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Letteratura
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Il Canzoniere (1855-1876) di Giovanni de Manzini
di Paolo Blasi

Commemorando alle soglie del 1914 la scomparsa del giovane poeta Tino Gavardo, Giovanni Quarantotti, idealmente rivolto alIa città di Capodistria, ebbe a dire: «Dopo Giovanni de Manzini, le cui sparse reliquie letterarie sarebbe pur tempo alcuno pietosamente raccogliesse, tu non conoscesti poeta che con più fedele amore si esprimesse nel tuo vetusto vernacolo, ne che con più intima vigoria e piu suasivi accenti uguagliasse, nei misteriosi accordi del verso, l'orgogliosa anima patrizia alla ingenua anima plebea, così da riuscire l'aedo più durevolmente caro all'intero tuo popolo e il più prontamente compreso da esso». (1) Ma una cortina di silenzio, più che di oblio, gravò nel tempo -forse per il prevalere di interessi diversi a seguto degli storici rivolgimenti - su questi e altri poeti dell'Istria, pur impegnati, validi e significativi. Nella recente rifioritura degli studi e della produzione della poesia in dialetto, Giovanni de Manzini trova oggi un clima propizio per essere richiamato alIa memoria e approfondito nella conoscenza.

Breve e fervida la sua vita. Nacque a Capodistria il 1° agosto 1838, da antica famiglia ascritta al Consiglio Maggiore della città, e vi morì il 12 dicembre 1883. Esercitò l'avvocatura in Comune col cognato Nicolò del Bello. Profuse il suo impegno in campo civico quale membro della Giunta ginnasiale e del Consiglio scolastico distrettuale, fondatore dell' Asilo infantile, presidente della Società filarmonica, consigliere e rappresentante comunale. Legato da amicizia a Carlo Combi, ispirò l'attività politica ai principi risorgimentali e operò in forma cospirativa e propagandistica nel gruppo patriottico del medico Domenico Manzoni. L'interesse per i progressi scientifici lo portò ad aderire alla Società geografica italiana, della quale divenne socio corrispondente. Il suo apporto alle let- tere è assicurato da una varia produzione occasionale e, più, da quegli scherzi meditabondi in vernacolo nei quali spicca la sua personalità originale di artista.

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In età adolescenziale il de Manzini intraprese i primi esercizi poetici legati alle esperienze più vivaci del suo mondo. Aveva diciassette anni quando scriveva Barcarola (1855), che traduce l'entusiasmo per lo sport del canottaggio nella cornice del golfo natio, la s lute e la cordialità dello spirito in compagnia di amici e l'apprezzamento per le bellezze della natura circostante:

Arranca! Curvati sui remi curvati
Squarciamo d'un colpo il piano del mar

Arranca! La prora veloce trascorra,
Lo udremo sott'essa fremente scrosciar

Arranca! Cantando canzoni giulive
D'intorno le rive - faremo echeggiar.
Arranca! Che i fiori - dai colli vicini
Un nembo d'odori - riversan suI mar. 

Altri versetti il giovane poeta lasciò per uno di quei libretti che le signorinette e i giovanotti, a contatto con gli studi al ginnasio e all'università, solevano tenere, in particolare lo scorso secolo: in essi si scambiavano molti versi e disegni ed erano scherzetti di salotto, premessa di ingenue simpatie e acerbi amori. Per album è questa quartina del 1859:

II dolce accento del nativo idioma
Simile affetto desta in cor gentile
Che in selva oscura mammola d'Aprile
O in terra boreal corvina chioma.

Sempre dell'età giovanile è l'avvio, una sessantina di versi, a un poemetto, rimasto incompiuto, che il de Manzini aveva cominciato a scrivere sotto il titolo La foresta campestre della Madonna di Semedella. In un quadro georgico a tinte primaverili biancheggia la chiesuola, «solinga come un  orfano», che la pietà dei superstiti eresse, in tempi calamitosi, alIa Regina degli afflitti.

