Sull'origine dei Cici
Contributo al etnografia dell'Istria
di
Giuseppe Vassilich

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Introduzione

Il detto etnografo della monarchia austro-ungarica, il defunto barone Carlo Czoernig [o von Czörnig], allorquando, circa mezzo secolo fa accennava alle molte e svariate popolazioni dell' Istria interna, accompagnava i Cici (1) coll' aggiuntivo di "enigmatici". (2)

E di fatti, al suo tempo, tali apparivano questi rami dispersi del ceppo rumeno, abitanti in miseri villaggi dell'arido e sassoso Carso, circondati da popolazioni slave; slavi, o meglio slavizzati, essi stessi oggidì; mentre s'hanno testimonianze non dubbie del loro passato non slavo.

Si occuparono di essi, su per giù negli stessi anni, l'infaticabile raccoglitore di cose patrie, il dott. Pietro Kandler, in diversi scritti, ma piuttosto di passata: C.A. Combi e Carlo de Franceschi in lavori più estesi e con intendimenti etnografici; i quali, da conoscitori profondi della provincia, ci lasciarono non poche e preziose indicazioni sulle località abitate dai Cici, sui loro usi e costumi; ma, quanto alla loro origine, [56] o ne restarono perplessi, o li ritennero avanzi della colonizzazione romana, come i Rumeni della Valdarsa.

Dopo di essi molti e poi molti rivolsero la loro attenzione a questa curiosa popolazione del Carso; e le loro investigazioni, se ci fornirono delle nuove cognizioni, non ne chiarirono gran fatto l'origine; fino a che le dotte e geniali indagini del defunto professore dell'Università di Graz, H.I. Bidermann, (3) se non risolsero pienamente la questione, segnarono però un gigantesco passo innanzi e additarono la via agli scrittori posteriori, i quali peraltro, mi sia lecito di dirlo francamente, ci rivelarono assai poco di nuovo, anzi, o m'inganno, non fecero che ripetere le sue deduzioni finali.

La questione dell'origine dei Cici è congiunta, per molte ragionni, con quella dei Rumeni della Valdarsa; epperò io, nel mio Riassunto storicobibliografico, pubblicato nel 1900, (4) ebbi occasione di alludervi più volte, notando che vi esistono delle relazioni etniche fra Rumeni, Vlachi e Morlacchi, Cici e Uscocchi.

Tali relazioni però vennero accennate alla sfuggita, perchè la mia attenzione veniva allora attratta dall'argomento principale, cioè, dalla soluzione del problema dell'origine dei Rumeni d'Istria.

Le note raccolte per quel lavoro, unite ad altre fatte appositamente per la questione dell'origine dei Cici, mi mettono in grado di pubblicare il presente studiolo, che puossi considerare un'appendice del primo.

Devo peraltro osservare, che in questo lavoro talvolta, in alcune questioni, dissento alquanto da quello.

Come lo dice il titolo, io non mi perderò nella descrizione della Ciceria e degli usi e costumi dei Cici, che su ciò eisistono [57] dei ragguagli abbastanza esatti ed estesi; (5) ma facendo tesoro delle investigazioni altrui, specialmente delle più recenti, cercherò di dimostrare:

  1. donde e quando vennero i Cici sul Carso.
  2. chi sieno i Cici, e quali sieno le prove della loro appartenenza al ceppo rumeno.

Il lavoro consterà di due parti; nella prima riassumerò brevemente le opinioni degli scrittori, espresse nelle opere stampate fin qui, sull'origine dei Cici, e vi farò a suo luogo le necessarie osservazioni; nella seconda, dall'esame di due nuovi lavori del Bidermann, che trattano dell'insediamento degli Uscocchi nella Carniola nel secolo XVI, (6) e degli avvenimenti storici che provacarono questo fatto, trarrò le mie deduzioni per la dimostrazione dei due punti ora accennati circa l'origine dei Cici.


Parte I.

[59] I Cici un popolo caratteristico — abitano in alcuni miseri villaggi dell'altipiano del Carso, (1) in un tratto di paese che essi chiamano Ciceria (in tedesco: Tschitschen Boden, in serbo-croato: Ćićaria).

Essi non sono autuctoni; non sono i discendenti dei Giapidi o dei Carni, che un dì tennero parte di quella regione; (2) nè tampoco sono avanzi della colonizzazione romana; essi sono degl'immigrati appartenenti al ceppo rumeno, come i Rumeni della Valdarsa: (3) sono degl'immigrati, come in Italia i Tedeschi dei Sette Comuni del Vicentino o dei Tredici Comuni del Veronese; come i Greci di Otranto e della Calabria; come gli Albanesi di Calabria e Sicilia... i quali ultimi hanno [60] di comune dei Cici e l'epoca presso a poco dell'emigrazione (sec. XV) e la causa di essa, vo' dire: l'irruzione dei Turchi nei paesi da essi abitati. (4)

Che i Cici una volta abbiano fatto parte della nazione rumena risulta da esplicite dichiarazioni di vecchi scrittori, degni di fede, circa la lingua da essi parlata nei secoli scorsi; e se parlavano il rumeno ancora al principio del secolo XVIII, io non sono invero comprendere da chi l'abbiano appreso, se non dai loro antenati rumeni; noto essendo dalle dichiarazioni degli stessi scrittori, che il Carso, in quell'epoca, era abitato da Slavi. (5)

Nel mio Riassunto io già citai parecchie di queste dichiarazioni; (6) ora alle fonti già note posso aggiungere una più vecchia di grande valore.

Marc' Antonio Nicoletti (1536?-1596) da Cividale, il quale scrisse le Vite dei patriarchi di Aquileia, (7) ancora inedite, in un lavoro tratto dalle Historie dei Friuli e pubblicato nell'Archeografo triestino, (8) parlando della Carniola e dei suoi abitanti, la dico duplice: la Carniola irrigua, della quale non mi occupo; nell'altra chiamata secca, per essere in vero tutta sassosa, arsicia e bisognosa d'acque, per lo più in povere capanne, o per al (sic!) cielo aperto, coperti di grossissimi panni, vivono i Giapidi o Carsi o Tarsi (che così gli chiama il gran Pio secondo nell'Europa sua (9) huomini pastorali di bello aspetto, di corpo [61] dritto et elevato, di pacienza bellicosa, e di tanta alterezza, che così ognobili, referiscono la lor prima origine alla Nobiltà Romena. (10)

Chi non vede in queste parole adombrati i Cici del Carso?

E quanto alla lingua usata da questi pastori, ecco che coase ne dice: Confondono colle schiave molte parole Romane, ma traviate dalla vera pronuncia; e per non imprimer alcuna macchia nel sangue, non cercano la conservazione de' Posteri con altri maritaggi che con le persone paesane (page 54).

