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Le due Memorie: i vecchi
rancori e il futuro comune È difficile, in circostanze come queste, non essere retorici ossia falsi. «Falso come un oratore ufficiale», diceva Strindberg. E questo non perché chi parla non pensi o senta quello che dice, ma perché la necessaria brevità del tempo a disposizione costringe a semplificare e a mutilare la complessità, la drammaticita della realtà e della storia che momenti come questo esigono di ricordare, capire, superare. Quasi dovunque, e non solo ai confini orientali d'Italia, la frontiera è stata luogo d'incontro ma anche - e più spesso - di scontro feroce tra popoli e sistemi politici diversi; per questo la caduta dei confini tra Italia e Slovenia ha un significato che trascende le nostre terre e vale per tutta l'Europa. Queste nostre terre ora non più divise sono state spesso teatro di violenze degli uni sugli altri, violenze compiute da italiani, da tedeschi, da slavi. Queste violenze e soprattutto le loro vittime vanno ricordate. La memoria è un valore fondamentale; non e nostalgia del passato, bensì difesa e salvataggio della vita, senso del presente di ogni esistenza e di ogni valore. Il passato non esiste, diceva Biagio Marin, tutto è presente. Leopardi è, non era un grande poeta, e ciò vale per ogni esistenza. (...) Quelli che noi chiamiamo morti, dice la teologia, continuano a far parte della storia del mondo; si è responsabili versa tutta l'umanità, presente passata efutura. E soprattutto ogni vittima, ogni sofferenza, deve essere custodita dalla memoria che la salva dal nulla, deve essere sentita come presente. Ma accanto a questa memoria che ci fa più liberi, più capaci di andare versa il futuro portandoci dietro tutto e continuando a crescere, c'è una memoria rancorosa, ossessionata dal passato, pietrificata dalla Medusa, che impedisce di crescere e presenta sempre il conta per i torti subiti in passato. Una memoria che ci spinge a compiacerci acremente quando crediamo che il numero dei torti da noi patiti per colpa dell'altro sia più alta di quelli che lui ha patito da noi, quando godiamo di poter dire: io ho ucciso tuo fratello, ma tu, grazie a Dio, di miei fratelli ne hai uccisi due. Fino a quando dovrà durare questa contabilita che, da tutte le parti, strumentalizza le sofferenze dei morti e che non ha nulla a che vedere con la loro sacra memoria e presenza? Quando andiamo alla Risiera, dovremmo farlo per attizzare l'odio contro i tedeschi di oggi? Dovrei odiare i miei coetanei sloveni o i loro figli e nipoti per le foibe, di cui essi sono innocenti? E loro potrebbero imputare ai miei figli il Lager italiano di Arbe? (...)1 territori di frontiera appartengono a tutti colora che vi abitano.
Kosovel, il grande poeta sloveno del Carso, non è meno mia di Saba e viceversa. L'odio e la pulizia etnica sono autodistruttivi; l'Adriatico italo-slavo, amputato di una delle sue componenti, sarebbe più misero e più estraneo per tutti. Guardato duramente in faccia il conflitto può essere superato. Lo ha appreso anche in famiglia, quando Marisa Marieri, ripercorrendo senza titubanze la sua storia di esule fiumana che deve lasciare, perdendo tutto, la sua città divenuta jugoslava, ha scoperto le radici in parte pure slave della sua famiglia, un tempo rimosse, trovando un legame affettivo con quel mondo da cui si era sentita minacciata. (...) I confini che oggi cadono non saranno così presto cancellati; vivranno ancora a lunga nel risentimento, nell'astio, nel pregiudizio di molti, specie nelle generazioni che hanno vissuto e patito sulla loro pelle il conflitto. L'Europa, che oggi vive un grande momento, conoscerà probabilmente difficoltà, tensioni, ottusi antagonismi. L'odio, ha detto una volta Prodi chiacchierando con me, è spesso più forte dell'amore, ma se ci si comporta come se fosse più forte l'amore, quest'ultimo forse può diventarlo realmente. A sua volta l'Europa stessa, che oggi vive un momento così forte della sua unificazione e della sua unità, non sarà - ha scritto Prodi sul «Nostro Tempo» - una barriera versa quegli Stati e quelle Nazioni che saranno i nuovi vicini di noi europei. (...) La caduta delle frontiere non cancella l'identità nazionale nè l'amore della Patria. Essere italiani e amare l'Italia non significa essere meno triestini o torinesi e amare di meno la propria città natale, ed essere europei, amare la vecchia e soprattutto la nuova Europa e sentirla come una patria, non vuol dire sentirsi meno italiani e amare di meno l'Italia. Dante diceva che a furia di bere l'acqua dell'Arno aveva imparato ad amare fortemente Firenze, fino alla morte, ma aggiungeva che la nostra Patria è il mondo, come per i pesci il mare. Claudio Magris Dal discorso a braccio che Claudio Magris ha pronunciato ieri all'Università di Trieste in occasione della caduta dei confini tra Italia e Slovenia. Ristampato da:
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