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Maurizio Tremul
Poesia

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Memento 

lo scalpiccio die tacchi 
a ferro di cavallo sulle labbra 
gole pizzicate 
lingue nervose, 
ho scalato vergini scoscese 
dove l’oceano ammara 
e il fuoco a spire affluma 
per arrivare alla vergogna 
d’unta terra crocifissa 

fin troppi eroi e puttane 
abbiamo avuto 
in memoria del popolo tradito 


Madre

mi chiamavano madre 
e vi ho amato 
per quest’agro 
che vi avrebbe accolto 
con dolcezza
vi ho dato la vita 
per vedervi lacerare
fuggire e arrivare, 
vi avessi posseduti 
gustandovi le carni 
al sublime 
incesto d’amore 
ora sareste vivi 
ti chiamano figlio, 
sei nato appena 
e il tuo futuro
l’ha ingoiato 
l’oracolo della foiba 
al primo vagito 
mi chiamano padre 
e di quella terra 
ricordo infine 
i crostoni grattati 
dall’acqua arcigna 
eri una figlia 
giovane puledra 
quando nel palmo 
del tuo grembo 
hanno conficcato 
semi di gramigna 
a crescere con rabbia 
sui muri 
divaricati a forza 
mi chiamavano madre 
ma ero solo istria 
di voi piu`
non ricordo 
nemmeno l'odore 
del respiro fidente 
nell’abbraccio carnale 
del sonno materno 


Distanze 

oltre il fuoco 
liminare del caos 
di la dall’orizzonte finito 
m’induco ad aprire 
secrete porte 
che guidano ad altre 
porte e loculi 
finestre o pertugi 
cunicoli e plaghe 
replicanti sistemiche 
sciami di specchi riflessi 
tra goccioline di 
pensiero sospeso 
in quell’anfratto immane 
che culla le mie distanze 


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