Il vescovo di Cittanova, G .F. Tommasini (1595-1654) ci lasciò scritto ne' suoi Commenti (11) il noto passo: I Morlacchi che sono sul Carso hanno una lingua da per sè, la quale in molti vocaboli è simile alla latina. Che questa dichiarazione potrebbe dar luogo a qualche dubbi, perchè parla di Morlacchi e non di Cici (cioè che non è, perchè dimostrai già altrove (12) l'equivalenza dei due nomi (13) esso viene tolto pienamente dallo storiografo di Trieste, G. Maria Manarutta (1627-1713), il quale dice espressamente, (14) che gli abitanti di Opcina, Trebiciano e Gropada, e quelli molti villaggi del Castel novano, detti Cici,  i quali nel proprio linguaggio diconsi Ruméri (cioè Romeni, usavano ai tempi suoi un linguaggio proprio e particolare consimile al valacco, del quale riferisce ezandio un elenco di voci. [62]

La notizia del renomato storico della Carniola, G. W. Valvasor (1641-1693) perchè non troppo esplicita, viene qui accennata soltanto per incidenza; il lettore ne faccia qull'uso che crede:

I Cici che, secondo lui, abitano fra Castelnuovo e S. Servolo, usano una lingua speciale, diversa dagli altri Carsolini. (15)

Siccome Fra Ireneo soggiunge, che i Cici usavano un linguaggio consimile al valacco, oltre allo slavo comune a tutto il Carso, (16) la lingua speciale, diversa da quella parlata dagli altri Carsolini, cui allude il Valvasor, dovrebbe esser la rumena, mista naturalmente già allora con elementi slavi. (17)

Altre prove per la rumenità dei Cici verranno addotte nella Parte II di questo lavoro.

Se è vero, che i Cici sono di ceppo rumeno, come lo sono i Rumeni della Valdarsa, non vanno peraltro confusi con questi; vuoi per l'epoca dell'immigrazione, vuoi per la causa di essa, vuoi infine per la regione onde emigrarono, prima di stabilirsi sul Carso.

Il valachismo del dialetto valdarsene venne già dimostrato dall'Ascoli, come già eziando la patria originaria di coloro che lo parlano; (18); il Miklosich fece la stessa cosa, (18) e dichiarò ancora, che i Rumeni della Valdarsa partirono dall'Emo-Balkan, e, attraverso la Serbia, Bosnia, vennero in Dalmazia [63] e Croazia; e che quali pastori erranti, in piccole masse, sfuggendo per tal modo all'attenzione dei cronicisti, si spinsero fino all'Istria orientale, se non certamente, con molta verosimiglianza, entro il secolo XIV. (19)

Il carattere della regione da essi occupata, ricca di pascoli, e atta perciò all'allevamento del bestiame, darebbe ragione all dotto glottologo, almeno quanto al modo della loro venuta nell'Istria.

Il Meyer-Lübke ammette poi come cosa passata in giudicato, che i Rumeni della Valdarsa v'immigrarno nel secolo XIV dalle provincie rumene del Danubio. (20)

Si vedrà invece più avanti, che i Cici non appariscono stabili sul Carso prima del 1523; nel territorio di Trieste qualche anno prima; che la loro patria, prima di toccare il suolo istriano, non erano le regioni danubiane; che non giunsero fra noi quali pastori nomadi; ma che emigrarono dalla Serbia, Bosnia, Erzegovina [Istro-Romanian dialect is substantially different from that of Romanian people in those regions!] nella Vecchia Croazia, quali fuggiaschi o disertori dei Turchi, e che da questa vennero importati nella Carniola con nome di Uscocchi, sul Carso quello di Cici. (21)

[64] A taluno non parrà vera quest'asserzione: ma io dimostrerò nella seconda parte, che Cicio non è che una speciale denominazione di Uscocco; che i Cici vennero insediati sul Carso nella stessa epoca che gli Uscocchi nella Carniola; che sì gli uni che gli altri esularono dagli stessi paesi per l'dentica ragione; che per l'identica ragione vennero insediati i primi nella Carniola, gli ultimi sul Carso; o che infine avendo le prove che gli Uscocchi insediati nella stessa epoca nella Carniola erano Rumeni, tali dovevano essere anche i Cici.

Messe le cose in questi termini, io posso senz'altro dar principio alla prima parte del mio lavoro.

Come in tutte le questioni, anche in questa dell'origine dei Cici, noi vedremo le prime opinioni essere state incerte, confuse, persino erronee; ma poi esse vanno a poco a poco rischiarandosi e correggendosi, finchè la verità apparisce nella sua vera luce; gli è perciò, ch'io ho adottato il metodo di procedere nell'esame dei lavori seguendo l'ordine cronologico in cui vennero scritti.

1. II primo a trattare dei Cici, ma soltanto di passata, si fu il Dott. P. Kandler, in due articoli, pubblicati nel 1851, nel giornale da lui diretto L'Istria. (22)

Le cose dette da lui in questi due scritti, per quanto concerne i Cici, si possono così riassumere: Nessun accenno ad essi quali tardi immigrati, importatori dell'elemento rumeno sul Carso; identità dei Cici coi Rumeni della Valdarsa; si gli uni che gli altri, nella sua mente, sono avanzi della colonizzazione romana; (23) epperò egli parla sempre di un elemento romanico (ciò ch'è ben diverso dal rumeno), ch'egli sa essere stato assai diffuso nei secoli passati, ma già allora sensibilmente intaccato dall'elemento slavo. [65]

2. Nel lavoro di Carlo de Franceschi: Sulle varie popolazioni dell'Istria, (24) s'hanno a distinguere due parti: nella prima si espongono le opinioni di un personaggio insigne per carica e dottrina (ch'era il baronne Carlo Czörnig) incaricato della formazione della carta etnografica dell'Istria, (25) il quale ammetteva la rumenità dei Xeianesi soltanto, e l'origine slava di tutti gli altri Cici; (26) nella seconda il De Franceschi vuole provare, che i Cici sono di sangue romanico. Ad ammettere ciò lo persuadono: e lo sprezzo degli Slavi contermini per i Cici, e il loro tipo marcato, e l'essere dimiciliati sopra un determinato a caratteristico tratto di paese... ma più ancora le note affermazioni del vescovo Tommasini e di Fra Ireneo, dalle quali risulta, che nel secolo XVII l'elemento romanico (anch'egli, come il Kandler) era diffuso sul Carso di Pinguente, di Castelnuovo e di Trieste.   

Anche l'appellativo di Cici (che secondo lui provenne loro dall'uso frequente di ci, ce nel discorrere), anche il fatto che gli Slavi vicini chiamano Ciceriani, Ciciliani, Ciribici (27) i Rumeni della Valdarsa, i quali parlano l'identica lingua di quella di Xeiane, i nomi Mune, Dane... e simili (che secondo lui sono di origine romanica) lo raffermano nell'opinione, che i Cici non sono d'origine slava.

[66] Il De Franceschi non dice però nè quando nè donde vennero: e siccome i Rumeni della Valdarsa sono da lui considerati quali immigrati nel IX secolo, per la via di mare, insieme coi Croati; (28) siccome egli identifica i Rumeni della Valdarsa coi Cici, si deve ritenere, ch'egli, almeno all'epoca dell'estensione di questo scritto, portasse la stessa opinione anche circa i Cici. Più tardi invece, come risulta dalle Note storiche sull'Istria (29) egli cambiò opinione circa l'origine dei Rumeni della Valdarsa; ed i Cici (ch'egli immedesima coi Morlacchi) sono fuggiaschi della Bosnia, Erzegovina... dinanzi ai Turchi invasori, del secolo XVI, ma di razza serblica. (30)

3. Quali idea avesse avuto C. A. Combi sull'origine dei Rumeni della Valdarsa, noi già lo sappiamo da quanto se n'è detto nel mio Riassunto. (31)

In tutti e due lavori ivi esaminati: Cenni etnografici sull'Istria (1859) e Etnografia dell'Istria (1860) egli vede nell'elemento romanico (come i due precedenti autori) della Valdarsa, gli avanzi di colonie romane: non altrimenti la pensa riguardo ai Cici.

