| Sources: November 3, 2000 paper edition (photos) and http://mithril.corriere.it:9100/gl2/owa/GLOBR$UNED.htm?P_ID=1376979&P_TESTO=tutto&P_PROVENIENZA=GL (Text) |
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POPOLAZIONI MINORANZE ETNICHE Gli italiani d'Istria litigano con il Vaticano «Nell'udienza del Giubileo Wojtyla ci ha salutati come gruppo di fedeli sloveni e croati» «L'obiettivo: cancellare il nostro passato romano e veneziano» È il terzo incidente diplomatico Stella Gian Antonio
Che «el Papa s'ciavo» lo faccia apposta, per una debolezza di stirpe, non osa pensarlo nessuno. Ma gli esuli istriano-dalmati, ammaccati da una serie sorprendente di dolorosissimi
infortuni, hanno ormai in testa un chiodo fisso che Guido Brazzod
uro, presidente della loro federazione, riassume così: «C'è una lobby slava in Vaticano che, sulle orme del peggior nazionalismo sloveno e croato, vuole cancellare il passato romano e veneziano
dell'Istria, del Quarnaro e della Dalmazia. E che po
rta perfino il Santo Padre a sbagliare».
L'ultimo schiaffo l'hanno appena preso, durante l'udienza in San Pietro per il Giubileo. Proprio loro che erano lì in nome dei 350 mila italiani costretti mezzo secolo fa a fuggire dalle loro case per non es sere massacrati dai partigiani titini «slavo-comunisti», sono stati salutati dal Santo Padre come «un gruppo di fedeli dalla Slovenia e dalla Croazia». Gaffe confermata il giorno dopo, come sale buttato nella ferita sanguinante, dal resoconto de «L'Osservatore Romano». Pignolo nel ricordare centinaia di gruppi: della «Parrocchia di San Francesco alla Rizzottaglia», del «Centro australiano handicappati di Avellino», della «Banca di credito cooperative del Basso Lodigiano e dei Colli Banini»... Politicamente corretto al punto di salutare in francese i fedeli della «Paroisse Saint-Pierre-les-Aubagne» e in inglese quelli «from the Diocese of Cork and Ross» e in tedesco non solo gli austriaci, ma perfino quelli di Bressanone: «Tertiarschwestern des hl. Franziskus aus Hall und Brixen». Unica eccezione, loro: «Gruppi di fedeli dalla Slovenia e dalla Croazia». «Una pugnalata al cuore: ci hanno umiliati», racconta Romano Cramer, segretario del Movimento Nazionale Istria-Fiume-Dalmazia che aveva chiesto l'udienza specificando che si trattava appunto di 33 «Esuli Giuliano-Dalmati», dicitura inizialmente accettata e confermata dalla lettera di assenso della Prefettura della Casa Pontificia firmata da Monsignor James Harvey. «Purtroppo al de voto entusiasmo è subentrata l'amara delusione per non essere stati citati sia nel corso dell'Udienza, sia nell'elenco ufficiale dei presenti», ha scritto al Vaticano il coordinatore del pellegrinaggio, Rinaldo Jurkovich: «Costernati, ci domandiamo il perché di questa esclusione». Risposta vaticana: grazie dei doni, fruttuosa celebrazione, cristiana prosperità, devoto gesto... Generici bla bla e neanche un cenno ai lamenti. Il guaio è che, sul tema dell' esodo, della persecuzione titina di ta nti preti italiani (come don Angelo Tarticchio, scaraventato nudo in una foiba con una corona di spine in testa e i genitali in bocca), della sordità delle nuove autorità slave sulla restituzione dei beni sequestrati dal comunismo, ma soprattutto sul passato delle terre che furono per secoli e secoli veneziane, gli esuli erano già stati ustionati da altri augusti scivoloni. Il primo era avvenuto nel 1985, quando il Santo Padre, accogliendo un gruppo di dalmati costretti all' esilio, li aveva invitati a pregare per i «loro santi Cirillo e Motodio». Due figure luminose della storia cristiana, ma del tutto estranei al mondo italo-veneziano, essendo stati salutati dallo stesso Papa polacco nell' epistola enciclica «Slavorum Apostoli», appunto, come due fratelli slavi protagonisti della evangelizzazione dei popoli slavi. Tanto è vero che l' alfabeto cirillico così si chiama perché fu creato da Cirillo, il quale diede, come spiega il documento, «un