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26 agosto 2004
Con Nediljko Landeka dell'Istituto di
igiene pubblica
Vedova nera, meglio evitarla
Un ragno piccolissimo ma è il più
velenoso d'Europa
"Conosci quel ragno
colorato, più piccolo di un obolo, capace a far perdere il senno
all'uomo che morde?" L'aveva chiesto già Socrate (citato da Senofonte),
colpito dai sentimenti di timor panico che riusciva a incutere nelle
popolazioni del bacino mediterraneo quella minuscola bestiola nera
punteggiata di rosso sul dorso: la famigerata vedova nera. Sono passati
secoli e poi millenni, ma la paura, le credenze e i pregiudizi sono
rimasti quelli di sempre. Il latrodectus mactans tredecimguttatus è il
ragno più temuto d'Europa e non per nulla: è certamente il più velenoso
del vecchio continente e uno dei più pericolosi al mondo. Negli ultimi
anni, come se non bastasse, pare stia allargando la propria dimora
favorito, tra l'altro, dai cambiamenti climatici e dalla globalizzazione
(fatto notato anche in Istria e in Dalmazia dove, a rigor del vero, è
sempre stato di casa). Inverni miti e umidi ne accrescono la
sopravvivenza, l'abbondanza di cavallette è garante di una buona
alimentazione e di un alto tasso di proliferazione, i cavi delle
telecomunicazioni di massa e i trasporti globali, infine, moltiplicano
ulteriormente le possibilità di "conquistare" terre nuove sebbene
l'aracnide sia poco propenso a cambiare casa: all'occorrenza e
malvolentieri, la femmina si allontana dal nido al massimo per un metro
e mezzo.
Vedova nera: veleno e siero
Sono tutti fattori,
questi, che hanno spinto l'Istituto regionale alla salute pubblica a
tener d'occhio il grado di fertilità e le migrazioni del ragno con più
attenzione che negli ultimi decenni. A detta di Nediljko Landeka,
responsabile dei servizi di disinfestazione presso il reparto
Epidemiologico dell'Istituto, l'espansione dell'aracnide a chiazze rosse
ha subito una nuova impennata tra il 1995 e il 2002 dopo anni di
relativa latenza, e si mantiene presente in gran numero a tutt'oggi. Si
sono intensificate pertanto anche le campagne di "caccia" alle vedove
nere, indispensabili per la produzione del siero. Alla campagna
dell'anno scorso che ha fruttato un "collezione" di quasi quattrocento
ragni ha contribuito in buona parte lo stesso Landeka, che con il suo
rastrellamento della penisola ha salvato, per così dire, il raccolto del
2003, dopo l'insuccesso a cui è andata incontro la spedizione
dell'Istituto nazionale di immunologia sull'isola di Cherso. Grazie
all'abbondanza di quel raccolto sono state prodotte dosi di siero
sufficienti a dotare tutti gli ospedali della costa per i prossimi anni.
Tuttavia Landeka insiste a ribadire che la prevenzione è sempre e
comunque preferibile alla cura, per quanto scontato e banale possa
apparire a prima vista il suo messaggio.
Per favore, non disturbate
Sia come sia, per
prevenire occorre conoscere la fonte del pericolo. Tanto per sfatare un
mito, occorre precisare che la vedova nera non è aggressiva. Morde se
importunata, e non sempre, ma solo nel caso in cui, attanagliata, tenta
di salvarsi in extremis da una morsa da cui non vede altre possibilità
di scampo. Si annida in campagna e nei giardini trascurati, ultimamente
compare anche nei magazzini ed è sempre più vicina alle case: il
fenomeno - detto di urbanizzazione - è in stretto rapporto alle
abitudini di vita moderne, ai trasporti e, in ultima analisi, alla
globalizzazione in atto. Solo la femmina è velenosa, punteggiata di
rosso e grande dagli 8 ai 18 millimetri. Il maschio al suo confronto è
piccolo, brutto e insignificante, specie dopo l'accoppiamento, dal quale
raramente esce indenne. La tradizione insegna, infatti, che la vedova
nera resta appunto "vedova" per l'ingordia con cui è pronta a divorare
il suo partner dopo il rito amoroso. In effetti la leggenda non è mai
stata dimostrata per via empirica: è vero sì che il maschio sparisce di
colpo in agosto, dopo la stagione degli accoppiamenti, ma è anche
possibile che la sua morte sia dovuta ad affaticamento dopo aver
fecondato anche quattro femmine nel raggio di qualche isolato.