[67] L'origine romanica di questi scatta agli occhi di lui, fra altro, dalla nomenclatura di molti villaggi abitati da loro quali: Mune, Dane, Sejane, Polane, Sepiane, Iolsane, Oscale, Cusiane, Pusc(i)ane, Mersane... Rupa, Clana, Sia, Burisana, Materia, Furula, Brencella, Braiacca... Runco, Benco, Zelesco, Giurando, Lenzo, Bellabo... Lizzul, Musul, Barul... (32)

Anch'egli pone quelli di Xejane fra i Cici: anch'egli fa loro provenire questo nome, perchè nel loro linguaggio s'ode frequente il ci italiano: in una parola, il Combi ripete le idee prevalenti al suo tempo: l'elemento romanico del Carso e della Valdarsa è dovuto ad avanzi di colonie romane; e come egli non aveva neppure una fugace idea della vera origine dei Rumeni della Valdarsa, così non gli passava neppure per la mente, che i Cici fossero degl'emigrati fra noi appena del secolo XVI.

4. Dall'anno 1863 s'hanno due pubblicazione sui Cici; l'una di Kandler, (33) l'altra di un anonimo. (34)

Dò la preferenza a quella del Kandler, perchè sembra realmente essere stata scritta prima.

Qui il Kandler si scosta alquanto dalle opinioni professate nei due scritti già esaminati. Egli ammette, cioè, che i Cici siano immigrati sul Carso verso la fine del secolo XV, quali: Serbli trasportati da Bossina... cristiani che fuggivano dai Turchi... li ritiene però per Slavi, anche all'atto del loro arrivo fra [68] noi, e l'elemento latino del Carso viene sempre ancora aggiudicato ad avanzi di colonie romane, elemento che a poco a poco sarebbe stato assorbito e sopraffato dagli Slavi sorvenuti.                  

5. L'autore anonimo del secondo lavoro non professa, quanto all'origine dei Cici, una propria opinione, ma riferisce quelle degli altri. Dice, che alcuni li vogliono derivati dagli Sciti; altri dai Romani, e ciò per l'idioma valacco che una volta parlavano, e che si conserva tuttodì a Xejane e in alcuni luoghi siti appiè del Montemaggiore. La tendenza dei Cici all'essere ciarlieri, il loro comportamento libero e licenzioso (rather, that describes the Morlacchi!) (laddove lo Slavo è generalmente chiuso a morigerato) fanno anche conchiudere alla loro origine romana. Altri infine li ritengono di stipite croato-sloveno, venuto in Dalmazia nel VII secolo, e da li emigrati fra noi alquanto dopo.

Come si vede, da quanto si dice qui, ma più ancora da quanto si aggiunge più avanti toccando delle colonie romane della Valdarsa, l'autore di questo scritto mette in un fascio i Rumeni della Valdarsa coi Cici, e propende a far derivare si gli uni che gli altri da colonie militari romane, perchè si gli uni che gli altri parlavano una stessa lingua: romana o meglio valacca. Collo spesso contatto cogli Slavi, i Cici cessarono di parlare la propria lingua, oppure si vergognavano della stessa, e dicono di non conoscerla più, nè l'adoperano dinanzi agli stranieri.

Mentre peraltro egli nulla sa dirci di nuovo circa l'origine dei Cici, è invece il primo ad additarci la derivazione del nome Cicio dalla voce valacca cicia, che vale cugino, colla quale essi si salutano a vicenda. Il fatto troverebbe un'analogia nell'uso dei giovani dell'Istria di dare del barba (zio) ad un più anziano qualunque; come altrove si adopera la parola cognato. (35) [69]

6. Anche Ch. Yriarte, che pubblicò nel 1875 un volumetto sull'Istria, in francese, (36) non ci rivela nulla di nuovo circa l'origine dei Cici, ma copia dai precedenti il buono ed il cattivo.

Merita tuttavia, ch'io trascriva quanto dice circa la derivazione del nome

Due Cici, (egli dice, che questa notizia la raccolse sul luogo) sconosciuti l'uno all'altro, si chiamano cicia (cugino), come nell'Ungheria, ove il giovane accogli l'uomo attempato colla parola beezi, e come altresì nell'Andalusia, ove la parola tio o tia s'applica famigliarmente al primo che passa. (37)
Con questa pubblicazione io chiudo il rapido esame dei lavori, dirò così, della vecchia scuola; i quali, se contengono molte e svariate notizie sui costumi di questo strano popolo del Carso e sull'inospite regione da esso abitata, non risolvono neppure lontanamente la questione che ci occupa. [70]

7. Colui che per primo ci rivelò la vera origine dei Cici si fu H. I. Bidermann, col suo dotto lavoro, pubblicato a Graz nel 1877, dal titolo: Die Romanen und ihre Verbreitung in Oesterreich.

In questo, oltre che trattare la questione principale della diffusione, cioè, del romanesimo nell'Austria, egli ci apre un nuovo orizzonte anche per la question dei Rumeni dell'Istria e dei Cici. Come fino ai dotti studi dell'Ascoli e del Miklosich la questione dei Rumeni d'Istria era avvolta in fitta nebbia e si credeva risolverla con congetture più o meno cervellotiche, così fino a questo interessante lavoro del Bidermann, la questione dell'origine dei Cici venne trattata molto superficialmente e senza critica: coloro che se ne occuparono prima di lu non riuscendo neppure a intravedere — come succede talvolta a qualche mente eletta — la via da tenersi per iscoprire la verità.

Il lavoro di Bidermann, in questo proposito, è una rivelazione. Egli ci dice subito, che i Cici emigrarono dalla Vecchia Croazia; che devono considerarsi quali Rumeni, o almeno quali Rumeni misti con Croati; i quali, se poterono mantenere sì a lungo la propria lingua, ciò si deve al fatto, che si adagiarono sopra un substrato celto-ligure, (sarebbe questo per avventura l'elemento romanico al quale alludono gli scrittori precedenti?) risparmiato almeno in parte dalle incursioni turchesche, che precedettero l'arrivo dei Cici sul Carso. Egli sa che i Cici parlavano nei secoli scorsi un dialetto romano: sa che questo dialetto era assai più diffuso una volta sul Carso e nella Valdarsa; intreccia quindi la questione dei Cici con quella dei Rumeni: ma — e qui devo insistere fortemente, perchè professo anch'io la stessa opinione — ritiene che gli antenati dei secondi appartengono ad altre schiere d'immigrati, i quali non vennero nell'Istria dalla vera patria de' Cici, nè ci vennero nello stesso tempo. (pag. 82).

Egli notò per il primo la ricorrenza del nome Cicio in una memoria croata del 1463, col quale si designava alcuni delle genti del conte Giovanni Frangipani, (38) che in quell'anno [71] aveva fatto un'incursione nella contea di Pisino: mise in relazione questo nome con quello di Vlach (Morlacco) che incontrasi nei due documenti emanati dallo stesso conte nel 1465 e 1468, nei quali si dice, ch'egli aveva importati questi Vlachi o Morlacchi sull'isola di Veglia, proprio in quel torno di tempo; (39) ci diede per il primo contezza della Descrizione del castello di Lupoglavo del 1523, nella quale si parla di Cici (Tschizen) domiciliati in certe località del Carso, emigrati dalla Croazia,fuggiaschi dinanzi ai Turchi. Della località del Carso, indicate nella detta relazione come sedi di Cici, si dirà nella seconda parte.