Su questo suolo, nel cui bacio muore
L 'onda del mar, che in fronte e a manca alzarsi
Scorge indistinte annubilate l'Alpi
E a tergo e a destra collinette e gole
D'oliveti e di vigne inghirlandate,
Ogni anno al suon di quel sacro bronzo
Si raduna la gente ... 

Vengono i devoti al santuario a pregare e a ringraziare: lo scampato al naufragio appende in ex voto una navicella; commossa gratitudine esprimono il vecchio soldato, memore di quando ebbe salva la vita fra la furia dei cavalli da guerra scalpitanti su lui ferito, e la vedovella, cui le fiamme di un incendio notturno avrebbero apportato miserevole morte al suo unico nato se la Vergine Madre, invocata, non avesse largito la sua misericordia. 

Un esperimento poetico, come le laboriose varianti proposte in nota confermano, si possono considerare le dieci strofe di una composizione, II Genio Tutelare della Costa dell'Istria, datata 1861. Energico il piglio iniziale:

E'  uno scoglio il mio asilo e il mar sonante,
Che si frange ai suoi piedi, il campo mio;
Son franco, ardito, e rozzo il mio sembiante,
II core pio. 

Il poeta dichiara il suo sentimento di esultanza e di ammirazione sia di fronte allo spettacolo della natura sconvolta sia quando il cielo si copre di stelle e il mare riflette placido la loro luce e la terra olezza dell'incenso dei fiori. E sempre, al sorgere del sole e all'ora in cui s'ode il mesto rintocco della campana, lo accompagnano la memoria e il desiderio del «patrio lido».

Se questi versi sono spia di una delicata interiorità, una composizione, risalente all'anno prima, mette in piena luce la sanità morale del giovane. In Rivista egli si fa giustiziere di una società degenere e abietta: e l'affronta deciso.

Picchia e ripicchia o mio martello, al vivo
Vibra pungolo mio; la pelle è dura!
Non temo i ceffi, io franco parlo e scrivo,
Non ho paura! 

Il piglio si adegua alIa materia che diviene oggetto della sua staffilata e le parole crude gridano sdegno e disprezzo.

Ghigno passando e sputo alla belletta
De'maldicenti, avari ed usuranti,
Ghigno alla turba, che sapienza affetta
Cogli ignoranti. 

Segue la denuncia: l'onore e il merito sono posposti all'oro, la virtù e la gloria sono derisi, il vizio è esaltato, si ha l'improntitudine di porre se stesso ad esempio ag1i altri e di chiamare «bacchettone chi non s'insozza». E sulle orme di un Parini e di un Alfieri il de Manzini ritrae il damo elegante che

Fra nastri e spille la man bianca addestra
E lo intelletto a agire fortemente

e, ondeggiando il fianco effeminato, porta a passeggio, tutto beato, il suo cervellino.

L'ironia si ritorce sul1a «fol1e etate» quando nella loro Capodistria operavano per il benessere comune un Santorio o un Carli. Ma, per fortuna!, sono mutati i tempi e i costumi: oggi ciascuno non pensa che al proprio tornaconto e

Prossimo e patria ormai sono vecchiume
Trito e dimesso.

Per la forza e l'elevatezza morale che la permeano e sostengono può essere associata, a questo punto, l'unica poesia d'amore del Nostro. Si tratta di una composizione di un centinaio di versi, Visione, cominciata a scrivere - prestando fede a una noterella a margine - nel 1862 e chiusa cinque anni dopo, più o meno al1a vigilia del1e nozze. E' dedicata a Giustina (familiarmente Tina) del Bello, sua mog1ie. Nonostante l'elaborazione prolungata nel tempo, rimane l'impressione che manchi del tocco definitivo. L 'apertura e idillica: la luna sparge la sua luce sui colli e sul mare e la natura le risponde con sospiro verginale e olezzo di fiori.

Al poeta, che va ricercando nel cielo un affetto che crede impensabile sulla terra, si presenta, stupenda, un visione:

L 'ineffabile bellezza dell'empiro
Vestì le umane forme, agli occhi miei
Bella, raggiante di siderea luce.
Bionda, biancovestita, una fanciulla
Parve divina, la mia man costrinse
Nella sua man, ed il mio core al suo
Castamente compresse ... 

