26 novembre 2004

Storie di amicizie, collegialità e tolleranza

La nostra “Voce” celebra quest’anno i sessanta anni della sua esistenza ed io vado con il pensiero a quel lontano giugno del 1947 quando, poco più che quindicenne, misi per la prima volta piede nella redazione del nostro quotidiano. Sessant’anni sono molti e sui fatti, gli avvenimenti, le situazioni vissute ci sarebbe da scrivere un libro. In questo scritto mi voglio riferire ai primi ricordi legati ad una breve, ma intensa parentesi storica che va dal 1947 al 1952. Un periodo molto importante perché parla di avvenimenti lontani nel tempo che corrono il pericolo di essere dimenticati.

La “Voce del popolo” cercava una dattilografa e l’ufficio collocamento dei Sindacati, che allora svolgeva anche questo compito, visto che i requisiti richiesti corrispondevano, mi propose alla redazione. Ero giovane ma avevo fatto buona pratica battendo a macchina i testi teatrali per la filodrammatica che mia madre dirigeva a Monfalcone. Mi avviai quindi, trepidante, ad affrontare questa esperienza per me del tutto nuova.

La redazione con annessa tipografia si trovava nel caseggiato situato in via Ciotta di fronte al palazzo in cui ha tutt’ora sede il Liceo italiano. Vi si accedeva attraverso un lungo e tetro corridoio (al cui centro stava la guardiola illuminata del vigilante) sul quale s’affacciavano tutte le porte degli uffici di redazione. Già all’entrata venni assalita dall’acre odore delle esalazioni di piombo che provenivano dai crogiuoli delle linotype sistemate nel seminterrato occupato dalla tipografia e dal fumo delle locomotive a carbone, sferraglianti sulla ferrovia a pochi metri dal retro dell’edificio, che penetrava dalle finestre sistemate sul viottolo interno, rendendo l’aria irrespirabile.

Conobbi per primo l’avvocato Erio Franchi, allora direttore del giornale, una persona che al primo momento incuteva soggezione, ma alla fine risultava essere affabile, dall’intelligenza acuta, pronto alla battuta arguta e alle volte ironica che lo rendeva simpatico a tutti. Mi presentarono poi Ciso (Narciso) Turk il quale dirigeva le pagine di politica interna ed estera e svolgeva la funzione di caporedattore. Era un lavoratore che non si concedeva un attimo di pausa, sempre chino sulla scrivania dietro gli spessi occhiali da miope che gli nascondevano i magnifici occhi azzurri. C’era poi Lucifero Martini, alto, magro, dinoccolato, un vulcano di idee e iniziative. Portava allora sul mento il pizzetto che gli dava un tono più severo. Ricordo ancora Nini Barbalich, Valerio Zappia, Spartaco Serpi, Sergio Turconi che era venuto a Fiume da Milano qualche mese prima di me, e poi tutti quelli della pagina sportiva, la più amata dai lettori, perché redatta da profondi conoscitori ed organizzatori dello sport quali (tra giornalisti fissi e collaboratori) Ettore Mazzieri, Renato Tich, Egidio Barbieri, Costantino Silvani ed altri ancora.

Il reparto traduzioni

Mi presentai alla segretaria di redazione che a quel tempo era Amelia Bresaz (poi andata in Italia) la quale mi assegnò al reparto traduzioni. Allora in seno alla “Voce” operava un settore composto da tre-quattro traduttori con rispettive dattilografe che avevano il compito di trascrivere dal croato all’italiano tutte le notizie che provenivano dall’agenzia di stampa “Tanjug”, la quale riportava anche i commenti della Reuter, della Tass, dell’Ansa, ecc. La telescrivente batteva in continuazione tutto il materiale su chilometrici fogli di carta e i traduttori dovevano riportare il tutto nella versione italiana. Erano così bravi che dettavano alle dattilografe come stessero leggendo da un testo in italiano e queste scrivevano velocemente senza il minimo intoppo. Ricordo che riuscivo a battere non so quanti caratteri al minuto. A fine giornata contavo fino a 50 cartelle dattiloscritte. Era questo un reparto che oggi non esiste più, ma allora indispensabile perché nessun giornalista conosceva, o per lo meno non abbastanza bene, la lingua croata. Questi traduttori, mostri di bravura, erano Maria Smojver, Maria Micca, Guido Segnan, Giuseppe Fattori ed altri ancora che venivano ingaggiati all’occorrenza. Le dattilografe erano parecchie, ma tra le prime ricordo una simpatica signora anziana, della quale non rammento il nome, che mi è rimasta impressa perché puliva sempre il radicchio sul davanzale della finestra per non doverlo fare poi a casa. C’erano poi Eliana Bianchi, che mi fu molto amica, e la bella Nella Rade, sempre elegantissima e ben truccata. Un giorno – la scena era realmente comica – la trovammo, che batteva a macchina, con un piede infilato in un catino d’acqua, mentre l’altro piede era quello di Guido Segnan. Alternavano il destro col sinistro per trovare un po’ di refrigerio in quel catino pieno d’acqua fredda per far fronte alla canicola di quella torrida estate del 1947. Ricordo ancora la monfalconese Odette, una certa Jugo e Nira Stuparich, l’unica che non sia andata in Italia e che incontro sovente in città.

