| Una mia
mattata (l'ultimo di carnevale)
Se
tutti si divertivano, perché doveva io starmi con le mani in mano,
ritirato in un cantuccio, sospirando e pensando alla morte? Fossi stato
pazzo!... Scivolai fuori di casa, ed incontratomi in alcuni baracconi
della mia tempra, ideammo una mascherata. Detto e fatto; ci vestimmo da
Pulcinelli. La mascherata non poteva essere più bene scelta.
C'era allusione e c'era filosofia. Andammo in Corso, tutti raccolti come
i reverendi degli Ignorantelli e come i frati Camilliani. Non facevamo
male ad una mosca, eppure quel nostro abito mosse a disgusto taluno, per
cui fummo obbligati a mutar costume. Vestiti da albanesi, ci recammo a
visitar un nostro amico albanese, che teneva il suo bastimento poco
lontano dal molo 5. Carlo, e là in lieta compagnia, con la moglie
di lui e con altri suoi compagni, abbia-mo intonato mille brindisi. Sul
più bello una maledetta maretta venne a turbarci: qualche
maldicente asserì essere stato invece il vino che ne faceva
traballare, io sostengo di no. Quando piacque al Signore, toccammo
terra, e chi corse di qua e chi corse di là, per prepararsi onde
andare alla cavalchina. Era l'ultimo giorno, e bisognava ch'io
strambeggiassi più del potere. Andai
dall'Ascoli, e gli chiesi un bell'abito per la cavalchina, di costume
antico. - Non la dubiti, rispose, le darò un abito non plus
ultra. E mi vestì come un gonzo del secolo XI. Così
vestito, andai alla cavalchina. Credete voi che m'abbia divertito?
Matti, se lo credete. Girai di qua, di là; incontrai molte
maschere, ma tutte senza brio e senza vita. Erano le formiche che
andavano e venivano senza dar segno di esultanza e di allegria. Il solo
Miauciaugnauciung se la godeva, battendo le mani e gridando viva non so
a quali maschere. Era suonata la mezzanotte!... - Eccoci in quaresima! -
gridò uno della comitiva. - Pur troppo disse un altro sospirando.
- Oh beata Milano! esclamò un terzo, quante feste, oh quanti
chiassi ancora ti aspettano! - Volete che andiamo Milano? dissi io. -
Bella idea - gridarono tutti, andiamo a Milano. Il progetto fu buttato
giù in men che non si dice, e mutati i panni corremmo da
Cimadori, a quell'ora così tarda, e fatti attaccare ad un omnibus
quattro cavalli, ci dirigemmo verso Nabresina, onde colà
attendere un treno che più sollecitamente potesse portarci a
Milano nella città dei bagordi, delle pazzie, delle
scostumatezze, delle confusioni, delle baldorie, della disperazione e
della miseria. - Il caffè è pronto, disse la mia servente.
Quella brutta vecchia, svegliandomi, mi aveva tolto al più bel
sogno del mondo. Sì, lettori miei, tutto quanto v'ho narrato non
fu altro che un sogno dell'ultima notte di carnevale.
Meneghino (da L'Arlecchino,
1865)
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