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Letteratura



Della poesia di Anita Forlani

Nella letteratura italiana dell'lstroquarnerino del secondo Novecento il 1964 è un anno molto significativo. Almeno due sono le ragioni: primo, in esso usciva il primo numero di "La Battana", la rivista culturale la quale, dopo l'unico numero degli "utopici" (Sequi) "Orizzonti", portò la voce degli italiani "di qua" a quelli al di là del confine; secondo, a cura del Circolo dei Poeti, dei Letterati e degli Artisti dell'Unione degli Italiani dell'lstria e di Fiume veniva pubblicato uno smilzo ma notevole volumetto. Intitolato "Poesia 1" era la - prima raccolta che antologizzava tredici poeti dell'istria e di Fiume e costituiva -come scrive nella nota della redazione -"la somma di alcune delle molteplici esperienze, promosse tra gli italiani (...), intese a mantenere efficienti e valide le caratteristiche di vitalità e operosità che contraddistinguono il gruppo etnico italiano".

"Poesia 1" offriva la migliore documentazione sulla produzione in versi degli italiani istroquarnerini nell'arco di tempo compreso tra il 1954 e il 1963, ossia nel decennio in cui era stato istituito il concorso letterario dell'Unione. Perche' questi dati? Cosa c'entrano con Anita Forlani? C'entrano, perche' appunto nel '64 nei volumi ricordati, apparvero alcuni nomi nuovi di poeti giovani: quelli di Matteoni e di Cocchietto in "La Battana" e di Anita Forlani in "Poesia 1 ". Questa è, dunque, la prima apparizione delle poesie della Forlani non sparse nelle pagine dei giornali del tempo ma pubblicate in volume. Con la sua apparizione la poetessa veniva a colmare il vuoto per l'assenza del contributo femminile nella letteratura italiana dell'lstria e di Fiume. A lei, e lo ricordiamo a più di trent'anni da allora, il merito di aver portato sulla scena poetica la presenza della donna, e Anita è donna che ha saputo esercitare la scrittura in modo tale da farla diventare poesia. Per questa capacità, perla sua disposizione prevalentemente poetica essa ha saputo conquistare il suo spazio letterario nel campo della lirica, riuscendo a mantenerlo grazie ad un costante esercizio.

Questo lo schema anagrafico culturale/letterario di Anita: valente insegnante che ha lasciato una profonda traccia nella formazione dei giovani di Dignano, la sua città di adozione, poetessa che si è cimentata con notevoli esiti anche nel genere folcloristico e nella narrativa, essa è stata ed è tuttora uno dei più attivi operatori culturali della comuinità italiana. I suoi numerosi lavori sono usciti in varie pubblicazioni: da "La Voce", "Panorama", "La Battana" e "Istria Nobilissima", ai quaderni letterari del Circolo dei Poeti, Letterati ed Artisti dell'Unione, di cui fa parte la già ricordata "Poesia l", e a "Voci nostre". Finalmente nel 1987 l'Unione e l'UPT pubblicavano le sue poesie migliori che, col titolo Voci e pensieri, uscivano nel numero 7 della collana "Biblioteca Istriana". 

Come è stata la formazione letteraria della Forlani? Le sue preferenze poetiche scolastiche, mi riferisco agli anni trascorsi alle Magistrali di Fiume, frequentate nell'immediato dopoguerra, sono -come mi disse la stessa poetessa -Pascoli e Carducci, due grandi nomi della poesia italiana. Però questi autori, tanto diversi tra loro, e soprattutto il secondo non appaiono nelle liriche della Forlani. Più tardi, il vero polo di attrazione saranno Pavese, sia il narratore che il poeta di Lavorare stanca, Montale, di cui scoprirà la scrittura e ne coglierà l'esemplarità della lezione stilistica e soprattutto Biagio Marin, il grande gradese, al cui mondo poetico la Forlani si sente molto vicina. 

Vien da chiederci come mai Anita non abbia preso altri modelli, poeti più vicini nel -tempo, i coetanei neoavanguardisti, con il loro linguaggio oscuro, talvolta addirittura illeggibile, per esempio, gli sperimentalisti con la loro ricerca formale, i quali appunto negli anni Sessanta erano in auge in Italia. Ma è da chiederci nuovamente se allora qui nell'Istroquarnerino si conoscessero i vari Sanguineti, Pagliarani, Balestrini e gli altri loro compagni di strada. Veramente, non li conosceva nessuno di noi in quegli anni quando gli scambi culturali tra Italia ed ex Jugoslavia (si fa per dire 'scambi' dato che erano solo unidirezionali) erano ancora in una fase embrionale, per cui ignoravamo gli esiti ai quali stava pervenendo la poesia italiana. Però anche più tardi, quando fu possibile la circolazione di libri dall'Italia,la Forlani non ha dimostrato interesse per le innovazioni poetiche: essa è rimasta nell'alveo della poesia tradizionale, dal carattere intimistico, linda, frutto di un'accurata elaborazione, nella quale risalta la sua partecipazione emotiva, senza misurarsi con la contemporaneità. In verità c'è un'eccezione: il tentativo di cimentarsi con l'epico, il genere meno congeniale alla sua vena poetica. Mi riferisco alla poesia dal titolo Ballata, rimasta finora inedita, scritta tra il 1988 e il 1989 in occasione della fondazione del "Gruppo '88", con le conseguenti tensioni che tale fondazione fece nascere in seno alla comunità italiana. Quasi un poemetto con il suo centinanio di versi, nel quale la poetessa inserisce nella storia dell'Istria reminiscenze classiche ("Risuona il corno lugubre / e il cielo di Sirio (...) s'adagia / sbiadito (...) / sui tanti capitelli") e motivi della poesia pastorale ("i satiri/ coi campanacci assordanti / che sanno le lune di marzo"), in uno stile alto e ricercato. Ma , questa, direi, è soltanto una parentesi dell'attività poetica della Forlani.

