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I NAUFRAGHI
DEL BARK AUSTRO-UNGARICO
THE
CASTAWAYS OF THE AUSTRO-HUNGARIAN BARQUE |
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Il naufragio del bark austro-ungarico STEFANO rottosi il dí 27 Ottobre 1875 sopra una roccia sottomarina al N.O. dell'Australia, gli stenti de' sopravvissuti alla catastrofe, la tragica fine di otto persone perite nei primi tre mesi, e da ultimo le avventure dei due superstiti fra gli indigeni, sono l'argomento di questo libro dettato sulle informazioni dei naufraghi Baccich e Iurich. Esso non vuol essere più di una semplice, ma fedele esposizione di tutto ciò che loro incorse di vedere e di provare in una regione, pur sempre inesplorata, nella certezza che a raccomandarlo saranno sufficienti i dati in essa per la prima volta esibiti sulla vita, l'indole, la lingua ed i pregiudizi di una gente tutta via pressoché sconosciuta. Giova poi osservare, che, sebbene dalla fine del gennaio 2, 1876 fino al giorno in cui furono salvi, i superstiti non hanno tenuto più conto del corso delle giornate pure si poterono stabilire, e senz'alcuna difficoltà, tutte le date fino al giorno della loro salvezza per avere gli stessi offerto concordi dati sulla durata e sulle circostanze dei singoli viaggi e delle soste coi negri. PROLOGO
Ricercatori dell'Università dell'Australia Occidentale hanno ricostruito la storia di tribù aborigene australiane, ora estinte, grazie all'opera di un gesuita raguseo, Padre Stefano Scurla. Il lavoro descrive le vicissitudini di due marinai sopravvissuti al naufragio del Bark fiumano STEFANO, registrato a Trieste (estratto del registro marittimo dell'Imperial Regio Governo di Trieste del 1875). Il bark - tipo di veliero che non usava vele quadre sull'albero di poppa - onorava il figlio dall'armatore Nicolò Baccich - Stefano Baccich - morto nel 1864 a Trieste, dove viveva. La tragedia del bark Stefano ebbe inizio il 27 ottobre del 1875, quando, diretto ad Hong Kong, naufragò al largo del Capo Nord Ovest a circa 900 km al nord di Perth. Dell'equipaggio di 17 uomini solo 10 riuscirono a sfuggire al mare in tempesta. Il calore e l'aridissima terra australe richiesero il loro tributo: i naufraghi alla ricerca di cibo e acqua perirono tutti salvo due. I due sopravvissuti trascorsero tre mesi con gli aborigeni prima di essere salvati. Ritornati a Ragusa riferirono le loro vicissitudini allo Scurla, che pubblicò la loro storia assieme ad un glossario di parole aborigene che i due avevano appreso nei sei mesi trascorsi al Capo. Difficilmente l'abate sarebbe riuscito ad immaginare il valore che il suo manoscritto avrebbe assunto più di un secolo dopo la sua pubblicazione, avvenuta nel 1876. Il triestino Amedeo Sala AM, che vive a Perth, ha trascritto e tradotto in inglese il manoscritto italiano per poi proporlo al Dr. Alan Dench, docente del Centro Linguistico, noto studioso e autore di diversi lavori riguardanti gli aborigeni del Nord-Ovest. Il Dr. Dench rileva che il manoscritto è unico perché dà una descrizione molto dettagliata delle attività quotidiane degli aborigeni che vivevano al Capo Nord Ovest. Il resoconto è ricco di dettagli e annota per la prima volta la lingua aborigena in uso al tempo, dando un'idea dei contatti culturali nella regione. "Il manoscritto è eccezionale per l'accuratezza con la quale registra la lingua," spiega il Dott. Dench. "In breve, il valore dell'opera di Stefano Scurla per l'antropologia, archeologia, linguistica e storia degli indigeni australiani è inestimabile." PROLOGO Nella prima parte di questo manoscritto vediamo come dei 17 uomini dell'equipaggio solo 10 fossero riusciti a sfuggire ai mari in tempesta. Nei tre mesi successivi poi l'essersi cibati di piante velenose aveva portato a morte tutti i sopravvissuti salvo due: Michele Baccich e Giovanni Iurich. A questo punto della vicenda un gruppo di aborigeni nomadi si prende cura dei due superstiti aiutandoli a vivere nel Nord Ovest, teatro di questa storia: un ambiente nel quale anche oggi chi osasse mettersi in viaggio senza provviste perirebbe inesorabilmente. Il caldo è ossessionante tutto l'anno e la scarsissima acqua si trova in poche località conosciute solo agli indigeni. Perciò era necessario che la tribù e i due bianchi (i quali non ne capivano la ragione) continuassero a spostarsi per non esaurire l'acqua nelle diverse tappe. Baccich e Jurich saranno stati per certo confusi e sfiniti dagli spostamenti a piedi che li portarono a coprire distanze enormi. I ragusei erano probabilmente d'ingombro - e certamente non d'aiuto - ai nativi. Forse sembrerà crudele al lettore, ma gli aborigeni avevano aspettato che i marinai più deboli ed i menomati morissero prima di accingersi ad aiutare i superstiti, poiché il loro gran numero avrebbe consumato troppo cibo e la poca acqua disponibile. Solo dopo che i più adatti fossero sopravvissuti, avrebbero portato aiuto. Ma la storia dello Stefano riconferma che la razza aborigena ha un gran senso di compassione e d'umanità. La seconda parte di questa storia segue le vicissitudini dei due bianchi fra gli aborigeni sino al punto in cui essi furono trovati e ricondotti in patria. Bibliografia:
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This page compliments of Amedeo Sala Created:
Thursday, July 05, 2001; Last Updated:
Wednesday, March 05, 2008
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