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l domenica 15 agosto 2004.

Copyright Editoriale Il Piccolo S.p.A

STORIA Un «progetto» per ritrovare la quarta elica del transatlantico affondato sessant’anni fa davanti a Semedella

«Rex», quel che resta del re dei mari

Dall’«amarcord» di Fellini dell’ultimo viaggio verso Trieste al relitto depredato

L’hanno «ucciso» senza alcuna ragione, se non quella di colpire con centinaia di bombe al fosforo un simbolo dell’Italia e della sua marineria. L’hanno incendiato nel tratto di mare tra Capodistria e Isola, quando l’ enorme scafo era già arenato e del tutto incapace di muoversi. Ora, a sessant’anni di distanza, si ritorna a parlare dell’affondamento del «Rex», l’unico transatlantico del nostro Paese che fu capace di conquistare il Nastro Azzurro: era il 1933 e per due anni il record della traversata atlantica fu suo.  

L’inutile affondamento, il cui «merito» va a sei Beaufighters della Royal Air Force di stanza a Falconara, paradossalmente ha contribuito a non far scomparire nell’oblio questa magnifica nave dell’Ansaldo. Il «Rex» e la sua storia sono stati salvati dall’«effetto Titanic», perché le navi «finite male» non escono mai di scena, al contrario di quelle che concludono mestamente i loro giorni in un cantiere di demolizione.  

Del relitto del «Rex», nel tratto di mare in cui è stato colpito a morte l’8 settembre del 1944, apparentemente non resta nulla di visibile. Al contrario, sembra che una delle sue quattro eliche sia ancora nascosta sotto uno spesso strato di sabbia e sassi a poco più di 300 metri dalla linea di costa, davanti a Semedella. Quando il transatlantico ferito a morte si adagiò sul fianco di sinistra, l’elica più esterna fu spinta nel fondo del mare dalla forza immensa dello scafo (oltre 50 mila tonnellate di stazza lorda). Giù, sempre più giù nel fango.  

Le altre tre eliche sono state invece recuperate nei febbrili lavori di demolizione del transatlantico protrattisi fino alla metà degli anni Cinquanta. Tutto il metallo finì negli altiforni yugoslavi. Quest’elica con quattro pale fusa in bronzo speciale, 4,74 metri di diametro, 16 tonnellate di peso, dovrebbe essere sfuggita alle ricerche e al recupero. Le altre tre, al contrario, sono state rifuse e vendute a lingotti sul mercato dei metalli speciali come «bronzo Rex»: un marchio, una certezza di qualità. Lo scrive a chiare lettere Maurizio Eliseo nel suo bel e documentato volume edito da Tormena. Il titolo è «Il transatlantico Rex. Ship of ship».

Le testimonianze sul mancato ritrovamento della quarta elica sono piuttosto circostanziate. Manca all’appello quella esterna di sinistra. Tentarne l’ individuazione e il recupero non è certo facile, ma qualcosa andrebbe tentato. Dell’ammiraglia della flotta mercantile italiana degli anni Trenta si è salvato poco o nulla: la campana che delle ancore è conservata a Roma e le lettere del nome che erano fissate di prora a dritta, sono depositate in un giardino privato a Spalato.  

Anche per venire a capo dell’enigma della quarta elica un gruppo di appassionati di architettura navale e di storia di Capodistria e Isola hanno varato il «Progetto Rex» e si ripromettono di raccogliere le testimonianze di quanti hanno avuto a che fare con l’immensa nave «uccisa» sessant’anni fa. Sia essendovi saliti a bordo sia avendo lavorato alla demolizione del relitto. «Chiedete ai vostri genitori, ai nonni: scrivete i vostri ricordi, potete mandarci anche delle foto all’indirizzo Rex@klub-plk-koper.si» «Sono stato testimone oculare, sia pur da lontano dell’affondamento del transatlantico. Avevo sette anni e assieme a decine di persone ho potuto vedere dal piazzale antistante l’ospedale di Capodistria l’attacco degli aerei» scrive Pietro Valente sul sito «istrianet.org/ people memories». «Erano le 11 di mattina - ricorda - e il primo attacco con proiettili a razzo non produsse danni rilevanti. Verso le 12.30 arrivò la seconda e più consistente ondata di aerei che nel giro di mezz’ora provocarono a bordo del transatlantico un incendio. Poi la nave si inclinò sul fianco. Tra le 17 e le 18 il Rex fu sottoposto al terzo attacco, del tutto inutile: la nave era già colpita a morte».  

Il fumo dell’incendio per tre giorni fu sospinto dal vento fino a Trieste. Era alimentato dal legno del rivestimento dei ponti, dalle vernici stese sul metallo delle strutture e dello scafo. Il calore cucinò migliaia e migliaia di «pedoci» attaccati alla carena, emersa dopo l’affondamento. Quei «pedoci» abbarbicati alla carena dicevano che il «Rex» era fermo da anni, che non correva più per gli oceani inseguendo record e consumando immense quantità di carburante nelle sue caldaie.  

La nave era già morta, vittima della guerra dichiarata da Mussolini il 10 giugno 1940 a Francia e Gran Bretagna. Il «Rex» era rientrato in Italia il 18 maggio, sbarcando a Genova gli ultimi 200 passeggeri. Fu l’ultimo viaggio. Per proteggerlo dalle bombe, fu trasferito con equipaggio ridotto, prima a Napoli, poi a Brindisi, poi ancora a Pola e infine a Trieste nel giorno di ferragosto del 1940. Sessantaquattro anni fa. Di quel mesto viaggio in Adriatico resta l’«Amarcord» di Federico Fellini che vide il «Rex» al largo di Rimini, rimanendone incantato. La nave andava a morire. Lui non lo sapeva.  

A Trieste le fu assegnato un ormeggio al molo VI. A Pola tutte le sovrastrutture erano state coperte da una mano di vernice grigia per renderne meno visibile la sagoma. Centinaia di operai con pennelli e rulli avevano cancellato i «tratti» somatici dei transatlantico.  

Il «Rex» vestito di grigio entrò a far parte del paesaggio triestino. La nave alta di bordo, che rivelava le sue ascendenze tirreniche, fu depredata subito dopo l’8 settembre 1943. Il 9 i tedeschi avevano occupato la città e i loro stivali ferrati risuonarono anche sui ponti dell’ex ammiraglia, ormai ridotta a uno spettro. La ruggine si era insinuata sotto gli strati di vernice. Iniziò la razzia. Posate, lenzuola, mobili, quadri, tappeti ma anche verricelli e motori elettrici furono prelevati dai nuovi padroni, i signori del Reich che amavano tanti i «souvenir d’Italie».  

Trieste subì il primo pensantissimo bombardamento della guerra il 10 giugno 1944. Il «Rex» scampò anche alle incursioni aeree del 6 e 10 luglio. Il 5 settembre i tedeschi ne decisero il trasferimento: meta finale il canale di Leme, ritenuto più sicuro del molo VI. Una manovra avventata del rimorchiatore davanti alla costa di Semedella e il transatlantico si incagliò. Lì lo trovarono i «Beaufighters» della Royal Air Force. Era l’8 settembre 1944.

Claudio Ernè

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