Riccardo Pauluzzi
Biografie


 

Riccardo Pauluzzi
Piccolo diario istriano

1973

a cura di Fausto Pauluzzi

Premessa

Ho curato il diario di mio padre. Era un modo di mantenere i contatti. Non diverso da quello giornaliero, come il monologo interiore che svolgo sul lavandino mentre lavo gli implementi di cucina. . . brontolando. Anche mio padre lo faceva. Spiandolo, m’immaginavo stesse sbrigando situazioni con chissacchì, forse con suo padre defunto, o magari con qualche stupidello che l’aveva offeso. Non lo interpellavo in materia; il gusto che ne derivava sembrava privato.

Eravamo già uno di qua e l’altro di là: lui a Staranzano in provincia di Gorizia, io a Columbia nel South Carolina. Dopo alcuni anni con l’Agip a New York, stavo riprendendo l’insegnamento e dovevo portare a termine la tesi del dottorato di ricerca. Studiavo degli intellettuali e degli artisti del periodo fascista, ma senza poterne trarre una prospettiva emotiva. Mi mancavano i dati sulla reazione al fascismo delle classi meno abbienti. Allora gli ho chiesto: “Papà, perchè non mi scrivi un memoriale su come sono andate le cose quando tu eri giovane--diciamo tra le due guerre--perchè vorrei conoscere il punto di vista di uno come te.”

Non osavo profferire le parole “autobiografia,” “memorie,” ma ci siamo intesi lo stesso. Ed eccole qua, le memorie. Ve le presento sia in nome di tutte le sante cose fatte o concepite da mio padre, sia in onore delle mie famiglie--Spiz, Stefani, Radin, Pauluzzi--sia per vivere ancora i bei giorni della mia Istria perduta. Generoso e sbrigativo, Riccardo Pauluzzi ha cominciato a scrivere queste memorie nel novembre del 1977 e per il 23 dicembre aveva già finito. Assicuro ogni lettore di buona volontà che mio padre lo avrebbe avuto caro.

Fausto Pauluzzi


Piccolo diario istriano
1973

Ricordo lo scoppio della Prima Guerra Mondiale con l'Italia?! Suonavano le campane, era di sera, io e mamma eravamo da zia Maria e si ritornava a casa. “Cosa c'è,” domandò; gli risposero che era scoppiata la guerra. Avevo cinque anni?!

Per mio figlio, Fausto. Diario della mia fanciullezza. Un confronto almeno fino alla [tua] infanzia lo puoi fare, visto che abbiamo vissuto all'ombra e a sole degli stessi luoghi: a Verteneglio.

E visto che c'è ancora spazio, aggiungo la mia giovinezza, e il resto che tu conosci, almeno di vista.

papà Riccardo

Hai Voluto un Diario

Hai voluto un diario sulla mia vita o meglio hai voluto conoscere la mia infanzia, che in fondo, per esser tale, mi è piaciuta, e non poteva esser differente. Per il resto, è un'altra cosa, e ricordi tante cose pure tu.

Il problema è un po' arduo, e il problema è se ero o no sotto il metro, quando girovagavo per il paese, e spesso, intento nei miei giochi, non sentivo la campana del mezzodì. Ma Rina e Redenta [Pauluzzi, sue prime cugine] chiedevano per il paese: "Avete visto un piccolo corto e grosso che spesso ride e quando lo fà stringe gli occhi?" E così mi trovavano fuori, e mi portavano a casa--che era quella dei Zuccoli [soprannome della propria famiglia] al fianco della chiesa--ed io, mio fratello e genitori dormivamo al secondo piano, in una stanza dove una finestra guardava la piazza, la chiesa e il campanile [nucleo centrale del paese, in cima alla collina]; l'altra s'affacciava sul cortile che serviva da letamaio. Allora e anche oggi lì il gabinetto non ce l'hanno.

A quell'età mi ammalai di nefrite e scarlattina, e di quest'ultima pure mamma. Abbiamo cambiato tutta la pelle. Spesso mi siedevo vicino alla finestra, guardavo la piazza e la gente che andava in chiesa--e lo strillare di quelli più fortunati di me, che si rincorrevano nei loro giochi. Tra l'altro, ricordo il matrimonio di Vittorio Bonetti e Angelica; allora era guerra [1915-18].

Come tu lo sai, nel corridoio della summenzionata casa, nonna Catharina [Catharina Turina, sua nonna paterna] teneva un lungo cassone dipinto in nero, dove chiudeva a chiave il fioretto e il pane fresco, perchè voleva che si finisca quello vecchio già, in credenza della cucina. Ancora oggi sento l'odore di quel pane, che arrivava su alla mia camera, e che veniva arrostito sotto la "zripigna" [implemento a cupola con cui si copriva il pane durante la cottura]--allora c'era un "fogolèr" [focolare] basso di terra cotta, dove si doveva porre ad arrostire il pane. Si faceva con le frasche un buon fuoco sui mattoni, si scopava, si poneva i pani rotondi (chiamati panetti) quando erano lievitati, si coprivano con la "zripigna," e si continuava col fuoco delle frasche sopra di essa, finchè il pane non era pronto--il quale era di tutta farina, e si usava un po' il "criel" o setaccio per tirar via un po' di crusca. Ma tu non puoi immaginare con quanto desiderio avrei assaggiato un pezzo di quel pane--che mi sarebbe stato fatale. E loro, in casa, che cercavano di confondermi: che non era vero. Ma il mio odorato non si sbagliava.

Anche il male finì, e prima dei sei anni, perchè non girovagassi per la strada, mia madre pregò la maestra Sfiligoi--goriziana--che mi prendesse in un banco a parte. Era la classe a cui di sotto, allora, c'era il Municipio, con il Podestà Zurzìn Grando [Giorgino il Grande] fratello di nonna Amalia [Di Drusco, ved. Stefani, sua nonna materna] ; e su di un piedestallo in pietra, che mi pare sia sempre rimasto conficcato nel muro, troneggiava il busto di Franz-Joseph. Un muro divideva il Municipio dalla Sala Comunale, che in quei giorni di carestìa era piena di ogni ben d'Iddio; e una porta congiungeva i due locali. Così il Podestà, col segretario Salvi e il fante Manzìn, che era zoppo--fortuna per lui, per la guerra--spartivano i viveri con la tessera. Si era nel 1917; in quell'anno gli uomini erano soldati fino ai cinquant' anni. E, dato che l'annata era secca, il grano era misero e il granturco quasi nullo. Delle patate raccolsero i pezzi che avevano piantato.

Mentre si svolgevano le lezioni sulle sovrastanti classi--ed io ero proprio sopra la Sala--ad un dato momento si udirono grida di donne nella piazza sottostante, e martellamenti contro la porta della Sala. Allora i maestri, che compresero che succedeva qualcosa di grave, ci mandarono a casa. Ma io non ci andetti: le più scalmanate, colle forche, sollevavano le porte, e con una mannaia le spaccarono per aprire il catenaccio interno. Allora le autorità scapparono dalla parte del Municipio, e telefonarono ai due gendarmi che avevano sede a Cittanova [comune costiero limitrofo di Verteneglio, al sud] di venire sul posto--ma a piedi allora. Te li immagini con quell'elmo dorato con sulla cima il chiodo in uso alla Polizia di Stato: sembravano il Kaiser, con quel passo marcato e lo sguardo severo.

Ritornando un passo in dietro, la gente, le donne, saccheggiarono ogni cosa: carne affumicata in scatola, lardo, farina, formaggio, marmellata a casse, fagioli e perfino scope--e di tutto questo non rimase per terra che qualche grano di fagiolo che Margarita, che abitava dove ora è la terrazza dei Purelli [commercianti contigui di casa sua], si accontentò di raccogliere, proprio come Mosè volle facessero, con la manna del deserto, gli Ebrei. Io, visto che tutti prendevano, presi una scopa e la portai a casa, ma quando vidi i gendarmi ebbi paura. Ma loro erano già informati. Hanno fatto scavare nei letamai, e quelle donne che più avevano approffittato sono state arrestate. Ma mesi dopo, così a me sembra, scoppiò un'epidemia chiamata la Spagnola, e ogni giorno vedevo i falegnami che fabbricavano casse da morto, e, forse per la paura, a morir per prime furono le più colpevoli, tra le quali la mamma di Oreste [Mottica, suo amico ].

Rivoluzione?! Analizzando meglio la rivolta e il saccheggio delle donne, potrebbe esser che Barba [zio] Zurzìn considerava più povere le più belle. È che un giorno "siora Gigia" [la signora Luisa] del caffè, madre di Irina e Gilda, era anch'essa stipata all'entrata della scuola--dove alla destra hai le scale e di fronte la porta del Municipio. Il Barba Zorzìn s'affacciava di quando in quando, e sceglieva chi voleva lui. Allora Gigia reagì: "Ma come, se vengo qui tanti giorni e mai mi chiama." E lui, di rimando: "La sa Lei perchè!" [Lo sa Lei perchè!] Aveva il vizio di lisciare le più belle!

Durante questi fatti io dovevo essere in prima classe e, come l'anno precedente, ascoltavo e avevo imparato qualche po' di tedesco, che appena allora si erano decisi di insegnarlo. A proposito, la Sfiligoi, mia maestra, aveva una nipote appena diplomata; era bellissima. Ma un giorno, essa, essendo appoggiata al mio banco laterale, la urtai con la scarpa. Mi consegnò un sonoro schiaffo. Sai, io ero sempre irrequieto.

Non ricordo bene, forse era la primavera o l'autunno del '16, e noi della scolaresca si aspettava l'arrivo di Franz-Joseph--era per sollevare il morale, capimmo dopo. Forse era già morto. Ma non capisco bene: mentre una mattina suonavo con una trombetta vicino alla Posta, Carletto Capellari mi rimproverò: "Non suonare, che è morto l'Imperatore!" Ora sono certo, era ottobre o novembre 1916.

Successero Carlo e Zita.

La storia di Franz-Joseph segnò la fine dell'Impero, ed era un impero difficile a governare; dunque fù la sua mancanza, oltre che i tempi erano maturi per una tal fine--più che la vittoria Italiana. Io perciò sono sempre del parere che ritorneremo nella nostra terra: si capisce, quando mancherà quello [Josip Broz (Tito)] che pretese di fare in questi tempi difficili ciò che neppur Franz sarebbe riuscito a fare, con popoli così retrogadi e bellicosi.

