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Giovanni Colarich di Anteo Lenzoni Nel giornalino "Il Girasole" redatto dagli studenti della scuola italiana di Pola Dante Alighieri, l'allieva Erika ricorda il piacere che provava quando, da piccola, il nonno le narrava avvenimenti e fatti accaduti in città e vicende da lui vissute. Un giorno, premettendo che si trattava di una persona le cui azioni avevano provocato sensazione e impressione a lui che allora era un bambino di otto anni, le raccontò la storia del polesano Giovanni Colarich che abitava, con i genitori, nel rione di Siana. La narrazione affascinò la nipotina poiché il nonno arricchì il suo racconto di particolari, soffermandosi sull'efferatezza dei misfatti, sull'abilità del Colarich di sfuggire alla polizia che gli dava la caccia, sottolineando la spavalda temerarietà dimostrata dall'uomo allorché si recò di notte nella redazione del quotidiano "L'Azione", situata nella centrale via Sergia, intrattenendosi con il redattore Rodolfo Manzin (in seguito collaboratore della nostra Arena fin dalla fondazione), procurandogli un eccezionale scoop. Quando avvennero quei fatti io avevo qualche anno più del nonno di Erika e ne fui ampiamente informato, perché oltre a sentirne parlare in casa, leggevo la cronaca sul giornale locale. Notevole emozione provai quando vennero assassinate le sorelle Tracanelli con le quali i miei genitori avevano ottimi rapporti. In città, di notte, sopratutto nelle vie periferiche rischiarate appena dalla fioca luce dei fanali aleggiava un senso di paura e la cittadinanza tirò un sospiro di sollievo quando seppe della cattura del Colarich effettuata dai carabinieri dopo una furibonda colluttazione avvenuta in un cinema di Trieste. Il Piccolo intitolava l'articolo "Il brigante Colarich, l'inafferrabile, é caduto nelle mani della giustizia". Era il 15 gennaio del 1924. Riportato a Pola, venne rinchiuso nel carcere di via dei Martiri. Ultimati gli atti istruttori, protrattisi per ventuno mesi, ebbe inizio il dibattimento davanti alla Corte d'Assise nella palestra della scuola elementare Giuseppe Giusti. Assieme al Colarich, imputato di associazione a delinquere, omicidio, rapine e furti, vennero portati a giudizio diciannove uomini, imputati di concorso e favoreggiamento nei reati contestati a Colarich; nonché furono giudicate la sua fidanzata e un'altra donna, entrambe poi assolte per non aver commesso il fatto. Nutrita la difesa degli avvocati di Pola: Benussi, Cerlenizza, Marotti e dei triestini: Zennaro, Pollucci, Robba, Matosel-Loriani e Stefani. Molti i giornalisti al seguito, compreso Gigi Vidris che, con pochi tratti essenziali ritrasse i magistrati, gli avvocati, i giurati, gli imputati e i testimoni. Il dibattimento si chiuse, dopo qua-rantasei giorni, con la condanna di Giovanni Colarich a quattro ergastoli e a centosei anni di reclusione per i reati minori e con undici anni di segregazione cellulare; altri tredici imputati subirono la condanna da undici anni e undici mesi a un anno e sette mesi di reclusione, mentre i rimanenti otto furono assolti. Nel marzo 1926 la Cassazione confermò la sentenza della Corte d'Assise e per Colarich iniziò l'espiazione della pena. "L'Azione" scrisse: "la tragedia di Giovanni Colarich, così può essere definito l'insieme dei suoi fatti criminosi, ha avuto il suo naturale epilogo. Indossata la tenuta di ergastolano nella fredda e tetra cella, ripensando ai delitti compiuti, rivedendo le mani insanguinate nella notte perenne della sua infelice vita, forse sentirà germogliare nel suo cuore quel rimorso che ha affermato di non avere mai provato". L'auspicio del giornalista si è realizzato. Dal penitenziario uscì una persona diversa. Quel processo, per Pola e per l'Istria fu un avvenimento eccezionale. Via Epulo e via San Martino, al cui incrocio si trovava