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Giovanni (Gianni) Giotta
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Copyright Editoriale Il Piccolo S.p.AAi suoi tavolini si davano appuntamento gli scrittori della Beat Generation e Ferlinghetti ancora oggi ama sorseggiarvi un vero espresso italiano

«Caffè Trieste», dove Coppola scrisse «Il Padrino»

Il locale che si trova al 609 di Vallejo Drive a San Francisco è gestito dal rovignese Gianni Giotta, classe 1920 

giovedì 15 agosto 2002. 

[Foto di Sergio Ramazzotti]

SAN  FRANCISCO - È sabato mattina e tira vento a San Francisco. Le raffiche sbattono la pioggia sulle vetrine dei negozi di North Beach, il quartiere italiano e cuore letterario della città, al confine tra Chinatown, il Distretto finanziario e l’Embarcadero. La pioggia non risparmia City Lights, la libreria che Lawrence Ferlinghetti, poeta, editore ed esponente di punta della Beat Generation, apre nel 1953 al 261 di Columbus Avenue, la via principale di North Beach, appena passata Broadway. Subito diventa ritrovo di artisti e letterati e tuttora è una delle librerie e case editrici più famose al mondo. Di qua sono passati tutti gli scrittori della generazione perduta: Jack Kerouac, Allen Gingsberg, William Burroughs, Neal Cassidy.

A mezzogiorno, dopo aver comprato una mezza dozzina di libri, ho una voglia di caffè che mi porta via. Un espresso vero, intendo dire, non un surrogato qualsiasi. Attraverso la strada, prendo una salitina, incrocio Grant Avenue e proprio all’angolo, al 609 di Vallejo Drive, mi imbatto nel «Caffè Trieste». Entro, mi faccio largo tra i turisti, ordino un espresso e, sempre in inglese, chiedo: questo locale ha un nome di fantasia o il proprietario era di Trieste? La signorina che serve al banco mi guarda fisso negli occhi e poi mi dice: Mio nonno xe de vizin Trieste. Lei la xe de Muggia? No, de piazza Garibaldi, dico io. Good, bene. Nono xe de Rovigno.
È evidente che la ragazza, da dietro la macchina dell’espresso, sta controllando la veridicità delle mie origini. Nono non xe qua, el vien dopo pranzo per el conzerto dele due, aggiunge in un triestino un po’ arrugginito. Concerto...? Sì, semo una famìa de cantanti. I vien de tute le parti per scoltarne. Arie de la Bohème ma anche canzoni country&western.

Vorrei conoscere suo nonno, dico. Se la speta, lo ciamo a casa. Confabulano al telefono, il nonno mi vuole parlare – in dialetto, naturalmente – e quando capisce che, per davvero, vengo da Trieste, la sua gioia diventa incontenibile. Femo l’intervista prima del conzerto. Va ben tra un’oreta? D’accordo. Vado in albergo a prendere il registratore e torno.

Il nonno, gran patron del «Caffè Trieste» è Gianni Giotta, nato a Rovigno, classe 1920. «Ferlinghetti è stato il mio primo cliente», racconta. «Ci venivano anche Rosenberg, Gingsberg e gli altri poeti della Beat generation. Discutevano seduti là, a quel tavolo d’angolo. Sono loro che hanno contribuito a farmi diventare famoso. Francis Ford Coppola, il regista, è stato lui pure mio cliente. Quando la sua casa cinematografica aveva sede su Columbus Avenue, due strade più sotto, ogni mattina, per sei mesi, era qui a lavorare alla sceneggiatura de Il Padrino».

E Ferlinghetti, cosa mi dice di lui?

«Anche lui a volte scriveva».

Ci viene ancora?

«Sempre, anche se non tutti i giorni. Mi aiuta a mettere insieme le mie memorie. Siamo come fratelli, io sono del ’20 e lui del ’19. Gli dico: guarda, siamo due vecchi, ormai».

Ma qual è la storia di questo caffè che è citato in tutte le guide di San Francisco?

«Quando cominciai era il 1956, il mio era l’unico bar degno di questo nome in tutto l’Ovest americano. Allora servivo solo caffè nero in tazzina, rari i macchiati. La clientela, infatti, era soprattutto italiana. Solo più tardi è arrivato qualche timido americano». A quel tempo Gianni non spiccica una parola di inglese ma, con la sua personalità estroversa, incanta quelli che entrano per caso nel suo locale. Tanto che ora è, per tutti, papa Gianni. Papa senza accento, proprio come Hemingway.