Passatempi d'Infanzia

Ed ora, i miei passatempi d'infanzia, che proseguirono dopo la fine della guerra, il 4-11-18, fino alla pubertà. Ma allora ero già nella nostra casa, dove sei nato tu sopra la cucina. Che razza di scolaro ero? Non saprei dirtelo, forse anche poco attento. C'era forse l'età che mi rendeva tale, ma comunque me la sono sempre cavata bene a scuola. Allora avevo delle maestre, e un tal maestro Pignatone, siciliano; ed era difficile capirlo. Allora il loro accento non era lo stesso di oggi.

Dopo esser ritornati dalla Santa Messa d'apertura dell'anno scolastico, si presentò a noi come nostro insegnante della terza classe, e cominciò: "Io mi chiamo Ernesto Bignatone." Chiama uno di noi a caso e gli dice: "Vai alla lavagna." Questo tale si alza in piedi e fa cenno che non capisce; allora il maestro gli indica la tabella. Allora questo poveraccio, che potevo essere pure io, viene invitato a scrivere il nome del maestro sulla lavagna, e naturalmente scrive: Ernesto Bignatone. Ma il maestro si spazientisce, e chiama fuori un altro. E la storia si ripete; e il maestro comincia a sgolarsi: "Bignatone va con la B, con la B, con la B." "Ma signor maestro," protestiamo noi tutti in coro, "ma è scritto con la B, come proprio dice Lei." Così finalmente noi abbiamo capito che B voleva dire P, e questo è servito anche a lui. Dicevano che s'era appropriato del diploma con frode. Ma sarà stato vero; capii che talvolta faceva fatica a fare una divisione con un numero [un numero alto] per divisore. Alla fine dell'anno ci radunò e ci disse circa così: "Ma ragazzi," ditemi la verità, "mi avete capito qualche cosa?" E noi, per non farlo restar male: "Ma sì, signor maestro." E lui, non convinto: "Ah, diavolo mi avete capito niente!"

Fino alla quarta classe vissi anni spensierati con insegnanti non troppo severi--ma poi allora io avevo da giocarmi. Però la scuola non mi ha mai pesato, perchè mi bastava poco studiare per fare una discreta figura.

"Vum! Vum! Vum! Vum!" . . . quando aprivo la finestra, che come ti dicevo guardava la chiesa e il piazzale. Che mi ricordo, mai sono mancati nel mattino, ch'era già avanzato il sole, e che pareva sorridesse posandosi ad illuminare fino a dove potevo arrivare con lo sguardo. Erano venute le vacanze. Ero finalmente libero. Quel "Vum!" che continuava tutto il giorno era la trebbiatrice dei Turani [soprannome della famiglia Sissot], che dietro alla loro casa trebbiavano per quelli che avevano meno grano. Gli altri, facevano il più possibile vicino alle loro stalle i cosidetti "parnati" [cataste di covoni di grano sovrapposti l’un l’altro; da “palmatus,” tessuto a palma]--che a lavoro ultimato usciva nei sacchi il grano, la pula, e la paglia da por nei letamai e sotto gli animali. Da noi si faceva a Sanroccovecio [San Rocco Vecchio; contrada circostante alla chiesetta di San Rocco], e tutti noi Zuccoli ci davamo da fare aiutandoci a vicenda. Ma allora il mio aiuto consisteva nel portar l'acqua fresca e il vino ai lavoratori.

Quel "Vum! Vum! Vum! Vum!" svegliava nel tardo mattino anche i miei compagni di gioco, e lo sentivano solo quando come me si erano sgraziati di dormire. Il nostro raduno quotidiano preferito era tra la chiesa [quella maggiore, di San Zenone, nella piazza centrale] e il pozzo; c'era allora un bel spiazzo d'erba, e spesso mettevamo in mostra la nostra abilità di atterrarsi l'un l'altro; io eccellevo, ma loro non si davano per vinti. Del pozzo di cui sopra: in seguito piantarono la pineta, che fù distrutta per colpa di esser stata piantata nell'epoca fascista. Il pozzo in questione aveva un diametro di circa quindici metri e il suo fondo arrivava alle fondamenta della chiesa e campanile. Era di circa quattro metri, ed era (il fondo) di roccia che poi, degradando il terreno, si mostrava anche nel piazzale della scuola e avanti. Era circondato da una robusta panchina in pietra dove si poteva attingere coi secchi l'acqua per gli animali, e, in caso di necessità, per gli incendi. Allora non c'era l'acquedotto. Ricordi la Fontana Vecia e Nova [Fontana Vecchia e Nuova], Martinsize e Verarda? Sorgenti naturali. Ma durante la siccità l'acqua non bastava e veniva razionata. Il pozzo che avevamo a Sanroccovecio e alla Fontana ti spiega che eravamo noi Zuccoli corsi ai ripari.

Ritornando ancora al pozzo dietro alla Chiesa, spesso noi, quando d'estate era vuoto, con le dita e le punte delle scarpe si scendeva giù, incastrandole nelle fessure tra sasso e sasso; ma mi ricordo una volta che Giorgio Grabar, essendo sceso con le "papuze" [babucce, pantofole], non riesciva più a risalire, perchè, essendo soffici, non facevano presa nei buchi. Ma in fine piagnucolando ci riescì.

Quel "dietro il pozzo" era il luogo d'incontro di noi amici. E tra la panchina e la chiesa c'era la pesa pubblica e subito dietro, un grosso gelso, che ogni anno veniva potato per facilitare la raccolta delle foglie--perchè allora si coltivavano i bachi da seta--e dov'era uno spazio di terreno appartenente al Comune (dentro il paese), lì se ne trovavano numerosi, e la foglia andava all'asta. Dicevano che all'epoca della costituzione di Verteneglio come Comune, i cittadini, concordi, fecero questo regalo ai posteri, convinti che anche per l'avvenire le dette piante saranno un dono gradito. Infatti, lo stemma del Comune è per tre quarti un prato verde contornato di gelsi, e per il resto un arco di mare. La forma è ovale.

Ritornando ai miei amici fissi, che erano nostro Mario [Pauluzzi, suo primo cugino], Attilio But, Giovanin Capellari: questi ultimi due abitavano sul fianco delle chiesa, nell' ordine N. 1 e N. 2, e confinavano con i Turani. Ci fù un periodo che quel posto dei nostri passatempi venne rovinato. Ricordo ancora--dal confine di Bepi Piscaleta [mio padre sta guardando dal confine di un campo di "Bepi," Giuseppe] mentre veniva su da Carbonera [contrada di accesso a Verteneglio dal nord] un battaglione di cavalleggeri austriaci, con in testa il maggiore. Chi era tutta questa truppa? Quest'ultimo era di Gorizia--e il suo aiutante pure (Barone Tacco)--il quale ultimo ebbe una figlia con una Comarona [soprannome della famiglia Ive, che gestiva il forno del paese] di nome Verena, che era diventata maestra. Gli altri soldati in maggioranza erano trentini, e pochi erano di altre nazionalità. Avevano alloggiato i loro cavalli alla meglio nelle stalle e nelle cantine del paese--e loro stessi. Noi bambini comunicavamo con loro, anche se se talvolta non li comprendevamo. Lo sai, i cani e i bambini sono sempre amici dei soldati: i primi, se possono avere qualche po' di cibo, i secondi invece perchè, non so per qual ragione, simpatizzano per loro, cambiando spesso opinione quando diventano adulti.

Come dicevo sopra, il 1917 era un cattivo anno: il raccolto era misero, anche il fieno mancava. Mi ricordo che i soldati, per saziare i cavalli, con un macchinario girato a manovella tagliuzzavano fine fine "le sarmente” [sarmenti, i rami lunghi e flessibili della vite, o di qualsiasi altra pianta] che noi usavamo per il fuoco. Ma poi occorreva loro anche del fieno. Allora ricordo un particolare, che se non fosse stato perchè nonno Micèl [suo nonno paterno] era certo di non aver sufficiente fieno per le sue bestie, non ricorderei: capivo che soffriva mentre di sotto c'era il carro dell'Esercito e lui gettava giù le forcalate, e spesso si sporgeva dalla finestra del fienile e diceva: "Ma basta!" E di rimando il Maresciallo Kadonzky: "Diavolo! Ancora fieno!" Ma, infine, quell'ultimo si arrese, perchè anche il nostro cavallo, Lisa, apparteneva all'Esercito--quando nonno trasportava il prete per tutti i bisogni della popolazione. E un parroco allora era equiparato a capitano, perchè così voleva e gli conveniva a Franz Joseph.

Ritornando al discorso di prima: chi erano il maggiore e il capitano? Erano gente dei nostri stessi sentimenti. Quante volte sono stati invitati da noi e da zia Maria [Stefani, sua zia materna], mamma di Rindo, e ci aiutarono a far venir in permesso mio padre e zio Florindo [Giuressi, marito di Maria Stefani]! E adesso un particolare che non dimeticherò mai: Pompea, morta della Spagnola a Trieste, figlia di zia Maria, intonò durante il banchetto alla presenza dei due ufficiali, "Hai tu veduto di giorno e di sera, hai tu veduto la sacra bandiera, hai tu veduto i tedeschi a scappar?!" "Per l'amor d'Iddio," dissero gli ufficiali, "se qualcuno ci fa la spia, ci fucilano!" Quando venne in permesso mio padre, e si spogliava per andare a letto, mia madre mi disse: "Cosa pensi, che vado a dormire con un soldato?" Ed io, di rimando: "Cosa credi, che non lo conosco dal modo di come ride?" Io, nel mezzo, mi addormentai subito; Micelìn [Michele Pauluzzi, suo fratello] dormiva in un altro letto, di fianco a quello matrimoniale.

Un bel giorno i cavalleggeri se ne andarono, e, nella primavera seguente, che doveva esser quella del 1918, l'erba--non più calpestata, e per giunta concimata dai cavalli--(sempre dietro al pozzo) spuntò più bella e rigogliosa. E noi giù a rotolarsi e a gettarsi per terra; ed io avevo la meglio su di loro perchè ero più svelto.

