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History and Folklore
Music

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Carattere del canto popolare
con note sulla classificazione dei canti popolari e articoli sul tema

CARATTERI DEL CANTO POPOLARE

Un canto si definisce popolare non in base alla sua origine, né a determinate caratteristiche stilistiche, ma solo in base alla sua effettiva presenza e diffusione nella cosiddetta “fascia folclorica” (le classi subalterne). Tale circolazione è testimoniata dalla presenza di diverse varianti di tradizione orale più o meno differenziate.

Per essere adottato a livello popolare, un canto deve avere superato una sorta di valutazione selettiva, deve cioè essere stato ritenuto rispondente ai criteri estetici e funzionali di quella collettività. Poi, nel tempo e nel corso della trasmissione orale, subisce continue trasformazioni, che lo rendono sempre più vicino alla sensibilità e alle esigenze della comunità che lo ha fatto proprio.

Un canto popolare può dunque essere anche non anonimo e originariamente di matrice colta, mentre viceversa un canto anonimo non è necessariamente un canto popolare. Analogamente, un canto popolare può essere o non essere in dialetto, mentre un canto dialettale non è sempre popolare (la maggior parte delle canzonette dialettali popolareggianti non hanno mai raggiunto una effettiva circolazione nella “fascia folclorica”).

Nei repertori popolari si possono riconoscere canti di più antica origine, tra cui specialmente i canti lirico-monostrofici (in area veneta “villotte”) e i canti epico-lirici (“ballate”), e canti di carattere e formazione più recente. Alcuni canti hanno avuto una larga diffusione interregionale, altri una circolazione soltanto locale. Quanto alla veste linguistica, nelle Venezie e in tutta l’Italia settentrionale una parte notevole dei canti impiegati nell’uso tradizionale erano e sono in una sorta di italiano popolare (con caratteri genericamente settentrionali), con singole forme propriamente dialettali. Inoltre, anche nei canti che si presentano in veste dialettale, si tratta quasi sempre di forme a carattere interprovinciale, e quasi mai strettamente locali.

Non va inoltre sottostimato il fatto che i versi dei canti sono comunque un linguaggio “poetico”, quindi diverso da quello quotidiano, sia per finalità espressive e comunicative, sia per esigenze metrico-musicali.

Dal punto di vista musicale, nel Triveneto, la quasi totalità del repertorio si presenta in modo maggiore, vale a dire nel linguaggio prevalente (e anzi quasi esclusivo) nella tradizione popolare non solo dell’Italia settentrionale, ma di un’ampia zona centro-europea che gravita intorno all’arco alpino.

L’esecuzione tipica è polivocale (a due o più voci), secondo procedimenti ancora riscontrabili in tutto il Nord Italia, in Austria, in Slovenia e in parte della Croazia, inclusa la costa dalmata. Si tratta di un modello a due parti parallele, secondo il quale due cantori (o due gruppi di cantori) procedono omoritmicamente ad una distanza intervallare costante, normalmente di terza (o sesta).

In genere l’esecuzione è introdotta da una sola voce. Spesso il primo cantore, nel medesimo momento in cui entra l’altra voce, sale egli stesso alla terza superiore.

In determinati punti dell’esecuzione, e particolarmente nelle cadenze, si possono avere anche intervalli di quarta, quinta o sesta.

Nel caso di esecuzioni a voci miste, una o entrambe le parti possono essere raddoppiate all’ottava.

Si hanno però anche forme di basso indipendente, per lo più realizzato semplicemente con l’alternanza di tonica e dominante (primo e quinto grado della scala).

Altri tratti dello stile vocale popolare, sono i respiri ben marcati, che non di rado spezzano volutamente le parole, e i portamenti (glissandi), concepiti come veri e propri abbellimenti in funzione espressiva.

Si noti infine che non di rado le versioni monodiche, raccolte da singoli cantori, corrispondono alla voce superiore di una esecuzione polivocale, coservatasi in forma autonoma.