Piuttosto, la pelle la rischia prima dell'accoppiamento, e ciò nel caso
in cui la femmina ("irascibile") non se la sente o non è pronta ad
affrontare lo sforzo.
Ecco come non incontrarsi
Ad ogni modo per evitare
un contatto indesiderato con l'animale è bene munirsi di guanti e grossi
stivali di gomma durante i lavori nei campi. Capi di vestiario bianchi
aiuteranno a riconoscere l'intruso e a sbarazzarsene prima che il ragno
finisca per sbaglio in contatto con la pelle. Lasciare gli stivali
inutilizzati per qualche tempo in giardino per poi reindossarli è
assolutamente sconsigliato: succede spesso, come di recente a
Valdibecco, che la vedova nera vada a cercarvi riparo per allestire il
suo nido. Inoltre, gite e scampagnate a piedi scalzi in aperta campagna
in luglio e in agosto sono da evitare a tutti i costi. Non guasterà
neanche ricordare quali sono le località preferite della specie: le sue
dimore si trovano, infatti, a Salvore, Pisino, Zgrabljići, Marasi, Villa
di Rovigno, Canfanaro, Valle (ai bordi della Ipsilon, presso l'area di
riposo dov'è stata avvistata addirittura nelle crepe delle panchine e in
prossimità dei servizi igienici), Albona, Altura, Pola (Valdibecco),
Medolino, Bagnole e Capo Promontore. Ma sarà bene ricordare anche che la
presenza sul territorio di cavallette è indice inconfutabile della
proliferazione della vedova nera.
Un morso che non si dimentica
Ad ogni modo il suo morso
è un'esperienza da scongiurare. Anche se non può provocare la morte se
non in casi estremi e in soggetti giovanissimi oppure in malati cronici,
i dolori muscolari causati dal suo veleno sono tra i più feroci mai
descritti e tali da provocare l'ansia della morte imminente (pavor
mortis). Come se non bastasse durano dai tre o quattro giorni, quanto
basta per far credere al malato di desiderare sul serio la fine che
sembra in agguato. Fortunatamente il siero messo a punto dal dottor
Zvonimir Maretić è un ottimo rimedio: agisce a distanza di due ore e non
lascia conseguenze se non passeggeri effetti collaterali. La sua
produzione è costosa oltre che fatale per gli animali sfruttati in
laboratorio nel processo di produzione, ma non ha alternative: chi ha
subito la tortura per mancanza di siero (e stupidità della burocrazia)
ne sa qualcosa. In Dalmazia del resto, i morsi del ragno sono ancora
abbastanza frequenti: la statistica ne conta ben 24 dal 1995 al 2002,
contro i soli tre casi segnalati in Istria nello stesso periodo preso in
esame. Ed è un particolare, questo, che non passa inosservato. Chiediamo
spiegazioni a Landeka, secondo cui la popolazione di latrodectus non è
per niente superiore in Dalmazia. A suo dire i motivi vanno ricercati in
altro campo e in particolar modo nelle nuove colture agricole che si
stanno espandendo a sud del paese ma anche in fattori quali il grado di
cura dei giardini e la divulgazione delle conoscenze in materia, che in
Istria raggiungono livelli più alti rispetto all'Adriatico meridionale.
Daria Deghenghi
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