Verso mezzogiorno, in luglio e agosto, era già arrivato il nostro carro carico di "zimagne’ [cime appena tolte alle viti]; si tosavano i filari di viti a modo di siepe. Senza darci l'appuntamento, non appena il pranzo era pronto (di solito minestrone) si era là sul carro, a godersi la frescura delle così dette "zimagne." Sembra proprio che in quei mesi tutto il paese mangiasse minestrone, ed era gran festa quando c'erano i "bubìci” [granturco fresco]; eravamo frugali. I pezzi di porco che duravano trecento-sessantacinque giorni all'anno c'erano sempre nel minestrone, e l'odore lo si sentiva prima di arrivare in casa--e ci faceva piacere: io e Mario [suo primo cugino] con un pignatto a metà--ciascuno--perchè era abbastanza grande, e Giovanìn [Giovanni Pauluzzi, altro primo cugino] pure, con l'aggiunta di un cucchiaio e un bel pezzo di pane. Attilio [But, suo amico d'infanzia], pur mangiando anche lui il minestrone, lo portava in una gamella portata da suo padre dalla Russia, ed era di color azzurro--senza una macchia. Se fosse stata rossa, l'avresti presa per un berretto Egiziano nuovo. Io allora non avevo un soldo se me la voleva vendere. Ma ogni volta che si presentava a mangiare, mi si riaccendeva il desiderio di possederla.

Sempre d'estate, alla sera talvolta ci si scalzava; ma c'era ancora qualche amico della zona, e ci si sfidava chi arriva primo dal "cantòn" [angolo] della loggia al confin de Bepi Piscaleta. Ma di solito le competizioni si esaurivano, perchè i sempre-perdenti si perdevano di coraggio, e non si facevano più vedere; e invece, quelli come me, visto che nessuno emergeva, da buoni amici capimmo che la nostra competizione non aveva più senso.

Un altro ritrovo diurno: la corte dei Turani--con Don Stefano, Albino [Stefano e Albino Sissot; Stefano divenne parroco a Trieste, nel rione di Roiano]--e si giocava le "porzite." Ognuno di noi aveva un legno ricavato dai boschi di rovo, più lungo e stretto di quello dello "baseball" [sport derivato dal "cricket" inglese che lui conobbe durante gli anni in USA], ma con sul fondo un rigonfiamento a modo di palla, la quale serviva per colpire meglio una palla o di legno, o di stracci, o, un vasetto di latta. Ci mettevamo in circolo e, colpendola, non doveva uscire dal circolo che, in diversi di noi, avevamo formato. Anche questo era un divertimento, ma forse i momenti più felici che ho passato nella mia vita era nei pomeriggi estivi delle domeniche.

Devi sapere che nonno Tio [Matteo Pauluzzi, suo padre] curava le bestie, e in particolare strigliava il cavallo, Bubi (meno veloce ma più forte della Lisa)--e questo lo faceva ogni domenica. Cosicchè noi avevamo il diritto, mai contestato, di usare domenica pomeriggio carrozza e cavallo per andare al bagno. Mia madre in mezzo a me e mio fratello, con un ombrellino grigio aperto, e nonno Tio a cassetta, che poteva sedersi ancora un adulto: aveva il viso abbronzato, con dei forellini appena visibili, i soliti baffetti che tu ricordi, e un cappello--come del resto il vestito--di un color grigio scuro; e teneva il cappello con l'ala sù sulla sinistra e giù sulla destra.

Dal Cimitero in poi una volta era il bosco di nome Cavalier, e per sentito dire apparteneva a Cittanova, ma col tempo, quelli di Verteneglio, avendo dimostrato d'aver usufruito per più di trent'anni delle frasche e della legna, che andavano a Venezia via Carigadòr [frazione costiera con baia e molo, a 5 km da Verteneglio; "caricatoio”], si dichiararono padroni. E visto che la popolazione aumentava, il Municipio divise il bosco a "striche" [strisce] di mezzo ettaro--limite che a ogni famiglia a sua richiesta veniva concesso, da mettere in coltura; perchè già si sentiva la mancanza del pane. Questo accadeva prima della fine della Prima guerra, e naturalmente il terreno aveva un prezzo modesto, da versarsi al Municipio.

Allora, quando si passava noi, il bosco era sparito. C'era il granturco, la stoppia, e qualche vigna, e mio padre diceva: questa "strica" è di Tizio, l'altra di Caio--e così dal Cimitero fino a Trabosgnàc [località campestre], prima di Fiorini [frazione di Verteneglio, sulla strada bianca verso Carigadòr e il mare]. Intanto mia madre, coll'ombrellino posto in modo da non esser colpita dal sole, cantava: "Bella la primavera, la stagione dei fiori, dove nasce la mia bella, con una rosa in mano," ecc. Si arrivava alla scuola di Fiorini, con davanti e nello sfondo, simmetricamente posta, la boa--in un mare d'argento sempre in moto. Per me questo è stato sempre un colpo d'occhio che ancora non riesco dimenticare.

Nonno Micel

Di tutta questa mia storia, o diario, da questo momento entra in scena l'uomo più importante: Nonno Micèl. Il postino che abitava dove abitava Corrado Scodela [mio compagno d'infanzia; detto "scodela" per il taglio estivo di capelli fatto a mo' di scodella] (un certo Bepo Fernetich, che mi sembra abbia firmato il testamento di nonno [Micèl]), lo chiamava Michiele, e così era scritto pure quando assai di raro riceveva una lettera. Si dava da fare a scopare davanti ai nostri "tigori" [stalle-fienili], e aveva cura della vacca e del cavallo (Bubi: il quale non è mai stato soldato perchè la guerra era finita da un pezzo).

Nonno Micèl era un uomo con i suoi impulsi, ma presto si calmava. Sosteneva che un uomo, per progredire, deve usare le mani (e infatti le aveva ben sviluppate)--per esempio, quando zio Gigi [Luigi Stefani, suo zio materno] gli diceva che piuttosto che confidare sulla pioggia per una buona annata, potendo, era meglio arare più profondo . . . che confidare in Dio. Allora erano di moda le "bovarìe:" sei buoi coll'aratro in gran parte di legno, e solo il vomere e il coltro di ferro temperato. Noi, con Spiz [Pierìn Spiz, col quale facevano "la sprega," abbinando i rispettivi manzi ed arando insieme], con un aratro migliore, si faceva un po' di meno lavoro, ma migliore. Col progresso timidamente s'affacciarono i primi motorini--poi sempre più grandi. Oggi, a Fossalòn [paese in provincia di Gorizia, tra Monfalcone e Grado; palude risanata sotto il fascismo; centro abitato e lavorato da profughi istriani, tra i quali vari parenti di mia madre della famiglia Pizzi (Spiz)] con la Caterpillar [macchinario delll'omonima società USA] arano sotto il metro, e talvolta un ettaro produce cinquanta quintali di grano, e il doppio di granturco. Ed è la campagna meglio lavorata e redditizia--da non paragonarsi ad altra fino a Milano e Roma!

Ma ritorniamo a nonno Micèl. Prima che si sposasse, viveva nella casa in piazzale dove era la "fabbrìa" [officina di fabbro ferraio] di suo fratello, Nini [Antonio], marito di "gnagna" [zia; da "nanna," persona intima sin dall'infanzia] Vittoria. E quella era la casa di tutti i Pauluzzi, detti "fabbri." E quelli che cambiarono casa, per distinguerli, gli diedero un soprannome. Micèl Zuccolo andava sulle furie; era andato sulla roba dei Zuccoli [cioè ad abitare e a lavorare presso la famiglia di sua moglie], e ti spiego che si adirava se qualcuno avesse osato chiamarlo così. Ed aveva ragione, perchè come vedremo poi, lui ha fatto grandi i Zuccoli, e non il contrario.

Quando ancora io non ero nato, la casa [dov’era andato suo nonno ad abitare] era di un piano ed apparteneva ad un Turina, padre di nonna Catharina--la quale restò orfana di padre appena ragazza, con la madre e una sorella che si sposò a un possidente di Gomila, vicino Sterna, sopra Buie [comune confinante con Verteneglio al nord]. Si chiamava Gaspare, ed è rimasto famoso per una frase: "Meglio che mi manchi il miglior paio di buoi in stalla che i 'sorzi' [sorci] in soffitta!" Il padre di questi, si diceva che aveva scorto un marinaio nasconder una cassetta sottoterra, e quando il primo se ne andò, scoprì la cassetta, la quale conteneva monete d'oro. Ma anni dopo glielo rubarono, l'oro. Storia o leggenda, erano reputati ricchi, e mi ricordo che quando era la fiera a Sterna, con la carrozza e con Bubi siamo andati a trovarli: io, zio Micèl [suo fratello Michele], mamma e Tunìn [Antonio Stefani, suo primo cugino]. A me mi fece male l'arrosto, ma mi piacque a Sterna, che c'era il ballo e tanta gente. E poi ero in un posto nuovo, che per un ragazzino è sempre un'attrazione, e mi ricordo che suonava il flicornino Cula Delbello [Nicola Delbello] che se riesci a ricordarti lavorava in Cantina Sociale--quello con le gambe larghe e storte, da poter usare come galleria per un trenino. A Verteneglio c'erano tre fabbri: Bepo e Nini [Giuseppe e Antonio], fratelli, e il padre di Aquilino. Gli altri pensarono a comperare campi: così nonno Micèl, che per comodità di lavoro dormiva spesso in quel boschetto dove c'era e c'è ancora un fabbricato rustico, a metà strada per Villanova. Allevava galline, e spesso quando il tempo era inclemente o si dimenticavano di lui, infilava sulla forca una gallina e se la mangiava arrosta. Suo padre, Giovanni, era sposato a seconde nozze con una ricca di Pisino; si chiamava anche questa Margarita. Addossarsi sei figli, ed esser ricca, potrebbe averglielo consigliato l'ambizione di sposare un tale che era Podestà. Le ricchezze di entrambi, in una famiglia numerosa, si assottigliavano ogni giorno, e incominciavano i debiti. Allora, nonno Micèl pensò di farsi una famiglia, e l'aversi sposato con nonna Catharina fu la salvezza anche per i loro discendenti.

Permettimi un particolare di quell'epoca, a proposito dei Podestà: poteva venire chiunque, se eletto. Ma nessuno aveva titoli di studio, tranne che il segretario. Comunque, era un uomo capace e di coraggio, e mai povero. Allora il comune, si può dire, era uno Stato; i paesi erano distanti, perchè si andava a piedi--il Podestà con la carrozza. Il Comune aveva una guardia fissa, e di festa si aggiungeva qualche altra, per l'ordine. Allora, la gente quando beveva era più bellicosa che ai nostri tempi. La prigione era sulla porta destra, quando si entrava nel Municipio (quello che lasciammo) [la sede municipale era stata trasferita dall’edificio scolastico ad uno della piazza principale poco prima del nostro esilio]. Il Podestà aveva pieni poteri di ammonire quei cittadini che si comportavano male, e, se erano arroganti, erano denunciati all'allora Giudizio di Buie. Per reati maggiori, come già accennato, venivano i gendarmi.

