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Letteratura


Fulvio Tomizza, La Visitatrice

Edizioni Mondadori (Milano, 2000), Pag. 127
ISBN 88-04-47822-5

Lire 26.000


in sintesi
Una donna, alta, imponente, sui quarant'anni, da qualche tempo continua a seguire Emilio, un anziano negoziante di Trieste gravemente ammalato. Quando la donna finalmente si presenta, gli rivela di essere sua figlia naturale;, una verità scioccante che precipita Emilio in un turbine di sentimenti e di ricordi. Ricordi che risalgono fino a un torbido periodo della sua vita, a una notte di tanti anni fa trascorsa con un'infermiera, in preda ai fumi dell'alcool. Forse quella misteriosa visitatrice è davvero il frutto di quella notte. E forse è lì per riscattare la memoria della madre. Il romanzo si svolge nell'arco di due notti, richiamando alla mente di un uomo malato tutti i fantasmi di gioventù, la tristezza della carne.


L'azione del romanzo si svolge a Trieste. E' il periodo successivo all'indipendenza della Repubblica di Slovenia. Un anziano negoziante di abbigliamento, gravemente ammalato senza che la moglie e la figlia ne abbiano piena consapevolezza, accompagna le due donne alla stazione. Partiranno per un breve viaggio di acquisti in vista delle nozze della giovane; lui invece le aspetterà in città, da solo per la prima volta dopo tanti anni. E come se Emilio sentisse che qualcosa sta per succedere, e infatti si accorge che una donna, alta, imponente, sui quarant'anni, da un po' di tempo continua a seguirlo. Per tutta la strada, fin sul pianerottolo di casa, dove ogni equivoco deve per forza sciogliersi. Ma una volta in casa, la donna gli prepara una rivelazione sconvolgente: afferma di essere sua figlia. 

Tra accessi della malattia, incredulità, smarrimento, l'uomo ripercorre il torbido periodo della sua giovinezza trascorsa nell'agitata Lubiana del dopoguerra comunista, quando insieme a un vecchio partigiano piemontese ebbe una fosca notte d'amore con una infermiera in preda all'alcol. Che la visitatrice, figlia di quell'infermiera che è comunque riuscita ad allevarla e a portarla alla laurea in medicina, voglia riscattare la memoria della madre? Ma insieme al ricordo di quella notte, alla memoria di Emilio ritorna la sua intensa storia d'amore con Brigida, la giovane moglie del partigiano, costretta a condividere col marito un esilio per crimini di guerra. 

Questo romanzo breve ma di intensità lacerante si svolge nell'arco di due notti, richiamando alla mente di un uomo malato, come in una sorta di gran finale della vita, tutti i fantasmi di gioventù, la tristezza della carne, il gusto amaro dell'utopia che finisce e dell'amore che viene tradito. Vertice e summa dell'arte di Tomizza, La visitatrice commuove per l'asciutta forza della sua narrazione e per l'esplicito valore di testamento umano e letterario di uno dei nostri scrittori più amati.

Proprietà letteraria riservata secondo le leggi vigenti.


"Rimasi come tramortito, ma il mio interno era attanagliato da un'infantile paura, come mi fosse stata narrata una spaventevole fiaba di cui venivo a scoprire di essere io il protagonista."

Quando si sa che la vita sta per finire, quando ci si sente attanagliati dalla malattia e la speranza è ormai venuta meno, forse quello è il momento per un consuntivo della propria vita, per riannodare i fili della memoria e rileggere certe pagine del passato difficili da spiegare a se stessi. Il protagonista della vicenda, Emilio, è un uomo gravemente malato: un cancro lo sta distruggendo e la sofferenza che accompagna la malattia è davvero intensa. Ha scelto di non condividere con nessuno questi giorni difficili che lo separano dalla morte, neppure con la moglie mite e fedele, né con la figlia distratta ed egoista. Improvvisamente però nella sua vita, che con grande fatica cerca di mantenere "normale", fa irruzione una figura femminile, Patrizia, una donna di poco meno di quarant'anni, che sconvolge i suoi piani di solitudine. La sorte fa sì che l'incontro tra i due avvenga proprio nel giorno in cui la moglie e la figlia del protagonista sono partite per qualche giorno, e proprio nel momento in cui, salutatele alla stazione, ritorna da solo a casa. La rivelazione non si fa attendere: appena messo piede nella casa di Emilio la ragazza dichiara di essere sua figlia, nata da una relazione lontana con una infermiera slovena. Quella presenza sempre più gradita, quegli accenni a un passato che sembrava dimenticato, infine la coscienza di come potesse essere vero quanto la ragazza affermava, riaprono scenari remoti, fanno riaffiorare sentimenti forti e, apparentemente, rimossi e riempiono la mente del protagonista di immagini, parole, emozioni vissute nel periodo dell'immediato dopoguerra a Lubiana, dove avevano trovato rifugio ex partigiani fuggiti dall'Italia per ragioni politiche. In particolare uno di questi, il Bardocchia aveva avuto un ruolo importante per lui.  Sanguigno e duro, comunista acceso, fuggito per non essere processato in Italia, subirà anche il carcere in Jugoslavia, a Goli Otok, ma prima di essere arrestato aveva avuto con Emilia un rapporto ambiguo.  Praticamente costretto (per una forma di sottomissione timorosa al compagno più adulto) ad avere un rapporto con un'infermiera di cui ora Patrizia dichiara di essere figlia, Emilio aveva avuto una appassionata storia d'amore con la moglie di Bardocchia e quell'amore indimenticabile non era mai stato sostituito neppure dall'affetto per l'affettuosa e tenera moglie.  

