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Fulvio Tomizza. La
miglior vita Copyrighted 1977 Rizzoli Editore, Milano / Edizione riservata ai soci del / Club Italiano dei Lettori S.p.A., Milano 1978 / su licenza de Rizzzoli Editore Pictured left: Collezione "I PREMI STREGA" a cura del CLUB DEGLI EDITORI, formato 12,5 x 21 cm, pagine 317, in ottimo stato solo la sovracopertina appena consunta.1977 (?) |
«Miglior vita» è la formula sotto la quale, negli antichi registri parrocchiali, si iscrivevano le morti di poveri e diseredati: e attorno alla parrocchia di M* (Materada), la cui storia è tutta e solo in quei registri, ruotano le vicende narrate in prima persona da Martin Crusich, nònnzolo, ossia sagrestano e becchino, a sua volta figlio di sagrestano. Costui racconta settant'anni di vita di una piccola comunità isolata dell'Istria più interna, attraverso le figure dei parroci che si sono succeduti alla guida della piccola chiesa rurale. La testimonianza diretta abbraccia tre quarti del Novecento, ma tramite i registri parrocchiali lo sguardo del narratore si allarga su tre secoli di storia. II racconto tratteggia i contorni di una comunità geograficamente e socialmente marginale, divisa in più etnie, ma unita dai suoi riti atavici (la vicenda si apre con una benedizione delle messi dai marcati tratti pagani, cui il piccolo Martin partecipa insieme con il padre, all'insaputa del parroco), dalla povertà, dalla fatica, da un'antica e congenita diffidenza per i forestieri. Alla fine del racconto -quando il vecchio Martin sentirà avvicinarsi la morte, il territorio sarà passato dall'Impero asburgico all'Italia e infine alla Jugoslavia - la parrocchia non esisterà più, la comunità sarà distrutta dal riaffiorare di antichi odi personali, dalle divisioni etniche e politiche, dalle lotte di fazione o di interesse. Nel frattempo, Martin si sarà sposato, avrà perso l'unico figlio e i suoi pochi beni, avrà visto passare in canonica diversi parroci, ciascuno dei quali ha incarnato e rappresentato un'epoca. Il primo è don Kuzma, un polacco che predica in slavo, il quale tenta di costruire un campanile che, per varie discordie, si arresterà a un moncone. Segue per un breve periodo don Michele che, ossessionato dall'idea della fornicazione, accompagna, con qualche turbamento, l'adolescenza di Martin. Più lunga la cura d'anime del giovane don Stipe, proveniente da una famiglia contadina e, dopo molti sacrifici, prossimo alla laurea. Uomo e prete dalle doti singolari, fiero delle sue umili radici slave, scopritore delle origini illiriche della comunità, Stipe vive con malsopita partigianeria le divisioni etniche della parrocchia, che proprio negli anni del suo ministero vanno accentuandosi in seguito alle opposte rivendicazioni dei nazionalisti italiani e croati. Don Stipe vive da parroco anche la prima guerra mondiale, che costringe i giovani alle armi e porta a M* fame, carestia e disperazione. Martin ha un figlio negli anni in cui le donne si vendono per un pezzo di lardo, ed eliminano in modo cruento i frutti dei loro incontri. Arriva anche il vaiolo e, durante l'epidemia, don Stipe dimostra il suo valore e la sua fede; ma, finita la guerra, la parrocchia passa all'Italia e il prete slavo lascia l'incarico. Gli succede don Ferdinando, un veneto pieno di virtù e con qualche vizio che agli occhi del sagrestano ha avuto il torto di succedere a un uomo superiore. Morto don Ferdinando di polmonite, per venti anni è parroco il rigoroso don Angelo, ostile al suo sagrestano e alla fazione croata. Nonostante la contrarietà dei prete, Martin riesce a mandare il figlio Antonio nel seminario di Capodistria. Il fascismo si impone dapprima con manifestazioni goliardiche di giovani forestieri, poi con l'incendio della ex scuola croata e altre violenze. Dei buoni rapporti tra il fascismo e il clero don Angelo approfitta per portare a termine, grazie a una provvigione del fratello del Duce, la costruzione del campanile. Lo scoppio della seconda guerra mondiale non porta solo fame, ma anche molta paura, perché tutti hanno netto il presentimento che si concluderà in tragedia. E la tragedia tocca proprio Martin, che perde il figlio Antonio, datosi alla macchia come partigiano nelle file titine e il cui corpo straziato è pietosamente ricomposto dal padre e riportato, con un penoso viaggio, in paese. Dopo la guerra, la parrocchia di confine viene assegnata al Territorio Libero di Trieste per poi essere annessa alla Jugoslavia: le due etnie, che fino ad allora avevano comunque dato vita a un'unica comunità e a una discreta convivenza, prendono a odiarsi, con divisioni fin dentro alle stesse famiglie, mentre la barbarie e la ferocia dei comitati di liberazione alimentano i rancori. Il nuovo parroco, don Nino, è un giovane del luogo, fresco di seminario, impaziente e ricco di illusioni, che scopre presto l'ostilità dei nuovi potenti per la funzione che egli rappresenta. Dopo l'annessione alla Jugoslavia e l'esodo degli italiani, le case abbandonate sono occupate da nomadi e serbi, da gente di altre etnie e religioni. L'ultimo parroco, ostinatamente richiesto da Martin al vescovo, è don Miro - croato e appartenente a un'organizzazione nazionalista cattolica -, che morirà in seguito a un male incurabile. Dopodiché la parrocchia di M* rimane senza prete e senza fede, e tocca al vecchio Martin, nell'ultima parte che ha forma diaristica, conservare le memorie della comunità, annotare le morti e reiterare a ogni occasione le antiche formule dei registri parrocchiali, in attesa di una «miglior vita». Narrazione tra il romanzo storico e il racconto popolare (dell'uno ha la cadenza, dell'altro la partecipazione), La miglior vita evoca dall'interno - con la voce di un personaggio cardine della piccola comunità di cui si raccontano le vicende - il mondo rurale ai margini della Storia: un mondo che - rimasto immobile e immutato per secoli viene sconvolto dagli avvenimenti del Novecento. La terra di confine, la frontiera che fa da sfondo a tutte le opere di Tomizza, diviene in tal modo protagonista di una rappresentazione corale. Con La miglior vita Tomizza ha vinto il premio Strega nel 1977. L'opera è stata tradotta in francese da Claude Perrus, in tedesco e in croato. Copyright © 2002 Luigi De Bellis Estratto da:
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This page compliments of Marisa Ciceran
Created: Sunday, August 14,
2005; Last Updated: Monday, August 06, 2007
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