Allora--i figli di questo mio bisnonno, Giovanni, che non ho mai conosciuto: 1. Beppo, padre di Gildo; 2. nonno [suo nonno, Micèl]; 3. il padre del calzolaio, Tio di Zaneta [Matteo di Giannetta], [sulla strada] per andare alla Fontana; tra le case dei Farnìci, una sorella Civitàn, nonna di Stefano Cùciar; nella casa madre "barba" Nini; e, a Torre di Parenzo, "barba" Massimo, che ebbe un benessere col commercio, ma che poi tutto andò in nulla, avendo due figlie un po' anormali, che non si sposarono. Angelina, la nonna di Stefano Cùciar, passava spesso vicino le nostre stalle--e, dov'era la nostra e quel pezzo di Nini [Antonio Pauluzzi, suo primo cugino, detto "Tucio"] era una grande cantina, che oltre il vino c'erano tante altre cose; lo faceva per parlare con nonno, e gli diceva: "Ma mi avete dato poco (era poveretta) come dote;" e lui, "Che volevi che io ti dia?"

Come ti accennai, la famiglia andava in rovina; allora lui fu ricercato dalla madre di nonna Catharina, che era rimasta vedova. Per lui era l'àncora di salvezza. Si presentò nella nuova dimora col vestito da festa, che forse l'aveva da dieci anni, la solita camicia bianca inamidata, collo basso e senza cravatta, il solito cappello nero dell'epoca; e un fagotto di stracci logori e un paio di scarponi, che erano i suoi indumenti di lavoro, e la zappa--e pare che suo padre, per intimorirlo, mandò i gendarmi per riprendergliela.

Di nonno Micèl ora ne avrai un'idea; ma chi era nonna Catharina? Essa teneva le chiavi dell'olio (ti ricordi la grande pila dei Zuccoli?), del pane, e della soffitta. Vorrei precisare che teneva chiuso il pane non perchè non lo si mangi, ma perchè pretendeva che non si mangia pane fresco finchè non si finisce il vecchio; ed io, invece, quando sentivo l'odore di quello fresco, lo volevo ad ogni costo, ed uscivo sulla piazza salterellando e rosicandone ogni tanto un pezzo. Un giorno nonna si arrabbiò alle mie insistenze, e allora io gli gridai: "Molè [mollate] la vostra padronanza!" Si vede che le deve aver fatto effetto, le mie parole, chè in atto di rabbia gettò a terra il mazzo di chiavi che teneva sempre in tasca--una di quelle tasche che per me sembrava un labirinto, tanto era complicata. Essa, gran parte del tempo lo passava in soffitta, dove c'era il prosciutto e le nocelle [nocciole] e quando noi bambini si sapeva ch'è su, si andava e si riceveva qualche manciata di nocelle. E dovevano durare per tutto l'anno, ed eravamo sicuri che lei non le mangiava, perchè era rimasta senza denti da giovane. Ma mangiava tutto il resto.

"Mostro," le diceva nonno, "il prosciutto lo si lascia per far bella figura, se viene qualche visita!" Era ghiotta. Dopo la morte di nonno, nel luglio 1927, l'avevamo una settimana per ciascuno. Quando si mangiava, io, in vena di scherzare: "Guarda cosa c'è lì!!" Alzava la testa, e io le prendevo dal piatto la carne--ma gliela ritornavo. Ma col tempo non gliela feci più Prese l'abitudine di metter le mani sopra il piatto.

Tornando indietro, prima che nonno morisse, finito di "distrigar" [districare, accudire] le bestie, da casa si avviava giù per la piazza a metà pomeriggio, d'estate, e come mèta aveva Turini [località di vari campi di famiglia; frazione del Comune di Verteneglio]. Doveva essere alto di statura ma molto inclinato in avanti, pel troppo uso della zappa. Probabilmente gli doleva la bassa schiena, come me--che quando camminava, pareva che pressasse le mani contro il male, e per meglio premere con una mano, teneva il polso dell'altra. Quando era vicino alla loggia [all’angolo della piazza principale del paese], si girava su sè stesso, e nonna doveva trovarsi sulla porta di casa. E lui, forte: "Ciò, diavol te porta!?! [Ohè, diavolo-ti-porti!?!] Dà ancora una volta da mangiare a quelle povere bestie!!" (Essa gli dava del "Voi.") Ed essa di rimando: "Cossa sempre andè in campo, che una volta o l'altra i ve troverà morto!" [Perchè andate sempre in campo, che un giorno Vi troveranno morto!] Ma lui non aveva tempo di morire, e visse fino gli ottantasei anni, e lavorò a scopar dietro ai "tigori" tre giorni prima di morire; e lo stroncò una forma di disenteria.

Nonna morì a ottantanove anni: aveva la faccia rosea e liscia come Benita [Pauluzzi, sua prima cugina] e capelli neri come nonno Tio [suo padre], ma forse, per aver prediletto troppo la soffitta, fù in coma tre giorni. Doveva morire--ed era an-cora forte. Quand'era in vita nonno [Micèl], le diceva spesso: "Tu vivi per mangiare, invece io mangio per vivere." Talvolta egli, d'estate, prendeva con riguardo la gomma per succhiare--chè c'era, in una botticella, moscato del Monte [appezzamento agricolo]; e la gomma la chiamava "curisiola," perchè era sottile e floscia. Diceva; "Come mi fa bene un bicchiere di moscato"--mentre attraversava il cortile-letamaio; noi lo si udiva dalla finestrina aperta sopra la scafa [il lavandino di cucina], e pareva avesse riguardo, come se prendesse del nostro. Quando in campagna cominciavano i frutti, prima di mezzogiorno era a casa, e si siedeva dietro la porta d'entrata, ch'era un posto fresco, e ci chiamava noi più piccoli: "Nù, nù, nù! Vignì qua fioi; ve go portà un nu so che." [Ecco, ecco: venite qua bambini; vi ho portato un non so che.] Portava sempre un gilè sopra la camicia, e nei taschini metteva magari qualche "rubiniza" [mora da rovo] che trovava sulle siepi quando ritornava a casa. E nonna ghiotta e furba: "Perchè nu me dè a mi?" [Perchè non mi date a me.] E lui, "Ah, ti ti son fioi?!" [Saresti bambina tu?!?]

Prima che mi sfugga, aggiungo che anche il Monte nonno Micèl lo comperò--e all'asta da suo padre--e gli altri campi più piccoli non ricordo. Quando si aveva bisogno di un vestito, ci pensava lui, e alla domenica ci voleva vedere e si compiaceva.

Scuola e Famiglia

Era un pomeriggio senza sole; forse erano gli ultimi giorni di ottobre 1918. Due soldati austriaci avevano fermo un potente autocarro Praga, dietro la casa di Pasquetta--forse lo riparavano--e vidi un uomo ben vestito con una coccarda tricolore, che mi sorpassa. Veniva da Buie, e si vede che portava la novella a Verteneglio, ma non ne seppi più nulla al riguardo. Ricordo che Romano Sasòn (Capitano morto in Russia) venne avanti ai Comaroni con una bandiera tricolore, pronta: "Checco!" [Spregiativo di Francesco; in riferimento a Francesco Giuseppe, imperatore austro-ungarico.] "Nò, Romano, scherzàr!" [Non scherzare, Romano.] Ma lui, "È qui l'Italia!" Infatti, il dì seguente, i soldati che erano a Daila [frazione sul mare, nei pressi di Carigadòr] passarono per Verteneglio con le vacche e i carri dei Frati, caricando sù quello che potevano. Allora la guerra era veramente finita. Gli italiani si fecero vedere dopo il quattro novembre; erano pochi; si trattava insomma di un'occupazione simbolica. Inutile dire ch'erano giorni d'entusiasmo. Cortei con la musica, canti patriottici, recite, bandiere. Per fortuna i morti erano pochi [tra i militi istriani dell’esercito austro-ungarico], per via dell'oftalina [oftalmìa, infezione oculare di cui si contagiavano a vicenda] che li mise negli ospedali invece che al fronte.

Finiti tutti questi osanna, la scuola incomincia. Ebbi la maestra Franco, ancora un anno di spensieratezza; ma poi finìi con Tuiach, e De Boni--che è morto giorni fa, novembre '77. Venni uno scolaro modello. Con loro acquistai il senso del dovere, e del patriottismo (naturalmente congiunto a quello di casa), che mi accompagnò per tutta la vita, e dell'ordine e della disciplina ragionata--e mai mi sorpresero di non aver fatto in pieno il mio dovere.

Un anno fa sono stato a trovare De Boni a Monselice, e mi chiese come facevo a risolvere calcoli--che ancora lui non li aveva finiti di scrivere sulla tabella. "Bene. Per questa, io sapevo," gli risposi, "che voleva spesso metterci alla prova; ed io, conoscendolo, non ci cascavo. In quanto ai calcoli mentali, fotografavo i numeri sulla parete di fronte, in un'operazione sola, così battevo chiunque--(scherzando) pure Lei; e per le poesie, le leggevo al massimo dieci volte al mattino, e anche qui, sulla pagina, fotografavo le proposizioni."

Come tua mamma, anch'io servivo la messa, ed ero competente in Latino, e Don Chierego voleva che andassi prete, ma papà disse . . . giacchè bisognava che paghi qualche cosa . . . ha pensato . . . che . . . lavorando in tre si poteva fare lo stesso miracolo di nonno Micèl. Ma lui non si rendeva conto che i tempi erano cambiati e in nessun caso si poteva raddoppiare la proprietà E finì che l'uomo propone e Dio dispone. Nel '36 Micèl [suo fratello] gettò la zappa, appena io ritornai da Firenze (guerra dell’Africa), e si mise a far soldi a Trieste. Fu un ottimo oste, e l'unico della nostra gente che bevvè di più fu soltanto lui. E ora è in cattiva salute, e pensare che era sempre più forte e sano di me. Fu un cattivo amministratore. Due volte ebbe l'occasione di arricchirsi, ma non lo fece. Diceva la prima volta, avanti la guerra, "I soldi sono miei." E non serviva a convincerlo che sono carta, e questo è servito per papà e mamma [suo padre e sua madre]. Così tu sei lì, e noi qui, e non stiamo peggio di loro e non abbiamo bisogno di essere infimi proletari. E non essendo di meglio, grazie ai "Drusi" [i “compagni,” i seguaci di Tito] che mi levarono la zappa . . . . Ma, sai, ho amato tanto i frutti del mio sudato lavoro, e prego sempre che Dio mi renda giustizia. Così Dio dispose che nessuno di noi due usi più la zappa.