La storia narrata si svolge nell'arco di due giorni: Patrizia ripartirà ed Emilio vivrà l'ultimo scorcio di vita aspettando la morte, in piena solitudine interiore. Poche ore narrate con maestria e sensibilità, ultima testimonianza di questo scrittore scomparso da un anno, che all'eleganza della forma e dello stile ha sempre unito capacità di riflessione e profondità di indagine, e uno sguardo che dai personaggi sa allargarsi alla situazione storica e sociale che li circonda.

Le prime righe

I

Accompagnai mia moglie alla stazione ferroviaria. Non mi sentivo molto disposto a seguirla fino al treno, tanto più che partiva con la figlia. Ma era la prima volta in trent'anni di matrimonio che si metteva in viaggio senza di me, e la compagnia di nostra figlia, prossima alle nozze, mi pareva un po' forzata, voluta dalla sua congenita euforia. Le abbracciai, raccomandai loro di divertirsi a Bologna, dove si recavano per una questione di eredità con la cugina di Eugenia dopo la recente morte di suo padre. Comparvero al finestrino, agitarono la mano, rimpicciolirono. Mi avevano lasciato solo, poteva accadere che non mi rivedessero più. Poi pensai che con la morte dello zio Efrem le cugine Sidis erano di fatto rimaste senza un genitore, portavano avanti a metà un nome di famiglia che si sarebbe estinto con loro. Un antico ceppo ebraico prosperato perlopiù in Grecia. 

Riattraversai il piccolo atrio che immetteva ai binari, subito fuori c'era la fermata dell'autobus che mi avrebbe ricondotto davanti al portone di casa. 

Il cielo di marzo si era ancor più oscurato e non avevo con me l'ombrello, del resto non indispensabile perché da casa mia alla stazione e ritorno restavo quasi di continuo al coperto. 

L'autobus comparve e si accostò nel volgere di un minuto. Salii, il veicolo compì un semigiro dell'edificio, imboccò la corsia riservata ai mezzi di trasporto pubblico lambendo il giardinetto della piazzola. Inopinatamente fermò, come disarmato dall'improvviso acquazzone. L'autista riprovò ad avviare il motore, poi si arrese; spalancò le portiere. Svelti scesero alcuni viaggiatori provvisti di ombrello in una zona toccata da diverse linee di autobus. Insieme ad altri esitai contando su un pronto aggiustamento del guasto meccanico, sulla sostituzione dell'autobus, sul fatto che il conduttore al sicuro non avrebbe scaricato noi sotto la pioggia.

Trascorse del tempo, il rovescio si attenuò, calcolai il paio di minuti necessari per affrettarmi alla prossima fermata in una viuzza di raccordo tra le arterie cittadine. Rimasi ancora incerto riguardando il cielo. A terra una donna di mezza età, bionda, belloccia, con vistosa valigia e in tailleur pantalone gessato, era in impaziente attesa dello spazio che scendendo le avrei lasciato. Stavo osservando la sua figura non poco eccentrica quando lei, spazientita dalla mia indecisione, mi obiettò: "Intende scendere o restar su?". 

© 2000, Arnoldo Mondadori Editore. Proprietà letteraria riservata secondo le leggi vigenti.


Da La Stampa [?] 2000

Amore, giovinezza, colpa: a un anno dalla morte esce «La visitatrice», ultimo romanzo dello scrittore Tomizza, profumo di figlia

Esce oggi da Mondadori La visitatrice, l'ultimo romanzo di Fulvio Tomizza che moriva proprio un anno fa. Ne pubblichiamo un passo significativo

di Fulvio Tomizza

Guadagnai piano piano il centro dell’autobus e finalmente scesi, seguito da un nutrito gruppo di passeggeri. Le portiere ancora si chiusero. Ma di là a poco si riaprirono provocando un sobbalzo dell’autoveicolo, che riprese la marcia. E ne era discesa lei, arrossata e scarmigliata, ma dall’aria tutt’altro che dimessa.

Estrassi il mazzo di chiavi, la donna sola alle mie spalle. Spinsi il portone e mi girai a guardarla.
Aveva preso nota del numero del caseggiato, mostrò di dovervisi introdurre controvoglia, per quella piccola congiura del caso che non le consentiva di disfarsi di una compagnia nient’affatto gradita. M’infiltrai nel palazzone di fine secolo tenendo aperto il battente. E con immutata ironia la incoraggiai:

«Era destino che dovessimo compiere lo stesso tragitto».