Dopo di ciò il Bidermann accenna alla patria dei Cici, prima di toccare il Carso; patria che, in senso lato è la Vecchia Croazia in senso più ristretto, quel tratto di paese che si addimandò Morlacchia. (40)

Quanto a nazionalità, i Cici, all'epoca della loro immigrazione sul Carso, erano già un muscuglio di Romani e Slavi; quanto alla loro strana denominazione, anche il Bidermann la ritiene derivata dalla parola cicia (cugino) colla quale solevano salutarsi vicendevolmente. Potrebbe darsi, soggiunge egli, che questo nome sia un indizio etnografico; ciò si può ammettere tanto più, in quanto che la popolazione della regione in cui ancora oggidì viene usata questa voce nel detto significato (la Slavonia inferiore), veniva attribuita per l'addietro ai Valacchi. (41)  

[72] Dopo queste rivelazioni del dotto professore, corrobrate da prove irrefragabili, si doveva giustamente aspettarsi, che gli scrittori i quali si occuparono dei Cici dopo di lui, ci apporteranno nuova luce sulla questione dell'origine loro; invece — sta bene constatarlo — quasi uniti non fecero che ripetere, vuoi le supposizioni vecchie, vuoi le rivelazioni del Bidermann.

8. Il primo, in ordine cronologico, ci si presenta di nuovo Carlo de Franceschi nel noto suo lavoro sull'Istria: Note storiche. (42) In quest'opera, del resto pregevolissima, egli tratta bensì dei Cici, Morlacchi, Uscocchi, ma separamente, senza notare la relazione etnica che passa fra di essi e li considera Slavi. Il De Franceschi conosce il rescritto di Ferdinando I del 1532, in cui si parla degli Uscocchi, fuorusciti della Bosnia, che s'erano insediati sul Carso e nella Carniola (e ciò prima che il Bidermann pubblicasse due suoi nuovi lavori, dei quali si dirà nella seconda parte); conosce il susseguente rescritto del 1533, che si riferisce alla collocazione nella Contea dei fuorusciti bosniaci, i quali vengono detti Cici (in ted. Zitschen); sa di nuovi insediamente di Cici, Morlacchi, Uscocchi, nella contea, dopo la presa di Clissa (1537); non ignora, che questi importati, invece di Cici vengano detti talvolta Morlacchi; ma li considera fuggiaschi di razza serblica della Bosnia, Erzegovina, Dalmazia e Albania, non facendo adunque (come si vede dall'additamento dei due ultimi paesi) la dovuta distinzione fra Morlacchi e Uscocchi del principio del secolo XVI, ancora Rumeni, e Morlacchi e Uscocchi del secolo XVII, importati nell'Istria a più riprese, per ripopolare le contrade rimaste deserte dalle pesti e dalle guerre, i quali, se non interamente, dovevano essere in buona parte slavizzati, per il lungo soggiorno fra popolazioni slave.

Fu già notato, che nello scritto: Sulle varie popolazione dell'Istria (1852) il De Franceschi volle dimostrare, che i Cici erano di sangue romano: ora si aggiunge, che le Note storiche [73] furono pubblicate dopo il lavore del Bidermann: Die Romanen ecc.; resta, ch'egli le pensò, e fors'anco le scrisse, prima; ma che, fedele alle idee della vecchia scuola, mantenne le sue opinioni, quantunque la filologia e la critica storica avessero già posto in sodo, che tanto i Rumeni della Valdarsa quanto i Cici fossero degl'immigrati di ceppo rumeno.

9. Nel 1883, in uno scritto intitolato: Die Rumunen in Istrien, (43) dunque dopo le rivelazioni dell'Ascoli, del Miklosich e del Bidermann, s'occupa di passata dei Cici, Morlacchi e Uscocchi anche il Dott. Carlo Lechner; ma, come notai due anni fa, che quell'articolo contiene non poche inesattezze circa i Rumeni della Valdarsa e i Morlacchi, non posso fare a meno di osservare qui, che egli confonde gli Uscocchi, importati nell'Istria dopo la Guerra di Gradisca, coi Cicio-Uscocchi, importati sul Carso e nella Carniola al principio del secolo XVI; non basta, ma ammessa un'abbastanza grande affinità fra Cici e Uscocchi — ciò che realmente è esatto — dice prima, che i Cici vennero nell'Istria all'epoca delle guerre degli Uscocchi (1615-17); ma poi si lascia abbacinare da un Cixcis del 1328 in Albona e da un P. Chichio del 1329 a Pinguente. (sic!)

10. Un seguace delle vuove teorie, vuoi circa l'origine dei Rumeni della Valdarsa, vuoi circa quella dei Cici del Carso, si manifesta Guglielmo Urbas nel lavoro: Die Tschitscherei und die Tschitschen, pubblicato nel 1881. (44)

La parte descrittiva è ottima, perchè presa sul luogo; circa all'origine dei Cici, pur citando le varie teorie dei nostri vecchi, osserva che l'odierna Ciceria, prima del secolo XV, era quasi spopolata; e più avanti aggiunge, che sul terreno che forma l'odierna Ciceria, si sarebbero stabilite, specialmente nell'anno 1490 (allude al documento dell'imperatore Federico, del quale si parlerà nella parte seconda) molte famiglie fuggiasche [74] dalla Bosnia e Croazia, e queste avrebbero molta affinità coi Cici posteriori.

Quanto ai Rumeni della Valdarsa, egli professa le teorie del Miklosich, ma con qualche restrizione e ammettendo varie epoche d'immigrazione; e siccome mette in un fascio questi coi Cici, ne conseguirebbe, che siano immigrati, in più riprese, nei secoli XV e XVI. Questa deduzione dovrebbe scaturire anche dai documenti, ch'egli cita, del 1490 e del 1513; perchè in quest'ultimo, come si vedrà nella seconda parte, non si parla più di semplici fuorusciti bosnesi o croati, ma propriamente di Cici: tuttavia un'esplicita dichiarazione circa la patria onde trassero e l'epoca in cui si stabilirono i Cici sul Carso, la si cerca invano.

Circa alla derivazine del nome, l'Urbas, oltre alla già nota dal valacco cicia (cugino), dice che potrebbe derivare dal serbo-croato ciko o čiča (pronunzia cicia col secondo i muto) che vale anche cugino; oppure da Zinzar, colla perdita della n. (45)

Lasciando alla seconda parte l'esame dell'origine del nome, non posso staccarmi dall'Urbas senza riportare questa preziosa notizia: (V. p. 20) I canti popolari dei Cici sono melanconici, in minore, come quelli dei Jugoslavi. La persona principale cantata è il re Mattia (Corvino, Hunyadi) [Matthias Corvinus] al quale, sia detto per incidenza, vengono attribuite della azioni fatte da suo padre, il viovoda Janko, (Giovanni Hunyadi) e Marco Craglievich. (46)

11. Anche il Dott. Pietro Tomasin, nel lavoro: Die Volkstämme im Gebiele von Triest und in Istrien, (47) oltre alla [75] questione dei Rumeni e dei Morlacchi dell'Istria, tratta quella dei Cici, seguendo, quanto alla loro origine, le teorie del Bidermann.

Se non tutti i Cici, molti almeno (dic'egli) appartengono allo stipite celto-ligure. Nei tempi passati erano più diffusi di oggidì, e parlavano il rumeno; ora sono Rumeni croatizzati.