Dunque, il punto di avvio della poesia di Anita sono quattro liriche apparse nel volumetto "Poesia l", ricordato prima, e intitolate Mattino, Notturna, Mietitura e Occhi azzurri. Scritte nel 1960 e nel 1961, esse esprimono quella che sarà la tematica della sua ulteriore produzione: la meditazione che scaturisce dal paesaggio esteriore, ma soprattutto da quello intimo, unico a darle la lingua più pura, l'essenza del canto. Grazie a tale capacità meditativa, la poetessa riesce a rispecchiare i moti segreti del suo animo. Ma se fosse solo così, la poesia della Forlani non ci coinvolgerebbe, perche', in fondo, non è sempre interessante ascoltare gli altri, siano pure poeti, analizzare se stessi. Per me, le migliori poesie della Forlani sono quelle caratterizzate dalla semplicità, dalla brevità, dalla pregnanza della parola, ma soprattutto quelle nelle quali ci ritroviamo, quelle che scavano nell'animo di tutti gli uomini. Mietitura è appunto una di queste liriche, un rapido quadretto della natura istriana in giugno o luglio, nella quale prevale il colore, il giallo bruciato nel periodo della mietitura. Con pochi tocchi suggestivi in cui predomina il momento impressionistico, la poetessa ci presenta un paesaggio tutto inondato di sole, comune e insieme nuovo: accanto all'immagine nota delle stoppie seccate dal sole e dai covoni sparsi sulla campagna - una specie di sfondo pittorico realistico -è collocato l'obsoleto: il quadretto dei "montoni accucciati lo coppie dormienti", che la sua fantasia ha creato. Questa la poesia: 

Gialla, di stoppie seccate,
tra i limiti verdi, 
è la terra. 
Mi piace quel muto colore 
macchiato d'intenso, 
con sparsi covoni che tiene 
e sembran da lungi 
montoni accucciati 
o coppie dormienti, 
gialle di sole.

 Solo un accenno alle numerose raccolte di liriche pubblicate quasi esclusivamente nell'antologia "Istria Nobilissima". In esse la poetessa sviluppa i temi che maggiormente corrispondono al suo delicato sentire, per cui nella sua tavolozza di motivi è assente la contestazione della condizione umana, come è pure assente il tempo violento nel quale è calata la nostra esistenza, mentre il tema degli affetti familiari è elaborato con squisita tenerezza. E il caso della lirica Un addio, nella quale la Forlani traspone il suo dolore per la perdita della madre, una delle liriche più belle perche' profondamente sentita e detta in modo sommesso e senza banalità di toni patetici. n vuoto incolmabile che rimane come piaga sanguinante in chi resta, la profonda e trattenuta sofferenza sono espressi per il tramite di una serie di aggettivi scelti con molta cura, aggettivi scevri di ogni raffinatezza stucchevole e proprio per questo a noi vicini e che ci fanno meditare sulla vita e sulla morte: "triste" fu l'ultimo saluto della madre, "vuoti" e "uguali" per la poetessa i giorni dopo la scomparsa della madre, "melanconici e sommessi" i canti che le campane espandono, "inutile" ormai la memoria. Scrive la Forlani: 

Così, in silenzio, 
fu triste, come tutti 
i distacchi il tuo saluto.

* * *

I giorni sono vuoti 
ora e tutti uguali, 
e le campane continuano 
a suonare i canti 
malinconici e sommessi 
che tu sapevi, madre,
nella memoria
dell'oggi inutile.

Il florilegio Voci e pensieri è costituito da una cinquantina di liriche, scritte tra il 1967 e il 1983, e suddivise, relativamente alla tematica in esse sviluppata, in quattro sezioni: La terra, L'uomo, Il tempo e L'amore. Però il motivo di fondo che campeggia su tutti gli altri eli collega è il motivo dell'amore, sentimento espresso in varie sfumature: per la terra natìa, per i familiari, per l'uomo. Ed è l'amore che permette alla poetessa di stabilire un accordo con uomini e cose, amore che la fa vivere in armonia con il mondo. E a chi è amico dell'universo - lo diceva sospirando il calviniano signor Palomar - ben si sa l'universo è amico. 

