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SAN FRANCISCO - È sabato mattina e tira vento a San Francisco. Le raffiche sbattono
la pioggia sulle vetrine dei negozi di North Beach, il quartiere italiano
e cuore letterario della città, al confine tra Chinatown, il Distretto
finanziario e l’Embarcadero. La pioggia non risparmia City Lights, la libreria
che Lawrence Ferlinghetti, poeta, editore ed esponente di punta della Beat
Generation, apre nel 1953 al 261 di Columbus Avenue, la via principale
di North Beach, appena passata Broadway. Subito diventa ritrovo di artisti
e letterati e tuttora è una delle librerie e case editrici più
famose al mondo. Di qua sono passati tutti gli scrittori della generazione
perduta: Jack Kerouac, Allen Gingsberg, William Burroughs, Neal Cassidy.
A mezzogiorno,
dopo aver comprato una mezza dozzina di libri, ho una voglia di caffè
che mi porta via. Un espresso vero, intendo dire, non un surrogato qualsiasi.
Attraverso la strada, prendo una salitina, incrocio Grant Avenue e proprio
all’angolo, al 609 di Vallejo Drive, mi imbatto nel «Caffè
Trieste». Entro, mi faccio largo tra i turisti, ordino un espresso
e, sempre in inglese, chiedo: questo locale ha un nome di fantasia o il
proprietario era di Trieste? La signorina che serve al banco mi guarda
fisso negli occhi e poi mi dice: Mio nonno xe de vizin Trieste. Lei la
xe de Muggia? No, de piazza Garibaldi, dico io. Good, bene. Nono xe de
Rovigno.
È evidente
che la ragazza, da dietro la macchina dell’espresso, sta controllando la
veridicità delle mie origini. Nono non xe qua, el vien dopo pranzo
per el conzerto dele due, aggiunge in un triestino un po’ arrugginito.
Concerto...? Sì, semo una famìa de cantanti. I vien de tute
le parti per scoltarne. Arie de la Bohème ma anche canzoni country&western.
Vorrei conoscere
suo nonno, dico. Se la speta, lo ciamo a casa. Confabulano al telefono,
il nonno mi vuole parlare – in dialetto, naturalmente – e quando capisce
che, per davvero, vengo da Trieste, la sua gioia diventa incontenibile.
Femo l’intervista prima del conzerto. Va ben tra un’oreta? D’accordo. Vado
in albergo a prendere il registratore e torno.
Il nonno, gran
patron del «Caffè Trieste» è Gianni Giotta, nato
a Rovigno, classe 1920. «Ferlinghetti è stato il mio primo
cliente», racconta. «Ci venivano anche Rosenberg, Gingsberg
e gli altri poeti della Beat generation. Discutevano seduti là,
a quel tavolo d’angolo. Sono loro che hanno contribuito a farmi diventare
famoso. Francis Ford Coppola, il regista, è stato lui pure mio cliente.
Quando la sua casa cinematografica aveva sede su Columbus Avenue, due strade
più sotto, ogni mattina, per sei mesi, era qui a lavorare alla sceneggiatura
de Il Padrino».
E Ferlinghetti,
cosa mi dice di lui?
«Anche
lui a volte scriveva».
Ci viene ancora?
«Sempre,
anche se non tutti i giorni. Mi aiuta a mettere insieme le mie memorie.
Siamo come fratelli, io sono del ’20 e lui del ’19. Gli dico: guarda, siamo
due vecchi, ormai».
Ma qual è
la storia di questo caffè che è citato in tutte le guide
di San Francisco?
«Quando
cominciai era il 1956, il mio era l’unico bar degno di questo nome in tutto
l’Ovest americano. Allora servivo solo caffè nero in tazzina, rari
i macchiati. La clientela, infatti, era soprattutto italiana. Solo più
tardi è arrivato qualche timido americano». A quel tempo Gianni
non spiccica una parola di inglese ma, con la sua personalità estroversa,
incanta quelli che entrano per caso nel suo locale. Tanto che ora è,
per tutti, papa Gianni. Papa senza accento, proprio come Hemingway.
La prima macchina
da caffè è una Gaggia, col tempo sostituita da una Cimbali.
