Medaglia in onore del D.r Domenico di Rossetti.

[Tratto da L'Istria, II. ANNO. Sabato 18 Decembre 1847, p. 319-322.]

Il medagliere triestino, il quale comincia colle memorie della fondazione del Lazzaretto S. Teresa, ha avuto oggidì aumento per la medaglia coniala in onore del defunto Domenico di Rossetti, a cura del Gabinetto di Minerva. È di modulo grande, lavoro del Putinati di Milano; da un lato presenta la testa a profilo dell'illustre guardante a sinistra, nella quale testa molto mi sembra non vero, cioè il portamento del capo ben diverso da quello che ebbe in costume, il profilo della fisonomia non fedele in quei segni che appunto danno indizio del tuo sentire, specialmente nel comporsi della bocca, che troppo manifestava lo sdegno più volle provato per le bassezze e le contrarietà di questo mondo ; sdegno ch'ei non poteva tacere nel suo testamento, allorquando augurava ai posteri tempi migliori di quelli nei quali ebbe a lottare (e furono invero assai travagliati per guerre, per invasioni, per sconvolgimenti di tutta Europa); nè sapremmo riconoscere la sua guardatura, la quale anzi non sollevavasi mai curiosa od ardita, ma esprimeva i sentimenti che manifestava la bocca. Temiamo che quelli i quali nella testa come è figurala vorranno riconoscere le doti dell' animo e della mente, cadranno in grandissimo errore. Si può nei ritratti donare, come si suol dire, ma non possono alterarsi quei tratti che ne formano le caratteristiche.

La medaglia è per me di difficilissima intelligenza. Sembrerebbe che sia un omaggio alla memoria del Rossetli, fallo dal Gabinetto di Minerva, e che questa sia la dedicante, l'altro il dedicatario. Però la leggenda all'ingiro nei due lati non suona così; che intorno alla lesta ieggesi CAVALIERE AVVOCATO DOMENICO DE ROSSETTI TRIESTINO - DI VIVER PRIMA CHE DI BEN FAR LASSO — Non a lui si favella, ma di lui, e ciò che si dice non pare che sia né esatto, nè il meglio che dire se ne poteva. Due unici titoli a lui si danno, l'uno di Cavaliere, l'altro di Avvocato; ma siccome vi hanno due qualità di Cavalieri, quelli per rango di nobiltà ereditaria, e quelli per ordine cavalleresco, 1'uno dall'altro si distinguono con ciò sempre che il titolo del primo si fa precedere, quello del secondo si fa susseguire al nome gentilizio indicando l'ordine cavalleresco. Nella vita comune ciò non sempre s'osserva, né occorre ove in famiglia per così dire si parli, ma in

monumento destinato ai lontani ed ai posteri, sembra che non avesse dovuto trasandarsi. L'avvocatura poi, secondo le nostre instituzioni sociali, è un munere, non è un rango sociale titolato ; altrove è la cosa altrimenti, e vi sono avvocati senza che mai abbiano esercitato, non cosi fra noi; il che tanto più sembra sconcordare, quantochè si accenna espressamente essere lui triestino.

Sembra poi poco felice pensiero il ricorrere ad un verso per riempire l'altro ingiro, quasi fosse penuria affatto di esprimere la stessa cosa in forma meno bombastica e generica, forma che sempre pregiudica alla verità, quando si tratti di dire le pubbliche benemerenze di un cittadino, e non occorre di molcere le orecchie. Imperciocché di un solo suo munere facendosi menzione, munere certamente che dà titolo a benemerenza, non sembra il Gabinetto di Minerva nella posizione di rilevare questi meriti suoi, ed è forse perciò che si tenne alla larga, citando un verso.

Possiamo supporre che la medaglia sia destinata a tramandare la memoria del de Rossetti, non presso i dotti che la hanno cara e presente, ma presso il popolo. Ora quel verso colla finale in asso, e coll'accentuazione che ha. potrebbe ricordare altri versi assai frequenti nel popolo, fra i quali non sarebbe fuor del caso quello — Non val saper chi ha fortuna contro — pensando come non tutte le sue buone intenzioni avessero effetto.

Sembra esigere giustizia che dei muneri moltiplici e difficilissimi sostenuti con pubblico vantaggio, e degli onori avuti si facesse menzione, abbreviando certi nomi nei quali non potevasi prendere equivoco: nell'antica e nella postica vi aveva spazio di accennare siccome fu Consigliere di Governo, Procuratore Civico. Preside del Consiglio Municipale, letterato, relatore in oggetti di legislazione, Cavaliere della Corona di ferro, giureconsulto, più volte legato della città a Cesare; e ciò nell'ordine cronico delle cariche, scegliendo fra queste e combinandole secondo lo spazio — che cento lettere vi stanno ottimamente anche nella forma e grandezza di quelle adoperate.