Erano da principio pastori nomadi  i quali si stabilirono nel nostro paese verso la fine del secolo XVI, (sic!). Erano Rumeni che, frammisti a Serbi, si sottrassero colla fuga alla barbarie dell'Islam. Egli dice, che i Cici erano nei dintorni di Trieste già nel secolo XV; come dal documento dell'imperatore Federico del 1490, e che nel 1510 vennero divisi in tre parti (pag. 58). (48)

Sebene non lo dica explicitamente, quanto alla derivazione del nome, merita ch'io riferisca l'accenno ch'egli fa [76] alla voce rumena ţiţa (leggi ziza colle due z aspre) che vale berrettina rossa. (49)                                 

12. L'ultimo a trattare la questione fu Luigi Spincich nel lavoro: Volksleben der Slaven in Istrien. (50)

Seguendo il Bidermann (che non cita) in tutto, meno che in una tinta ti croatismo, egli dice, che non molto prima dei Croati (fuggiti dinanzi ai Turche nei secoli XV, XVI, e XVII) emigrarono i Cici sul territorio del Carso, dalla precisa regione indicataci dal Bidermann, chiamati così dalla popolazione indigena (sic!) probabilmente dalla voce ćića (pronn. cicia col secondo i muto) che vale cugino, secondo altri zio, colla quale voce essi si salutano. Alla loro venuta trovarono probabilmente [77] sul Carso degli avanzi dell'antica popolazione romana o romanizzata. Soggiunge, che vi son sul Carso ancora oggidì gli abitanti del villaggio di Xejane, (51) noti col nome di Cicibirzi, i quali adoperano nelle loro famiglie la lingua rumena (ciribiriza), mista con più di un terzo di voci slave, mentre parlano bene il croato. Finisce col notare che i Cici degli altri villaggi del Carso non comprendono neppure la lingua rumena e si servono soltanto del croato. Solamente nel tipo si osserva ancora un certo miscuglio colla stirpe rumena. (Meno male!)

Come s'è visto, ove si tolgano alcune lievi aggiunte, riflettenti più le condizioni attuali dei Cici che la loro origine, gli scrittori che se ne occuparono dopo il Bidermann, non fecero che ripetere le sue rivelazioni.

I due che seguono, piuttosto che investigatori, si possono dire riassunti di quanto fu detto fin qui su questi strani immigrati del Carso.

13. Giuseppe Stradner, cioè nel 1897 (52) e Bertrando Auerbach nel 1898 (53) cercarono di riassumere le opinioni altrui sulla questione; ed essendo venuti gli ultimi, potevano dirci qualche cosa di nuovo, potevano trarre qualche utile deduzione dai lavori precedenti; invece, non solo non fecero questo, [78] ma persino, nel riferire le opinioni altrui, diedero un peso eguale alle geniali rivelazioni del Bidermann, come alle semplici congetture del Lechner, dell'Urbas, del Tomasin e dello Spincich; oppure attribuirono a questi'ultimi opinioni che già ebbero espresse e il Miklosich circa l'origine dei Rumeni d'Istria e il Bidermann circa quelli dei Cici.

Così, per portare un esemplio, dopo gli studi dei due citati scrittori desta meraviglia che lo Stradner dica nel 1897: Non si da donde vennero i Rumeni, e  sull'etnologica natura dei Cici si è completamente all'oscuro. (pag. 106).

Parlando del documento del 1490 dell'imperatore Federico IV, egli dice, che in esso si parla di Rumeni detti Cici (54) — ciò che per noi sarebbe stato assai importante — ma così non è. Le genti forastiere, ladre, distruggitrici delle selve, della quali si fa cenno nel citato documento, sono con molta probabilità affini ai Cici posteriori; sta però il fatto, che questi non vi sono nominati, nè vi si allude menomamente alla nazionalità di questi forestieri.

Così, parlando della patria dei Cici, lo Stradner attribuisce allo Spincich la designazione della regione dei versanti del Velebit; laddove fa già il Bidermann a designarla, e lo Spincich non fece che ripeterla. E per finire, non già l'Urbas, ma il Miklosich, ancora nel 1880, notò che l'istrorumeno contiene, oltre a molte voci slave, anche voci di origine bulgara. Anchi il richiamo da lui fatto allo nuova teoria del dotto ungherese Ladislao Rethy, (55) sul come, cioè, e sul quando si formò  la lingua rumena — ciò che viene posto in relazione coll'origine dei Cici — è fuori di luogo. Qualunque opinione si professi sull'origine dei Rumeni e della loro lingua, nessuna relazione esiste tra questa intricata questione e quella dell'origine dei Cici. [79]

14. L'Auerbach, mentre ci dà un esauriente riepilogo della questione rumena, (56) è parco invece di nuove indicazioni sull'origine dei Cici, e anche quelle poche sono in parte sbagliate. Egli asserisce (pag. 211) che i Cici non si stabilirono in dimore fisse che dopo il secolo X; prima erano noti quali pastori nomadi e quali ladri (sic!); che la città di Trieste proibì loro in più occasioni il soggiorno sul suo territorio (sì, ma appena nei primi anni del secolo XVI): che si assegnò loro la parrocchia di Lanischie nel secolo XI, (ma come! se della pieve di Laniscie s'ha notizia appena nel secolo XIV! (57); che si lasciò loro una specie d'indipendenza, sebbene fossero amministrativamente incorporati nei distretti di Volosca, Pinguente e Castelnuovo! (sic!) (58)

Anch'egli ritiene quelli di Xejani quali Cici parlanti il rumeno, e trova le loro origini molto intricate. Ripete la derivazione del nome dalla parola croata ćića (cugino), appellativo col quale si salutano. Riferisce le opinioni del Bidermann, dell'Urbas e del Tomasini sulla loro origine, ma accetta come la più plausibile quella dell'Yriarte (59) (da che pulpito ci viene la predica!) che li dice: tralignali dagli Uscocchi e Albanesi; per la loro struttura ossosa, il loro naturale brutale, vendicativo e furbo, e anche per il loro vocabolario!

Citando il Tomasin, dice che su 22 nomi di famiglia, i più comuni presso i Cici, sono autenticamente rumeni... (60) e [80]  aver parlato dei costumi loro, dell'aspetto fisico... finisce colle testuali: (pag.212) En somme, le Tschiche est le produit de ces contacts et superstitions qui laissent deviner le flux et reflux des migrations sur cette region adriatique.

Anche l'Auerbach adunque non ci dà la soluzione della questione, ma semplicemente ripete, e non sempre bene, quanto s'è detto dagli altri, imbrogliando ancor più la matassa colla nuova teoria della scuola ungherese circa l'origine dei Rumeni. (61)

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Note - Introduzione:

  1. Alcuni scrittori, anche nostrani, usarono ed usano tutodì la forma Cicci; altri preraltro, e con più ragione, scrivono Cici (in tedesco Tschitschen, o con grafia slava moderna Čičen, in serbo-croato Ćići). Io adoprerò sempre la seconda nel presente lavoro, non essendovi alcuna ragione etimologica in favore della prima. Come a suo luogo vedremo, giusta la più probabile opinione, questo nome provenne loro dalla voce cicia, colla quale solevano salutarsi a vicenda incontrandosi. Questa voce ha i seguenti significati: a) in croato čić = zio, čića = cugino; b) in serbo čiča = zio; in rumeno cicia = cugino. (Le voci slave si pronunzino in italiano cic, cicia; quest'ultima coll'i muta).
  2. Cfr. Ethnographie der Oesterreichischen Monarchie. vol. I, VIII, Vienna 1867.
         ...und die räthsethaften Tschitschen.
  3. V. Die Romanen und ihre Verbreitung in Oesterreich, Graz, 1877, pag. 78 sgg.
  4. V. Sui Rumeni dell'Istria (Archeografo triestino, vol. XXIII, fasc. I, pag.159 sgg..
         Siccome, nel corso dell'opera, io dovrò più volte riferirmi al detto Riassunto, per non ripetere cose già dette, così lo designerò colla sigla: S.R.I.
  5. Si veggano fra i lavori citati nella Parte I, specialmente quelli pubblicati dal 1863 in poi.
  6. Zur Ansierdlungs und Verwattnugs-Geschichle der krainer Uskoken Jahrhunderte: e Zur Geschichte de Uskoken in Krain. pubblicati nell Archiv für Heimatkunde di Frane. Schumi. — Lubiana 1882-83: 1884-87.