Mio padre? Come uomo in famiglia era come nonno Micèl. All'infuori era differente, e non sta a me giudicarlo. Quello, se mai, lo potrai fare tu. Quand'era giovane, aveva la testa piena di progetti, ma avanzando nell'età non solo non ne realizzò alcuno, ma si ammalò di egoismo, come certi vecchi. E se non fosse stato per Tito--per non ridurmi alla miseria mettendo soldo "taca" [dopo; attaccato a] soldo (così lui intendeva), finito il manzo, perchè trovato morto in stalla vecchio e deperito per via dei denti--avrei fatto da manzo io, con lui! In compenso, era buono, ma intendeva sempre la sua, e non si fidava che di lui stesso, ben sapendo che io sapevo di più. E diceva (ti ricordi?) quando a lui non andava qualche mia proposta: "Su! Su! Su!"

Mamma Stefania [sua madre]? Era più sveglia, ma non ebbi successo con essa. E siccome che un certo Enea, che sua madre era prima cugina di mamma, diceva alla madre: "Hai mangiato mamma?" (faceva la sarta; era vedova) . . . . [mia madre] voleva che l'adulassi, ben sapendo che mi costava. Mai lo feci. Se l'avessi fatto, avrei provato disprezzo per me stesso, più che umiliazione. Ma qual paragone era tra essa [la sarta] e mia madre, che aveva tre uomini che lavoravano come dannati?! E poi finì che quel tale Enea, falegname, non voleva dar da mangiare alla moglie e al figlio--e naturalmente la madre finì in asilo [di ricovero gli anziani].

A proposito, una volta di sua iniziativa propose loro il mio problema Zio Gigi. "Micelìn fa i soldi a Trieste. A me sembra giusto," disse, "che a Riccardo che rimane qui provvedete voi per lui, con un testamento." Naturalmente io non avrei voluto sotterfugi ma un franco colloquio, anche con mio fratello. Perchè chi imbroglia il fratello diventa più povero, e di questo io ero sempre convinto. Il suggerimento di zio Gigi era onesto. Papà mi fregò pure la Juritìa [appezzamento per l’agricoltura] e così anche quella finì come il resto. Intendevo comperare--coi soldi di casa nostra--perchè io non volevo carta; e se dividevo il resto a metà con mio fratello, potevo vivere, altrimenti nò.

Ritornando indietro, non solo Don Chierego ma anche De Boni proponeva che andassi a studiare. Scherzi a parte, quest'ultimo diceva ai miei genitori, "Se avessi io un figlio così!" De Boni mi prese ancora un anno, e poi dovetti assoggettarmi all'esercitare il nobile mestiere dei miei vecchi. Se di nobile intendo dire, il nostro nonno Micèl si faceva rischiarare con il fanale [per]davanti da nonna Catharina quando gli urgeva il lavoro. E giacchè ci siamo, un aneddoto curioso.

Quella tale Margarita che raccoglieva per terra i fagioli durante il saccheggio [del Municipio], e che abitava dove oggi è la terrazza dei Purelli, viveva in seconde nozze con un certo Piero detto "dela zatina." Io sospetto che gli abbiano dato quel soprannome perchè aveva una grossa glandola dietro l'orecchio, e aveva l'abitudine di tastarsela di frequente con "la zata"--che pare significhi, in questo caso, "mano grossa e callosa." Allora, questo tale Pietro, quando i figli di nonno [Micèl] erano piccoli, spesso gli lavorava a giornata. Ma quando facevano i buchi rotondi delle dimensioni di una zappa, per metter dentro un po' di letame--perchè allora non c'erano concimi chimici--e, dopo del letame, il seme di granturco lo coprivano appena--a Piero non risusciva un solo buco rotondo. Allora nonno ne fece uno come l'O di Giotto, e gettò il capello a rovescio dentro, che stava a perfezione. Uno di quei cappelli che gli serviva molti anni e per tutte le stagioni; era di feltro e lo stesso tipo che usano ancora in Spagna. Naturalmente a casa ne aveva un'altro, per la festa, e gli sarà servito per il resto della vita.

Zio Nini, Giovanni, papà e Zia Filomena--che fù viziata da nonna [Catharina] . . . i maschi ancora oggi sono ricordati per gente esemplare, che a turno reggevano la presidenza, gratis, della Cantina Sociale. Zio Nini [Antonio Pauluzzi], vice-sindaco sotto Zio Gigi [Luigi Stefani]; e zio Stefano [Stefano Stefani], Commissario Prefettizio e Podestà per otto anni di fila, finchè i Sasòn [famiglia di commercianti], gelosi del progresso dei Purelli, non gli fecero lo sgambetto. La Zia Filomena si sposò a Fiorini con un Montigàn, il cui padre era rappresentante al Comune e considerato saggio, ma il figlio, appena il vecchio morì (chi si piglia si assomiglia), vendette tutto e si comperò una villa a Barcola [rione costiero di Trieste situato all'ovest della città]--ma non basta: anche l'auto con l'autista. Si comperò un deposito-vini e noi gli demmo trecento ettolitri di vino, il raccolto di un anno, ma poi dovemmo dar loro ottomila lire, che erano ridotti nella miseria. E infine per finirla, visto che andavano spesso all'ospedale, che allora costava molto, e che il conto veniva a noi, nonno Micèl fece il cosidetto vitalizio: fece insomma la roba in vendita ai figli, escludendo la figlia, ch'era di gran lunga pagata--dopo averlo dimostrato a mezzo avvocato. Il danno era grande e le ottomila erano un bel capitale allora, se pensi che qualche anno dopo la nostra casa [quella comprata da suo padre, in cui sono nato io] costò ventimila lire--e così qualche anno prima costò la stessa cifra la casa di Mario [suo primo cugino].

Ritornando ai soprannominati zii, ancora imberbi furono i primi a mettersi a scavar fosse per le viti americane, che poi vennero innestate. Le così dette "nostrane" si ammalarono di filossera (un insetto che mangiava loro le radici). Meno che attorno la casetta [fabbricato di pietra in aperta campagna usato quale deposito di arnesi vari ed a volte quale pollaio], che era di nonna Catharina, tutto il resto--boschi, Valle, e Nuovo con Seraich [appezzamenti per l'agricoltura]--tutto è stato comperato dai cugini di Turini di nonna Zuccola. Questo non era un atto di rapina, ma piuttosto un atto di favore--che se andava all'asta perdevano anche quel poco che è loro rimasto: la famiglia era sfasciata. Da notarsi che nonno Micèl comprò pure la Fontana e Baba [appezzamenti per l'agricoltura] dal Franco di Buie.

I nostri vecchi furono i primi a svegliarsi e a piantar le nuove viti senza sosta. Nel 1907 produssero cinquecento ettolitri di vino, ma che non era buono come la malvasia. Sotto l'Austria era eccellente. La gente talvolta è maligna; dicevano che nonno Micèl di notte prendeva secchi d'acqua dal vicino pozzo e vi aggiungeva dello zucchero. Allora eravamo i più ricchi come produttori del Comune, ma alla fine della Prima Guerra cominciò il nostro declino. Quelli dell'industria e del commercio ci sorpassarono. Allora, esser contadino e chiamarsi Pauluzzi (vicino al Duomo) e andar con la zappa in spalla . . . eravamo guardati con invidia e rispetto (ma allora non c'ero io); ma ai tempi miei le cose erano ben diverse.

"Classi contadine," "Signori contadini," ci burlava Mussolini--classi operaie e classi dirigenti. Questi ultimi erano i prediletti, e non c'era ragazza che non sognasse uno di questi. Chi ero io, come ero, non mi sono mai reso conto--brutto, bello, passabile--ma sapevo di non esser stupido e mi sono sempre coltivato, e se qualcuno mi avesse dato dello stupido ero certo che non era sincero; mi resi conto io, invece, che era uno smaliziato, che si sentiva offeso per non averlo io servito come lui pretendeva. Mi ricordo una sera al ballo a Umago: non ebbi successo con la dama perchè quando la toccai con la mano si accorse che ero un signore "Contadino!" Allora nè si emigrava nè si cambiava mestiere. Le princepali tasse le pagavano i Signori contadini, quelli come me, e le pagavano pure i nubili o celibi. Questa era l'industria italiana da mungere, perchè l'altra appena sorgeva e c'era in vista la guerra.

Mi innamorai del mio mestiere, e non sempre i calli mi portarono pegola quando mi presentavo in qualche ballo, perchè mi accorsi che non tutte le donne credevano che uno che ha i calli è stupido--ma piuttosto quelle tali [che ci credevano] erano presuntuose e schiva-fatiche. Nei nostri paesi ad avere i calli erano i più; ora è differente. Lavori la terra, pianti quanto e quello che credi, e ti godi il miracolo della crescita di tanta varietà di frutta, verdura, erbe, viti, ecc., e sopratutto l'orologio lo puoi calpestare sotto i piedi. Quando vai a dormire e quando ti alzi dici, "Vado a sarchiare quella verdura; che soddisfazione a vederla crescere." Ma l'hai fatto con amore, e ogni cosa che raccogli nel tuo campo è fresco e pulito e lo mangi con appetito. Quale gioia ti dà il prendere un "baro" [cespo] di lattuga del tuo orto, lavarlo e mangiarlo in insalata? E se sei in grande, ci sono attrezzi e trattori di ogni tipo (vedi Fiera di Verona). All'epoca mia, i contadini erano magri; ora sono quasi tutti grassi, per poca fatica e supernutrizione. Ora non hanno tasse come avevamo noi allora, e si doveva limitarsi in tutto per pagarle se non volevi perdere la proprietà--e questa era una continua preoccupazione.

