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STORIA Un «progetto» per ritrovare la quarta elica del transatlantico
affondato sessant’anni fa davanti a Semedella
«Rex», quel che resta del re dei mari
Dall’«amarcord» di Fellini dell’ultimo viaggio verso Trieste al relitto
depredato
L’hanno «ucciso» senza alcuna ragione, se non quella di colpire con
centinaia di bombe al fosforo un simbolo dell’Italia e della sua marineria.
L’hanno incendiato nel tratto di mare tra Capodistria e Isola, quando l’
enorme scafo era già arenato e del tutto incapace di muoversi.
Ora, a sessant’anni di distanza, si ritorna a parlare dell’affondamento del
«Rex», l’unico transatlantico del nostro Paese che fu capace di conquistare
il Nastro Azzurro: era il 1933 e per due anni il record della traversata
atlantica fu suo.
L’inutile affondamento, il cui «merito» va a sei Beaufighters della Royal
Air Force di stanza a Falconara, paradossalmente ha contribuito a non far
scomparire nell’oblio questa magnifica nave dell’Ansaldo. Il «Rex» e la sua
storia sono stati salvati dall’«effetto Titanic», perché le navi «finite
male» non escono mai di scena, al contrario di quelle che concludono
mestamente i loro giorni in un cantiere di demolizione.
Del relitto del «Rex», nel tratto di mare in cui è stato colpito a morte l’8
settembre del 1944, apparentemente non resta nulla di visibile. Al
contrario, sembra che una delle sue quattro eliche sia ancora nascosta sotto
uno spesso strato di sabbia e sassi a poco più di 300 metri dalla linea di
costa, davanti a Semedella. Quando il transatlantico ferito a morte si
adagiò sul fianco di sinistra, l’elica più esterna fu spinta nel fondo del
mare dalla forza immensa dello scafo (oltre 50 mila tonnellate di stazza
lorda). Giù, sempre più giù nel fango.
Le altre tre eliche sono state invece recuperate nei febbrili lavori di
demolizione del transatlantico protrattisi fino alla metà degli anni
Cinquanta. Tutto il metallo finì negli altiforni yugoslavi.
Quest’elica con quattro pale fusa in bronzo speciale, 4,74 metri di
diametro, 16 tonnellate di peso, dovrebbe essere sfuggita alle ricerche e al
recupero. Le altre tre, al contrario, sono state rifuse e vendute a lingotti
sul mercato dei metalli speciali come «bronzo Rex»: un marchio, una certezza
di qualità. Lo scrive a chiare lettere Maurizio Eliseo nel suo bel e
documentato volume edito da Tormena. Il titolo è «Il transatlantico Rex.
Ship of ship».
Le testimonianze sul mancato ritrovamento della quarta elica sono piuttosto
circostanziate. Manca all’appello quella esterna di sinistra. Tentarne l’
individuazione e il recupero non è certo facile, ma qualcosa andrebbe
tentato. Dell’ammiraglia della flotta mercantile italiana degli anni Trenta
si è salvato poco o nulla: la campana che delle ancore è conservata a Roma e
le lettere del nome che erano fissate di prora a dritta, sono depositate in
un giardino privato a Spalato.
Anche per venire a capo dell’enigma della quarta elica un gruppo di
appassionati di architettura navale e di storia di Capodistria e Isola hanno
varato il «Progetto Rex» e si ripromettono di raccogliere le testimonianze
di quanti hanno avuto a che fare con l’immensa nave «uccisa» sessant’anni
fa. Sia essendovi saliti a bordo sia avendo lavorato alla demolizione del
relitto. «Chiedete ai vostri genitori, ai nonni: scrivete i vostri ricordi,
potete mandarci anche delle foto all’indirizzo Rex@klub-plk-koper.si»
«Sono stato testimone oculare, sia pur da lontano dell’affondamento del
transatlantico. Avevo sette anni e assieme a decine di persone ho potuto
vedere dal piazzale antistante l’ospedale di Capodistria l’attacco degli
aerei» scrive Pietro Valente sul sito «istrianet.org/ people memories».
«Erano le 11 di mattina - ricorda - e il primo attacco con proiettili a
razzo non produsse danni rilevanti. Verso le 12.30 arrivò la seconda e più
consistente ondata di aerei che nel giro di mezz’ora provocarono a bordo del
transatlantico un incendio. Poi la nave si inclinò sul fianco. Tra le 17 e
le 18 il Rex fu sottoposto al terzo attacco, del tutto inutile: la nave era
già colpita a morte».
Il fumo dell’incendio per tre giorni fu sospinto dal vento fino a Trieste.
Era alimentato dal legno del rivestimento dei ponti, dalle vernici stese sul
metallo delle strutture e dello scafo. Il calore cucinò migliaia e migliaia
di «pedoci» attaccati alla carena, emersa dopo l’affondamento. Quei «pedoci»
abbarbicati alla carena dicevano che il «Rex» era fermo da anni, che non
correva più per gli oceani inseguendo record e consumando immense quantità
di carburante nelle sue caldaie.
La nave era già morta, vittima della guerra dichiarata da Mussolini il 10
giugno 1940 a Francia e Gran Bretagna. Il «Rex» era rientrato in Italia il
18 maggio, sbarcando a Genova gli ultimi 200 passeggeri. Fu l’ultimo
viaggio. Per proteggerlo dalle bombe, fu trasferito con equipaggio ridotto,
prima a Napoli, poi a Brindisi, poi ancora a Pola e infine a Trieste nel
giorno di ferragosto del 1940. Sessantaquattro anni fa. Di quel mesto
viaggio in Adriatico resta l’«Amarcord» di Federico Fellini che vide il
«Rex» al largo di Rimini, rimanendone incantato. La nave andava a morire.
Lui non lo sapeva.
A Trieste le fu assegnato un ormeggio al molo VI. A Pola tutte le
sovrastrutture erano state coperte da una mano di vernice grigia per
renderne meno visibile la sagoma. Centinaia di operai con pennelli e rulli
avevano cancellato i «tratti» somatici dei transatlantico.
Il «Rex» vestito di grigio entrò a far parte del paesaggio triestino. La
nave alta di bordo, che rivelava le sue ascendenze tirreniche, fu depredata
subito dopo l’8 settembre 1943. Il 9 i tedeschi avevano occupato la città e
i loro stivali ferrati risuonarono anche sui ponti dell’ex ammiraglia, ormai
ridotta a uno spettro. La ruggine si era insinuata sotto gli strati di
vernice. Iniziò la razzia. Posate, lenzuola, mobili, quadri, tappeti ma
anche verricelli e motori elettrici furono prelevati dai nuovi padroni, i
signori del Reich che amavano tanti i «souvenir d’Italie».
Trieste subì il primo pensantissimo bombardamento della guerra il 10 giugno
1944. Il «Rex» scampò anche alle incursioni aeree del 6 e 10 luglio. Il 5
settembre i tedeschi ne decisero il trasferimento: meta finale il canale di
Leme, ritenuto più sicuro del molo VI. Una manovra avventata del
rimorchiatore davanti alla costa di Semedella e il transatlantico si
incagliò. Lì lo trovarono i «Beaufighters» della Royal Air Force. Era l’8
settembre 1944.
Claudio Ernè |