Uscì in una smorfia di sopportazione.

Percorrendo la prima, breve rampa di scale che immette alla portineria e al corridoio diretto all’ascensore, fui tentato di liberarla dalla valigia, benché gliela supponessi leggera, riempita di abiti e di altri oggetti personali. Ma ero un uomo ormai vecchio e il mio gesto mi avrebbe reso ancor più ridicolmente invadente.

L’uno dietro l’altra attraversammo il corridoio, fra vetrate opache e la parete fitta di porticine ben mimetizzate dei ripostigli per le pulizie della casa. L’ascensore era fermo al pianoterra, la sua vista mi trasmise una fitta che non riuscii a nascondere. Arduo sarebbe stato salire appoggiandomi ora su un piede ora sull’altro fino al mio ultimo piano, resistere all’impeto liberatorio che non accettava più dilazioni allorché infilavo la chiave, da tempo sfoderata, nella toppa. Ora per di più la tizia mi avrebbe costretto a fermare a uno dei piani intermedi.

Spinsi anche questa porta e lei si prese, con diritto, la precedenza. Prima di schiacciare il pulsante la interrogai con espressione secca, quasi scontrosa.

«Quarto piano», rispose parimenti asciutta.

A quel piano, l’ultimo dello stabile e diviso in due appartamenti pressoché identici, abitavamo noi e abitava una famiglia che, per i suoi sentimenti civili e la relativa linea politica, in alcun modo poteva mantenere rapporti con gente slovena che non fosse di servizio.

Come per un’arcana suggestione che recava paura, minaccia, ma anche un riflesso di delizia e buonasorte remote, la gravezza all’addome si diramò in direzione del cuore, stringendomi in una doppia morsa.

Sospinti in un unico balzo al piano indicato, dovetti uscire per primo, farle posto sul pianerottolo, di nuovo interrogarla con lo sguardo ora smarrito. Lesse i due nomi alle porte e pronunciò:

«Cerco la famiglia Cèrnigoj, o meglio il signor Cèrnigoj», si corresse in modo marcato. Pareva adesso che il mio cuore tendesse a fendersi.

«Allora lei cerca me», balbettai.

La sua reazione non fu meno intensa della mia.

«Lei è il signor Cèrnigoj?».

«In persona», mi ridussi quanto più possibile.

Si costrinse a un moto di simpatia, si tinse lei stessa di affabilità.

«Allora aveva ragione lei di dire che il destino mi aveva messo fin dall’inizio sulla strada giusta. E’ incredibile, se ci penso, ed è anche la cosa più naturale del mondo».

Rise uscendo in un rauco squittio. I denti forti e regolari, una dentatura compatta sulla quale le labbra non si chiudevano interamente, mi confermarono la sua totale estraneità di donna alle mie propensioni più intime, senz’altro da commemorare e tuttavia ancora resistenti.

Ogni domanda mi sarebbe uscita troppo brusca. Perciò introdussi la chiave, scivolai nel buio atrio facendole cenno di entrare. Come chiusi la porta, l’ultima sulla quale ci era capitato di sostare insieme, la consapevolezza dell’appartamento per la prima volta affidato interamente a me e la sua presenza piena, invadente, mi proiettarono in un’atmosfera di clandestinità, di sotterfugio maldestro, che si confinava in un angolo sorvegliato della memoria. Avvertii un netto spasmo al pene.

Ero confuso, intimidito. Mi schiarii la gola decidendomi a chiederle. «In che cosa posso esserle utile?».

Per non apparire brutale la mia voce si era scelta un tono appiccicoso senza riuscire a nascondere la scaltra autodifesa. Mi rivolgevo a una forestiera penetrata in un appartamento di benestanti, a una donna ancora giovane e obiettivamente piacente, riuscita a introdursi nel covo di un uomo rimasto momentaneamente solo, a una delle tante slave incaponite a voler trattare di persona col titolare del negozio «Abbigliamento Sidis» di via Rossini.

Lei cercò quasi con protesta di tirarsi fuori dalla luce equivoca in cui avevo cercato di cacciarla. E precisò, incurante di ferirmi:

«Potrei essere sua figlia».

Trattenni uno sbotto di dispetto. Accettavo in pieno la mia età anche a causa del rovinio recente, ma non le pareva di esagerare un tantino? Io avevo una figlia di ventisette anni, in viaggio con sua madre non molto più anziana dell’importuna.

Con stizza accesi la luce dell’entrata e lei per tutta risposta, fissandomi negli occhi, scandì: «Io forse sono sua figlia».

Proprietà letteraria riservata secondo le leggi vigenti.

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This page compliments of Marisa Ciceran

Created: Friday, November 24, 2000; Last updated: Monday, August 06, 2007
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