E il «giovane mesto» ha da lei la rivelazione che Dio lo gratifica di un raro privilegio: non amerà di un amore volgare ma santo ed elevante ed ella stessa gli farà dono della sua beatitudine. La fanciulla prosegue nell'accusa alIa generazione presente: per le macchinazioni dell'inesausto fabbro del male i peccati hanno assunto aspetto di donna e gli uomini, lasciatisi ingannare dallo splendore delle vesti e dei monili, vanno inseguendo i «menzogner fantasmi». Madri inique menano vanto che le figlie si concedano «a chi molt'oro conta e non ha cuore» e genitori parricidi si compiacciono che i figli, trascurando i generosi impulsi, attendano solo all'utile economico. Si barattano le colpe con le virtù, si rinnova il delitto di Caino, si mercanteggiano la patria e il Cristo. Ma tu no - garantisce l'eterea apparizione - tu sei mondo da tali sozzure: giurami, solo, in nome dell'amore

               che cuore e mente
E la scintilla che il Creator t'accese
Di poeta nell'alma, alla crociata
Contra l'aste infernal sacri farai. 

E noi, ella conclude, saremo felici, correremo insieme le silenti spiagge del mare e nella mistica luce dell'alba, del tramonto e della notte stellata leggeremo la purezza del nostro amore. Poi la visione si dilegua ricalcando le sublimi vie del firmamento. A lui rimane come pegno estremo del suo ritorno uno sguardo ineffabile e verace. Infatti la promessa s'è adempiuta, non poteva essere menzognera: «El1a è venuta». Il sentimento nei riguardi della patria fu ribadito espressamente in un inno dal ritmo manzoniano che il de Manzini compose ne11865, nel1a ricorrenza di un evento secolare e di grande richiamo nel1'Ottocento fra gli irredentisti: Per il VI centenario di Dante. La retorica, per quanto sincera, non si sottrae al1e immagini d'uso, ma un accenno al1a propria terra contribuisce a ravvivarle:

Se dell'Istria tapina la gente
Un alloro intrecciava per te,
Deh!, quell'auro è cresciuto
Fra una gente che molto ha sofferto,
Deh!, l'accogli! Qual pegno t'è offerto ...

La lirica procurò al1'autore la soddisfazione di essere musicata da1 maestro Alberto Giovannini e cantata durante la solenne celebrazione che si tenne nel1a sa1a del1a Loggia davanti al grande ritratto del Poeta, dipinto per la circostanza Bartolomeo Cianel1i e poi col1ocato nel1a sala del Consiglio del Municipio. Riprendendo il verso di fratel1anza del1a «Battaglia di Maclodio», il Nostro scrisse sul1a falsariga del Manzoni I'inno Per la Società di Mutuo Soccorso fra Artieri ed Operai di Capodistria - in occasione della presentazione della bandiera, datato luglio 1873, nel quale la città natia è con affetto e orgog1io nazionale menzionata come «ita1o 1ido».

Nel1'ambito del1e poesie occasiona1i è da includere anche una Per I'auspicato varamento del «Lottatore», Bark costruito da Francesco e Luigi Poli - Capodistria, marzo MDCCCLXXV. Il pig1io è giu1ivo e scattante:

Va! Ti scaglia sull'onda che ti attende,
Robusto «Lottatore» ...

Alta è la compiacenza per il naviglio che a gonfie vele si dirigerà a terre lontane ed è sorto dal lavoro e dall'intelligenza della sua gente:

Un istriano ingegno 
Eletto ti compose. Atleta! E' certa 
La tua possanza, degno 
Dominatore dell'oceano immenso.

