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La brazzera

Andar a cercare l'origine della brazzera con l'aiuto dell'etimologia secondo la quale questo tipo do barca verrebbe dall'isola dalmata di Brazza non ci sembra cosa sostenibile. Certo è che la brazzera ha trovato nell'ambiente marino dalmatico l'impiego più diffuso e longevo sia nel piccolo cabotaggio che in altri usi, tanto che lungo quelle coste non è difficile trovare ancora non pochi esemplari sia pure trasformati con tughe e motori.

Ma la brazzera è stata molto diffusa anche nel Golfo di Trieste e nell'Istria dove, anzi, a Pirano e a Capodistria, ha avuto i principali centri di armamento.Va subito detto che il tipo istriano si presentava alquanto diverso sia per quanto riguarda lo scafo, che ha avuto maggiore capacità di carico, sia per particolari costruttivi, sia per il fatto che in Istrìa questo tipo di barca non è stato mai impiegato nella pesca. Talune brazzerc dalmatiche sono tanto piccole da non essere pontate. E una barca molto interessante, sparita quasi all'improvviso nel corso degli anni trenta perché ha risentito per prima della rivoluzione in corso nel trasporto dei piccoli carichi.

Può sembrare a prima vista una riduzione del trabaccolo, cioè un trabaccolo ridisegnato in scala ridotta con un albero solo. Ma ciò risulta subito molto dubbio quando si considerino due fatti: sono esistite brazzere anche a due alberi e l'attrezzatura velica d'origine è data dalla vela latina (triangolare) generalizzatasi m tempi molto antichi, all'epoca dell'impero bizantino. Il trabaccolo munito di vela al terzo sarebbe venuto, pertanto, dopo, almeno nella forma conosciuta nei nostri giorni, come adeguamento alle esigenze di sviluppo dei traffici cabotieri, senza invadere il campo di attività della brazzera anche in ragione delle diverse capacità di carico e del diverso pescaggio.

Va notata anche un'altra caratteristica peculiare della brazzera: lo spostamento a due alberi dell'attrezzatura velica, sia ad un albero che a due alberi, a proravia in modo dalasciare libera buona parte della coperta per le manovre d'imbarco e di sbarco e per i passeggeri che potevano trovare un passaggio senza intralciare il lavoro dei marinai. Emerge con ciò l'impiego della brazzera in antico, il trasporto misto, e conosciamo i capitolati e le regole, ad esempio, che vincolavano il pubblico tra-ghettiere sulla linea giornaliera tra Capodistria e Trieste.

Lo scafo si presentava somigliante, grosso modo, a quello del trabaccolo ma non senza caratteristiche proprie: la ruota di prua poteva essere molto, arrotondata, quasi a mezzo cerchio; il bolzone era molto accentuato, la coperta si presentava, cioè, curvata a schiena d'asino per tenere il boccaporto fuori dell'acqua quando questa saliva attraverso gli ombrinali sotto pieno carico; la carena era di forme solitamente più avviate, più eleganti; la vela latina originaria era inserita su di una verga molto lunga, di manovra difficile tanto da essere sostituita in molti esemplari dalla più maneggevole vela al terzo; la brazzera ad un albero portava sempre una lunga asta di prua con polaccone, che, in porto, doveva venir alzata quasi verticalmente per non provocare o ricevere danni. In assenza di vento, la propulsione poteva avvenire anche a remi, due, tre o quattro. In comune col trabaccolo troviamo sul mascone, in pronunciato rilievo gli occhi apotro-paici e, a poppa, il timone a calumo e a spalla stretta.

Navicella molto interessante, ripetiamo, che attende di essere studiata convenientemente e riportata in piena luce nelle sue componenti storione, etimologi-che, costruttive e operative con l'aiuto anche di certi vecchi modellini pressoché ignorati, che si trovano in qualche museo.

Tratto da:

  • Aldo Cherini & Paolo Valenti, Il mare di Trieste e dell'Istria, Associazione Marinara "Aldebaran", Edizioni Luglio (Trieste, 2004), p. 104-8. All rights reserved.

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This page compliments of Aldo Cherini, Marisa Ciceran & Pietro Valente

Created Thursday, January 20, 2005; Last updated: Monday, August 10, 2015
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