Note - Parte I:

  1. Stando al lavoro dell Urbas (Die Tschitscherei und die Tschitschen) 1884, opusc. sep. pag. 4, in questi villaggi sono così ripartiti fra tre distressi:
         a) di Pinguente: Brest, Slum, Dane, Clenosciak, Terstenico, Raspo, Prapoce, Raciavas (coll'i muta), Podgace, Lanischie (pronuncia, Lanisc-ce), Bergodaz;
         b) di Castelnuovo: Jelovize, Scalanscina, Marcovscina, Vodize, Golaz, Obrov, Pogliane, Castelnuovo, Racize, Mune, Xejane, Starada, Passiak, Sapiane, Rupa, Lipa (e singoli luoghi che son da enumerare qui soltanto per certi rguardi: Berdo, Maloberze, Dolegne, Ielsane, Novacracina, Sussak...);
         c) di Volosca: Lissaz, Lazi, Clana, Scalniza, Bergud e Studena.
    Il prof. Urbas scrive i nomi di questa località coi segni diacritici usati dagli Slavi meridionali; io li ho trascritti all'italiano procurando di riprodarre, come meglio poteva, la pronunzia slava.
  2. V. Benussi: L'Istria fina ad Augusto, pag. 49-52, per la posizione dei Giapidi e Carni di fronte agl'istri.
  3. Cfr. S.R.I. pag. 195 sgg.
  4. Cfr Meyer-Lübke, Gramm. stor. comp. (trad. ital.) pag. 4-7; 255, 256.
  5. V. S. R. I., pag. 180, il passo di Fra Ireneo († 1713): oltre l'idioma slavo, comune a tutto il Carso.
  6. V. S. R. I., pag. 179-181.
  7. V. Munzano, Cenni biografici dei letterati e artisti friulani, Udine: 1888, pag. 139.
  8. V. vol. II, pag 35 sgg., (N.S.).
  9. Cfr. Aeneae Sylvii Piccolominci, Historia, Basilea, 1551, pag. 109, Cap. De Caenis et Japidilus.
         Carni, inter quos Japides enumerantur, Istros sequntur, Schlavi tamen, quorum sertho regionem obtinet, Carnos bifariam dividunt, duplicem Carniolam esse dicentes: Alteram siccam et aquarum indigam, in qua Istros povund, tt Tarsas (Carsos?) qui medios inter Labatum et Tergestum incolunt montes, et ad Timavum usque proteruntur. Alteram irriguam, in qua thumen Savus ortum habet et Nanportus, qui Labatus hodie appelatur...
  10. Ch'egli qua alluda ai Cici, risultsa non solo dalle ultime parole, noto essendo che i Rumeni si vantano provenire dai Romani, ma ezandio e ancor più manifestamente, dalle parole seguono: confondono colle schiave molte parole Romane, ma traciate dalla vera pronuncia.
        
    Quanto al vanto dei Rumeni di provenire dai Romani, cfr. Szentivany, Rerum memor. Hungariae, pag. 10: Valachos qui Molddaviam et Transalpinam incolunt, seipsos pro Romanorum progenie tenere; dicunt enim communi modo boquendi: Su noi sentem Rumeni (Etiam nos sumus Romanio bem: Noi setem di sange Rumean. (Nos sumus de sanguine Romano).
  11. V. Archeografo triestino (V. S.) vol. IV, pag. 515 sgg.: e S.R.I. pag. 173, 189.
  12. V. S. R .I., pag. 180.
  13. V. S. R. I. pag. 189.
  14. V. S. R. I., pag. 181.
  15. V. S. R. I., pag. 180.
  16. V.S.R.I. pag. 181. Nota 3, la confutazione delle parole del Miklosich (Die Slav. Elem. pag. 56); Schon zu Valvasor's Zeiten jedach sprachen die ihm bekunten Cicen slavisch.
  17. V. S. R. I., pag. 194 ...nessuno vorrà più mettere in dubbio il valaschismo di questo dialetto valderasene, il quale... è il latino rustico elaborato compiatament a nuova lingua... là negli ultimi paesi che il Danubio bagna.
  18. V. S. R. I., pag 195, 196; 203 sgg. — La patria originaria dei Rumeni va ricercata al mezzodì del Danubio. — Von da stammen auch die Rumenen Istri us. (pag. 204).
  19. V. S. R. I., pag. 211 e Miklosich, Ueber di Wandernugen..., 1. cit., pag. 6: Was die Zeit dieser Wanderunger anlangt, so kann nur so viol mit einiger Wahrscheinlichkeit angenommen werden, das die Wanderungen im vierzchnien Iahch. rendet waren.  — V. anche pag. 39 sgg. per l'epoca in cui ebbero fine le migrazioni dei Rumeni nei Carpazi, epoca che cade entro il sec. XIV.
  20. Cfr. Gram.cit., pag. 8. La loro lingua, dic'egli, presenta notevoli concordanze col rumeno di dialetto moldavo. Nel lessico si riscontrano infiltrazioni italiane, ma specialment slave.
  21. Il Dott. M. Bartoli, nel suo opuscolo: Pubblicazioni recenti di filologia rumena (Torino, 1901, pag. 101, Nota 2) ci avverte, che il Weigand ritiene probabile, che i Rumeni d'Istria sieno emigrati da noi nello stesso tempo che i Cicci nel sec. XVI.  — Aggiungo però, che il Weigant non dice con che prove voglia giustificare tale supposizione, ma che esse si possono attendere dalla sua erudizione e sopratutto dalla conoscenza ch'egli ha della dialettologia rumena.  — Malgrado l'autorità del Weigand in materia di filologia rumena, io, fino a prov in contrario, mantengo il mio modo di vedere, e sarò lieto, se un giorno potrò essere sbugliardato.
  22. V. Dei popoli che abitarono l'Istria (giron. L'Istra, 1854, pag. 79, sgg.) e Dei Morlacchi che abitano la parte montana della Vena (Ibid. pag. 125 sgg.) Cfr. anche S. R. I., pag. 184-186.
  23. Per le prove dell'erroneità di quest'opinione V. S. R. I., pag. 188 sgg.
  24. V. L'Istria (giornale) a. 1852, pag. 231 sgg. e S. R. I. pag. 186.
  25. V. Bidermann, Die Romanen ecc., pag 80, Nota 10. — La carta venne pubblicata dal figlio e abbessa all'opuscolo stampato a Trieste nel 1885 dal titolo: Die Ethnologhischen Vechültnien des östere, Küstenlanden.
  26. La è questa un'opinione ripetuta anche da altri, cioè, che quelli di Xejane siano Cici. Secondo me, visto che parlano precisamente come i Rumeni della Valdarsa, li considero tali, e quindi immigrati nella stessa epoca (sec. XIV); soltanto si stabilirono fra i Cici, o meglio, nella Ciceria e non nella Valdarsa.
  27. Su questi nomignoli voglio anch'io dire la mia. I nomi: Ciceriani e Cicilianici, ce nel discorso o meglio, com'io presumo, sono un allungamento di Cici, e provengono dalla stessa voce; ma Ciribiri, deve provenire dallo scambio di n in r nel dial. rum. istriano; dunque popoli che adoperano l' r per l' n.
        