CLASSIFICAZIONE DEI CANTI POPOLARI

Nell’uso folclorico si incontrano talvolta denominazioni specifiche per alcuni tipi di canti (così ad esempio in Istria i termini “canto a la longa, canto a pera, canto sotto le pive, basso, mantignada, butunada” indicano diverse modalità esecutive delle villotte), ma più spesso manca una consapevole distinzione di generi.

Le classificazioni adottate nelle raccolte seguono in genere criteri in buona misura estranei al mondo popolare, in parte formali e contenutistici (relativi alle strutture o ai contenuti testuali, o ai caratteri musicali), in parte funzionali (relativi alle circostanze dell’esecuzione).

Le due categorie dei canti “lirico-monostrofici” e dei canti “epico-lirici” sono le uniche da tempo accettate (talvolta con qualche riserva) dagli studiosi e sono basate sulle sole caratteristiche testuali, con riferimento sia alla struttura metrica, che all’argomento e ai modi stilistici.

Altre categorie individuabili senza troppa difficoltà sono quelle dei canti religiosi e calendariali (o rituali) e dei canti infantili.

Entrambe prescindono dalla struttura testuale e fanno riferimento soprattutto alla funzione e alle occasioni d’uso.

I canti religiosi e calendariali inoltre sono di norma ben riconoscibili in base all’argomento trattato.

Un altro genere ben identificabile e quello dei canti iterativi (e accumulativi), definibili in base alla presenza nel testo di una serie di ripetizioni ed elencazioni. Taluni brani possono anche essere riferiti a più di una categoria.

Ad esempio un canto lirico-monostrofico può essere anche canto rituale, un canto infantile anche canto iterativo.

I maggiori problemi vengono posti da una gran quantità di canti che non rientrano in nessuno dei generi fin qui citati, i quli spesso vengono raggruppati semplicemente come “canzoni” o “canti vari”.

In molte raccolte vengono divisi in molteplici categorie, per lo più sulla base del contenuto testuale: canti d’amore, canti satirici, canti narrativi (metricamente diversi dalle ballate), canti del lavoro, di nozze, conviviali, storici, politici, dei soldati, della malavita, e ancora serenate, romanze, barcarole, ecc.

Recentemente si è anche tentato di distinguere questi “canti vari” in base alla struttura metrico-strofica.

Specialmente per iniziativa dell’Archivio della Regione Lombardia, si sono individuati alcuni tipi maggiormente diffusi, ai quali è stato assegnato un titolo convenzionale, così come già alla fine dell’Ottocento era stato fatto per i canti epico-lirici.

I CANTI LIRICO-MONOSTROFICI (“villotte”)

I canti che i folcloristi hanno classificato come “lirico-monostrofici” di norma hanno carattere non narrativo, bensì appunto lirico (nel senso di espressione soggettiva di sentimenti e affetti) e svolgono prevalentemente temi di argomento amoroso oppure satirico. L’entità testuale-musicale minima riconoscibile è il distico, più raramente la quartina. Nella prassi esecutiva si realizzano sulla medesima melodia sequenze, preordinate o casuali (ma comunque variabili), di distici o quartine che spesso non mostrano nessi conseguenti di argomento o significato. Questi canti sono dunque monostrofici non perché siano composti da una sola strofa (anche se talvolta si presentano in questa veste), bensì nel senso che ciascuna strofa costituisce una sorta di cellula autosufficiente intercambiabile a piacere dell’esecutore.

Molto più diffusi nelle regioni meridionali e centrali (strambotti, rispetti, stornelli, ecc.), i canti lirico-monostrofici nella loro forma più tipica sono in endecasillabi piani. ). Esempio (Venezia, da Bernoni 1872:

III, n. 18):

In mezo al mar ghe §e un camin che fuma
drento ghe §e el mio ben che se consuma.
El se consuma l’anima e anca el corpo
l’ho visto vivo e lo voi védar morto.

Come in tutti i generi di canti popolari, non mancano irregolarità metriche (sillabe mancanti o sovrabbondanti rispetto al verso-tipo), che vengono tuttavia compensate nell’esecuzione, rispettando l’isoritmia musicale.