Oggi dicono, "Non tengo le bestie perchè mi danno lavoro." A Fossalòn, la Cooperativa regionale con i suoi macchinari ti fa il più, ti dà i concimi, i semi selezionati, e alla fine d'anno fai i conti. La zona, come tutta la Val Padana, è malsana, umida, e alla sera d'estate, due ore avanti notte, devi scappare in casa per le zanzare; ma loro dicono che ci sono abituati. Sono isolati, sì, ma hanno l'auto, e io ritengo che abbiano fatto meglio di quelli che vivono in città e lavorano nelle fabbriche--che quando vedo le loro rabbiose manifestazioni, d'una parte mi fa compassione e dall'altra rabbia. Tra di loro, per primo, distinguo gente manipolata, che non si rende conto che un tale lavoro non può venir pagato di più di quel che vale (vedi paga sindacale); per secondo, vedo la stessa gente che aspetta il caos per dividere quello che gli altri, con saggezza, hanno risparmiato. Dovrebbe ancora ripetersi quello che successe a noi trent'anni fa [esproprio di casa propria].

Sono scivolato un po' fuori del mio programma, e tosto cambio ed entro nella mia giovinezza, fino al matrimonio, e la fine della guerra con i partigiani della stella rossa.

Mestiere dei Campi

Avevo tredici anni e mi capitò alla Fontana; si zappava sotto il muro per ortaggi. Di solito, siccome il posto era riparato, si veniva nei giorni di bora. Non ricordo bene, ma credo eravamo tutti di famiglia, e mio padre sorridendo, lasciando trasparire l'astuzia, mi propose di provare la zappa; non c'era altra via, e mi sottomisi.

Mezz'anno dopo, dopo un consiglio di famiglia che io l'approvai, perchè anch'io dovevo fare la mia parte, si decise di estirpare il bosco Mesvàla [“a metà valle”] in Turini--quell'appezzamento vasto dietro il nostro mandorlo dove si mangiava. Dopo fatto questo, venne il grano, poi le viti, e gli ulivi. A ottobre: dopo il pozzo ("aquo") nel bosco di Tunìn [Antonio Pauluzzi, il suo cugino “Tucio”] c'era un grande fossato, che per un bel tratto sconfinava nel nostro, fino a scomparire; ed io giù con la zappa, a darmi da fare per colmarlo di terra con papà e Micèl; e poi "zocchi" [ciocchi, radici d’albero] e tante pietre da tirar fuori. Nonna Stefania ha sempre fatto fuoco con "i zocchi" che ogni inverno andavamo cavare ovunque si trovavano; e poi avevamo il bosco in Juritìa--essa non aveva bisogno di usare le "sarmente" che davano lavoro e ingombro in cucina. Infatti, una volta le demmo a un certo Belincich, detto "Manaccia"--che lo chiamavano così perchè ogni qualvolta che si infastidiva diceva, "Manaccia!" [Era il "ma' n' aggia" meridionale.]

Una sera d'estate, mentre era ballo in Fernetici [frazione di Verteneglio], sul tavolaccio che era del Comune--e veniva usato a Verteneglio prima che nel Dopolavoro si ponesse il cemento nel giardino [per ballare]--il Manaccia si accostò insieme alla fidanzata al carretto del gelato di un certo Piero, di Cittanova. Ma successe che mentre ne ebbe due, innavertitamente le uniche cinque lire d'argento che possedeva scivolarono nella fessura dove sta il ghiaccio, intorno al recipiente del gelato; e fece le sue rimostranze a Piero. Ma questi non ne voleva sapere, e addirittura voleva pagati i due gelati. Doveva farsi per giunta prestar quaranta centesimi per pagar Pietro, e andar a casa senza ballare (si ballava venti centesimi al biglietto)--allora s'infastidì e cominciò a scuotere il carretto; e l'altro, "Carabinieri!" E lui di rimando, "Culo!" E così continuò per un pezzo, ma non seppi come finì.

Con l'andar degli anni il povero Manaccia si diede al bere, e mai ci saldò il conto con qualche giornata di lavoro. Quando talvolta nonno [suo padre] alla mattina per tempo andò a chiamarlo, che il giorno prima gli aveva promesso di venire, era a letto. "Quel porco," diceva sua moglie (sorella dei Mimìn), "anche ieri sera era ubriaco, e adesso non vuole alzarsi!" E così nonno lo lasciò in pace.

Successe durante i Drusi: fecero chiamare in piazza tutti i ritenuti fascisti, per far credere all gente che anche le miserie, per esempio, di Manaccia, furono causate da loro; e additato a quest'ultimo Carletto Cappellari, gli chiesero: "Cosa vuoi che facciamo di quest'uomo?" "Niente," rispose lui. Si vede che non era malvagio, ma forse loro speravano che lo fosse. Chissà quali giri di vite si proponevano per la popolazione.

Durante la stagione invernale, che va da noi da novembre a marzo, nonno [suo padre] verso mezzogiorno si portava sul piazzale a guardare verso il mare mentre piovvigginava, e diceva, "Fa ocio." ["Fa occhio;" cioè, c’erano indizi di un cambiamento di tempo.] Questo voleva dire che non pioverà per il resto della giornata, e, dopo aver pranzato, magari con l'ombrello aperto ci si avviava alla volta di Turini, a cavare pietre, che in certi posti bisognava romperle con la punta del piccone e far ghiaia; e fornivamo gratis le strade adiacenti. Io volevo fare più di quello che potevo. Non ammettevo di far meno di un uomo. Ma non avevo la forza, e papà diceva che vale più la buona volontà. E infatti è proprio così: con poca forza fai qualche cosa, ma senza volontà non fai un bel niente. Troppi sforzi ho fatto in tenera età. Il male alla schiena l'hanno buona parte dei contadini che hanno troppo zappato: nonno Giovanni [suo suocero, Giovanni Radìn] non ne poteva più.

Ci si avviava verso Turini e si passava vicino a nonna Amalia [sua nonna materna]. Mi diceva, "Siete come i Bìpoli; (io non le chiesi mai chi erano, perchè sospettavo che ci assomigliavano, e che perciò non ne valeva la pena di conoscerli); sempre in campo, anche con la pioggia." D'estate, poi, ogni mattina all'alba, menar fuori i sassi--e così al pomeriggio--ed era difficile avere un giorno libero nella stagione estiva quando i lavori cessavano. Ma neppure lo pretendevo: dovevo pure levare dal terreno i sassi, affinchè le mie generazioni future non mi considerassero un buono a nulla, e così la pensava pure mio padre. Non era neppure pensabile allora che si possa perdere la proprietà, lavorando e risparmiando. A sentir nonna Stefania [sua madre], se non fosse stata lei non avevamo neanche cenera [cenere] calda. Ma io, ogni qualvolta ripeteva questa frase, io, di rimando: "Nessuno ti crederà mai che i Stefani possano insegnare ai Zuccoli nè come si lavora nè si risparmia," e le feci capire con mio disappunto che era presuntuosa; ed essa mai mi perdonò. E quando ebbi bisogno del suo appoggio mi trovai solo; si vede che ero matto anche quando andai in America--lo disse mio padre--e tutti insieme mi concesero l'unica scelta.

Mio padre diceva spesso, "Quella tale famiglia, a seguito della grande crisi del 29-30 ha perduto la proprietà,” e la considerava una vergogna, ed equivaleva a perdere la dignità e la libertà anche se costava fatica; dovevano fare da coloni del creditore, oppure finire in città--e in quei tempi non c'erano i sindacati potenti come oggi, in particolare prima del '23. Ma dopo di questa data, Mussolini fece qualche miglioramento, ma si lavorava duro allora, proprio come da noi in Turini. Ma nessun padrone ci spiava, e la nostra stanchezza la si accettava contenti alla sera, quando ci si sedeva d'estate avanti alla casa, contenti per aver fatto quel tale lavoro, e progettandone uno nuovo per domani all'alba. Mi ero impegnato a fondo nel mio lavoro. Ero un uomo, insomma, e pretendevo durante la siesta del mezzodì, da mio padre, mezza sigaretta popolare. E la infilavo in un bocchino di canna--così la fumavo tutta, e per giunta il bocchino mi lasciava in bocca un gradevole gusto di dolce. Lo tenevo nella tasca sinistra dei pantaloni, e nell'altra tenevo la falce, che mi serviva il più delle volte per raschiare la zappa dal terreno che s'induriva sulla parte superiore--specie quand'era tempo asciutto.

Ritornando un passo indietro--a quando mio padre aveva detto "Fa ocio." Quando arrivavo alla casa di Nini Delbello (e mi auguro che le tue preghiere da bambino l'abbiano fatto andare in paradiso), con la giacca sulle spalle c'era spesso un certo Paolìn Mimìn. Mi guardava, e pareva volesse dirmi, "Mai sazio!" Ma io non la pensavo così. Avevamo l'ambizione di avere di tutto nel nostro Turini, e credo che nessuno aveva meglio di noi nel nostro Comune. Il soprannome "Mimìn" gli era derivato dal padre: voleva dire "gatto." Erano tre fratelli. Il più vecchio, Carletto, appena finita le Prima Guerra, battendo una cartuccia--la quale scoppiò--perdette un occhio; l'aveva di vetro, ma non ci si accorgeva. Ma era un tipo curioso e, se vuoi, anche onesto. C'erano i partiti, e allora volevano la Repubblica. Loro pensavano che se la maggioranza di Verteneglio la vuole, la si deve fare--e subito. E quando dette manifestazioni esasperavano i carabinieri, mentre gli altri scappavano, lui rimaneva lì. Diceva, "Io non ho fatto niente." E più volte lo portarono in caserma; e diceva, "Ma proprio a mi!?"

Dopo questo fatto, come vedrai in seguito, mi viene in mente di fare un confronto tra i carabinieri e i tedeschi, le tasse italiane e quelle Austriache. Nel primo caso, i carabinieri non credono ad uno che ha piedi buoni per correre, ma che si ferma perchè si sente la coscienza a posto --e lo credono colpevole. Nel secondo caso, non sparano su chi non scappa ma sparano su chi fugge--ed è quest'ultimo da loro ritenuto colpevole. In quanto alle tasse, i primi non credono alla nostra sincerità, e ci raddoppiano quanto abbiamo denunciato; e forse ancora oggi, dopo più di cinquant'anni, stentano a credere che eravamo sinceri. Tutto sommato, abbiamo pagato il doppio, e oggi per difenderci dobbiamo essere per quello che ci hanno trattati: "bugiardi!"

