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Il bragozzo

Se è esistita in Adriatico una barca, cui si possa assegnare il ruolo di portabandiera dei pescherecci, questa è senza dubbio il bragozzo, che in gran numero di esemplari ha battuto il nostro mare quant'è lungo e quant'è largo fino a non molto tempo fa. E ancora non è sparito del tutto, sia pure trasformato o, meglio, adattato per la navigazione a motore con tuga e trocani d'albero non per portare vele ma per manovrare le reti o alzarle ad asciugare.

Di oscura origine valliva, troviamo traccia del bragozzo già in certi documenti veneti del Settecento, ma la sua fortuna ha avuto inizio nel secolo seguente allorché i Chioggiotti ricorsero ad esso per motivi di economicità quando divenne troppo gravoso l'impiego della tartana da pesca, che costituiva il nerbo della flotta peschereccia di Chioggia. Sapevano bene quello che facevano, non per nulla essi erano saliti in testa nella graduatoria nazionale tenendo per un secolo e passa il primo posto indiscusso. Barca proletaria, efficiente, operosa e tenace senza tema di raffronti, capace di lottare con gli elementi della natura efatta per marmai che sapevano il fatto loro. Non può destar meraviglia la rapida sua diffusione essendo stata adottata in buon numero anche in Romagna, in Istria e nel Quartiere

Simbolo di un'epoca, il bragozzo è stato un tipo di barca che si lasciava identificare a prima vista anche da lontano: prua a slancio rientrante, fondo piatto, grande timone a calumo che serviva anche da deriva, ma soprattutto i due alberi di differente lunghezza, più corto il primo, più alto il secondo, portanti ciascuno una vela al terzo di differente grandezza.

Barca umile ma tutt'altro che rozza. Lo scafo era tenuto nero per ragioni dii economia, del colore cioè della pece con la quale veniva accuratamente impermeabilizzato. Ma i Chioggiotti si facevano tuttavia un dovere di decorare il mascone e il capodibanda con motivi spesso molto elaborati e vivacemente policromi secondo una tradizione assai rispettata. Basti por niente ai caratteristici «angeli musicanti», che facevano spicco ad ali spiegate, con lunghe trombe, da Bragozzo una e dall'altra parte della prua, eseguiti a costo di spendere l'ultima lira.L'elemento decisamente degno di nota era dato dalla coloritura e dalla decorazione delle vele in funzione di segnalamento ottico di proprietà rispondente ad una specie di araldica folcloristica tradizionale molto ricca di simboli, accanto a particolari segni alfabetici e numerali. Simbologia tanto diffusa da essere adottata anche sulle vele di altri tipi di barche, di là e di qua dell'Adriatico. Nella gamma dei colori anno predominato il rosso mattone e il giallo ocra, ma non sono stati rari l'azzurro, il verde e il nero. Cromatismo e simbologia che non esitiamo a considerare unici non avendo eguali per ricchezza e fantasia in nessuna altra parte del mondo, dove si possono trovare decorati più gli scafi che le vele.

In fatto di decorazione inerita un cenno, ancora, la banderuola segnavento detta «dmarola» o «penel», alzata su entrambi gli alberi, ma particolarmente elaborata quella dell'albero maggiore.

Il bragozzo era barca specializzata nella pesca con la «coda», la rete a strascico oggetto di polemiche, di limitazioni e di divieti, ragione di liti rivierasche a non finire, motivo di baruffe tra i pescatori delle due sponde dell'Adriatico, movente di lagnanze e oggetto di ricorsi dei quali sono piene le cronache del passato. Ed ogni tanto se ne riparla ancora, protagonisti questa volta i nuovi potenti pescherecci moderni, che nel giro di pochi anni hanno fatto sparire le romantiche flottiglie dei bragozzi con le loro vivaci vele colorate.

Tratto da:

  • Aldo Cherini & Paolo Valenti, Il mare di Trieste e dell'Istria, Associazione Marinara "Aldebaran", Edizioni Luglio (Trieste, 2004), p. 109-111. All rights reserved.

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This page compliments of Aldo Cherini, Marisa Ciceran & Pietro Valente

Created Thursday, January 20, 2005; Last updated: Monday, August 10, 2015
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