Reprinted from: http://www.edit.hr/lavoce/060330/cultura.htm

30 marzo 2006

IN DIALETTO ISTRO-VENETO, SCRITTA E DIRETTA DA RUGGERO PAGHI
Commedia «De qua e de là (del confin)» l'amletico dubbio: restare o andarsene

Le frontiere innalzate nel corso del secolo scorso hanno contraddistinto il vivere delle popolazioni di quest'area. Gli eventi della storia recente, che modificarono per sempre la realtà dell'Istria, furono determinati in buona parte proprio dalle barriere che scissero la regione nel secondo dopoguerra. Questo argomento è stato affrontato anche dal Gruppo filodrammatico della Comunità degli Italiani di Pirano, che sabato scorso si è presentato al pubblico con la nuova commedia in due tempi, in dialetto istro-veneto, "De qua e de là (del confin)", scritta e diretta da Ruggero Paghi. Oggi il confine che ci separa da Trieste sta lentamente scomparendo, e non è sicuramente quello di cinquant'anni or sono, che recise le comunità di quella che fu la Venezia Giulia, che separava due contesti completamente diversi e due sistemi tanto differenti tra loro. In un Teatro Tartini gremito di spettatori i bravi attori del sodalizio piranese hanno interpretato il dramma degli anni '50, caratterizzato dall'amletico quesito rimanere nella propria terra o andarsene. Quella irragionevole divisione ha alterato la realtà della città di San Giorgio, e delle altre località della penisola, stravolgendo gli equilibri etnici, ma anche la lingua, la cultura, l'essere della componente italiana, che nel giro di alcuni anni si ridusse a sparuta minoranza. Il lavoro presentato si sofferma sulle vicende di due famiglie piranesi: una lasciò la propria terra per trovare una sistemazione nel capoluogo giuliano, l'altra rimase nella propria città. Si tratta di una storia inventata, ma al contempo verosimile in quanto toccò migliaia di famiglie in tutta la regione.

Espresso il disagio degli Istriani

Siamo nel secondo dopoguerra, sono gli anni delle incertezze e delle incognite. Due famiglie, legate da una profonda amicizia, discutono della situazione critica, della gente che se ne andava, dei licenziamenti, dei continui interrogatori da parte delle autorità jugoslave, delle quotidiane paure. Dopo un'accesa conversazione Ennio (interpretato da Marino Maurel), Mariuccia (Cesarina Smrekar) e Gino (Christian Poletti) abbandonano la patria di Tartini; Piero (Piero Rotter), Antonietta (Antonietta Fonda) e Nives (Serena Buremi) decidono invece di rimanere, nonostante tutto e tutti. In entrambi i casi le vite cambiano, i primi si ritrovano nei campi profughi, in ambienti angusti e promiscui, e solo dopo anni di umiliazioni si sarebbero sistemati e avrebbero ottenuto un lavoro, i secondi, nonostante la crisi, lavorano assiduamente per sbarcare il lunario, Piero decise di trovare impiego come minatore nella locale miniera di Sicciole, e con turni massacranti mantiene la famiglia. Dopo un decennio le due famiglie si ritrovano. Ennio e Mariuccia rispecchiano la vita d'oltre confine: posseggono l'automobile, vivono in un appartamento dotato di ogni comodità, vengono in "Jugo" a fare il pieno di benzina e ad acquistare la carne. Gli amici piranesi rimasti, invece, nonostante gli sforzi non possono annoverare tanti comfort, conducono una vita semplice ma dignitosa. Nonostante non si possa fare a meno di riflettere sulla vita di quegli anni, ricordiamo che si tratta di una commedia brillante, con situazioni ricche di verve, che sono piaciute al pubblico che più volte ha applaudito a scena aperta, di fronte a battute come "Ma anca voi de qua gavè el cafè" e la risposta "Sì, ma no bon come de voi a Trieste". Si sottolinea anche il disagio degli Istriani nella città di San Giusto, mal visti dalla cittadinanza in quanto "Portano via il lavoro ai Triestini", perciò la volontaria "mimetizzazione" per non farsi riconoscere e l'imposizione a Gino, ormai ragazzo, di parlare in lingua anziché in dialetto, per evitare che venga scoperta la sua provenienza.

I figli delle due famiglie sono cresciuti (questa volta interpretati da Ela Jeličič ed Andrea Cebroni), Nives va a studiare all'università di Trieste e viene ospitata dagli amici piranesi di vecchia data, e dopo un po' si innamorano. Passano gli anni e si sposano, poi nasce anche un figlio, Federico. Antonietta rimane vedova, mentre i due giovani genitori, con un figlio ormai in età scolare, decidono di ritornare a Pirano, perché lì c'è la loro storia, la loro lingua, la loro esistenza, e vogliono acquistare una casa. Ormai il confine non rappresenta più la barriera di un tempo, la gente si sposta molto più facilmente. Con quest'ultima parte, che possiamo interpretarla come un auspicio affinché i giovani di origine piranese ritornino nella terra dei loro avi, si conclude la commedia, che ripercorre la vita a cavallo tra i due confini nell'ultimo mezzo secolo. Ottimo anche l'allestimento delle luci e del suono, curati rispettivamente da Andrea Cebroni e Franco Bernè. La scenografia è di Elena Greco ed è stata realizzata da Fulvia Zudič. Ringraziando gli attori della filodrammatica piranese per averci regalato una piacevole e divertente serata, non possiamo concludere se non congratulandoci per l'impegno profuso e per la grinta dimostrata sul palco del teatro cittadino.

Kristjan Knez

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