Del medesimo anno, alla distanza di un solo mese, è un 'altra composizione, Pel varamento dell'«Italo» - Capodistria, 8 aprile 1875, di analogo argomento: ma il carattere appare tutto diverso per il brio e le facezie che riportano agli scherzi del Giusti. I brevi scenari che fluiscono nelle agili strofe traducono in festevolezza l'evento marinaro e assecondano l' indole cordiale dell'autore, che sente ridestarsi l'«estro del brindisi» e attende a comporre «coi toni vividi del buon umor» i brandelli delle corde della sua «povera lira» da lungo tempo inoperosa di sotto alIa polvere e alle ragnatele.

L' «Italo» era ridotto a «povero diavolo», barca scassata e bisognosa di urgenti riparazioni e ristrutturazioni, ma comparve, per sua fortuna, il salvatore:

Rotte le costole, 
Col naso rotto, 
Con squarci orribili, 
Sopra e di sotto, 
Gridando ajuto 
Dai boccaporti, 
Cercando un chiodo 
Che lo conforti, 
Giunge un bel giorno 
In man d'un tale 
Che tiene specifici 
Per ogni male.

A colpi d'ascia con affettuose premure la nave fù in breve volger di tempo risanata, furono debellati gli innumerevoli parassiti che la dilaniavano ed essa, risuscitata come «novello Lazzaro», è pronta ad affrontare le asprezze della navigazione:

Crepate gamberi 
Crepate insetti 
Esosi sucidi 
Stramaledetti! 
No! Più la nordica 
Fosca procella 
Non teme 1'«Italo», 
Brilla sua stella...

La disposizione allo scrivere faceto si scopre consentanea al de Manzini e costante fin dai primi approcci con la poesia. La conferma viene offerta da una lettera in versi del periodo studentesco che porta questo titolo esplicativo: A Pietro Sbisà da Rovigno (ora che trascrivo podestà di Dignano e notajo) studente di leggi a Graz, in occasione del suo tardare al venire all'Università sotto pretesto di malattia (1861).

Scrive all'amico di avere appreso che un «fero morbo» lo fiacca con tosse e febbre e gli rammenta che uomo rubicondo com'è lui, «da far invidia ad un pievano», ha il dovere della salute, a meno che non finga per la plausibile ragione di «farla a un decano». Egli auspica, perciò, che a dicembre, nella stagione tanto precaria per i cagionevoli, sorga per incanto, sano e fiorente, spinto da

Un desio di viaggiar da queste parti 
Ove ti attende chi non puo scordarti.

Lo aspetta la sua Luigia, che un dì l'aveva pur punto al cuore e che era stata oggetto dei suoi assidui vezzeggiamenti, sospiri e baci. Com'è pallida, ora, la poveretta, come vive ritirata:

Sembra di stelo vedovata rosa! 
Vieni, lo stelo le ridona ed ella 
Riviverà più florida, più bella.

Però, piano con gli inviti, scherza l'autore: se tu fossi già morto? Ma se non è così, dimmi se ho da prenderti in affitto una stanza o se d'altro abbisogni.

Di un tempo certamente più tardo è un'altra composizione da celia, uno «scherzo gettato sul proposito d'un amante un poco sciocco e molto attaccaticcio e studioso di canto». Si tratta di un'ode «un po' libera» con questa dedica: Per le sperate fauste nozze di Vespina Protesti-Duri con Virginio Intatti. I personaggi sono allusivi e la scena suggerita, esilarante per gli amici, doveva, come l'autore raccomanda in nota, essere declamata «con efficacia». A noi che ignoriamo i precedenti l'argomento può apparire tenue ma è impossibile non cogliervi la sprizzante e gustosa malizia: Virginio è un giovane casto e pudico «cui non potria l'antico Giuseppe un punto dar» ed ama Vespina e anela a farla sua «all'altar». Ma lei, «la candida colomba», sembra insensibile:

Hai forse d'adamante 
E non di cuore il cuor? 

Vuoi portarlo alla disperazione e al suicidio? No, ti comprendo -ammicca il poeta - la tua editazione è motivata dalla paura di guastare quel fiore nel coglierlo; e conclude esortativo:

Ma ti assicura, gettati 
Pur di Virginio in seno, 
Esso non fia per questo 
Casto e intatto meno.