Quanto alla miscela, Giotta la compera pronta. «Era buona, ma un
giorno mio figlio Fabio ebbe l’idea di aprire una torrefazione. Detto,
fatto. Chiamai in Germania e ordinai questa macchina che allora era all’avanguardia
anche se impiegava mezz’ora a tostare venticinque chili di caffè.
Ma ci sono affezionato: sta qui nel retrobottega da trent’anni».
Quando il lavoro
comincia a rendere bene, Gianni ne compra un’altra più potente e,
dopo qualche anno, apre un vero e proprio stabilimento industriale che
gli permette di fornire 200 locali con le sue 25 miscele: quelle per l’espresso
e il cappuccino vanno forte, ma anche i mix aromatici sono molto richiesti.
All’inizio Fabio – il più giovane e l’unico «americano»,
nato a San Francisco nel 1962 – intruglia e Gianni assaggia. Il caffè
Trieste diventa così un affare di famiglia e vi lavorano figli e
nipoti. Nel 1978 Gianni apre un bar-pizzeria sul lungomare di Sausalito,
un quartiere dall’altra parte della baia, al di là del Golden Gate,
da dove si può godere una splendida vista su San Francisco.
Trent’anni dopo,
Gianni è più famoso che mai, e non solo per i macchiati o
i cappuccini. La sua è, infatti, anche una famiglia di musicisti:
figli e nipoti cantano e suonano diversi strumenti e si esibiscono da soli
o in gruppo in sale importanti della California del Nord, tra cui la San
Francisco Opera e il Palace of the Fine Arts. «Siamo molto orgogliosi
di essere stati invitati a dare un concerto al party organizzato in onore
di Luciano Pavarotti», tiene a precisare. «E sono trent’anni
che, ogni sabato pomeriggio, ci esibiamo al Caffè Trieste: io, mia
moglie, mia figlia Sonia che ha 58 anni e che ci aiuta al banco, mia nipote
Ida e un gruppo di amici. Di qua, poi, sono passati tanti personaggi famosi,
italiani e non. Come Gianni Morandi, Milva, Michael Douglas, Vincent Price
e tutti gli altri che sono immortalati nelle fotografie appese alle pareti.
Perché questo posto non è di lusso, ma piace a tutti. Gli
americani mi dicono: «papa Gianni, do not change anything. If you
change, you won’t see me anymore. (Papà Gianni, non cambiare nulla
perché, se cambi il locale, non mi vedi più). E così
rimarrà finché sarò vivo io».
Gianni Giotta
è una forza della natura e il suo entusiasmo è travolgente
anche quando parla dei tempi duri della sua infanzia.
«Il mio
primo ricordo risale a quando avevo sei anni. Papà mi diceva sempre:
sei intelligente, non serve che vai a scuola. Vieni con me, dobbiamo far
su almeno due chili di pesce, e comperare polenta e fagioli. mi faceva
remare ma ero così piccolo che doveva mettermi un scatola sotto
i piedi per alzarmi un po’».
E continua:
«C’era grande miseria in giro. Eravamo quattro figli e papà
aveva una barchetta di cinque metri, pescava con la lampada e la rete.
Io non ho potuto studiare, mi sono dovuto arrangiare. Però, per
quel poco di scuola che ho fatto, ero il migliore – ride – sono stato due
volte in prima elementare, due in seconda, due in terza e due in quarta».
A quattordici
anni va a Trieste, dove vive un cugino, e comincia a navigare. «Mi
imbarcai sul ”Conte Verde”, una nave passeggeri da 21 mila tonnellate.
Facevamo lunghi viaggi: da Trieste fino a Shanghai, a Hong Kong. Quaranta
giorni di traversata. Ero diventato un pirata. Guadagnavo 250 lire al mese,
ero contento. Non ero più scalzo finalmente e portavo scarpe di
lusso. Comprai pure un bellissimo cappotto e un Borsalino».
Giotta, però,
non si monta la testa. Una volta l’anno torna a Rovigno dalla famiglia,
va a pescare con il padre, insieme comprano pane e sardoni salati e vanno
a bere un bicchiere di vino. «Un giorno avevo voglia di stare a casa,
ma papà insistette perché andassimo allo spaccio, un locale
piccolo in questa Rovigno con le case piccole e tutte attaccate. Decido
di accontentarlo. Entro e vedo una ragazza così bella che rimango
con gli occhi spalancati. È stato il più bel momento della
mia vita. Da allora, e per un mese di seguito, andai tutti i giorni in
osteria a bere un bicchiere finché la conquistai. Sono passati 62
anni da quando l’ho sposata e sono felice di vivere con un angelo».
