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29 aprile 2005
Un patrimonio di
inestimabile valore in via di salvaguardia e recupero
La poco invidiabile sorte
degli antichi manieri
Qualcosa si sta muovendo
anche a salvaguardia dei castelli istriani. Con uno stanziamento di
200-300.000 kune dal bilancio regionale rimpinguato da una somma
pressocchè uguale erogata dal Ministero alla cultura e dai mezzi elargiti
dal Comune di Canfanaro, è stato possibile ripulire l’area incolta che
soffocava il vetusto sito della città morta di Duecastelli per cui si è
assicurata la stabilità dei ruderi e oggi quel che resta del preistorico
eremo si presenta in uno stato accettabile. Sentieri e camminamenti sono
stati ripuliti, sono stati asportati migliaia di metri cubi di sassi,
tutti sottoposti a esame per accertarne l’uso e la collocazione, i muri
della chiesa di Santa Sofia non sono più pericolanti. Gli interventi al
Castello dei Rotta a Momiano proseguono a scadenza annuale. E a un ritmo
soddisfacente si dipana anche l’opera di restauro del Castello di
Sanvincenti, il superbo maniero dei Morosini-Grimani (1460) mentre un
programma di tutto rispetto interessa ultimamente il Castello di Chersano,
una rocca del XIV secolo costruita da Enrico detto Ancimanno da Pisino. Il
Comune di Chersano, un’entità municipale minore ma con un florido bilancio
foraggiato com’è dalla rendita per l’ubicazione della vicina centrale
termoelettrica di Fianona, ha riscattato la fortificazione dagli ultimi
proprietari dando inizio ai lavori di ristrutturazione con un contributo
minimo dello Stato. In questa carrellata sui generis va citato il lavoro
di rappezzamento della cinta muraria di Bogliuno e delle mura della
cittadella di Rozzo. In completo stato d’abbandono invece i ruderi, ormai
ridotti a pochi muri pericolanti tenuti insieme da ghirlande di edera, dei
castelli dell’Alta Val d’Arsa e quello di Lupogliano, un bell’esempio di
architettura rinascimentale che i più non notano neppure presentandosi
all’esterno come un anonimo casermone.
I progetti del presente tra musei e
lapidari
La Basilica Eufrasiana di
Parenzo, patrimonio dell’umanità, aperta al culto in maniera continuativa
dal VI secolo ad oggi non smette di essere oggetto di ricerca
storico-architettonica. Dopo il restauro della preziosa sala delle udienze
del vescono nell’antico Episcopio, oggi trasformata in museo e aperta al
pubblico, i lavori di recupero sono stati indirizzati alla sagrestia, alla
cappella privata del vescovo e a tutta la trifora del VI secolo
difficilmente accessibile. La pavimentazione in legno della sagrestia cela
magnifici mosaici. Si tratta di un progetto di restauro settennale
finanziato dallo Stato che presuppone anche la costruzione di una nuova
sagrestia come è già avvenuto per il vescovado. Completata anche questa
fase della massiccia opera di recupero del complesso chiesastico, la
Basilica Eufrasiana con la cattedra del vescovo più antica d’Europa, sarà
completamente a disposizione dei visitatori in tutto il suo superbo
splendore autentico.
Ma Parenzo non finisce di
stupire con la sua storia millenaria che viene alla luce ogni volta che un
piccone penetra sotto allo strato dell’antica pavimentazione. Dei recenti
scavi per la posa della nuova canalizzazione hanno fatto riemergere,
all’altezza della Torre pentagonale del 1452 che a sua volta si regge su
una d’epoca romana, i resti della porta romana che doveva essere
monumentale, qualcosa come Porta Ercole a Pola, e il ponte d’accesso al
Decumano del XVII secolo si è ampiamente trattato su queste colonne. Ci
piace annotare che il ponte sarà interamente recuperato e lasciato a vista
all’imbocco del celebre Decumano parentino che d’estate i turisti calcano
in un’interminabile processione.
A Cittanova, completato il
restauro della Cripta del Duomo, si procede alla costruzione del museo in
cui verrà allestito il lapidario e dove troveranno giusta e degna
collocazione le lapidi medievale di inestimabile valore ora accatastate
nei corridoi di Palazzo Rigo. Dovrebbe risultare il lapidario d’epoca
medievale più importante di tutta la Croazia. Tra i reperti rari gioielli
d’arte sacra che il mondo c’invidia e primo tra tutti il ciborio del
vescovo Maurizio del 775.
Nell’opera di
valorizzazione del patrimonio storico, culturale e artistico istriano ha
voce in capitolo anche la Regione Veneto che annualmente stanzia
ragguardevoli finanziamenti per il restauro delle numerose opere d’arte
d’epoca veneziana. Tra i progetti portati a compimento grazie a tali
finanziamenti potremmo citare il recupero di molte opere lignee e pale
d’altare di artisti veneziani, la ristrutturazione della chiesa di San
Bartolomeo a Rozzo, i lavori in corso alla cinta muraria di Montona, il
recupero del leone marciano di Portole che in origine impreziosiva la
facciata del municipio, un edificio che s’ergeva di fianco alla chiesa
parrocchiale di San Giorgio, entro le mura. Questo leone portolese merita
qualche cenno particolare: è una scultura imponente, pesa qualcosa come
una tonnellata e mezza e risale al tempo in cui era podestà di Portole
Benedetto da Mosto, nel 1529. È uno dei più imponenti simboli del potere
di Venezia in terra istriana, tale da essere affiancato, se financo non li
supera in grandezza, ai celebri esemplari capodistriani.
Tra le ultimissime novità
finalmente la conferma dell’inizio dei lavori di ristrutturazione, dopo
dieci anni di laboriose trattative, di Palazzo Bettica a Dignano destinato
a sede del museo etnografico. Nell’opera di conservazione dello splendido
edificio verranno impiegati anche i mezzi destinati alla sfortunato
Palazzo Giocondo di Gallesano il quale, in mano privata e abbandonato alla
sferza del tempo, è in parte crollato l’anno scorso.
Conclusiamo questa
carrellata sui generis attraverso il patrimonio paesaggistico e culturale
istriano restando nel Dignanese con una chicca di quelle che mandano in
visibilio gli esperti in belle arti. Dovrebbe avere inizio tra breve il
restauro della chiesa di Santo Stefano a Peroj. La sua è una storia fuori
dal comune: costruita nel VII secolo, è stata sconsacrata duecento anni fa
e venduta ai contadini del posto che l’hanno trasformata in stalla. E
stalla è rimasta per tutto il tempo fino al giorno d’oggi. Ci sono voluti
diciotto anni di difficili e estenuanti negoziati perché l’ultimo dei
proprietari accettasse di venderla alla Città di Dignano. Solo a questo
punto è stato possibile avviare un progetto di restauro. Gli specialisti
del campo della conservazione dei monumenti assicurano trattarsi di un
caso eccezionale, destinato a far parlare di sé; l’edificio è conservato
in maniera straordinaria, riportarlo alla funzione originaria sarà una
sfida e un’opera sensazionale. Ad apside quadrangolare, lascia intravedere
sulle pareti interne i resti di sublimi affreschi mentre la facciata è
decorata da due pilastri incastonati terminanti in semicapitelli. È un
altro splendido manufatto d’arte preromanica.
Rosi Gasparini
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