Abbiamo seguito finora il de Manzini nel1a varietà del1e sue composizioni svariare dalla lirica all'inno, dal1a superiore contemplazione etica e dal1a fiera denuncia sociale al frizzo festevole e bonario, ma lo stesso mondo trova l'espressione più compiuta quando s'avvale dello strumento del vernacolo nativo. Parole e cose sgorgano, allora, con una semplicità farniliare, casareccia, solida, essenziale. E il sorriso è solo in apparenza e di rado di superficie: saggio e sofferto, deriva da umana esperienza.

Nelle dodici sestine in endecasillabi della Lettera an amico, probabilmente di Trieste - si coglie una rappresentazione schiettamente realistica e introspettiva dell ' autore:

E ...mi pur tropo un poco al zorno 
Mi vado deventandouna carogna, 
No me movo de casa, o vado atorno 
Come un vecio insempiii,. xe una vergogna, 
Lo capisso anca mi, ma pur no posso 
Cambiar sistema, go za el mal adosso. 
Xe passà el carneval, credela ela 
Che ne sia mosso a far un frageta, 

Una zeneta, qualche cossa, oh bela! 
Quel che la tutto el mondo e che dileta 
Spezialmente chi ga vintitrè anni 
E, grazie a Dio, xe senza certi afanni. 

La gente impazza e si diverte mascherata nelle contrade e nelle piazze, solo lui, «impilonà come un panduro», si estranea del tutto piantando tanto di muso, simile a un «rustego» goldoniano.

Perchè - Perchè, prima de tutto, a mi, 
Come la sa, non me piase el sussuro, 
No gh 'è rimedio, son fatto cussì 
E chi me vol cambiar fracà int'un muro, 
E po' el bordelo no, non vien dal cuor 
Ga fato e farà sempre malumor. 

Inoltre, c'e poco da ridere, spesso col pretesto della moda e al di sotto della «bauta» si cela una tragedia nelle famiglie, una piaga sanguinante dell'umana società:

Vedo marii che fragia e so che a casa 
Xe la mugier che pianze desperada, 
Vedo mugier che fa tabula rasa 
Fin dei linzioi per divertirse, e bada
Più ai cerci che al marì beco e per sora 
Precipita nell'ultima malora.

Cambiando registro, il de Manzini prega il B... di fargli un «servizio». Due amici inseparabili, Giacomo e Zaneto, hanno fatto baruffa fra loro perchè il secondo «xe un tantin poltron». Cerchi il B... di sondare l'animo di Giacomo perche l'altro, poveretto, spera e teme, pur essendosi ripromesso di cambiare. Voglia riferire al1'autore come stanno le cose:

L 'agiutar (per i boni) el xe un piaser. 

Dopo due mesi (siamo nel 1862) segue una seconda Lettera a B. ..sette ottave, nelle qua1i compare, questa volta, a chiare lettere, il nome del destinatario:

Botteri, Botteri, 
Po corpo e de bio! 
In questa maniera 
Se trata un par mio? 
Me sbrazzo, me strussio, 
Ghe scrivo in sestine 
Stupende, divine, 
Domando perdon.

Si lamenta, il de Manzini, che la sua richiesta, promossa con l'intento di conciliare, non sia stata presa in considerazione e che il Botteri non abbia interposto i suoi buoni uffici a favore di Zaneto (che, annota il nipote, dott. Giulio de Manzini, poeta vernacolo lui pure, «e mio nonno stesso che gioca sulla finzione della terza persona»):

Xe forsi in so oci, 
Da quando che 'l manca, 
Casca tanto basso 
Sto omo, che gnanca 
No porti la pena 
De darghe la man 
Perchè pian a pian 
El torni a star sù? 

Non è, questa, carità cristiana! Il ghiaccio delle Alpi che separano il paese nostro «da quel de le talpe» ha indurito a tal punto il suo cuore? Non può essere! Perciò egli affida le sue speranze alla poesia, la «filipica bela».