La tipografia

La redazione de “La Voce” si era installata negli ambienti dell’ex “Vedetta d’Italia” della quale aveva acquisito anche la tipografia. Nel seminterrato c’erano i linotipisti che battevano i tasti di quelle macchine infernali che fondevano i lingotti di piombo per tramutarli in tante righe scritte, poi i tipografi che componevano titoli, occhielli e sommari a mano con una velocità impressionante, quindi gli “inchiostratori” che passavano il rullo sulle bozze, infine gli impaginatori e per ultimi i meccanici che approntavano la rotativa la quale, quando era in funzione, faceva tremare tutto il palazzo. Cara vecchia tipografia, antidiluviana rispetto ai metodi moderni computerizzati e di fotocomposizione, ma che comunque faceva bene il proprio lavoro. Posso vantarmi di aver assistito ad un processo di lavorazione divenuto storia quasi remota nel campo della grafica.

In quegli anni uno dei capi impaginatori era l’efficientissimo Renato Tich che, mentre la notte lavorava in tipografia, di giorno si occupava di organizzazioni sportive e scriveva di sport per il nostro giornale. Più tardi, quando passò definitivamente in redazione, venne sostituito dall’infaticabile Bruno Picco il quale, tra l’altro, si occupava pure di cronaca rosa e nera. E poi non mancava il proto che coordinava tutto il lavoro di collegamento con la redazione. Rammento un aneddoto che circolava in redazione secondo il quale il prof. Schacherl, che lavorò per un certo tempo al giornale, scriveva i suoi commenti all’ultimo momento, quando in tipografia stavano per “chiudere” le pagine. Il professore, che tutti conoscevano come un intellettuale di spicco e profondo studioso, aveva più volte la mente rivolta alle sue meditazioni ed ai suoi pensieri, quindi poco propenso a calarsi nelle cose pratiche della quotidianità. Il proto allora se ne stava in piedi con le forbici in mano, accanto al professore che stava scrivendo, pronto a tagliare le righe che spuntavano dalla macchina per scrivere. Un pezzetto di articolo che mandava subito in tipografia in attesa dell’altro testo che sarebbe poi giunto a rate.

Di proti che si sono alternati per occuparsi della “Voce” ne ricordo tre. Il primo che proveniva dalla “Vedetta”, era un vero maestro del mestiere che, purtroppo, se ne andò in Italia. Lo sostituì l’anziano Vittorio Nacinovich che tutti chiamavano confidenzialmente Tojo, un omone burbero ma buono. Sempre in canottiera, con la cintura che allacciava sotto il pancione. Poi ci fu, vedi caso, un altro Tojo (Zajec) che venne a sostituire il primo.

La tipografia rimase accorpata alla “Voce” fino a quando, dopo aver conglobato l’inventario di tutte le altre piccole tipografie artigianali esistenti in città, nazionalizzate o confiscate, divenne un corpo a se stante e si chiamò “Tipografia del popolo”.

L’Ufficio pubblicità

La “Voce” aveva pure un proprio “Ufficio pubblicità” che si occupava anche di abbonamenti, inserzioni, amministrazione e quant’altro. Era ubicato in Corso tra l’attuale Radio Fiume e il palazzo del Comune, proprio accanto alla farmacia. Il locale aveva un bancone dietro al quale stavano le scrivanie con gli impiegati. A dirigerlo c’era dapprima il signor Basso che, una volta andato in Italia, venne sostituito da Matiassich e poi da un certo Lombardi. Una delle impiegate che lavorarono in quest’ufficio e che rimase per sempre ad occuparsi dell’amministrazione delle nostre pubblicazioni e poi dell’EDIT, fino al pensionamento, è Enea Barbieri-Vrancich.

La “Voce” era l’unico quotidiano che usciva a Fiume e nel 1946 aveva una tiratura di oltre 15.000 copie, 9.600 delle quali vendute a Fiume e 5.500 in Istria e a Trieste. A Pola c’era “Il nostro giornale”, che alla fine del 1947 si sarebbe fuso con la “Voce”, e il settimanale in lingua croata “Glas Istre” che veniva diffuso poi in Istria. Agli inizi del 1947 cominciò ad uscire a Fiume il “Riječki List” (in seguito “Novi List”) il quale veniva stampato in quei primi momenti nella nostra tipografia.

