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Il trabaccolo

Fino a poco tempo fa, rintanato in un angolo della Sacchetta di Trieste (come del resto a Monfaìcone ed a Grado), si poteva vedere un trabaccolo in disarmo, uno degli ultimi esemplari di una categoria, che in gran numero aveva battuto in lungo ed in largo le onde dell'Adriatico, dalle Puglie e dalla Dalmazia fino al nostro golfo, in trasporti di piccolo cabotaggio visitando ogni porto, ogni approdo, ogni insenatura o ridosso che si fosse prestato con un minimo di fondale. Quasi vergognosa della sua livrea di dimesso cinerino appena filettato di rosso e di verde, questa navicella sembrava volersi nascondere tra la selva di svettanti alberature e di fiammanti scafi delle imbarcazioni da diporto e da regata, che (oggi si contendono, le une a fianco delle altre, ogni specchio d'acqua ridossato.

Eppure il trabaccolo, nel suo genere, è stato un purosangue. Non un barcone qualsiasi ma una vera navicella, principe dei piccoli traffici fino all'avvento della goletta, venuta all'ultimo momento da altri mari per tentare di ridar vita alla navigazione a vela destinata ormai a cedere il passo al motore a combustione interna e, infine, al trasporto su strada.Lo troviamo, negli anni venti e trenta - basta sfogliare qualche vecchio libro o esaminare vecchie cartoline - ad affollare le rive di Trieste, dalla Lanterna al Porto Franco vecchio, o, a Pola, a misurarsi con gli archi dell'Arena, o a guadagnarsi un posto di attracco accanto ai vaporini costieri lungo le rive di Rovigno, Parenzo, Pirano, Capodistria e così via, tra file di botti, pile di sacchi, assi e carri, in pazienti operazioni di carico e scarico. I trabaccoli erano al centro di una attività minuta ed incessante come quella delle formiche e delle api, tra mare e terra, terra e mare, capaci di infilarsi anche su per i canali della Bassa Friulana e del litorale Veneto a dare il cambio ad altre barche proprie della navigazione interna. Lenti, panciuti, pittoreschi, carichi sino all'inverosimile tanto da farsi venire l'acqua in coperta (molto arcuata per tenere fuori il grande boccaporto di carico), portavano e prendevano di tutto, ridotti da ultimo a caricare merci povere di massa come sabbia, pietrisco, mattoni, con equipaggio di pochi uomini, cotti dal sole e dal salso, parsimoniosi, infaticabili e di poche pretese, espertissimi sia nella navigazione marina che in quella lagunare conoscendo a menadito coste, fondali, correnti e venti. Navicella robusta e capace, il cui carico si misura-Trabaccolo va in «vagoni», era munita di chiglia con carena ben raccordata, e presentava unarobusta ruota di prua un po' rientrante, con mascone rigonfio caratterizzato da due grandi occhi apotropaici stilizzati, testimonianza di antichissime derivazioni, che si riportano alle navi egee. La poppa era pressoché perpendicolare e munita di timone a calumo, cioè con pala più profonda della chiglia, che un paranco poteva sollevare in caso di bisogno. L'attrezzatura velica comprendeva un grande flocco (polaccone), con asta mobile e due alberi fìssi alzanti ciascuno una grande vela al terzo (cioè con Tasta o pennone superiore rissato ad un terzo della sua lunghezza) munita di pennone ancher lungo il lato inferiore. Vela, questa, tipica dell'Alto Adriatico, generalmente molto alta, dipinta di giallo o di rosso mattone, e talora, ma non frequentemente, con segni ottici di riconoscimento.

Nell'intento di stare al passo con i tempi, il trabaccolo aveva imbarcato, negli anni venti, i primi motori economici a basso numero di giri il cui caratteristico «pop-pop» si espandeva pigro e sonnolento sul mare delle giornate di calma.

Lo scafo era dipinto con cura, superiormente filettato di colori diversi, mai troppo vivaci. Era curata particolarmente la prua, che nella parte interna mostrava una specie di travatura orizzontale di rinforzo, detta «zoia», decorata in varia guisa ad intaglio e colore con motivi floreali o zoomorfì e con la data di costruzione. Altra decorazione del genere si trovava anche nel corrispondente settore di poppa. Navicella non priva quindi di una sua estetica e non rara a comparire nelle tele dei pittori di marina.

Del trabaccolo è esistita anche una versione alleggerita da pesca, propria della bassa Romagna e delle Marche (barchet), ma con qualche esemplare anche nelle acque triestine dove veniva chiamato «bacalo».

Navicella robusta, si è detto, e marina. Ne è prova l'impiego in vari servizi espletato in tempo di guerra in centinaia di esemplari non solo come unità ausiliaria ma anche con compiti di prima linea, con la conseguenza di un pesante tributo pagato in vari teatri della guerra marittima, dall'Adriatico all'Egeo e al Mediterraneo centrale.

Tratto da:

  • Aldo Cherini & Paolo Valenti, Il mare di Trieste e dell'Istria, Associazione Marinara "Aldebaran", Edizioni Luglio (Trieste, 2004), p. 103. All rights reserved.

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This page compliments of Aldo Cherini, Marisa Ciceran & Pietro Valente

Created Thursday, January 20, 2005; Last updated: Monday, August 10, 2015
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