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martedì 15 agosto 2001


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TRIESTE Le proposte del circolo «Istria» per sanare l’antica ingiustizia e porre le basi di un nuovo sviluppo 

Beni: una soluzione «europea»
Dal «villaggio-simbolo» all’ampliamento della libera disponibilità 


TRIESTE - Nell’ambito del dibattito che si è riaperto in questi giorni sui beni abbandonati dagli esuli sta affermandosi il progetto di rivitalizzare una località istriana abbandonata. L’idea è stata lanciata dal deputato italiano al Parlamento croato, Furio Radin, e ripresa dal vice presidente della Dieta democratica istriana, Damir Kajin. Ma la proposta ha la sua origine nel lungo e dettagliato lavoro svolto dal Circolo di cultura istro-veneta «Istria», che proprio quest’anno compie vent’anni.

Il progetto si inserisce infatti nel contesto di una serie di interventi che l’associazione ha promosso in questi anni per «ridare centralità al territorio che va da Carso a Cherso», come spiega l’ex presidente del circolo Marino Vocci nell’introduzione al volumetto, fresco di stampa, dedicato a «Iniziative economiche, culturali e transfrontaliere dal Carso al golfo di Trieste», che riassume le attività svolte. 

In sostanza il circolo si è mosso con l’obiettivo di riunificare, superando le frontiere politiche ma anche le barriere psicologiche, l’area che va dal capoluogo giuliano alle isole del Quarnero. Una zona molto varia dal punto di vista delle componenti etniche e della geografia, ma con una storia comune, sia pure travagliata, e con tradizioni comuni. E’ la zona della vite e dell’ulivo, dei frutteti e dell’apicoltura (settore promosso con passione dall’attuale presidente del circolo, Livio Dorigo), della pesca e degli allevamenti di pecore e capre per citare soltanto alcune attività secolari che hanno visto lavorare e sudare fianco a fianco italiani, sloveni e croati.

L’esodo della componente italiana nel secondo dopoguerra ha inferto un colpo durissimo alla gran parte di questo territorio, stravolgendone la fisionomia, facendo scomparire le vecchie tradizioni, pure in agricoltura. Però con gli anni, anche i nuovi venuti hanno avvertito la necessità di riscoprire il passato di queste terre e magari di riappropriarsene laddove possibile. E questa esigenza ha dato spazio a un rinnovato dialogo con gli esuli, non solo da parte dei cosiddetti rimasti ma anche delle altre componenti etniche.

E adesso questo processo sta venendo a maturazione: lo scenario politico è infatti profondamente mutato, la vecchia Jugoslavia comunista non c’è più, ci sono due nuove repubbliche, Slovenia e Croazia, che stanno consolidando le proprie istituzioni democratiche e che guardano all’Unione europea, nella quale ambiscono di inserirsi al più presto. Ed è proprio in quest’ottica europea che si può realizzare un progetto che ha «un alto valore simbolico e nel contempo costituisce un’occasione-opportunità per una rilettura del paesaggio – sottolinea Marino Vocci – e, ove possibile, di ricostruzione di una specifica identità fisica e visiva». Si tratta di individuare alcune significative cittadine o paesi istriani (come Portole, Dignano o Piemonte) e su questi elaborare un comune e condiviso progetto di recupero. «Un progetto di ricostruzione filologica e storica – scrive sempre Vocci – che ne esalti le caratteristiche specifiche (assetto urbanistico, tipologie edilizie e architettoniche, evoluzione storica e influenze, ecc.) che dovrebbe collocarsi all’interno di un più vasto progetto di sviluppo turistico diffuso di un territorio». E Vocci cita alcuni esempi come quelli delle cittadine toscane o quello di Pedraza, località spagnola a un centinaio di chilometri da Madrid, a lungo abbandonata e oggi completamente recuperata.

Dal punto di vista pratico, Ezio Giuricin indica la strada da percorrere: «L’Italia e la Croazia potrebbero garantire congiuntamente a questo fine dei fondi speciali e dei finanziamenti aggiuntivi per assicurare l’avvio e l’attuazione di questi progetti. L’Italia potrebbe garantire dei mutui agevolati o dei finanziamenti a condizioni particolari agli esuli (e ai loro discendenti) per il restauro degli edifici e dei beni loro restituiti dalla Croazia, o, nei casi esclusi dalle libere disponibilità, per l’acquisto, il riacquisto la ricostruzione e l’adattamento di case e appartamenti che gli esuli volessero eventualmente comperare in queste località. I crediti e i finanziamenti potrenbbero essere assicurati anche per l’avvio di attività socio-economiche connesse all’ambiente, alle tradizioni, all’identità locale».

Da quanto scrive Giuricin emerge un altro importanter aspetto della vicenda: la restituzione, dove possibile dei beni utilizzando il precedente della libera disponibilità. Nel trattato di Roma, seguito a quello di Osimo, erano stati infatti concessi circa 700 immobili in restituzione ai vecchi proprietari. Perchè non si riattualizza quella lista con gli immobili oggi disponibili? Potrebbe essere un buon avvio.

Ma soprattutto questi progetti rappresentano il banco di prova per Slovenia e Croazia di aver acquisito una mentalità europea, che ha come principio fondante quello dell’integrazione tra i popoli del continente.

Pierluigi Sabatti

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