Il de Manzini, signore dallo spirito cordialmente democratico, per procurargli delle «bonamam» più consistenti, si divertiva a fornire all'amico postino un mezzo abbastanza efficace all'inizio dell'anno: e così nasce L 'augurio del portaletere de Capodistria per el mileotocento e sessantadò:

De quel secolo d'oro, che 
Noe Strucava co le man I'ua tutta sana,

quando scorreva il miele, pioveva la manna e sorrideva la pace, la gente si scambiava questo auspicio: «Sia lontana ogni malora» e la validiàl di esso è pur sempre attuale, lo garantisce il «venerator dell'antica sapienza».

Per el mileotocento e sessantasette (2) è, nella serie «postale», una poesia di estrema semplicità e nitore e per tale virtù può riuscire emblematica dell'arte demanziniana:

El portaletere 
Come ogni ano 
Anca sto ano 
Ve do el bon ano.

Più disteso è il componimento Per el mileotocento e sessantanove.

Visto che in pratica 
Far da profeta 
Xe un ciapar gamberi 
Co la moleta

e in considerazione che le predizioni mancate procurano l'appellativo di «stolido», il postino si era ripromesso di non farle. ma lo dissuade e lo costringe un forte turbamento interiore:

Checo! sta volta 
No ti mincioni 
Chi che te scolta 
Se ti pronostici 
Gran bone nove...

Perciò, come non aspettare l'anno novello come un Messia-redimipopoli? Purchè, ahimè, che poi non avvenga che esso si riveli invece come

Un novo diavolo
Che sporze el pomo 
O un Giuda in maschera 
De gaJantomo.

Uno scherzo che ritrae, ancora, un «rustego» ostinato e reazionario, chiuso nel suo mondo e avverso alle novità (forse una sorridente ironia che il de Manzini si compiace di ritorcere su se stesso), è dato dalle quattro strofe di endecasillabi intitolato Sfogo con la premessa esplicativa: Un vecchio popolo incorreggibile ad un apostolo del sistema metrico. Un appunto, in margine, sull'autografo dice: «Vedi articoli dell'Unione delle quindicine precedenti». L'allusione va all'«Unione», il giornale fondato a Capodistria dal menzionato patriota dott. Domenico Manzoni, sul quale erano apparsi articoli illustrativi del sistema metrico decimale che veniva allora introdotto. Il burbero manifesta il malumore proprio e popolare avverso il provvedimento.

Cara ela. la tasa un momento. 
La m'ha fato za tanto de testa 
Coi so' conti col diese e col cento 
Coi so' Chili. ...son vecio. me resta 
Poco tempo. ...no vogio imparar! 
Voria proprio sentir bestemiar?! 
Cossa xeli sti Nitrii. sti Grami. 
Sti Chilomi. che el diao li strassini? 
Cossa vienla a sbitar Chilogrami.

Decanitrii, Quintali, Quintini? 
Mi no vogio saver che de punti, 
Sacramento!, de punti! de punti! 
Mi voi Klafteri, piei, brazzoleri, 
Voi bucai, porco el tron!, bucai vogio! 
Voi mezene, voi quarte, voi steri, 
Vogio miri, voi orne per l'ogio! 
No ghe va? ... La me vol istruir? 
No ocori! ... La staghi a sentir. 

Fa una gran confusione, il vecchio scontroso, dimostra di non aver capito un acca e tempesta e grandina nei riguardi dell'invadente e presuntuoso innovatore che vorrebbe costringerlo a «decagramar». Quale pretesa! E lo rimerita con una parolaccia.

El mal dei cavalieri, ovvero uno scherzo suI doppio senso della parola cavaliere, asseconda la disposizione del Nostro a buttar giù le sue considerazioni sulla realtà quotidiana e i mugugni sui tempi ovattandoli con la simpatia del mordace e del bonario, La composizione, frammentaria, e incompiuta e se ne deve la trascrizione da foglietti sparsi all'affettuosa cura del nipote Giulio, il secolo «busiaro» e «spampanon», ben lo attesta il nuovo tipo di umanità; ma anche gli animali sono cambiati.