Guido, secondogenito, al tempo dei Drusi interpellò nonno: "Non ti par giusto, Tio, che anche a me mi diano del terreno, che ne ho poco?" E nonno gli rispose: "Quando il terreno non basta più pei propri figli, o si emigra o si insegna loro un mestiere." Quest'uomo era in buona fede, e di rimando: "Tio, hai ragione!"

Un giorno trovandomi dal barbiere Piòl, dove tu andavi a fare "ah, ah" [da bambino, il profumo del talco mi aveva purgato l’intestino], Paolìn, terzogenito, mi apostrofò: "Voi siete ricchi perchè tuo zio Stefano vi faceva pagar poche tasse." Ma io, di rimando: "Con tutti i Podestà pagammo sempre di più dei miei zii, pur avendo la stessa proprietà, pel fatto che eravamo in tre a lavorare. Ma per caso non si tratterà che andavamo in campo anche con la pioggia? Tu lo sai bene." E stette muto.

Un Parroco: Tedeschi e Partigiani

Un giorno, mentre andavano in campo Los, vicino a noi, [i fratelli Mimìn] incontrarono don Paropàt, nativo e parroco di Villanova, che spesso veniva a Verteneglio--ad alternare la magnifica vista sul limitar della costiera che guarda il panorama di fronte e giù nella valle del fiume Quieto. Egli chiese loro, "Chi siete voi?" Si sentirono offesi quando, dopo avergli detto che si chiamavano Bursich, lui esclamò: "Allora voi siete figli del mamao?" Era l'epoca "scherza coi fanti e lascia stare i santi."

Questo don Paropàt--io non mi ricordo--prima di don Angelo era a Verteneglio, e come vedremo in seguito era un veggente e alquanto bizzarro. Una ganga con a capo il Podestà, Gardevich, della quale faceva parte Piero Comaròn--il primo era anche maestro di posta e possedeva la stessa casa dell'Ufficio Postale--se l'erano presa con Paropàt perchè era pungente, e il motivo maggiore era che come tutti i preti rappresentava l'Austria, e per giunta, come seppi dopo, era filo-slavo. Aspettava la liberazione della Seconda guerra; era l'epoca di Oberdan. Raccontano che una volta per Corpus Domini, mentre usciva dalla chiesa con la processione, si accorse che il Podestà, Gardevich, aspettava per seguire il S.S. [il Santissimo Sacramento]. Ma con un brusco dietro-front se ne ritornò dentro e la processione non ebbe luogo. Gli fecero ogni sorta di dispetti, ma egli li maledisse--così circolarono le voci. A Gardevich gli pronosticò: "La tua salma non vedrà terra." Mentre con una torpediniera, finita la Prima guerra, ritornava a casa dalla Dalmazia, una mina affondò la nave; qualche scampato riferì che in quel momento si trovava in toilette. E per Piero Comaron? "Tu non morirai di morte naturale." Se ben ricordi, un Druse di Brazzanìa lo investì in Carbonera [contrada di Verteneglio], cadde ed ebbe un'escoriazione al labbro, e in un paio di giorni morì all'Ospedale di Trieste--probabilmente di tetano.

Per il suo sarcasmo si fece nemici i fascisti di Villanova, che prevalsero nel mandarlo via, e finì in Curia [la sede vescovile di Trieste] e quando lo incontravi per Trieste lo sentivi sbuffare come una locomotiva a vapore. Ma ancora, a Villanova aveva il vizio di sfottere quelli che capiva che non la pensavano come lui; perciò aspettava la liberazione della Seconda Guerra, nel caso cadesse l'Austria. Ma non ci arrivò. Si sfogava con delle parabole, e fra le tante: "A Buie, a Cittanova, a Umago, a Verteneio, ecc. i xe [sono] avanti, e solo voi, Vilanovanti, sè [siete] ignoranti. Ma me capì [mi capite] che quando voi sarè [sarete] come Verteneio, questo sarà come Milan?!" Alludeva che volevano farsi il Comune a sè; e quando fu mandato via disse: "Voi mi odiate e mi mandate via; ma quando io morirò tutta Villanova piangerà." Era il 3 ottobre '43.

A giocare a fascisti e a partigiani i Villanovanti furono sempre i primi. In quel giorno, a cannonate, vennero i Tedeschi, e per miracolo [a Verteneglio] non fummo colpiti dalle scheggie di un proiettile che scoppiò sull'angolo del "forneto" [piccolo forno in un cortile di casa] dove si teneva le frasche; e una scheggia finì sul fianco della finestra del tinello. Quel giorno si vendemmiava in Turini e verso mezzogiorno vedemmo dei fumi bianchi, e sentimmo verso Buie degli scoppi. Arrivano i tedeschi, pensammo; e si corse a casa. Ci riempimmo il carretto di vestiario e viveri, e via verso Turini. Si aveva paura che incendiassero la casa, ma esagerammo. In seguito capimmo che erano ben informati. A Verteneglio, mio santolo Nini Cattunàr perdette una gamba a causa di una scheggia--proprio sulla porta del mulino--e due altri morirono sulla strada per andar al Cimitero: uno nell'atto di nascondersi in una siepe alla vista dei tedeschi, l'altro nel fare dietro-front con la bicicletta. Per loro esperienza, i tedeschi erano diffidenti, avevano troppi nemici e per giunta invisibili, e non ci pensavano due volte a sparare. Quando col carretto si era vicino alla casa di quel tale che mi auguro di nuovo--ancora una volta--l'avrai fatto andare in paradiso con le tue preghiere, una granata fece crollare il tetto di Gigi Piazza--e noi avanti, senza voltarsi, come la famiglia di Lot.

Ritornando a Villanova, i tedeschi fecero venire tutti in piazza della chiesa e, per alzata di mano, misero i fascisti da una parte e i non-partitici da un'altra. E i partigiani? Nessuno si dichiarò. Chiamarono i capi fascisti e dissero loro: "O ci dite chi sono, o fuciliamo voi." E per la paura e forse per astio personale, o un po' per tutte due le ragioni, ne scelsero una decina e li fucilarono sul posto. Furono seppelliti dietro la chiesa, e immagino che avrai sentito parlare. Ma quei morti ne fecero degli altri, e appena la vittoria fu loro (1 maggio '45), sparirono altrettanti giovani della milizia fascista di Villanova, e altrettanti di Verteneglio.

In sintesi, vorrei concludere (dopo aver discusso la faccenda col mio maestro De Boni, che come ti dissi ero trovarlo lo scorso estate): mi disse che Don Paropàt era pazzo, e la sua parola non era mai arrivata all'orecchio dei suoi paesani; anzi, come sopra, l'aveva irritati. Sai, loro, a differenza dei Vertenegliesi (sempre in termini di maggioranza) invece di lavorare per il loro benessere preferivano sopraffarsi a vicenda, aspettando che cambiasse per essere sempre i primi col nuovo arrivato. Perciò la profezia del pianto di Villanova doveva essere logica, ma che accadda proprio in quel giorno [della fucilazione dei dieci] viene da persarci su, sommando la precedente!

Ritornando alla mia giovinezza: a quattordici anni suonavo nella banda comunale il genis d'accompagnamento. Ero un ottimo teorico ma un musicante mediocre; ci voleva più impegno; ma non mi mancava la passione. È probabile che non ero dotato per questo genere di lavoro. La banda era l'orgoglio del paese e l'invidia dei vicini. Il complesso era vicino ai cinquanta musicanti; in quel tempo il maestro era Predonzani, con in testa la "mezzanosa" [la mezzanoce, un tipo di cappello] e il bastone di comando in mano. Marciava fiero davanti nelle ricorrenze e nelle processioni. I musicanti erano disposti frontalmente per sei, sì da riempire le strade strette, le quali facevano rieccheggiare le note con più forza mentre arrivavano all'orecchio. Il Predonzani spese buona parte della sua vita con noi. Credo che la banda raggiunse il suo apice all'epoca del fascismo, con il maestro Museni. Mentre ero richiamato a Firenze (per la guerra d'Africa), li vidi durante la sosta in stazione: andavano a Roma insieme al coro di Rovigno, a rappresentare l'Istria in un concertone nazionale diretto da Mascagni.

Cuore e Bicicletta

Nella sala Comunale d'inverno nella mia prima giovinezza--quando il luogo dove dopo avrebbe avuto sede il Municipio era ancora Circolo di Coltura--a ridosso del muro divisorio c'era una impalcatura trasportabile anche usata quando in piazza, di solito avanti alla scuola, si ballava sul tavolazzo; lì si sedevano gli otto musicanti che suonavano i ballabili. Ogni terza o quarta volta toccava [suonare] a me, e d'inverno si prendeva otto lire a testa. Questo sacrificio intendevo che fosse a mio beneficio, ma quando mia mamma pretese che quei soldi li adoperassi per ballare quando non suonavo, mi ribellai. "Acchè mi serve questo sacrificio se tu non me lo riconosci!?" Finì che non suonai più per ballo, e siccome lavoravo, mi dovettero dare ogni domenica i soldi pel ballo, che si aggiravano dalle tre alle cinque lire; così almeno potevo ballare sempre.

M'invaghii di una ragazza, ma a mia mamma non piacque e neppure a nonna Catharina. Trovandosi la ragazza in prossimità della nostra casa, nonna Catharina l'apostrofò: "Via de qua, brutta 'chirmisivaza' [cisposa]; cossa ti guardi!" [cosa guardi, tu!] A nonna [Catharina] le bruciava che loro avevano tanto lavorato e risparmiato, mentre, di questi qui, essa diceva che erano nati solo per mangiare. Io capivo la cosa. Un vecchio che ha faticato guarda che la discendenza conservi per lo meno le fatiche che ha fatto; e io sono dello stesso parere. Immagina se tu fossi un buono a nulla, insieme a tua moglie, [supposizione retorica; non ho moglie] in che modo morirei lasciandoti questo poco che ho fatto, con la forza della disperazione, per intenderci. E mia mamma mi ripeteva: "Quando verrà vecchia, assomiglierà a una 'cogoma’ [caffettiera] del caffè come sua zia."