contributo fondamentale alla cultura e alla letteratura slave». Aggettivo usato in poche pagine 89 volte. Il secondo era arrivato anni dopo, nell' ottobre 1998, quando Giovanni Paolo II, in visita nell' odierna Split, aveva ricordato (rispettosamente punzecchiato da «La voce del Popolo» degli italiani di Fiume) che «Spalato e Salona hanno un' importanza del tutto particolare nello sviluppo del cristianesimo in questa regione, a partire dall' epoca croata e poi in quella successiva romana e rievocando una lunga e mirabile storia di fede». Un equivoco dovuto alla traduzione, forse. Ma non bastasse l' avere involontariamente retrodatato l' arrivo degli slavi (che giunsero da quelle parti al seguito degli Avari tra il settimo e l' ottavo secolo, quando Diocleziano era defunto da centina ia di anni), Sua Santità invitò a ricordare i «martiri croati» uccisi dai romani, citando Venanzio, Doimo, Mauro, quindi benedisse la veneta Madonna dell' Isola come «proto-santuario mariano delle terre croate» e chiuse salutando gli ultimi italiani rimasti in città disperatamente aggrappati alla loro identità così: «Saluto i pellegrini di Bosnia, Erzegovina, i pellegrini di Slovenia, i pellegrini di lingua italiana». Come venissero da remote contrade. |
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L'infortunio forse più grande, però, quello che ha fatto chiedere maliziosamente all' «Arena di Pola», «se non siamo noi veneti delle terre cedute concorrenti scomodi per eventuali accordi in corso in ordine alla restituzione dei beni della Chiesa in Slovenia e Croazia», era stato il terzo. Cioè la mostra, ospitata per il Giubileo nella Biblioteca Vaticana (e inaugurata alla presenza di quel Franjo Tudjman che nel suo forsennato sforzo d'annientare la cultura veneto-italiana era arrivato a definire «Marco Polo, croato di stirpe e di nascita»), dedicata all' «Arte religiosa e fede croata». L' infortunio forse più grande, però, quello che ha fatto chiedere maliziosamente all' «Arena di Pola», «se non siamo noi veneti delle terre cedute concorrenti scomodi per eventuali accordi in corso in ordine alla restituzione dei beni della Chiesa in Slovenia e Croazia», era stato il terzo. Cioè la mostra, ospitata per il Giubileo nella Biblioteca Vaticana (e inaugurata alla presenza di quel Franjo Tudjman che nel suo forsennato sforzo d' annientare la cultura veneto-italiana era arrivato a definire «Marco Polo, croato di stirpe e di nascita»), dedicata all' «Arte religiosa e fede croata». |
Una mostra che, alla faccia del tentativo di spacciare la Basilica veneziana di Parenzo quale «alta espressione dell' arte croata», non avrebbe mai potuto essere fatta. Parola di uno dei coordina tori, il professor Miljenko Domijan, che al quotidiano «Novi List» ammise che, sì, l' esposizione contrabbandava col marchio croato molte opere appartenenti alla cultura italiana: «Non si poteva fare altrimenti, perché la produzione di esclusiva etnicità croata ha scarso valore. Non so proprio che cosa potremmo mostrare, sarebbe tutto sotto un certo livello». Ed ecco croatizzati l' arca di San Simone di Francesco da Milano (salutato nel catalogo col nome di «Franjo iz Milana»), un busto argenteo di S. Stefano, opera dell' oreficeria di Roma, una statua di S. Giovanni da Traù del toscano Niccolò Fiorentino, il ritratto del vescovo di Spalato di Lorenzo Lotto, una Pietà del Tintoretto, una tela del Carpaccio, una Pala di Lagosta dipinta a Roma dal parmense Giovanni Lanfranco, un pluteo cristiano precedente l' arrivo delle popolazioni slave sulla costa dalmata, piani e documenti della cattedrale di Zara in stile pisano o di quella di Sebenico costruita da Giorgio Orsini da Zara, ribattezzato Juraj Dalmatinac. Il Papa sorrise, si compiacque, diede la sua benedizione. Gli esuli gli scrissero una lettera di protesta e di dolore. Nessuna risposta. Gian Antonio Stella (All rights reserved by the author and Il Corriere della Sera.) |