La postica è per me inesplicabile. La corona o piuttosto i rami di alloro e di quercia sembrano darsi dal Gabinetto; l'uno sarebbe ramo poetico, l'altro civico, ambedue simboli che sembrano male adatti, dacché se il Rossetti coltivò nella sua gioventù la poesia, lo fe' per ingentilire l'animo, non per desiderio di essere poeta, ed ebbe tanta modestia di sé di non menarne vanto — le poesie occasionali sono manifestazioni di esultanza, ad ognuno è lecito essere poeta in siffatteoccasioni. Non è poi noto che il defunto avesse meritato una corona di quercia, una corona civica, che si dava salvando in battaglia un cittadino, ed ammazzando il nemico che l'opprimeva. Oh quell'uomo non ebbe mai attitudini nè inclinazioni militari! Ma non si può intendere cosa sieno gli altri simboli; l'ordine della Corona di ferro, in forma di insegna (che sarebbe nuova rappresentazione), un libro aperto, due penne di oca incrociate, ed una bilancia. Imperciocchè se la Minerva attribuisce al Rossetti questi onori, nessuno potrà credere che dessa gli abbia conferito l'ordine della Corona di ferro, e se occorresse testimonianza, eccomi pronto a deporre che dessa non vi ebbe la minima parte. Non saprei cosa voglia significare quel libro aperto ; se ciò dovesse dire Dottore la sarebbe ridicola, perchè i fluitoli di oggidì non sono chiamati a docento, la bilancia è strumento che da se solo nulla indica più che una bilancia, la quale può servire al tabacco, come al pepe ed al caffè; la si pone talvolta nella mano di una donna colla spada nell'altra, e questa donna figura la giustizia, non già la sola bilancia è figura di giustizia. Simile segno poteva porsi al Santorio che per tanti anni ne fe' uso, e per essa venne a grandi scoperte, come tutti sanno. Che seppure la bilancia volesse adottarsi per segno di giustizia, il Rossetti non amministrò mai la giustizia, e se della bilancia una parte va attribuita ad un avvocato, questo avrebbe un solo dei bacini, non tulli e due. Due penne incrociato senza calamaio non sappiamo a che vadano riferire.

Perchè non iscegliere piuttosto una corona d'olivo, che è pacifica, e che si sarebbe potuto supporre tratta da quell'albero sacro a l'allude che il Gabinetto coltiva, e che anzi deve supporsi molto rigoglioso se ogni anno costantemente si annuncia al pubblico che sono state fatte le solite paterne, per avere pace, concordia, fraternità e frequentazione delle radunanze, paterne che giova sperare portino in ogni anno sempre migliori effetti?

Questa corona e gli altri segni, dovrebbero rappresentare il ricambio di dono che la Minerva destina al Rossetti; ma in verità che ponendosi sul capo la corona come è incisa, l'aquila austriaca verrebbe proprio a collocarsi sulla fronte che ebbe amplissima e veneranda; luogo di collocazione che a dir vero non avrebbe esempio finora. Quegli attributi poi darebbero facilità a brutta celia, a carico di quel Rossetti che non le meritò, ed a cui in vita dispiacquero sempre, almeno nell'età matura. Il volgo, che ha pur diritto di attendersi che la simbolica sia intelligibile, direbbe che quelle bilancio sono per il tabacco, il libro per trarne fogli da mescolarlo (destino dei libri quasi unicamente nolo al popolo), le penne per pulire la scrivania od il tavolo dalla polvere del tabacco. Lo scherzo non sarebbe poi verosimile, perchè il defunto quando ne usava, faceva mistura in brano di carta pecora ad occhio, e puliva la scrivania con zampino di lepre.

Delle quali celie non parlo a caso. Su quell'edifizio che Marco Trevisani veneto alzava in Capodistria fra porta Zubenaga ed il porto, e che destinava ad ospitale secondo sua mente, ospitale che poi si disse di S. Marco, che nel 1410 circa passava in amministrazione del vescovo c del consiglio dei nobili di Capodistria, edilizio che a' tempi del vescovo Naldini parte era ospitale parte era Opera pia Fin per zitelle, e che verso la fine del set colo scorso in parte era divenuto proprietà di Ser Olimpo Gavardo dottor e cavaliere, parte restò ancor più tardi ospitale sebbene depauperato fino dal tempo della sua instituzione — su questa casa, dico, fino dal 1400 si vede apposta inscrizione in marmo greco venato su cui si spiegava la sua volontà.

Amice Hospes
Quicumque viam ad Olympum affectus
Pulsa hoc, hoc aude ingredi
Paucorum Graduum etc.

poi un libro chiuso, un' azza da guerra ed una spada che si incrocicchiano.