Mi ritorna in mente un particolare curioso e piacevole. I vecchi fiumani ricorderanno certamente Zvonko, lo strillone che vendeva i giornali su un panchetto davanti al portone di quell’edificio che sta accanto all’ex bar Zora in piazza del grattacielo. Egli era sempre lì, con il sole o con la pioggia, appoggiato al bastone che lo aiutava a sorreggersi. Oramai faceva parte dell’”inventario” cittadino. La piazza (al posto dell’elegante palazzo della banca fiumana c’era uno spiazzo da poco liberato dalle macerie di una casa bombardata) risuonava delle sue grida. Una voce possente da basso profondo urlava a raffica: “Borba-Borba-Borba”/ e poi, con voce baritonale e in tono acuto scandiva: “La voce … La voce.. La voce del popolo”. Ci conosceva tutti, noi del giornale e quando passavamo di là ci salutava alla sua maniera, gridando a più non posso il nome del nostro quotidiano.

Giovani dall’Italia e dall’Istria

Nel frattempo la redazione aveva cambiato sede. S’era trasferita in ambienti molto più salubri e precisamente in un edificio di via Pomerio, adiacente al Palazzo del governo. Le stanze erano ampie e soleggiate e l’ufficio del direttore disponeva di un divano e due poltrone, gran lusso per quei tempi. Un divano provvidenziale perché faceva da giaciglio provvisorio a chi giungeva da fuori Fiume in ore insolite. Bisogna sapere che tra il 1947 e il 1949 giunsero dall’Italia numerosi intellettuali, studenti e operai. Questi ultimi provenivano dal Cantiere di Monfalcone che andarono a lavorare al “3 Maggio”, alla “Viktor Lenac”, a “Scoglio Olivi” di Pola, ecc. Gli intellettuali sostituirono gli insegnanti nelle nostre scuole che, a causa dell’esodo e delle opzioni, avevano lasciato vacanti i loro posti. Molti altri vennero in cerca di un posto di lavoro sicuro o attratti dal sogno socialista. Basti citare che al “Teatro del popolo” di Fiume vennero ingaggiate ben 118 persone, tra cantanti, attori e musicisti, quasi tutti provenienti dalla “Scala” di Milano, chiusa perché bombardata e in via di ricostruzione.
Alla “Voce” arrivarono da Milano, Firenze, Bari e Napoli una decina di giovani, per lo più studenti. Giungevano singolarmente nelle ore più disparate e quindi pernottavano in redazione dormendo sul divano della redazione. Ricordo come, certe mattine, quando venivo in redazione, incontravo dei ragazzi con l’asciugamano intorno al collo che uscivano dal bagno.

Erano giovani pieni di entusiasmo e di grandi speranze. Ne ricorderò qualcuno: Guido Poli (che divenne un importante editore italiano), Giusto Vittorini, figlio dello scrittore Elio Vittorini, Sergio Turconi, Pietro Guerrini, Enzo Latini, Giorgio Turri, Mario Cattamo, Giacomo Scotti ed un certo Cheli.

Alla “Voce” giunsero anche persone provenienti dal monfalconese. Ricordo un certo Del Fabbro; quindi Jolanda Perich che venne a sostituire Amelia, la segretaria di redazione che partì per l’Italia. Poi Mario Spessot, ex comandante partigiano che sfortunatamente morì, poco dopo il suo arrivo, in un incidente tramviario, caduto sotto le ruote del mezzo mentre stava sul predellino in un momento di calca. C’era poi Guido Russi, simpatico, sempre allegro e amico di tutti, che faceva il fotografo. Credo fosse il primo fotografo che la “Voce” abbia avuto in pianta stabile. Con i mezzi che allora si potevano avere a disposizione faceva delle fotografie più che discrete. Era conosciuto in città perché era l’unico che scattava fotografie anche di notte e in ambienti chiusi senza l’apporto del flash, un miraggio per quei tempi. Egli risolveva la questione usando la polvere di magnesio alla quale dava fuoco al momento dello scatto producendo una nuvola di fumo denso che intossicava tutti i presenti. Ma noi avevamo la foto dell’avvenimento che si era svolto di sera. Un giorno, lavorando nel suo laboratorio provocò un’esplosione che fece un falò di tutto il materiale infiammabile. Guido rimase gravemente ustionato tanto da restare sfigurato in volto.

Vi fu poi la schiera degli istriani: Luciano Giuricin da Rovigno che venne a fondare “Vie Giovanili”, Davide Balanzin da Parenzo, Spartaco Serpi e Valerio Zappia da Albona, Emilio Tomaz da Montona, Mario Schiavato da Dignano e, più tardi, quando “Il nostro giornale” di Pola si fuse con la “Voce”, anche Giacomo Raunich e Paolo Lettis e, per un certo tempo pure Claudio Radin e Bruno Flego. (1 e continua)

Mirella Giuricin
(1 e continua)

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