Reprinted from: http://www.edit.hr/lavoce/050721/speciale.htm

21 Luglio 2005

Allarme rosso costante per il patrimonio culturale della penisola
Fino all'ultima pietra

Nel destino la scomparsa. Costruite pietra su pietra, verranno cancellate pietra dopo pietra venti “casite” della Bassa Istria, colpevoli di trovarsi sul tracciato dell’Ipsilon, nell’ultimo segmento che s’infila a Pola. Una condanna a morte istituzionalizzata, come una sentenza che, ahinoi! non consente appello ma solo la ricerca di una morte indolore. Quasi che levare una ad una le pietre non produca lo stesso effetto di uno spintone di ruspa. Vigilerà sull’esecuzione il Fondo per la conservazione del patrimonio storico con sede a Dignano. Come mettere un medico accanto al condannato alla sedia elettrica. Fa male il cuore ma altrimenti non può essere, ha detto il presidente della regione Ivan Jakovčić in merito. Sì, è vero, fa male il cuore. Perché quelle costruzioni, salde nel tempo grazie all’ingegno dei costruttori che non hanno avuto a disposizione né cemento né ferro, sono nel nostro DNA. Sono identità e adesso diventano memoria. Forse solo fantastica. Come Avalon. Come Camelot. A meno che, per credere nella loro esistenza, non ci si affidi allo scriteriato proliferare di “casite” denudate della loro iniziale ragione d’essere (erano ripari per i contadini che avevano le terre troppo lontano da casa: proteggevano dalla pioggia, a volte ci si fermava a dormire la notte per riprendere il lavoro di mattino presto, a volte ci passavano la notte gli asini) e ridotte a servizi igienici (lungo la stessa strada a scorrimento veloce), a mini appartamenti turistici, a fast food e quant’altro. Certo, benvenga la strada (sinceramente, sarebbe potuta essere un tantino migliore, più sicura: che diamine, l’abbiamo attesa tanto e adesso… chi la conosce la evita!), avanti il futuro.

Forse (ma forse) il fatto che il sacrificio ha per fine ultimo qualcosa di buono, potrebbe far piangere meno il cuore. Certo, è muscolo che ha sofferto in passato per l’incivile condanna a morte con esecuzione immediata che nei confronti delle “casite” era stata emessa da pastori nomadi e da imprenditori vari. Non di rado greggi di pecore hanno invaso la campagna arrampicandosi sulle “masere” (piene di “rombi”, ormai) e sulle “casite” facendole inginocchiare. Si è tollerato, il perché ancora non si è capito. E altrettanto male ha fatto sapere e vedere le “casite” e le “masere” trasformate in ghiaia (ah, potenza dei soldi!). Purtroppo, l’effetto finale è lo stesso: siano state capre, pecore o frantoi, o adesso un decreto a dire “morte”, succede che quello che è stato non sarà più.

Dire che queste singolari costruzioni – a forma circolare, quadrata, addossate alle masere o solitarie in mezzo alla campagna – sono carta d’identità del Mediterraneo tutto, segnano una sorta di comunanza tra la gente che si affaccia su questo importantissimo catino d’acqua che è stato culla delle più grandi civiltà sembra quasi un estremo, inutile tentativo di salvare quanto difficilmente è salvabile. O forse si potrebbe anche fare. Magari, invece di raccogliere la pietra per rattoppare altre “casite” (chissà quanto tempo è stato loro concesso?), si potrebbe farle rinascere in una sorta di etno parco. Ne pensiamo tanti di parchi imprenditoriali che uno al nostro passato non ci farebbe male. Magari con l’aggiunta di altro che rischiamo di perdere o che è già patrimonio del “c’era una volta”. Altrimenti, fra strade a scorrimento veloce, parchi imprenditoriali, impianti di depressurizzazione e quant’altro avremo un’Istria siliconata. Alla faccia della genuinità e salvaguardia del territorio che tanto decantiamo. Le parole da una parte, le azioni dall’altra.

Carla Rotta

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