Come si può caratterizzare la raccolta? Senza dubbio essa è emancipata da ogni intellettualismo, e come ogni poesia di una certa valenza, è di significato multiplo, plurisemico. Nel suo parlare per immagini, la poetessa vuoI far intendere al lettore qualcosa di diverso da quello che dice, ~che se questo 'diverso' è inscindibile da quanto detto. In altre parole, siamo entrati nel campo del linguaggio metaforico proprio della Forlani e della poesia in quanto tale, ossia il messaggio che noi lettori recepiamo è sempre doppio messaggio, denotato-connotato. Le figure retoriche, le metafore, i segni doppi di cui essa fruisce estendono il linguaggio verso significati latenti che esprimono esperienze personali ma che trasmettono anche un'esperienza di totalità. Nel nitore di uno stile semplice e sorvegliato, la poetessa dimostra di saper dare poeticamente forma ai sentimenti più intimi anche quando le liriche si imbevono delle cose della quotidianità.

A livello formale, nel corso della sua attività, la Forlani ha modificato il suo poetare, optando per mezzi espressivi più colloquiali e discorsivi. A differenza delle prime liriche degli anni Sessanta caratterizzate da un ordine sconvolto dei sintaglni, da un 'disordine' elaborato che tende al gioco linguistico, da distorsioni del dettato ("Rinnovata mi sento / quest'oggi / nell'aria che al vento / i capelli mi svolge / ed accarezza", Mattino 1960), quelle dei Settanta ed Ottanta presentano un dire linguisticamente lineare, una più palese adesione alla norma, come recita la lirica Istria

Certi paesi, lo so, 
hanno ancora la terra 
fresca, e dagli alberi-querce 
i rami fioriti cadono 
come pendagli d'oro, 
e con gli uccelli il vento 
suona intorno. Il mio 
ha soltanto i camini 
rimasti a bucare il cielo 
grigio e triste in cambio 
di un pugno di fieno, 
e la mia voce: un'eco 
fatale confusa nel giorno 
che ha perso il calore. 

Nel paesaggio naturale, statico, "grigio e triste" che riflette il paesaggio interiore della poetessa, i camini (di Dignano) - simbolo di una realtà immobile, in degrado - alludono qui alla condizione umana e la parola si fa depositaria di un messaggio diventato oramai stereotipo di una comunità. La costruzione logica della frase della lirica è in sostanza adesione alla poesia del nostro tempo. 

E prima di concludere, un'ultima osservazione. Nelle mie riletture delle poesie di Anita mi ha colpito la presenza di un termine che si ripete spesso: il vento. Con il sinonimo brezza lo troviamo, se ho contato bene, diciotto volte, molte tenendo presente il numero delle liriche. Non siamo qui per fare un'analisi psicoanalitica, ne il tempo ce lo permette, ne chi vi parla è un esperto in materia. Certo è che l'uso iterativo di questa voce ha un suo significato, sia se la troviamo come manifestazione naturale (il "vento secco del Carso", Il grande gioco, il "vento irrequieto" di Sulla soglia del giorno; il "capriccio del vento" in Notte. E potrei continuare), che quando assume u più profondo in espressioni deJ tipo "vento foresto" (Ipotesi), oppure "nel timore del vento" (Sotto il sole), dove il 'vento' rappresenta un'entità distruggitrice. Chi lo sa come Freud ci spiegherebbe le ragioni dell'uso di questo termine? Indubbiamente è un simbolo (della purificazione?) tanto nella sua accezione naturale, atmosferica, quanto in quella antropomorfizzata. 

E concludo. Il volume Voci e pensieri si chiude con la lirica La mia voce, pubblicata già nel 1968 nel quaderno letterario n.4 "Poesia 2". Nel congedarsi dal lettore, la poetessa gli lascia il suo messaggio: nel miracolo antico e sempre nuovo della maternità, nel rinnovarsi della vita, l'uomo si perpetua senza perdere il gran dono di sognare: 

Cerco sovente di udire
una voce bambina: 
quella che un dì
fu mia e si spense 
nel tempo delle avventure. 
La ritrovo adesso 
solo nel fresco riso 
di un bimbo, viva 
nei giochi, nuova 
ma ancora più mia.

Tratto da:

  • Vera Glavinić, "Della poesia di Anita Forlani", La Battana, Rivista trimestrale di cultura Anno XXXIII aprile-giugno 1996, numero 120, Olge-Niro "EDIT" (Fiume-Rijeka), p. 5-10. All rights reserved.

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This page compliments of Marisa Ciceran

Created: Wednesday, May 09, 2001; Last Updated: Saturday, December 15, 2012
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