La prima macchina da caffè è una Gaggia, col tempo sostituita da una Cimbali. Quanto alla miscela, Giotta la compera pronta. «Era buona, ma un giorno mio figlio Fabio ebbe l’idea di aprire una torrefazione. Detto, fatto. Chiamai in Germania e ordinai questa macchina che allora era all’avanguardia anche se impiegava mezz’ora a tostare venticinque chili di caffè. Ma ci sono affezionato: sta qui nel retrobottega da trent’anni».

Quando il lavoro comincia a rendere bene, Gianni ne compra un’altra più potente e, dopo qualche anno, apre un vero e proprio stabilimento industriale che gli permette di fornire 200 locali con le sue 25 miscele: quelle per l’espresso e il cappuccino vanno forte, ma anche i mix aromatici sono molto richiesti. All’inizio Fabio – il più giovane e l’unico «americano», nato a San Francisco nel 1962 – intruglia e Gianni assaggia. Il caffè Trieste diventa così un affare di famiglia e vi lavorano figli e nipoti. Nel 1978 Gianni apre un bar-pizzeria sul lungomare di Sausalito, un quartiere dall’altra parte della baia, al di là del Golden Gate, da dove si può godere una splendida vista su San Francisco.

Trent’anni dopo, Gianni è più famoso che mai, e non solo per i macchiati o i cappuccini. La sua è, infatti, anche una famiglia di musicisti: figli e nipoti cantano e suonano diversi strumenti e si esibiscono da soli o in gruppo in sale importanti della California del Nord, tra cui la San Francisco Opera e il Palace of the Fine Arts. «Siamo molto orgogliosi di essere stati invitati a dare un concerto al party organizzato in onore di Luciano Pavarotti», tiene a precisare. «E sono trent’anni che, ogni sabato pomeriggio, ci esibiamo al Caffè Trieste: io, mia moglie, mia figlia Sonia che ha 58 anni e che ci aiuta al banco, mia nipote Ida e un gruppo di amici. Di qua, poi, sono passati tanti personaggi famosi, italiani e non. Come Gianni Morandi, Milva, Michael Douglas, Vincent Price e tutti gli altri che sono immortalati nelle fotografie appese alle pareti. Perché questo posto non è di lusso, ma piace a tutti. Gli americani mi dicono: «papa Gianni, do not change anything. If you change, you won’t see me anymore. (Papà Gianni, non cambiare nulla perché, se cambi il locale, non mi vedi più). E così rimarrà finché sarò vivo io».

Gianni Giotta è una forza della natura e il suo entusiasmo è travolgente anche quando parla dei tempi duri della sua infanzia.
«Il mio primo ricordo risale a quando avevo sei anni. Papà mi diceva sempre: sei intelligente, non serve che vai a scuola. Vieni con me, dobbiamo far su almeno due chili di pesce, e comperare polenta e fagioli. mi faceva remare ma ero così piccolo che doveva mettermi un scatola sotto i piedi per alzarmi un po’».

E continua: «C’era grande miseria in giro. Eravamo quattro figli e papà aveva una barchetta di cinque metri, pescava con la lampada e la rete. Io non ho potuto studiare, mi sono dovuto arrangiare. Però, per quel poco di scuola che ho fatto, ero il migliore – ride – sono stato due volte in prima elementare, due in seconda, due in terza e due in quarta».

A quattordici anni va a Trieste, dove vive un cugino, e comincia a navigare. «Mi imbarcai sul ”Conte Verde”, una nave passeggeri da 21 mila tonnellate. Facevamo lunghi viaggi: da Trieste fino a Shanghai, a Hong Kong. Quaranta giorni di traversata. Ero diventato un pirata. Guadagnavo 250 lire al mese, ero contento. Non ero più scalzo finalmente e portavo scarpe di lusso. Comprai pure un bellissimo cappotto e un Borsalino».

Giotta, però, non si monta la testa. Una volta l’anno torna a Rovigno dalla famiglia, va a pescare con il padre, insieme comprano pane e sardoni salati e vanno a bere un bicchiere di vino. «Un giorno avevo voglia di stare a casa, ma papà insistette perché andassimo allo spaccio, un locale piccolo in questa Rovigno con le case piccole e tutte attaccate. Decido di accontentarlo. Entro e vedo una ragazza così bella che rimango con gli occhi spalancati. È stato il più bel momento della mia vita. Da allora, e per un mese di seguito, andai tutti i giorni in osteria a bere un bicchiere finché la conquistai. Sono passati 62 anni da quando l’ho sposata e sono felice di vivere con un angelo».