Un bello spirito che non ne sapeva punto di latino, interpretò Olympum Graduum per Olimpo Gavardo che visse 350 anni dopo senza aver nulla di comune col Trevisani, e quei segni li disse di dottorato e cavalierato senza poi saper spiegare il resto. E vengo assicurato che lo scherzo impose anche a qualcuno che ne sapeva di latino, e generalmente si crede che Ser Olimpo Gavardo facesse una celia al pubblico con quella inscrizione, senza por mente che la lapida si mostra per 330 anni più antica, anche a chi da pochi giorni comincia a studiare Paleografia. Cosi Abeste hinc ecc. sulle prigioni di Firenze, furono interpretate e tenute per secoli dal volgo — Alle Stinche che divenne nome legittimo e proprio.

Non esprimendosi nel dettato della leggenda che questi segni d'onore sieno dati AL ROSSETTI e circondando invece il nome della Minerva, sarebbero simboli di lei, ma impropri del tutto, che né a lei competono i segni della Corona di ferro né gli altri.

La leggenda inchiusa entro la corona poetica e civica è tutta per la Minerva. Vi si legge:

LA SOCIETÀ
DI MINERVA
RICONOSCENTE
A • MDCCCXLVII

Essa si intitola Società, ma nello Scematismo che pubblica l'Imp. Reg. Governo ogni anno n' è intitolata Gabinetto; e sebbene da qualche tempo nella vita ordinaria si usi il nome di Società, non sembra che il si abbia a fare in un pubblico monumento. Si indica una qualità dell' animo di questo Gabinetto, quale e quella di essere riconoscente, ma questo è sentimento generale, inverso tutti e per titoli larghissimi; se la riconoscenza verso il D.r di Rossetti mosse il Gabinetto a coniare medaglia, era necessario di indicare i motivi di riconoscenza, per esempio per essere stalo fondatore, per avere sostenuto la Minerva del proprio in tempi avari, per avere con eroica pazienza sopportato le avversità, per avere colla perseveranza alzata la Minerva alla condizione e dignità di corpo dotto, per averne propagali per tutto I'orbe il nome e la gloria della Minerva, per le liberalità, od altri motivi che non mancheranno. La riconoscenza alla fine è... datogli fa mandatogli — e quando un uomo vi chiede anche un' ingiustizia, non manca di dirvi: Le sarò riconoscente. — Potrebbe essere che in luogo di riconoscenza, sia la medaglia un segno di grato animo; il D.r di Rossetti se ha dato qualcosa alla Miner-va, avrebbe sdegnato in vita un ricambio. Il titolo di gratitudine era poi tanto necessario ad esprimersi, quantochè le medaglie sono monumenti desiinati a trasmettere la memoria di un avvenimento; e si coniano per il cinto di una donna, e di un tenore, per l'apertura di una strada o di un porto, per una vittoria, per una sventura. Nella medaglia resta sempre a sapersi quale sia questo avvenimento per cui fu coniata, e perciò non potendola collocare fra i monumenti storici rimarrà una medaglia nella quale il diritto è il ROSSETTI, il rovescio il Gabinetto di Minerva; una medaglia la cui simbolica appartiene al secolo XV.

Sembra poi che il nome del dedicante dovesse porsi fuori della corona, al di sotto in lettere minori, insieme colle note croniche, fra le quali note non avrebbero fatto cattiva figura qualche epoca della Minerva medesima.

Due medaglie uscirono in altri tempi in nome della Minerva, perchè quelli che le fecero coniare vollero attribuire al Consorzio ciò che veramente era di loro; pure la modestia non permise che il nome della Minerva vi fosse in fronte, e quella buona gente preferirono che se ne attribuisse l'onore alla generalità, tanto più, quantochè non potendosi sopportare la spesa da un solo, nò potendola portare tutta il Gabinetto, era il concorso dei cittadini anche non Minerviani che ne forniva il danaro, e con ciò si dava la possibilità di farla, come è il caso anche della medaglia in onore del Rossetti; giacchè essa fu fatta per soscrizione, ovvero sia, come volgarmente si dice, per colletta. L' AERE CONLATO sarebbe stato nella leggenda una verità, che non avrebbe tolto il merito a chi se ne faceva promotore, perchè un maestro di cappella ci vuole per ogni coro ed orchestra; ma non è il maestro che possa dire io ho cantato od io ho suonato.

Ed ancora una parola. I punti nelle leggende sui marmi e sui bronzi antichi non sono già posti per indicare le abreviature; ma per ragione ottici, perchè il lettore abbia facilità di leggere; i greci non li usavano, e quelle inscrizioni sono penosissime a leggersi anche da chi vi ha gran pratica. In tempi recenti si volle scostarsi da quest'uso, e si volle far prevalere le ragioni della lingua scritta in carta, dimenticando che i segni di punti e virgole e hli a-capo sono per l'occhio, pel corporeo che guida quello della mente. La spaziatura è sufficiente per non esigere li punti: e sta bene che non vi sieno punti di chiusa, perchè quando non v'é altro scritto, non v'é altro a leggere. Però un punto vedesi nell' ultima linea della leggenda entro la corona A  •  MDCCCXLVII, e non altro dove pare che ne stessero bene degli altri.