Scuola Giusti, erano sempre gremite di curiosi in attesa di entrare nell'aula del dibattimento o di assistere all'arrivo dei furgoni cellulari e dell'autoblindo che portava Colarich in Corte d'Assise. Lungo il percorso dalle carceri: in via Muzio, via Promontore, via Cenide, al Mercato, in via Epulo fino a via San Martino, erano appostati soldati armati con il compito di trattenere la folla. Posso dire di aver assistito personalmente all'eccezionalità dell'evento da un punto di osservazione privilegiato. Allora frequentavo la IV classe elementare della scuola Giusti, le cui ampie vetrate davano sul cortile interno nel quale, dalla via Epulo, entravano i cellulari e l'autoblindo. Nella classe vivevamo momenti di fibrillazione e l'impareggiabile maestro Giovanni Dizorz, che sempre ricordo con affetto, ci permetteva ogni tanto, di guardare nel cortile, dove si ammassavano numerosi carabinieri e gli avvocati in toga nei brevi momenti di pausa. Più di una volta ho visto gli imputati, con i ferri ai polsi, legati a catena e attorniati da una schiera di guardie carcerarie. Ho visto anche Colarich mentre veniva condotto nell'aula. Si vociferava che era stato un precedente e concitato interrogatorio, da parte dei carabinieri, a trasformarlo da un semplice ladruncolo in un feroce bandito e in un assassino. Nei primi anni Venti, l'Istria meridionale era battuta da bande di fuorilegge, che imperversavano nella zona vessando la popolazione. Ricordo in particolare la banda Stocovich e quella di Matossevich. I covi dei banditi erano tra le forre e nei boschi di Sbandati, Zabroni, Cattuni. I fuorilegge commettevano abigeati, rapine, estorsioni, furti e violenze alle persone. Di notte nessuno s'inoltrava nella draga di Canfanaro-Leme. Di giorno i viaggiatori preferivano mettersi in colonna piuttosto che procedere sparsi. Colarich, venne fermato dai carabinieri per una bagattella al fine di ottenere informazioni attinenti ai banditi, notizie che probabilmente nemmeno lui era in grado di fornire. Durante l'interrogatorio avrebbe subito maltrattamenti e venne costretto ad un atto repellente. L'uomo giurò che si sarebbe vendicato. Rimesso in libertà, una notte sparò a una pattuglia uccidendo un carabiniere e ferendone un altro. In seguito si diede alla macchia, continuando a delinquere fino alla cattura. Motivò le sue scelte "per sete di vendetta e di sangue", almeno così riportò la stampa. Al processo venne fatto oggetto di ulteriori violenze da parte degli inquirenti ed egli stesso si professò vittima di uomini malvagi. Colarich accettò con rassegnazione la severa pena inflittagli mantenendo sempre nei diversi penitenziari una buona condotta. All'entrata in vigore del Trattato di Pace di Parigi, che assegnava l'Istria alla Jugoslavia ed attribuiva la cittadinanza jugoslava agli istriani con facoltà di optare per quella italiana, ho motivo di credere che Colarich abbia chiesto ed ottenuto la cittadinanza jugoslava e il trasferimento in una casa di pena di quella Repubblica. Venne trasferito nelle carceri di Gorizia ove non fu consentito al giornalista Manzin di completare l'intervista iniziata ventisei anni prima. Consegnato alle autorità jugoslave poco dopo venne posto in libertà. Ritornato a Pola ormai cinquantenne andò ad abitare in via Grega, mantenendo un comportamento ineccepibile. Si adoperò in attività di volontariato acquisendo il rispetto della popolazione autoctona che venticinque anni prima aveva deplorato e stigmatizzato la crudele violenza dei suoi delitti, ma anche provato un senso di pietà per lo sventurato ergastolano, vittima di malvage sopraffazioni. A.L. Ristampado da:
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This page compliments of Marisa Ciceran Created: Sunday, August 07,
2005; Updated
Thursday, September 27, 2007
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