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24 novembre 2004 a cura di Roberto Palisca SOPRAVVISSUTA A GUERRE E
PESTILENZE, NEL SEICENTO FECE VOTO A SAN ROCCO Nel XVIII secolo qui esistevano due confraternite: quella di San Rocco e quella di San Nicolò. A sopprimerle, nel 1806 furono i francesi. Ma qualcosa di quelle antiche congregazioni è rimasto: le due chiese più interessanti della piccola località di Raccotole, oggi borgo del comune di Caroiba, sono consacrate a questi due santi. Quella nel centro del paese, cresciuto a 206 metri al di sopra del livello del mare, in mezzo a una valle lussureggiante circondata da boschi e doline, è votata a San Rocco. Si tratta di una costruzione che risale al XVI secolo, più o meno al 1580, anno in cui in questo piccolo paesino fu istituita la prima parrocchia. I documenti più antichi custoditi nell’archivio parrocchiale risalgono al 1657. Al luogo comunque si accenna negli atti storici già moltissimi anni prima. Raccotole fu colonia romana. A quei tempi la chiamavano “praedium Raccotolae” ossia terra di Raccotole. In seguito, fino al 1278, si assoggettò alla potenti famiglie montonesi. Tra il 1300 e il 1400, oltre a doversela vedere con le epidemie di peste la popolazione di queste zone subì anche le conseguenze della guerra tra re Sigismondo d’Ungheria e i veneziani. Fu quindi della Serenissima, fino alla sua caduta, per venire occupata in seguito dall’esercito austriaco. Poi nel 1630, arrivarono un’altra volta a spopolare l’Istria intera nuove epidemie. E fu in quell’epoca che i pochi abitanti di questo villaggio fecero erigere la chiesa maggiore del paese, consacrandola a San Rocco che doveva proteggerli dalla peste. La bella parrocchiale, circondata da immensi lodogni, subì dei restauri e degli ampliamenti una prima volta nel 1861 e la seconda nel 1934. L’ultimo rinnovo fu quello del 1959. È una chiesa a navata unica e a pianta crocifera. La facciata principale, di chiaro stile baroccheggiante, è costruita tutta in blocchi di bianco sasso d’Istria, salvo la base ed i margini, che essendo in pietra grigia danno alla costruzione un pittoresco contrasto. Ha due semplici finestre ad arco semiogivale poste in simmetria a media altezza, sovrastate da una finestra rotonda che ha tutta l’aria di voler essere un modestissimo rosone. Ai lati dell’entrata due belle acquasantiere incassate nelle mura. L’altare maggiore è adorno di una Vergine con bambino lignea affiancata dalle statue in gesso di San Rocco e San Giuseppe. Fuori, staccato dall’edificio e dietro il lato destro della chiesa, un bel campanile. È alto 22 metri ed ha due campane che oggi funzionano azionate dalla corrente elettrica. Le grondaie esterne della chiesa, come quelle della vecchia ma ben ristrutturata casa adiacente, per quanto nuovissime, vanno a finire in un'antica cisterna dalla vera di pietra, segno che da queste si sa valutare ancora ll'importanza dell’acqua piovana. Sulla stessa casa che s’erge a fianco della parrocchiale una lapide di marmo nero ricorda don Luka Kirac, nato a Medolino ma morto qui da parroco nel 1931. Oltre a quella dalla quale siamo arrivati noi, che a circa un chilometro da qui sbocca sulla principale Caroiba-Pisino, dal bel piazzale antistante la chiesa di San Rocco si diramano altre due stradine asfaltate. Quella che porta ad ovest sbocca nelle minuscola frazione di Corazza e finisce nel piccolo paesino di Radoslavi. Le case di questi villaggi sono sparse un po’ di qua e un po’ di là. Gli storici dicono che insediamenti di questo genere erano tipici per i villaggi fondati in Istria dai Morlacchi e in particolare dai Cattuni: popolazioni che dinanzi alle conquiste fatte dai turchi si rifugiavano in Istria anche perché commerciavano già con le genti autoctone con le quali scambiavano i loro prodotti della pastorizia con il sale. L’altra strada che parte dal piazzale scende a valle, lungo i pendii di un monticello, per sfociare sulle sponde del torrente Chervaro, nella conca in cui si trova anche il cimitero del posto con la piccola chiesetta medievale di San Nicolò. Da qui si gode una bella panoramica sull’intero circondario, ancora florido di quegli stessi lecceti e querceti che fornivano un tempo i carichi di legname che dalla stazione ferroviaria di Raccotole, a bordo dei treni della vecchia “Parenzana”, arrivavano al mercato della legna da ardere di buona parte dell’Istria e di Trieste. Stiamo per andarcene quando dall’altra parte del piazzale antistante la chiesa, nel cortile di un bel rustico a due piani dalle persiane verdi verniciate di fresco, notiamo un’anziana nonnina che, con entrambe le mani conficcate nelle due tasche di un grembiule, ci scruta con aria severa, ferma, immobile accanto a un’enorme tinozza, sotto ai pampini ingialliti di una vite. Scopriremo poi, chiacchierando con lei, che è la moglie del proprietario delle due mucche che credevamo due manzi. Chiediamo qualche dato sulla chiesa del posto. Lo otteniamo ma l'anziana signora non sembra voler essere di molte parole. Le domandiamo anche il nome. “Sono Vittoria Ritoša” – ci risponde. “Ah sono tutti Ritoša qui in paese?” – Replichiamo. “No, perché” – ribatte. “Perché anche il signore che abbiamo incontrato poco fa per strada, al pascolo con due mucche, ci ha detto di avere lo stesso cognome”. “Certo, caspita!” – Esclama. – “È mio marito”. Source: |
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