    Cfr. Giov. Maiorescu: Itinerar in Istria şi Vocabular istriano-româno, II edizione, Bucarest 1900, pubblicata dal figlio Tito.
         p. 11. Istrianul: "Cu cire (cine) cuvintà in limba nostră
    ? — Cire sci limba nostră? — En "Io scin limba nostră." Istrianul: "Bire (bine) că sciţi, cuvintăm."
         Cfr. in R. Lovera, Grammatica rumena, Milano 1892 (ediz. Hoeple p. 100: cine — chi?; p. 149, bine — bene. Nel dialetto istro-rumeno l' n fra due vocali si modifica sempre in r; siccome però le due voci cire e bire occorrono assai di frequente nel discordo, così, da questa circostanza, venne dato ai Rumeni istriani il nomignolo di Ciribiri.
  28. Cfr. S. R. I., pag. 186, 187.
  29. Giova notare, che nelle Note storiche (pag. 406) Il De Franceschi considera i Romanici della Valdarsa quali: avanzi dalle antiche colonie agrarie, piantate da Roma a difesa dell'estremo confine d'Italia, — opinione professata anche dal Kandler e dal Combi (Cfr. S. S. I., pag. 181-188).
  30. Cfr. Note storiche, pag. 402-404.
  31. V. S. R. I, pag. 187, 188.
  32. I nomi locali del paese abitato da un popolo, sono certamente un indizio non ispregevole per decidere della sua nazionalità; ma è un indizio malsicuro e che talvolta può trarre in inganno il recercatore superficiale, specie se trattasi di un paese, ove avvernnero dei cambiamenti e delle sovrapposizione di popoli. Nel nostro caso, a mo' esempio, mi sia lecito dubitare, che dutti questi nomi accennino a un'origine romana; parmi invece, che molti siano d'origine slava. Credo poi, che in quest'elenco, frammezzo a nomi di località, ci siano exiandio dei nomi di famiglia.
  33. V. l'articolo; Li Cici, inserito nella Storia cronografica di Trieste dello Scussa, Triest, 1863 e 1985. Io mi sono servito dell'ediz. 1885, pag. 253 sgg.
  34. V. il capitolo: Die Tschitschen a pag. 149 sgg. del volume: Istrien, historische, geograpische und statistische Darestellung, Triest 1963.
  35. Cfr. la nota I, Introd. H. Bidermann (Die Romanen... pag. 81, Nota) riferisce alcune notizie sui Cici, stampate nel giornale Globus (vol. 28, N. 1, 1875) notizie che sono identiche a quelle riferite dall'autore anonimo dell'opera esaminata testè: Istrien. — Ne viene, o che l'articolista del Globus copiò dal primo, o che tutti e due attinsero alla stessa fonte. Roport tuttavia questa variante: Se uno zingaro parla valacco a un Cicio, allora questi si vergogna di questa lingua e finge di nulla comprendere.
         Aggiono poi questa notizia, che finora non venno detta da alcuni, e che sta in relazione colle mie teorie: nella tendenza alla vita nomade i Cici assomigliano ai Morlacchi della Dalmazia. (who said Cici were nomads?)
  36. V. L'Istrie (Tour du monde). Io mi sono survito della traduzione italiana: Trieste e L'Istria, Milano, 1875, pag. 12 sgg., non avendo potuto avere l'riginale francese.
  37. Come ho già notato nell'Introduzione (Nota 1), sembra questa la più probabile derivazione del nome Cicio. Quando si saprà poi, che quest'uso di dare dello zio a qualunque persona più anziana vige ancora oggidì nella Serbia, nel Sirmio, e nel Banato (čiča Peter barba Piero veni, quando si vedrà che i Cici emigrarono dalla Serbia e Bosnia, la probabilità si convertirà in certezza.
          Ed ora un'osservazionella. L'Auerbach (Le Races et les Nationalitès en Autriche-Hungrie, Parigi 1898, pag. 212) toccando dell'origine dei
    Cici, dice che l'Yriarte (L'Istria... ) li suppone tralignati degli Uscocchi e Albanesi, per la loro struttura ossosa, il loro naturale bentule, vendicatico  e furbo ed anche per il loro vocabolario. Io non trovo ciò nella traduzione italiana; viceversa trovo queste idee espresse dal Lechner Die Rumunen in Istrien pag. 259. Non è difficile, che si tratti d'uno scambio fra i due scrittori.
  38. V. L'ultimo dei Frangipani conti di Veglia (Archeografia triestina, XVIII, 154 sgg.). In quel lavoro io era perplesso nel lissare in data di questa spedizione; ora sappiamo che avvenne nel 1468.
  39. V. S. R. I., pag. 198, 199.
  40. Quanto all'idea, piuttosto strana, che i Cici dalla Croazia siano passati sul Carso, attraverso l'isola di Veglia, mi riservo di fare le mie osservazione nella Parte II.
  41. Mi riesco sommamente interessanted la notizia data a pag. 79, che così chiamo il suo similo il contadino della Slavonia inferiore nell'incontrarsi, perchè essa combina colle mie idee, come vedremo.
         Una parte del Comitato di Pozega si chiamò anche Piccola o nera Valacchia, perchè colà abitavano a sè i così detti Valachi, cioè, immigrati Serbi disuniti e Bosniaci... gli Uscocchi o i così detti Vlachi vennero anche loro la Drava e la Sava nel Comitato di Pozega, che da loro si chiamò Piccola Valacchia.
         Cfr. Czörnig, Ethnogr. II, 160, 167 Nota 1.
  42. Pubblicato nel 1879. V. pag. 356 sgg,; 402 sgg.
  43. V. S. R. I., pag. 219 sgg.
  44. Venne pubblicato nel periodico della Deutschen und Oesterreichischen Alpen Vercius, e in opusc. separato, del quale mi sono servito io.
  45. Per Zinzar V. S. R. I., pag. 170 e 205.
  46. In nota (pag. 20) l'A. cita diverse Raccolte di canti popolari jugoslavi e osserva, che molte di queste canzoni si odono cantare dai Cici. — Tutte e due le notizie mi serviranno per istabilire la patria originaria dei Cici ed i paesi per i quali passarono prima di riparare sul Carso. Ciò verrà discusso nella Parte II. Un piccolo dubbio tuttavia mi assale, ed è, ch'egli nella Ciceria comprende, oltre ai veri Cici e Rumeni, anche popolazioni d'origine sloveno-croata; sicchè questi cauti popolari potrobbero in parte appartenere a quest'ultimi.
  47. Venne pubblicato nel Programma dell'i. r. Ginnasio di Trieste, dell'anno scolastico 1889-90, e in opuscolo separato (1890) del quale mi sono servito io.
  48. Questa notizia è tolta dal Kandler (Li Cici, I e pag. 231 ed. 1863) ma è state dal Dott. Tomasin fraintesa. Il Kandler dice (pag. 233). Fino a che durò il dominio dei Patriarchi d'Aquileia, la Ciceria ebbe un solo Principe, ed anche quando Venezia surrogò i Patriarchi; ma nelle guerre tra Massimiliano I e il Principe Veneto Raspo fu distrutto; i capitani di quel castello, che eran o carica Senatoria, e la maggiore dell'Istria, l'abbandonarono attutto, transferitisi a Pinguente.
         La Ciceria (e non i Cici) dopo il 1540 rimase divisa in tre parti; la veneta, in obbdienza del capitano di Raspo, di residenza in Pinguente; l'austriaca, parte fu attribuita al capitano di Castelnuovo, parte fu assegnata alla Signoria di San Servolo, nè mai più la Ciceria tornò unita in un solo corpo, fatte le ripartizioni senza alcun riguardo a lingua, a stirpe, ad abitudini di vita, ad identità di suolo... E se ancora non basta, vediamo come la pensi il Kandler riguardo ai Cici e alla Ciceria (pag. 253 ed. 1885). Si chiamano così (Cici) anche coloro che non appartengono a questa tribù... così Ciceria si dice una regione che non ha diritto di portarla.
         Ma quella stirpe che dicono Cici... è presente in altri agri che non la Ciceria; abita l'agro di Lupoglavo; piccola parte di Berkinia, in Castelnuovo e Starada, la Cucciania, parte della Castellania, quella che si scosta dal mare,Doleina, Jelshane, Ruppa, Lippa, Klana, Skalnixa, Mune, Sejane, Bergu... (pag 254).
         Dunque, non come dice il Dott. Tomasin (pag. 58) wurden die Tschitschen in Jahre 1510 in drei Thelen absosondert (chè I Cici nel 1510 non erano ancora nemmeno sul Carso) ma il paese del Carso (che più tardi venne detto Ciceria per l'insediamento dei Cici) venne diviso (dopo in 1510) in tre parti.
          Del resto, che il Dott. Tomasin abbia preso qui una cantonata, risulta non solo dagli avvenimenti che saran narrati nelle Parte II, ma egli stesso dice un po' prima, che i Cici si stabilirono nei nostri paesi verso la fine del sec. XVI, asserzione anche questa errenea. Ancora unal piccola osservazione, ma riferentiese al Kandler.
         Scrivendo egli Valpoto col V maiuscolo, sembra trattarsi di un nome proprio di persona; invece valpoto è nome comune, e deriva dall'ant. ted. walpoto, wultpode, walpode = lungotenente del Signore faudale. Cir. Miklosich, Die Fremdwürter in slav. Sprachen, pag. 62.
        