La desinenza dei versi con l’accento sulla penultima sillaba testimonia che il genere ha avuto origine nell’Italia centro-meridionale, dove le forme dialettali hanno quasi esclusivamente andamento parossitono (similmente alla lingua italiana).

Alla categoria lirico-monostrofica si possono attribuire anche strofe basate su altri metri, come l’ottonario (in genere quartine composte da tre ottonari piani e uno tronco). Esempio (Cornoldi 1968: p. 203):

Cara mama marideme
se volì che ‘l mondo ta§a.
Co sarò fora de ca§a
tuto el mondo ta§arà.

Anche le villotte friulane, che rappresentano un tipo specifico, con diffusione limitata al territorio linguistico friulano, sono in versi ottonari (ma altrenativamente piano e tronco). Esempio (Arboit 1876: 35):

Oh ce biel lu§or di lune
che’l Signor nus à mandat.
A bussà fantatis bielis
No l’è fregul di peciat.

Nell’Italia settentrionale il repertorio lirico-monostrofico su base endecasillaba risulta aver avuto una notevole presenza soprattutto nelle aree veneta (“villotte” o “vilote”) e romagnola.

Sono attestate diverse denominazioni regionali e locali: polesana (canto del Polesine, termine usato nel Veneto e in Lombardia), maitinada (mattinata, in Trentino), stranot (strambotto, in Piemonte), sturnel e rumanela (stornello e romanella, in Emilia-Romagna).

Altri termini fanno riferimento al carattere del testo, come botonada (canto satirico, in Istria).

Altri ancora al modo di esecuzione: canti a la stesa (a distesa, in Romagna), a la longa e a pèra (alla lunga e a coppia, in Istria).

Ancora nell’Ottocento è documentato in alcune parti del Veneto l’uso di danzare al canto della villotta, con l’accompagnamento del zimbalo (tamburello con sonagli).

Diversi canti hanno perciò conservato la liolèla (refrain con sillabe nonsense di imitazione strumentale) o il nio (nido, strofetta in versi più brevi su ritmo più brillante e veloce), che venivano aggiunti alla villotta base ai fini del ballo.

In alcuni centri italiani dell’Istria meridionale le villotte vengono (o venivano) eseguite in forma diafonica (a due voci non parallele) secondo modelli arcaici di grande interesse etnomusicale.

Pur nella variabilità delle scale, dei modelli melodici e dei rapporti tra le voci, sono chiaramente riconoscibili dei tratti di fondo comuni, in particolare l’uso di scale diverse dal modo maggiore, la tendenza alla vocalizzazione e alla decorazione melismatica e l’andamento spesso non parallello delle voci (moto obliquo: una voce muove mentre l’altra tiene o ribatte il suono; moto contrario: una voce sale e l’altra scende), con conclusione prevalentemente all’unisono o all’ottava.

Inoltre si nota la relativa libertà delle figurazioni metriche, una certa indipendenza ritmica delle due parti, la presenza di note tenute a lungo specialmente in fine di frase.

Ancora ampiamente documentato nelle raccolte dei folcloristi ottocenteschi, il canto lirico-monostrofico nel Nord Italia è entrato in rapida crisi nel Novecento, fino a quasi sparire dall’uso.

Sopravvive più spesso su melodie che mostrano ascendenze toscano-laziali (“stornello”), nei quali l’endecasillabo per esigenze musicali si allunga, spesso con l’aggiunta di una sillaba asemantica o pleonastica (ad esempio e o ma), presentandosi così in forma di due emistichi (un settenario più un quinario). Esempio (Istria, Starec 2004: 82):

Tu pasi per di qua ma pasi invano
ti frugherai le scarpe sarà il tuo dano.

I CANTI EPICO-LIRICI (“BALLATE”)

Fra le composizioni di tipo strofico che presentano uno sviluppo narrativo (più o meno ampio), è riconoscibile un genere specifico, definito dai folcloristi italiani come “epico-lirico” (o, con termine derivato dall’uso anglosassone, “ballata”).

Si tratta di un repertorio che ha ampia diffusione in vari paesi europei (e in alcuni territori d’oltremare colonizzati dagli europei).

