|
Forniti ieri i numeri ufficiali
sulle domande inoltrate dai profughi alle autorità croate, in attesa che venga
varata la nuova legge sulla denazionalizzazione
Pola, 2000
esuli chiedono la restituzione dei beni
Sono arrivate finora 1368
richieste alla Regione istriana, ma mancano i dati quarnerini e dalmati
POLA - Quasi 1400 esuli italiani
hanno presentato domanda di restituzione alla Croazia per le proprietà
confiscate dal regime jugoslavo. Il dato, che emerge ufficialmente per la prima
volta, è stato fornito ieri dall’ufficio per gli Affari
giuridico-patrimoniali della Regione istriana. Non è invece ancora noto il
numero di domande arrivate agli uffici di Fiume e di Zara, ma si presume che
siano alcune centinaia. Quindi, dovrebbero essere almeno 2 mila i cittadini
italiani che si sono rivolti alle autorità croate per avere indietro gli
immobili perduti mezzo secolo fa.
A Pola sono esattamente 1368 le
richieste pervenute all’indirizzo della sede conteale. Altre ne stanno
arrivando, sostengono i funzionari dell’ufficio: la legge sulla
denazionalizzazione è ancora in fase di revisione e il parlamento di Zagabria
dovrebbe approvarla in forma definitiva entro la fine di giugno. Solo allora,
tuttavia, sarà chiarito se gli stranieri avranno diritto alla restituzione dei
beni nazionalizzati. In altre parole, coloro che si sono rivolti finora
oltreconfine lo hanno fatto probabilmente anche come forma di pressione verso le
autorità di Zagabria.
E’ stata la Corte
costituzionale croata a sollecitare un paio di anni fa la modifica della
normativa, varata per la prima volta nel 1996 dal governo di Centrodestra
dell’ex presidente Franjo Tudjman. Allora, la legge consentiva la restituzione
(o l’indennizzo) solo ai cittadini croati. Si trattava di una palese
discriminazione, avevano fatto notare i giudici. Il nuovo testo in discussione
al Sabor dovrebbe comprendere anche gli stranieri (in particolare ebrei,
austriaci e serbi), ma non le proprietà contemplate nei trattati
internazionali, come quelle degli esuli italiani, che secondo Zagabria sarebbero
comprese negli accordi italo-jugoslavi di Osimo e Roma. Su questo punto tuttavia
è stata formata, su iniziativa del ministero degli Esteri italiano, una
commissione di esperti che sta vagliando tutte le implicazioni giuridiche. Sullo
sfondo c’è la firma del Trattato di amicizia tra Italia e Croazia, congelata
da Roma proprio per chiarire questi aspetti. I giuristi stanno analizzando anche
le posizioni di circa 5 mila esuli italiani, che avevano perso la cittadinanza
jugoslava senza optare espressamente per quella italiana. Uno «status» che li
favorirebbe nella nuova normativa in via di approvazione. E una parte dei quasi
1400 che hanno già fatto domanda alla Regione istriana, potrebbero rientrare
proprio in questa categoria.
Ma sono pochi o tanti coloro che
reclamano la restituzione alla Croazia, se si considera che circa 12 mila
profughi hanno invece optato per l’indennizzo dello Stato italiano? Va
innanzitutto ricordato, come evidenzia il presidente dell’Unione degli
istriani Silvio Delbello, che più passa il tempo e meno richiedenti ci sono, o
per motivi anagrafici oppure per mancanto interesse da parte degli eredi. «Ma
se si chiarisse la situazione giuridica, le domande sarebbero molte di più»
osserva. «Forse Croazia e Slovenia puntano proprio sul fattore tempo...».
Simile il parare di Renzo
Codarin, presidente provinciale dell’Associazione Venezia Giulia e Dalmazia,
che parla di «cifra interessante, soprattutto se si considera la situazione di
incertezza». Chi pronostica alla fine 3 mila domande è Renzo de’ Vidovich,
presidente della delegazione triestina del Libero comune di Zara in esilio, che
ricorda come manchino all’appello le eventuali richieste di esuli che
abitavano a Fiume, a Zara e sulle isola quarnerine e dalmate. «Non c’è però
quel rientro in massa che molti temono a Zagabria e Lubiana: fra i richiedenti
c’è chi vuole riavere la casa di villeggiatura, chi impiantare
un’attività, e chi vuole mantenere i rapporti con la terra di origine».
Alessio Radossi
|