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TRIESTE Le proposte del circolo «Istria» per sanare l’antica
ingiustizia e porre le basi di un nuovo sviluppo
Beni:
una soluzione «europea»
Dal «villaggio-simbolo»
all’ampliamento della libera disponibilità
TRIESTE - Nell’ambito del
dibattito che si è riaperto in questi giorni sui beni abbandonati dagli esuli
sta affermandosi il progetto di rivitalizzare una località istriana
abbandonata. L’idea è stata lanciata dal deputato italiano al Parlamento
croato, Furio Radin, e ripresa dal vice presidente della Dieta democratica
istriana, Damir Kajin. Ma la proposta ha la sua origine nel lungo e dettagliato
lavoro svolto dal Circolo di cultura istro-veneta «Istria», che proprio
quest’anno compie vent’anni.
Il progetto si inserisce infatti
nel contesto di una serie di interventi che l’associazione ha promosso in
questi anni per «ridare centralità al territorio che va da Carso a Cherso»,
come spiega l’ex presidente del circolo Marino Vocci nell’introduzione al
volumetto, fresco di stampa, dedicato a «Iniziative economiche, culturali e
transfrontaliere dal Carso al golfo di Trieste», che riassume le attività
svolte.
In sostanza il circolo si è
mosso con l’obiettivo di riunificare, superando le frontiere politiche ma
anche le barriere psicologiche, l’area che va dal capoluogo giuliano alle
isole del Quarnero. Una zona molto varia dal punto di vista delle componenti
etniche e della geografia, ma con una storia comune, sia pure travagliata, e con
tradizioni comuni. E’ la zona della vite e dell’ulivo, dei frutteti e
dell’apicoltura (settore promosso con passione dall’attuale presidente del
circolo, Livio Dorigo), della pesca e degli allevamenti di pecore e capre per
citare soltanto alcune attività secolari che hanno visto lavorare e sudare
fianco a fianco italiani, sloveni e croati.
L’esodo della componente
italiana nel secondo dopoguerra ha inferto un colpo durissimo alla gran parte di
questo territorio, stravolgendone la fisionomia, facendo scomparire le vecchie
tradizioni, pure in agricoltura. Però con gli anni, anche i nuovi venuti hanno
avvertito la necessità di riscoprire il passato di queste terre e magari di
riappropriarsene laddove possibile. E questa esigenza ha dato spazio a un
rinnovato dialogo con gli esuli, non solo da parte dei cosiddetti rimasti ma
anche delle altre componenti etniche.
E adesso questo processo sta
venendo a maturazione: lo scenario politico è infatti profondamente mutato, la
vecchia Jugoslavia comunista non c’è più, ci sono due nuove repubbliche,
Slovenia e Croazia, che stanno consolidando le proprie istituzioni democratiche
e che guardano all’Unione europea, nella quale ambiscono di inserirsi al più
presto. Ed è proprio in quest’ottica europea che si può realizzare un
progetto che ha «un alto valore simbolico e nel contempo costituisce
un’occasione-opportunità per una rilettura del paesaggio – sottolinea
Marino Vocci – e, ove possibile, di ricostruzione di una specifica identità
fisica e visiva». Si tratta di individuare alcune significative cittadine o
paesi istriani (come Portole, Dignano o Piemonte) e su questi elaborare un
comune e condiviso progetto di recupero. «Un progetto di ricostruzione
filologica e storica – scrive sempre Vocci – che ne esalti le
caratteristiche specifiche (assetto urbanistico, tipologie edilizie e
architettoniche, evoluzione storica e influenze, ecc.) che dovrebbe collocarsi
all’interno di un più vasto progetto di sviluppo turistico diffuso di un
territorio». E Vocci cita alcuni esempi come quelli delle cittadine toscane o
quello di Pedraza, località spagnola a un centinaio di chilometri da Madrid, a
lungo abbandonata e oggi completamente recuperata.
Dal punto di vista pratico, Ezio
Giuricin indica la strada da percorrere: «L’Italia e la Croazia potrebbero
garantire congiuntamente a questo fine dei fondi speciali e dei finanziamenti
aggiuntivi per assicurare l’avvio e l’attuazione di questi progetti.
L’Italia potrebbe garantire dei mutui agevolati o dei finanziamenti a
condizioni particolari agli esuli (e ai loro discendenti) per il restauro degli
edifici e dei beni loro restituiti dalla Croazia, o, nei casi esclusi dalle
libere disponibilità, per l’acquisto, il riacquisto la ricostruzione e
l’adattamento di case e appartamenti che gli esuli volessero eventualmente
comperare in queste località. I crediti e i finanziamenti potrenbbero essere
assicurati anche per l’avvio di attività socio-economiche connesse
all’ambiente, alle tradizioni, all’identità locale».
Da quanto scrive Giuricin emerge
un altro importanter aspetto della vicenda: la restituzione, dove possibile dei
beni utilizzando il precedente della libera disponibilità. Nel trattato di
Roma, seguito a quello di Osimo, erano stati infatti concessi circa 700 immobili
in restituzione ai vecchi proprietari. Perchè non si riattualizza quella lista
con gli immobili oggi disponibili? Potrebbe essere un buon avvio.
Ma soprattutto questi progetti
rappresentano il banco di prova per Slovenia e Croazia di aver acquisito una
mentalità europea, che ha come principio fondante quello dell’integrazione
tra i popoli del continente.
Pierluigi Sabatti
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