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Il naufragio dell' «Elvira F.» nelle acque di Veruda
La tragedia di un trabaccolo riminese avvenuta nell’ottobre del 1911 nei pressi di Pola

di Attilio Petris

L’ "Elvira F." era una delle tante imbarcazioni che facevano la spola, agli inizi del secolo scorso, tra la costa romagnola e quella istriana. Suo malgrado, però, divenne protagonista di una tragedia del mare, consumatasi nelle acque di Veruda, presso Pola, il 27 ottobre del 1911. La notizia della sciagura fu data in anteprima dal "Corriere della sera" e ripresa nel riminese da "Il Momento" che la annunciò alla città il 3 novembre, come ci fa sapere Roberto Venturini, responsabile del supplemento "Uomini e Mare" della "Voce di Romagna".

Il trabaccolo "Elvira F.", della marineria di Rimini, fu speronato "da altro veliero" e colò subito a picco. Dei cinque marinai di bordo si salvò soltanto il mozzo quindicenne mentre tutti gli altri perirono. Determinante e causa prima del naufragio fu un "fortunale da Libeccio" che investì quel tratto di mare rendendo così diffi cile la manovra alle imbarcazioni.

Quel viaggio disgraziato

L’"Elvira F." era un trabaccolo da carico che, analogamente a tante altre imbarcazioni di Rimini, faceva la spola tra la costa romagnola e quella istriana. In quel viaggio disgraziato il carico era composto da "materiali laterizi", come precisa l’articolo, che ne indica pure il valore: 6000 lire, lasciandoci così un dato prezioso circa l’importo delle merci che viaggiavano via mare. Il proprietario era il Sig. Luigi Fabbri.

L’equipaggio era composto dal comandante, tre marinai e dal mozzo, come sempre giovanissimo. Tre persone appartenevano alla famiglia Bianchini. Antonio fu Giovanni era il comandante del trabaccolo e altre fonti confermano che egli vi svolgeva questo ruolo da molti anni. A bordo, come marinaio, c’era anche suo fratello Giuliano, assieme ad Antonio Bianchini, figlio di Mauro e probabilmente cugino degli altri due. Tutti e tre perirono nel naufragio assieme a Pasquale Luzzi, l’altro marinaio anch’egli discendente di una famosa famiglia marinara riminese. Certamente egli era un ascendente di un altro marinaio riminese che il destino accomunò alla sorte dell’avo: nel 1995 Giorgio Luzzi perì allo stesso modo nel naufragio del "Parsifal", l’imbarcazione a vela che affondò nel golfo del Leone mentre era impegnata in una regata, una sciagura che rievochiamo in un quadretto a parte.

L’unico superstite il mozzo quindicenne

A causa dell’urto il trabaccolo si sommergeva all’istante, trascinando nei gorghi infiniti del mare due marinai, dei quali non viene precisato il nome. Gli altri, balzati in mare - riferisce la cronaca - poterono afferrarsi al battello, già capovolto, e sul fondo del medesimo attendere con ansia indicibile chi poteva loro salvare la vita.

Il racconto della tragedia consente di identifi care con precisione i marinai che affondarono con l’imbarcazione. Si tratta, appunto, di Pasquale Luzzi e di Antonio Bianchini, il cugino del comandante, i quali non riuscirono ad abbandonare la barca forse perché imprigionati dal carico che a causa dell’urto e dell’inclinazione della barca si era probabilmente spostato. Oltre al mozzo, riuscirono a lasciare il trabaccolo anche il capitano ed un marinaio tra loro fratelli, cioè Antonio e Giuliano Bianchini. Il battello sul quale cercarono scampo era però capovolto e i tre vi si aggrapparono, non si capisce se restando in acqua o issandosi sulla chiglia. In ogni caso le onde dovevano rendere alquanto instabile quella posizione e forse i due più anziani non riuscirono neppure a salirvi. Per certo sappiamo che i due fratelli alquanto avanti in età, precisa l’articolo, non resistettero all’infuriare dei marosi ed al freddo della notte (...) ed uno dopo l’altro sparirono nel mare. Soltanto il mozzo, Giuseppe Renzi, riuscì a resistere alle intemperie e alle onde e all’indomani venne fi nalmente salvato nel pomeriggio da una torpediniera austriaca che si era recata alla ricerca dei poveri infelici.

Il «vascello fantasma»

A questo punto ci si interroga sulla sorte dell’altra imbarcazione. L’articolo non ne parla, lasciando così più che un interrogativo. Se fosse rimasta a galla avrebbe in qualche modo tentato di soccorrere i naufraghi, che invece non ebbero altra possibilità che cercare scampo su una scialuppa rovesciata. Forse la forza del mare allontanò subito l’altro veliero che poteva anche essere in condizione di non manovrare diventando così irraggiungibile. C’è anche la possibilità che la seconda delle imbarcazioni coinvolte nello speronamento sia anch’essa affondata rapidamente, ma riteniamo che in questo caso l’articolo ne avrebbe dovuto dare notizia. C’è invece uno strano silenzio, come se quella notte l’"Elvira F." avesse urtato un vascello fantasma immediatamente svanito dopo l’incidente.

Tempo dopo il naufragio fu ritrovato il corpo di uno degli uomini di quell’equipaggio. A recuperarlo fu un altro trabaccolo riminese, il "Natalina", al comando del concittadino Giulio Scalesciani, un altro nome noto nella marineria cittadina. Quel cadavere, per quanto lo stato della salma fosse in putrefazione, fu riconosciuto essere del marinaio Bianchini Giuliano. Il corpo fu rinvenuto allo sbocco del Quarnaro e precisamente nelle acque al fanale della Promontora (Istria), in Istria, e trasportato fino a Pola, luogo di destinazione del "Natalina", dove vennero resi distinti funerali al povero naufrago. Interessante notare che alla cerimonia funebre prese parte numerosa la marineria e la cittadinanza, particolare che rivela quanto le due comunità fossero legate e che lascia intendere anche la presenza nell’area polese di altri marittimi riminesi.

La sincera fratellanza della classe marinara

A Rimini invece si era svolta l’altra commemorazione dei marinai periti nel naufragio. La cerimonia fu iniziativa della Società Marina, la quale organizzò un mesto corteo (...) dalla sede sociale al cimitero, dove questo sodalizio e la marineria intera deporranno domani al Cimitero, sulle lapidi che ricordano altre sventure nostre, corone di fiori. Alla cerimonia parteciparono oltre 500 marinai con a capo la bandiera della propria Società, seguito da numerosi cittadini. Il corteo, dopo avere attraversato le vie principali della città, depose nove magnifiche corone alla lapide che ricorda altro naufragio. L’omaggio reso ai poveri compagni delle vittime del mare è prova dell’animo nobile e della fratellanza sincera che tanto distingue la laboriosa classe marinara.

Come sempre avveniva in occasione dei naufragi, che lasciavano la famiglia superstite nell’indigenza, scattò la solidarietà nella comunità portuale e in tutta la città. Il giornale dette ampio resoconto tanto dei sottoscrittori quanto delle cifre che furono raccolte.

Tratto da:

  • La Voce in Più, Mare, 12 marzo 2008, p. 5. © All copyrights reserved.

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Created: Wednesday, April 01, 2009; Last Updated: Monday, August 10, 2015
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