Il corpus dei canti epico-lirici italiani, attestati soprattutto nelle regioni settentrionali, ma non sconosciuti nel centro-sud, trova riscontri particolarmente in Francia e in Catalogna.

Le ballate conservano frequentemente temi e moduli narrativi di carattere decisamente arcaico, anche se una parte delle versioni raccolte mostrano caratteri relativamente più modernizzati.

Vengono comunemente classificate con il titolo convenzionale adottato nei “Canti popolari del Piemonte” (Nigra 1888).

In area veneta risulta documentata complessivamente una quarantina di ballate (in moltissime varianti), alcune delle quali non presenti nel Nigra.

Ad esempio, nella provincia di Verona risultano raccolte complessivamente 42 ballate (Conati 1976: 613-615).

In Istria ne sono state rilevate 41 (Starec 2004: 94-96), nel Friuli 39 (Starec 1991: 336-341).

Di norma, i canti epico-lirici presentano l’esposizione sintetica di un singolo avvenimento, senza antefatti, in forma impersonale, spesso dialogata, con descrizione sommaria dei personaggi e dell’ambiente, senza digressioni liriche e con largo impiego di formule.

Dal punto di vista metrico, sono caratterizzati dall’uso di una particolare struttura, detta appunto “metro epico-lirico”, il cui verso-tipo risulta formato da due emistichi di varia lunghezza, uno piano ed uno tronco (o viceversa). Esempio (Venezia, Bernoni: XI: n. 2 “Fior di tomba” e 4 “Il tamburino”):

Sta matina me son levata, più a bonora che leva ‘l sol.
Ma dime o buon signor me deu la vostra figlia?

Non di rado si ha un terzo verso tronco. Esempio (Venezia, Bernoni: XI, n. 1 “Tentazione”):

Bon dì e bon giorno o pare e mare bon dì e bon giorno ve sia donò
la mia sorela dove l’andò?

Questa struttura metrica conferma come le ballate vadano ritenute proprie, anche se non esclusive, delle regioni settentrionali, dove si parlano i dialetti gallo-italici, che hanno appunto un andamento prevalentemente ossitono, con la presenza di molti vocaboli tronchi.

La forma linguistica generalmente è mista (italiano-dialetto).

Si hanno tuttavia versioni (di formazione e diffusione presumibilmente più recenti) quasi interamente in italiano, mentre in Piemonte (area di massima presenza in Italia) la veste dialettale appare prevalente. Ad ogni modo, nelle sedi metriche obbligate (vale a dire in fine di verso), si incontrano spesso termini non riconducibili a forme o tutte italiane o viceversa tutte dialettali.

Se ne può dedurre che i canti epico-lirici siano stati composti usando una lingua “poetica” artificiale, che unisce originariamente forme italiane e dialettali. ).

Si vedano per esempio il secondo e il terzo verso di “Donna lombarda” (Istria, Starec 2004: 94):

Come vuoi che io ti ami se ho già marì.
Quel bricone di tuo marito falo morìr.

dove in sede metrica obbligata si incontrano sia la forma marì (dialettale) che quella “marito” (italiana).

In alcune ballate sono presenti dei refrain o ritornelli, talvolta brevi, in altri casi molto più articolati.

Esempi relativi a diverse versioni de “La pesca dell’anello” (Istria, Starec 2004: 94):

bianco di ro§e ramo d’un fior
pianta di ro§e ramo d’un fior oilà bela la §è
ravanei regolàr barbabiètole spelàr gira l’onda al mar

Si noti infine che alcuni dei canti narrativi presenti nella raccolta del Nigra non sono in metro epico-lirico. E’ il caso fra le altre de “La rondine importuna”. Esempio (Polesine, Cornoldi: p. 265):

In dov’ela la Romagnola?
L’è là in camera serada che la dormiva sola.

Viceversa alcuni canti che si possono considerare a pieno titolo ballate mancano nella raccolta Nigra.

Tra i più comuni vi è “Il falso pellegrino” (titolo convenzionale dato dal Ferraro). Esempio (Bernoni 1872: IX, n. 7):

Gentilomo del bel saludo ‘na matina co ‘l s’à levà.