Di lì
a poco, però, scoppia la guerra e Gianni è prima militare
a Pola, poi marinaio sulla Volturno, dove rimane per 36 mesi. «Finita
la guerra, ci misi un mese ad attraversare l’Italia a piedi e quando arrivai
a Rovigno trovai la città in mano ai tedeschi: volevano che combattessi
contro la mia gente. Niente da fare. Per fortuna accadde un miracolo: arrivarono
i partigiani e ci liberarono. Una notte scappammo in una ventina e ci unimmo
a loro».
Nel 1947 Gianni
Giotta, con moglie e due figli, lascia Rovigno e fino al 1951 lavora al
Cantiere San Marco di Monfalcone, al servizio marinaresco. «Nel novembre
del ’51 aprirono l’esodo e ci imbarcammo a Trieste per New York, via Napoli
e Brema».
A New York Gianni
trova dei rovignesi che gli suggeriscono di tentare la fortuna in California.
Prima tappa: Dana Point, vicino a San Clemente, nella California del Sud,
dove lavora in un’impresa di costruzioni per un dollaro l’ora. «Ma,
pure nella disperazione, non avevamo perso lo spirito. Il buon Dio ha regalato
a me e a mia moglie una bella voce e così, il sabato sera, organizzavamo
dei concerti. Cantavamo arie della Tosca e della Bohème che sono
ancora le mie favorite».
La vita comincia
a dare qualche soddisfazione, ma alla signora Ida non piace Dana Point,
vuole trasferirsi a San Francisco. «Le dicevo: no xe schei. Cosa
fazemo lassù?». I Giotta, però, finiscono con l’andare
a vivere a San Francisco. Poco dopo, è il 1956, Gianni apre un bar
e lo chiama Caffè Trieste.
Gianni Giotta
si sente un novello Cristoforo Colombo. «Ho sofferto momenti terribili,
lasciavo un mondo che conoscevo per andare lontano dove non sapevo cosa
avrei trovato. Ma io volevo fare meglio, volevo progredire». E da
quando si trasferisce a San Francisco ospita i parenti che vogliono tentare
la grande avventura. «La mia era la casa dei ben arrivati»,
dice con orgoglio.
Torna spesso
dalle nostre parti?
«Almeno
una volta l’anno. Quando arrivo, vado a bere un caffè alla torrefazione
di piazza Goldoni e poi corro a Rovigno, dove ho una casa da cui vedo il
mare».
Signor Gianni,
la preoccupa la concorrenza delle grandi catene di caffè che sono
sorte un po’ ovunque negli Stati Uniti?
«No, siamo
felici come siamo. Il nostro nome e le nostre miscele vanno forte. Lo dimostra
il fatto che tutti, europei, americani, giapponesi, vogliono intervistarmi».
Il suo segreto?
«Comprare
i chicchi migliori, tostarli per mio conto e preparare ogni caffè
come se lo dovessi bere io».
Il concerto
sta per cominciare. Perché, prima di lasciarci, non ci facciamo
una cantatina noi due soli qui, nel retrobottega? A microfono spento, Gianni
e io intoniamo: «Trieste dormi, e ’l mar se movi apena, le stelle
brilano e le te fa sognar. E se stanote, ciapo una sirena, mi te la vojo
domani a regalar». La voce di Gianni Giotta è ancora perfetta
ed è lui a guidare il singolare duetto. Dopo i saluti e le foto
di rito, con il registratore sotto il braccio vado da City Lights a ritirare
i libri che avevo lasciato in deposito. Chiedo di Lawrence Ferlinghetti
e mi dicono che non c’è, che è in vacanza in Italia. M’incammino
verso l’Embarcadero e, non appena sono in cima alla collina, ecco aprirsi
davanti a me l’oceano Pacifico. C’è calma di vento, l’aria è
tiepida e non piove più. Forse è una fissazione, forse è
la luce – come scrisse Ferlinghetti, ... the light of San Francisco is
a sea light / an island light ..., la luce di San Francisco è una
luce di mare / una luce da isola – forse è quella canzone che mi
ronza nell’orecchio, ma ho Trieste nel cuore.
Patrizia Sanvitale
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