgd Codarin che ha portato anch'egli la sua esperienza di capodistriano: "Ho riconosciuto la mia città tra le pagine di questo libro. Decarli, nel fermare un momento di memoria, deposita la testimonianza di una realtà piena di valori sui quali oggi possiamo e dobbiamo costruire un futuro. In queste pagine ci siamo noi, un popolo sparso che vuole continuare ad esistere".

E' toccato poi alla prof.ssa Livia de Savorgnani Zanmarchi analizzare le caratteristiche semantiche del lavoro di Carlòn: "Questo libro - ha aggiunto - è un opera fondamentale, frutto di una ricerca che si basa sì su un'enorme conoscenza, ma anche su una vivace intuizione. Il nome porta fama, "notizia", notorietà. Il nome può derivare dalle connotazioni di una famiglia, ma anche dagli atteggiamenti comportamentali. Il patrimonio che custodisce Capodistria è ricco di spunti". La prof.ssa de Savorgnani Zanmarchi ha poi iniziato una carrellata di esempi che hanno fatto annuire e sorridere chi, fra il pubblico, riconosceva amici o situazioni: "zercafliche" era colui che camminava curvo, forse in cerca di monetine cadute a terra; "pindolo" chi invece procedeva claudicante; "lugaro" detto di persona vivace…

Le letture di Svettini, argute e divertenti, hanno poi accompagnato l'intervento di Palmira Steffè Dassovich delle "Fie de Capodistria" alla quale è toccato il compito di "svelare" il mistero di Caterina: anche se per i buontemponi questa intrigante signorina diventava oggetto di burla, un tema per gli scherzi a scapito dei forestieri (ansiosi di ammirare la famosa donzella), in realtà si trattava di una pietra calcarea bianca con un buco nel mezzo, fotografata peraltro sulla copertina del libro di Decarli. La roccia, che faceva parte dell'orto dei Belli in Calle della Rotonda, è andata poi dispersa in seguito all'urbanizzazione di Capodistria. "I capodistriani sono gente fiera e modesta - ha spiegato la signora Palmira Steffè Dassovich, tra un aneddoto e l'altro - Gente amante della libertà fino al punto di scegliere l'esodo".

L'ultima parola è toccata proprio a Càrlon. Alla domanda se qualcuno si fosse lamentato per aver visto riportato in "Caterina del buso" il proprio cognome e qualche vezzo assegnatogli, Decarli risponde così: "A dire la verità ho fatto affidamento più sulla "maggioranza silenziosa". Poche sono state le lamentale, come pochi sono stati i complimenti che ho ricevuto. Persino i fondi che mi erano stati promessi non si sono fatti ancora vedere e i capodistriani che incontro per strada mi chiedono di regalar loro il libro, per cui… Altri commenti a "Caterina del buso" non posso fare. Comprate il libro e poi… ciapeme, peseme e copeme". (pc)

Vedete anche:


Main Menu


This page compliments of Marisa Ciceran e Pietro Valente

Created: Tuesday, April 22, 2003; Last updated: Saturday, September 22, 2007
Copyright © 1998 IstriaNet.org, USA