E fa sorpresa come tutta la leggenda essendo in italiano, la nota cronica si ponga in lalino, e si dica: Anno (perché no Domini come nel medioevo). Millesimo septigentesimo quadragesimo septimo. Non è italiano perchè gli ablativi assoluti non sono di lingua. Anche i Tedeschi nella lingua volgare dicono Anno taufend vierbunbert ic. ma si guardano bene dallo scriverlo, e dicono Im jabre... nemmeno il volgo italiano dire Anno 1700... ma nell'anno. Che poi l'epoca sia in latino lo provano le note numerali che sono latine.

I secoli addietro nei quali il senno umano s'era fissato passando per trafila di errori, di bizzarrie, e di esperimenti, s'erano accorti che l'adoperare le lettere dell'alfabeto per esprimere numeri, avrebbe portato confusione od almeno difficoltà, ed usarono distinguere le le lettere dell'alfabeto dai numeri con tratto traversale superiore. E se i numeri erano tali da difficoltare il calcolo, li dividevano per migliaia, centinaia, decine, unità. Avrebbero scritto 1847 cosi. • (mille) DCCC  •  (otto cento) XL • (quaranta)  • VII (sette), oppure anche XLVII che non è difficile a fare il computo di questa cifra. Anche il medio evo, il tempo che dicono barbaro, scriveva cosi M - III  • XX. Se le linee non garbano, almeno i punti. Non si sa vedere perchè non si faccia uso del bel modo degli Arabi e delle loro cifre 1847; non sono forme belle, ma sono adottate e divennero nostre. 11 silo poi per le note croniche non sembra il meglio adatto, posto come è sopra il libro, le penne d'oca e la bilancia, simboli che seppure potevano volersi applicati al Rossetti, dovevano porsi dall'altra parte, ed un po' meglio scelti, lasciando, seppure c'è, qualche autorità di tempi oscuri, per attenersi alla ragione ed al buon senso.

Paziente delle altrui opinioni, pel desiderio di apprendere qualcosa, plaudente ad un'opera qualsiasi purchè vantaggio e lustro ne venga anche in grado lontanissimo, affezionato alle cose che sono patrie, ed alle instituzioni che sono dirette a promuoverne il vantaggio, mi sarci taciuto come in più incontri preferii di fare, perchè il questionare impedisce l'agire, e le forme del questionare allontanano dal quesito; ma per lunghi anni testimonio dell'operare di quell'illustre, e contro merito fatto partecipe de' suoi pensumenti; non per riconoscerlo, ma per la venerazione di lui, e per grato animo, do ora una voce, e mi appronto a scioglierla.

Tolga il cielo che io voglia detrarre minimamente alle intenzioni di quel Corpo che rispello secondo giustizia, e pubblica opinione, e so bene che si può essere ottimi galantuomi e nonostante sbagliare la rima; tolga il cielo che io presuma di scorgere altro migliore monumento, e più gradito al Rossetti stesso che avrebbesi potuto fare con miglior pubblico vantaggio — che queste sarebbero presunzioni superbe e facile maldicenza.

Se mostrai troppa vivacità nel dire il mio pensamento, questo è l'effetto come sentirsi in mezzo a stanchezza e prostrazione richiamare carissime memorie, o suoni graditissimi, e dolore di non averne che reminiscenza. A me sembra che l'intenzione del Gabinetto non sia stata eseguita in modo come egli lodevolmente si propose; non do colpa a nessuno, non lo rimbrotti a nessuno, so come procedono le cose in corpi numerosi : è accidente come di chi commettesse quadro a valente pittore, e ne avesse cosa scadente.

Le mie parole saranno forse troppo severe, forse si risentono "dell'esaltazione dell'animo mio, ritenendo che nè il Rossetti, nè la patria sieno stati onorati come si volle, perchè l'uno e l'altra non furono novizi in siffatti studi; posso errare, che ciò non sarebbe nulla di nuovo nè per me nè per i miei simili; io sottopongo il mio giudizio agli onorati mani di Bonomo e di Fontana: me ne appello a quei molti che, fatta raccolta di medaglie in Trieste, accoppiano l'amore all'erudizione; me ne appello a quegli che per dovizia di raccolte greche e romane, c per erudizione gode il primato fra noi; me ne appello all' esempio di quante medaglie sieno state coniate per Trieste; me ne appello a quelli nostri lutti che maneggiarono qualche medaglia.

P. Kandler.


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Created: Saturday, February 06, 2016, Last Updated: Saturday, February 06, 2016
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