Lassemo là la femena 
Che no ga un'onza adosso 
De suo, che xe un miracolo 
In strada e in leto un osso, 
Lassemo star i omeni 
Che par colossi e i xe 
Baloni a gas idrogeno 
Dotori da caffè, 
Ma corpo e po de 
Diana Cossa ve pararà
Se ve dirò che fina 
Le bestie n'ha imbrogià?

E se la prende il poeta con i cavalieri - «sti luridi vermi» - come nella regione veneta sono chiamati i bachi da seta; e il baco è un insettaccio

Vegnù de là dei Mongoli 
In tel baston de un frate. 
Ergo de razza barbara. 
Baba e poltron ...

La conclusione è una sola, amenamente equivoca, per la quale si finisce

Col dir che xe sinonimo 
Carogna e cavalier. 

Ma l'opera di maggiore impegno e respiro che raccoglie le varie sfaccettature dell' anima del de Manzini è un poemetto satirico, distribuito in ventiquattro strofe di nove versi, La fabrica del pan senza farina. risalente al 1866, il periodo centrale della sua vitalita di uomo e di artista. (3) Se i nostri vecchi potessero riaffacciarsi al mondo dei vivi ne vedrebbero delle belle:

Fora de lori. estatici 
A boca spalancada. 
Pestandose la zuca 
Lissa, lustra, pelada. 
I zuraria che el diavolo 
O almeno un so' parente. 
Abia insegnà alIa zente 
Cose che sole a crederle 
Par zà de far pecà. 

Proverebbero con i più sottili argomenti giuridici a dimostrare a se stessi "Che «quel che xe no xe», ma alfine preferirebbero tornare «indove che savè». Infatti la civiltà è irriconoscibilmente mutata: a cominciare dal «vapor», che permette di viaggiare

Per aqua, su per grebani. 
Per viscere de monti, 
Oltra viadoti e ponti, 
Corendo come un fulmine

C'è poi la «corda eletrica», che da quì all'America consente de «imbrogiar la gente»; c'è la fotografia, che in un attimo

Ve riproduce identici 
Musi che xe un oror. 

Le recenti invenzioni hanno promosso fabbriche, industrie, macchine, strumenti bellici e sistemi di navigazione e diffuso innovazioni infinite. Non sono però i mezzi tecnici che deludono e scoraggiano: è l'umanità che si è corrotta e il suo modo di pensare, di concepire e di vivere non si accorda con i superiori ed eterni valori morali. Non si tratta del rifiuto del progresso sì bene del tristo trionfo di un umanesimo scansafatiche e ciarlatanesco.

Ma el quid, che de sto secolo 
Fa un secolo portento, 
Ma el quid, che ve precipita 
Le code in svanimento, 
El quid che i nostri posteri 
Farà (se almeno spera) 
Proprio felici in tera, 
Xe el modo novo e semplice 
De procurarse el pan. 

Se una satira emergeva fin ora velata o scoperta, essa cede ora all' elegia del «povero mortal» che da «illo tempore» fino a questo secolo s'era onestamente e con duro e diuturno sacrificio guadagnato, per I'appunto, il pane.

Gobo, sbasi de brividi 
De fredo, o dai calori 
Ridoto a cartapecora, 
Tra i colpi e i rafredori, 
Fin desso el miserabile 
Fruto de Adamo e Eva, 
Per farse un pan, doveva 
Mandar la tera in fregole 
Piu dura che l'azal.

La poesia assume un tono severo, sostanziato di tristezza e forza interiore. Il patrizio capodistriano si riconosce fratello di chiunque tribola e col sudore della fronte si guadagna la sua esistenza e si conquista la sua dignità in rispondenza alIa legge biblica sublimata dal messaggio evangelico. Nella compartecipazione e nella solidarietà per la dura fatica del lavoratore della terra si celebra la commossa apoteosi della civiltà contadina. Doveva l'uomo

Farse un campeto, scieglierse 
Fortemente de semenza, 
Butarlo e cô le zeleghe 
Intanto aver pazienza, 
Schiarirlo, cô la siesola 
Tagiarlo raso tera, 
Far le manele e a sera 
Ciaparlo e strasinarlo 
Al salvo in un tiguor.