Di lì a poco, però, scoppia la guerra e Gianni è prima militare a Pola, poi marinaio sulla Volturno, dove rimane per 36 mesi. «Finita la guerra, ci misi un mese ad attraversare l’Italia a piedi e quando arrivai a Rovigno trovai la città in mano ai tedeschi: volevano che combattessi contro la mia gente. Niente da fare. Per fortuna accadde un miracolo: arrivarono i partigiani e ci liberarono. Una notte scappammo in una ventina e ci unimmo a loro».

Nel 1947 Gianni Giotta, con moglie e due figli, lascia Rovigno e fino al 1951 lavora al Cantiere San Marco di Monfalcone, al servizio marinaresco. «Nel novembre del ’51 aprirono l’esodo e ci imbarcammo a Trieste per New York, via Napoli e Brema».

A New York Gianni trova dei rovignesi che gli suggeriscono di tentare la fortuna in California. Prima tappa: Dana Point, vicino a San Clemente, nella California del Sud, dove lavora in un’impresa di costruzioni per un dollaro l’ora. «Ma, pure nella disperazione, non avevamo perso lo spirito. Il buon Dio ha regalato a me e a mia moglie una bella voce e così, il sabato sera, organizzavamo dei concerti. Cantavamo arie della Tosca e della Bohème che sono ancora le mie favorite».

La vita comincia a dare qualche soddisfazione, ma alla signora Ida non piace Dana Point, vuole trasferirsi a San Francisco. «Le dicevo: no xe schei. Cosa fazemo lassù?». I Giotta, però, finiscono con l’andare a vivere a San Francisco. Poco dopo, è il 1956, Gianni apre un bar e lo chiama Caffè Trieste.

Gianni Giotta si sente un novello Cristoforo Colombo. «Ho sofferto momenti terribili, lasciavo un mondo che conoscevo per andare lontano dove non sapevo cosa avrei trovato. Ma io volevo fare meglio, volevo progredire». E da quando si trasferisce a San Francisco ospita i parenti che vogliono tentare la grande avventura. «La mia era la casa dei ben arrivati», dice con orgoglio.

Torna spesso dalle nostre parti?

«Almeno una volta l’anno. Quando arrivo, vado a bere un caffè alla torrefazione di piazza Goldoni e poi corro a Rovigno, dove ho una casa da cui vedo il mare».

Signor Gianni, la preoccupa la concorrenza delle grandi catene di caffè che sono sorte un po’ ovunque negli Stati Uniti?

«No, siamo felici come siamo. Il nostro nome e le nostre miscele vanno forte. Lo dimostra il fatto che tutti, europei, americani, giapponesi, vogliono intervistarmi».

Il suo segreto?

«Comprare i chicchi migliori, tostarli per mio conto e preparare ogni caffè come se lo dovessi bere io».

Il concerto sta per cominciare. Perché, prima di lasciarci, non ci facciamo una cantatina noi due soli qui, nel retrobottega? A microfono spento, Gianni e io intoniamo: «Trieste dormi, e ’l mar se movi apena, le stelle brilano e le te fa sognar. E se stanote, ciapo una sirena, mi te la vojo domani a regalar». La voce di Gianni Giotta è ancora perfetta ed è lui a guidare il singolare duetto. Dopo i saluti e le foto di rito, con il registratore sotto il braccio vado da City Lights a ritirare i libri che avevo lasciato in deposito. Chiedo di Lawrence Ferlinghetti e mi dicono che non c’è, che è in vacanza in Italia. M’incammino verso l’Embarcadero e, non appena sono in cima alla collina, ecco aprirsi davanti a me l’oceano Pacifico. C’è calma di vento, l’aria è tiepida e non piove più. Forse è una fissazione, forse è la luce – come scrisse Ferlinghetti, ... the light of San Francisco is a sea light / an island light ..., la luce di San Francisco è una luce di mare / una luce da isola – forse è quella canzone che mi ronza nell’orecchio, ma ho Trieste nel cuore.

Patrizia Sanvitale

Tratto da:

  • http://www.ilpiccolo.quotidianiespresso.it/ilpiccolo/arch_15/trieste/cu02/giot.html

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Created: Friday, August 15, 2002;; Last updated:Monday August 10, 2015
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