    Per le guerre accennate dal Kandler cfr. Benussi: Manuale di geografia, storia e statistica del Litorale, Pola, 1885, pag. 90. Il dominio temporale dei patriarchi di Aquileia sul Friuli e sull'Istria finì nel 1420'22. Ibid. pag. 102 199. — La guerra cominciò ne 1507; la Lega di Cambral fu fatta nel 1508; nuova guerra negli anni 1510-1511; poi di nuovo nel 1513-1516, che finì definitivamente nel 1521 colla pace di Vormazia.
         Manzano: Compedio di storia friulana, Udine, 1876 pag. 139.
  49. Fra le derivazioni del nome Cicio va notata anche questa, che in rumeno ţiţa vale berrettina rossa. Si noti che i Morlacchi portano ancora oggidì una caratteristica berrettina rossa; onde la supposizione, che i Cici — che sono tutt'uno coi Morlacchi — siano stati così chiamati dall'uso di portare sul capo tale berrettina, non è tanto inverosimile.
         Io peraltro sto per la derivazine la cicia (cugino o zio).
  50. Cfr. Die österreichisch-ungarische Monarchie in Wort und Bild, Vienna, 1891, pag. 211 sgg.
  51. Anch'egli, come tutti, considera i Xejanesi quali Cici; mentre io ritengo che siano Rumeni, equali in tutto e per tutto a quelli della Valdarsa, per la lingua, per il tipo, per la patria originaria e per la epoca dell'emmigrazione, stabilitisi però fra i Cici del Carso.
  52. Cfr. Zur Ethnographie Istriens, nel Zeitschrift für üstereichische Volskande, Graz, 1897, pag. 106 sgg. Lo Stradner ha pubblicato un suo nuovo la voro sull'Istria (Istrien, Graz, 1903) che forma il secondo volume dell'opera: Neuz Skizzzen von der Adria. Il primo volume, uscito nel 1902 porta il titoloç Von San Marco bis San Giusto. Nel secondo, di cui s'è detto testè, a pag. 1, sgg. trovasi riprodotto tale e quale l'articolo: Zur Ethnographie Istriens. Recentemente s'ebb una traduzione d'ambedue le parti, fatta da Attilio Stefani, Trieste, 1903.
  53. Cfr. Les races et les Nationalitès en Autriehe-Hugerie, Parigi, 1898, pag. 211 sgg.
  54. V. pag. 107: In dieser Urkande werden die Ruemen Chichii (Cicen) genarut.
  55. V. pag. 109 sgg.: Die neue hypothese fadet in der Geschichte der istrischen Einwanderrang manche Unterstilinan; inschisondere daech die vermutliche Ileckunft der Ciccio das Nordwestbosni a nord die gentrinsume Etymologie der Worte Walach und Morlak (Moor-Vlach).
  56. V. op. cit. pag. 286 sgg.; e S. R. I., pag. 167 sgg.
  57. V. Kandler: Notizie storiche di Montona, p. 145; la pieve di Lanischie nominata appena nel 1301.
  58. Molte di queste notizie mi riescono nuove, perchè non le trovo nelle fonti da me esaminate.
          Ad ogni modo il secolo XI non c'entra qui per nulla; dev'essere un errore di stampa.
  59. Cfr. Nota 2, p. 66. Ho già avvertito, ch'io mi sono servito della traduzione italiana, perchè non ho potuto avere per le mani il testo originale; ma che nella traduzione non si trova questa notizia, e che la si trova invece nell'articolo del Lechner; sicchè suppongo si tratti d'uno scambio di autore per isvista.
  60. Io li ho examinati (V. Dott. Tomasin, op. cit., pag. 60) ma sono tutti di origine slava.
  61. Si veda a mo' d'esempio a pag. 288 quale idea abbia egli del nome Valacco. — Soltanto a partire da un docum. del 1221 s'hanno testimonianze certe dei Valacchi nella Transilvania. Molti di questi immigrarono, per invito dei Signori, desiderosi di ripopulare i loro poderi devastati dai Mongoli, e vennero accasati nell villae olachales a gruppi, sotto l'autorità dei loro knezi e voivodi. Alcuni si diedero all vita agricola; la maggiore parte invece preferì la vita nomade di pastori; è a quest'ultimi che si applicò il nome gnerico di Valachi (Olah in magiaro) nome equale a wälsch, che non designa una razza, perchè verosimilmente queste bande nomadi farono ecelatate fra Bulgari,Serbi, Albanesi ed altri. (sic!)
         E gli studi del Miklosich, sul nome Vlach? — E i Vlachi della Serbia e Bosnia? — E i Vlachi, Mauvolachi, Morlacchi della Dalmazi e Croazia? — E gli Uscocchi = Cici della Carniola e del Carso? — Di tutto ciò, fra breve, nella Parte II.

Tratto da:

  • Archeografo triestino, Raccolta di Memorie, Notizie, Documenti, Particolarmente per servire alla storia della Regione Giulia. Editrice La Società di Minerva, Stabilimento Artistico Tipografico G. Caprin (Trieste 1903), pag. 53-80.

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This page compliments of Marisa Ciceran and Fulvio Di Gregorio

Created: Friday, August 19, 2011; Last updated: Saturday, April 16, 2016
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