Dal punto di vista musicale, si incontrano sia melodie ben differenziate, sia melodie uguali o molto simili in aree anche distanti. Le lezioni di tipo interregionale rimandano ad un modello comune, presumibilmente affermatosi in una fase relativamente recente, tra la fine dell’Ottocento e la Prima guerra mondiale.

L’esistenza di versioni assai differenziate testimonierebbe invece, accanto ai processi di trasmissione e modificazione interni alle comunità del mondo popolare, la loro diffusione in rifacimenti successivi ad opera di cantori professionisti di piazza (“cantastorie”) e attraverso la vendita di versioni a stampa (“fogli volanti”).

CANTI RELIGIOSI E CALENDARIALI

In molti casi l’origine dei riti calendariali è riconducibile alle fasi delle stagioni agricole e a manifestazioni cerimoniali precristiane. Spesso risultano evidenti la sovrapposizione di elementi cristiani su substrati più antichi, e forme di sincretismo.

Così alcuni degli usi legati alle celebrazioni del solstizio d’inverno, che coprono il cosiddetto periodo delle “dodici notti” che va dalla vigilia di Natale all’Epifania, certamente perpetuano culti solari precristiani.

Questi usi, connessi ad intenti di propiziazione della fertilità in occasione del rinnovamento delle stagioni, spesso sono intrecciati a pratiche di iniziazione.

Le compagnie giovanili intervengono cioè come mediatrici (secondo la logica simbolica del pensiero analogico, che associa la rinascita del ciclo annuale all’ingresso di nuovi componenti nel gruppo comunitario), assumendo il compito dei canti di questua e fornendo una specie di “servizio sociale” accettato e ricompensato.

Una parte dei canti rituali impiegati nelle questue mostra elementi non derivati dalla tradizione cristiana.

Le feste della fase primaverile (almeno nell’Italia settentrionale) sono invece quasi totalmente cristianizzate, e assimilate alle celebrazioni della risurrezione di Cristo del periodo Pasquale.

Il periodo carnevalesco, pur essendo quello che ancora presenta la maggiore partecipazione popolare, talvolta conservando in alcune sue manifestazioni tratti arcaici, offre un minor numero di canti specifici e in genere non molto antichi (più numerosi i balli).

I canti religiosi raccolti dalla tradizione orale nella maggior parte dei casi sono dunque di origine colta, e rappresentano quella parte fra le composizioni sacre a destinazione popolare (edite soprattutto dalla metà del

Cinquecento alla metà del Settecento) che ha conosciuto una effettiva e durevole circolazione.

Rappresentano la parte del repertorio tradizionale che meglio è possibile affrontare in prospettiva storica, attraverso l’esame delle molte raccolte a stampa di canti devozionali (più sovente senza musica, ma anche con notazione musicale).

Numerosi testi rilevati nell’uso popolare hanno certamente conosciuto varie fasi di diffusione, anche con processi di ripresa e di reintroduzione nell’uso, e verosimilmente la trasmissione del testo verbale fu sempre supportata, anche in tempi di solo parziale alfabetizzazione, dalla scrittura (l’opuscolo a stampa come il quaderno manoscritto).

In tutta Italia erano anche in uso molte melodie di tradizione orale su testi latini (in Veneto, Friuli e Istria questo repertorio era conosciuto come canto patriarchino).

Alla crisi del repertorio latino, oggi scomparso quasi ovunque, ha contribuito in modo determinante l’adozione della nuova liturgia dopo il Concilio Vaticano II.

CANTI INFANTILI

Nel repertorio infantile spesso una distinzione tra i canti “per” l’infanzia e quelli più propriamente “del "l’infanzia non è nettamente delineabile.

Frequentemente il medesimo testo, con tutte le combinazioni e incatenature possibili nella tradizione orale, poteva essere impiegato sia dagli adulti, a scopo di intrattenimento e di inculturazione, sia dai bambini nei giochi di gruppo, in funzione socializzante.