Il poeta si sofferma minuziosamente, per ben altre sette strofe, sull'industria, l'accortezza, l'assiduità e l'amore del contadino proteso fra stenti e ansie e preoccupazioni verso la meta della sua estenuante prova

Per dir «Te deum laudamus», 
Al fin m'ô fato un pan.

Il de Manzini manifesta allo scoperto it suo credo etico, politico e sociale e denuncia i tempi «nuovi» per quel che hanno nell'intimo di inaccettabile e perverso. Certi interpreti della medicina, della giurisprudenza, della politica, del giornalismo portano insulto non solo alle loro rispettive arti, ma sono spia di un corrotto angolo visuale della vita e dei costumi che si accompagna al «progresso».

Quatro parole in arabo,
Un poco de panzeta, 
Qualche sufiada e, a debito 
Tempo, la sô preseta 
E sora tuto el scrupolo 
De no perder l'efeto 
Parlando lisso e schieto 
Ve fa passar per medego 
E el pan n'â assicurà.

Un camerin, un zovene 
Che tiri zo sbagazzi, 
Molt'aria de docebo 
E quatro scartafazzi, 
Un fregolin de elastico 
In vece de coscienza 
E un poco de prudenza, 
Ve stampa su avocato 
E el pan ve guadagnà.

Fè l'omo de proposito 
Lezendo le gazete 
(E non importa un cavolo 
S'anca no capi un ete) 
Se fato deputato!
V
è
fabrica de bale? 
Impiantè su un Giornale, 
Vè ocio al responsabile, 
E el pan no mancarà.

L 'autore non respinge l'obiezione dello storico, «doto e profondo», che sostiene che gli uomini

Se sia sempre inzegnai
Con un sistema simile,

cioè con quest' «arte nova», ma rimane della sua opinione: la via imboccata dal suo secolo non è la retta e, per ciò, i nonni, risorgendo, preferirebbero ripiombare nel loro sonno. E Giovanni de Manzini è uno degli austeri «vecchi» che non respingono pregiudizievolmente il nuovo per il nuovo, ma in quanto riscontrano in esso il pericolo di un'aberrazione morale. Quel che l'uomo non ha mai da mutare è la sanità dello spirito, l'aspirazione protesa verso il buono e l'onesto.

Note:

(I) Giovanni Quarantotti: Tino Gavardo, ricordato a' suoi concittadini nel dl trigesimo della morte, Capodistria, Vittorio Vascotto, Stab. Tip. Carlo Priora, XCXXIV, Editore il «Fascio Giovanile Istriano». Commemorazione tenuta nel Teatro Ristori di Capodistria la sera del 14 febbraio 1914.

(2) L'augurio del portaletere de Capodistria per el 1867 e Sfogo furono pubblicati in «Loggia» a cura della «Fameja Capodistriana», Trieste, 1970.

(3) La fabrica de pan senza farina fu stampata la prima volta, anonima, nel «Lunario pel popolo di Capodistria», anno 1°, 1868, Capodistria, coi tipi di Giuseppe Tondelli tipografo editore (pagg. 47-55). Fu ripresa in «Pagine Istriane» (anno 7, III serie, n° 24, 1956), presentata da Elio Predonzani e Bruno Maier. In tale trascrizione si cercò di «migliorare, per quanto era possibile, la grafia, uniformandola alle norme attualmente in vigore per la riduzione a stampa per i testi dialettali».

Nel presente articolo i passi di questa, come di tutte le poesie riportate, corrispondono fedelmente al testo del manoscritto originale che I'autore possiede in fotocopia.

Tratto da:

  • "Il Canzoniere (1855-1876) di Giovanni de Manzini". Pagine Istriane 1-2/1986, p. 17-26. [Permission granted by heirs, pending publisher's authorization.]. (Copy of journal is courtesy of Pia Pelaschier)


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This page compliments of Marisa Ciceran, Pia Pelaschier and Guido Villa

Created: Saturday, January 1, 2000: Last updated: Saturday, December 15, 2012
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