In linea di massima, tuttavia, si possono distinguere le ninne nanne, le filastrocche usate dagli adulti per far giocare i bambini, le filastrocche e formule generiche di conta usate dai bambini, le formule usate dai bambini per giochi specifici (spesso con carattere iterativo).

Di norma i materiali infantili si collocano fra quelli in cui più prevale il registro linguistico dialettale (e in molti casi non hanno precise corrispondenze nei repertori di regioni diverse). Spesso contengono frasi apparentemente senza senso e presentano un succedersi di elementi e immagini collegati da nessi logici ai limiti dell’assurdo.

In diversi casi si possono ritenere sopravvivenze di un sostrato mitico (e magico), rimasto in funzione ludica.

Musicalmente si riscontrano frequentemente scale ridotte trifoniche e tetrafoniche.

In alternativa al canto o in combinazione con esso può essere usato un declamato ritmico senza intonazione precisa,

che sta ai limiti tra il parlato e il cantato.

Il carattere delle melodie è generalmente sillabico, indice del predominante interesse al testo.

Il ritmo è ben marcato e tendenzialmente semplice e regolare, anche perchè spesso legato alla funzione ritmica corporale (sia dell’adulto che del bambino).

Le formule melodiche in genere non sono molto caratterizzate, nel senso che possono anche essere impiegate indifferentemente con testi diversi.

CANZONI

Vi è poi un largo gruppo di canti, la cui origine e diffusione è verosimilmente riconducibile soprattutto al periodo tra la prima metà dell’Ottocento e la Prima guerra mondiale.

Sono canti dunque di formazione relativamente recente, i quali se pure vennero rilevati furono scarsamente presi in considerazioni dai folkloristi del XIX secolo e del principio del XX, dal momento che non fanno parte delle due antiche famiglie dei canti lirici-monostrofici e di quelli narrativi (nè avendo carattere religioso).

Di fatto si riconoscono per esclusione e si usa designarli semplicemente come “canzoni”. Nelle raccolte sono spesso raggruppati sotto la dicitura “canti vari”, o sotto categorie non molto meno generiche, come “canti d’amore e di gelosia”, oppure “canti giocosi e burleschi, canti bacchici”, e simili.

Sia dal punto di vista linguistico che musicale, questi canti presentano caratteri interregionali e si rilevano in aree anche distanti in versioni molto simili.

Si può ritenere in linea generale che rispecchino piuttosto una condizione artigiana e operaia che contadina e siano stati diffusi (naturalmente anche nel mondo rurale) soprattutto dai movimenti migratori dei lavoratori stagionali e durante gli eventi bellici e il servizio militare, nonché da cantastorie professionisti.

La maggior parte dei testi sono in una sorta di italiano popolare interregionale con caratteri genericamente settentrionali, ma si hanno naturalmente forme dialettali e riferimenti e adattamenti locali.

Hanno comunemente versi di otto, nove, anche dieci sillabe, spesso raggruppati in quartine di tre versi piani e il quarto tronco.

Si possono tuttavia riscontrare molte altre combinazioni metriche.

Le stesse caratteristiche sono presenti in canti che, in relazione al loro contenuto specifico, o al loro uso in particolari contesti o da parte di specifiche categorie umane, si usano definire “canti del lavoro e sui mestieri, canti nuziali e conviviali, canti dei coscritti e militari, canti di carcere, canti storici e politici”.

Trattandosi della parte di repertorio ancor oggi meno studiata dalla demologia e dall’etnomusicologia, spesso si presenta molto arduo riconoscere le origini, segnalare le concordanze, definire le aree di diffusione.

Per alcuni canti è possibile rintracciare le fonti a stampa (opuscoli e fogli volanti prodotti da tipografie specializzate e destinati alla circolazione in ambito popolare) e seguire le trasformazioni prodottesi nella tradizione orale.

Alcuni canti derivano certamente da canzonette dialettali d’autore (composte a partire dal 1890 circa).

Estratto da:

  • SORAIMAR - http://www.soraimar.it/archivio/testoBreve.asp?TA=A&ID=5737 © All rights reserved.

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Created: Sunday, January 13, 2008; Last updated: Sunday, January 13, 2008
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