Il tempo passava e io non mollavo, e ogni qualvolta si mangiava mi tormentava con la solita canzone, e durò un paio d'anni. E spesso piantai il mangiare a metà, ma una volta mio padre intervenne in mia difesa, ma solo per ragioni umane. "Non vedi che lo stai inasprendo!?" Questa volta il più intelligente era mio padre, che gli sarà venuto presente di aver picchiato sua madre che non voleva nonna Stefania. Dopo qualche anno, lei: "Ma tu mi devi fare a me, tua madre, il favore di lasciarla!" Una volta ricorse alla menzogna, mettendo in dubbio la sua serietà [della ragazza]; e questo mi fece l'effetto opposto: di rinsaldare ancor più i miei sentimenti amorosi. Ma col tempo mi accorsi che era estremamente puntigliosa. Ma, l'ostilità verso mia madre, che usò la tattica sbagliata, crebbe in me.

"Ti prego," dissi alla ragazza, "io non voglio arrendermi a mia madre." Ma non le dissi la ragione: che aveva ferito il mio orgoglio. Una sera, infatti, ero con essa e una sua amica in "canisela" [vicolo] dei Bernardis (Cicio) [soprannome di uno dei Bernardis] e, mentre chiacchieravamo, vidi una massa scura in distanza che mi si avvicinava. Ma dalle movenze, o meglio, dal passo--timpi-tampi, ecc.--mi accorsi che era mia madre, che mi voleva sorprendere. Che fare? Se scappavo, voleva dire che ero io; e decisi di restare. Ma quando fu vicina, proseguì, perchè non era certa che ero io. Ma il dì seguente, accigliata, mi disse che era certa che ero io; ma le risposi che ci vado spesso ma che quella sera non ero io. Sai, io nella mia vita ho fatto tutto il possibile per non dir bugie, e se qualche rara volta l'ho fatto, perchè tirato pei capelli, l'ho fatto nei modi dovuti, dimostrando all'interlocutore dignità e coraggio. Io sognavo, mi auguravo, pretendevo che cambiasse, o che per lo meno modificasse il suo carattere. Ma niente da fare. Mi convinsi che il vecchio proverbio che dice, "Il rovere non fa arance," era vero. E per l'avvenire, ci riescii a dominarmi quando mi veniva qualche passioncella; ma mi c'è voluto del tempo per temprarmi, e soffersi proprio come te. Infine vinsi. Quando ruppi con essa [la ragazza] le mie relazioni, avevo diciassette anni, e l'aver dovuto dar ragione a mia madre mi pesò. Mi aveva fatto tanto ostinare. Si vede che la sua psicologia fu sopraffatta dal suo strano modo di comandare, ereditato dai Druscovich [la famiglia di sua nonna materna, Amalia Di Drusco ved. Stefani].

Mio padre, poi, che per niente era caporale, e si vantava di esser "vice-offizir" [sottufficiale della marina austriaca] pel fatto che talvolta esercitava le sue mansioni, si permise d'imbrogliare all'Ospedale di Pola, dove faceva servizio, con chissà quali esercizi contabili, un pollo per lui. "Cresimò" [schiaffeggiò] sua madre, che non voleva che prendesse nonna Stefania (per le stesse ragioni che lei non voleva ch'io prendessi “quella”)-- perchè i Stefani, anche se erano benestanti, non erano laboriosi come noi, ed erano "fraioni" [fraglioni; i soci delle antiche "fraglie" o “frarie,” decaduti in beoni dissipatori di viveri]--meno che nonna Amalia, che pareva un colonnello Austriaco nei suoi modi, e riescì a tener duro.

Avevo già una bici, che me l'aveva portata Giovanìn dei Cheti, da Capodistria, e mi diedi allo sport. Quando andetti alla cresima, zio Stefano l'ebbi per santolo, e mi dette dei soldi con i quali, dopo aver venduto la bici, con il ricavato più il resto, comperai dai Purelli una di corsa. Corsi come un dannato, e non avevo più rivali nei nostri paesi; ma non so se ero tanto dotato, o seppure gli altri non erano abituati allo sforzo della competizione. Per me era naturale lo sforzo, anche quando ballavo: al ballar bene preferivo di stancarmi; ma di riserve di energia mi avanzavano. Tutto questo succedeva prima che andassi soldato, ma poi col passar degli anni mi calmai.

A completare quanto sopra, lasciai dei record. Con le strade di allora e senza il cambio [per la bici]: Verteneglio -- Umago -- Cittanova -- Verteneglio, ore 1:10; Verteneglio -- Trieste, ore 1:37; e stacco Antonio Solaro di cinque minuti da Verteneglio a Buie, e lui era il più valido mio competitore in paese. Nell'unica gara che c'era in quell'epoca, a Salvore, venni secondo, dopo aver staccato il gruppo di mezz'ora. Uno riescì a starmi dietro, e non volle collaborare. Ma in una curva vicino al traguardo caddi, e lui ne approfittò, e così venni secondo.

A Ventun Anni mi Trovo Soldato

A ventun anni [1932] mi trovo soldato a Chieti, al 14.mo Fanteria. Era la prima volta che si può dire venivo nel sud. Abbiamo pernottato a Chieti Scalo-Ferroviario, in una casermetta, sulla paglia. Doveva esser marzo; faceva un po' fresco, e la coperta che portavo a tracolla, ricevuta al Distretto di Trieste, mi servì a meraviglia. Mi ero portato con me una cassettina rossa, che l'avrai vista in soffittina, fattami dai Palmàn [falegnami a Verteneglio], e che maledettamente la maniglia mi faceva male alle dita . . . ma che mai m'ingegnai di sostituirla, perchè allora non si poteva contestare un falegname, mentre oggi si contesta anche il Papa. Il dì seguente, per tempo, ci arrampicammo su pel monte, a oltre trecento metri di altitudine, dove su di un pianoro sorge la città. Con la banda del Reggimento in testa, facciamo il nostro ingresso. Osservai con mia meraviglia che, se fosse stato da noi, in una città non grande come questa, ci sarebbe stata della gente a guardare dalle finestre--specialmente le ragazze, le quali erano sù ma dietro le persiane socchiuse.

Arrivammo in caserma Vittorio Emmanuele, e mi assegnarono alla Compagnia Comando 1.mo Battaglione. Raccolti che fummo in un grande stanzone, il tenente Comandante la Compagnia ci arringò circa così: "Siate i benvenuti, e siate fieri di appartenere a questo glorioso Reggimento decorato di due medaglie d'oro e due d'argento." E ancora: "Per alcuni di voi ci sarà un letto con lenzuola bianche, mai avute prima, ecc. ecc." Rimasi male. Dovevo vivere tra gente che non aveva queste cose elementari; mi pareva impossibile; e fu proprio così: gente che di notte andava scalza in gabinetto comune, dove spesso mancava la lampadina per ragioni che compresi più tardi, e così per non sporcarsi i piedi o le scarpe nella merda, finivano per farla anche in corridoio.

Le adunate per le esercitazioni si facevano dopo il tazzino di caffè nero o cacao allo spuntar del giorno, e all'una nel pomeriggio. Ma a quest'ultima, mentre mangiavi, il sergente detto "firmaiolo" [in senso spregiativo scherzevole, uno che poteva, firmando, raffermare la leva di un soldato], un'ora prima dell'adunata cominciava: "Ragazzi fate presto." E sempre questa musica che a me mi urtava. Forse era necessario che me lo dica? Ma c'erano gli altri--e quante qualità. Fatto sta che piano piano presi un forte riscaldo intestinale: anche il fumar una sigaretta mi faceva calore in pancia. Cominciai a chiedere visita. Non fui riconosciuto, e il tenente mi chiamò e mi disse: "Il colonnello ti dà cinque giorni di consegna, e io non posso levarteli, perciò li devi scontare." Compresi che mi teneva in buon conto, e questa è stata la mia prima e ultima punizione in circa cinque anni di soldato. Col passar dei mesi le cose peggiorarono, ebbi dei seri disturbi, dovevo insomma trovarmi sempre--specialmente al mattino--alla portata del gabinetto. E all'Ospedale Militare mi prognosticarono gastroenterite acuta e mi diedero due mesi di convalescenza.

Era infezione, uno stato d'animo ostile allo stato in cui mi trovavo; fatto sta che la-quasi-perfetta-salute l'acquistai a gradi, dopo sette anni, che è un ciclo che ci accompagna nella nostra vita, modificando il nostro carattere e la nostra salute. Mi viene di pensare che noi fin dalla nascita ci portiamo con noi le probabili malattie che potremo contrarre nella vita--talvolta siano esse anche infettive. La nostra costituzione ereditaria e l'ambiente poi ne sono la causa. Supponiamo che uno diventi matto--equivale a ereditarietà più ambiente: non ha potuto accettare quest'ultimo! Uno diventa tubercoloso--ereditarietà, ambiente, e mancanza di cibo talvolta. Uno si prende l'ulcera, la gastroenterite--disposizione ereditaria più ambiente di disagio. Uno gli viene l'eczema, come a me--può venir causato da certe sostanze che avvicina o che tocca, più un certo sistema nervoso, nel quale il fegato ha la sua parte in più dei casi, e l'ambiente anche qui gioca il suo ruolo.

Un passo indietro. Suonavo nella banda del Reggimento, diretta dal maresciallo Forchetti, che non ricordando il nostro cognome (così io penso) ci appioppava un soprannome. A me chiamava Piripicchio, dalle mie fattezze; ad un altro, San Francesco; a un altro, che l'aveva con lui perchè gli rispondeva, addirittura Caporalaccio Schifoso; e così via per tutti. Per questo, essendo egli un omone, lo chiamavamo Forchettone, e anche per la sua irascibilità. Siccome allora la banda di Chieti era di fama nazionale, e che in genere gli abbruzzesi erano ottimi musicanti, pretendeva, essendo egli abbruzzese, che anche noi suonassimo il meglio possibile--ossia come voleva lui. Il sabato e domenica, di sera, si andava alla fine del corso Marruccino, alla Villa Comunale, e di lì fino in caserma--un kilometro e mezzo circa--si marciava suonando fino in caserma, e si arrivava all'ora della ritirata, che di solito era alle nove. Allora non c'era l'ora legale.

Quel maresciallo, che al posto del bastone di comando suonava il flicornino, e lo suonava bene--al nostro fianco con quella testa voluminosa--con le guance gonfie d'aria e di un rosso paonazzo, anche perchè beveva e per aver messo sotto sforzo le medesime--sembrava che l'istrumento gli fosse un gingillo, ma assordava le orecchie a chi era vicino. Camminava impettito e sorvegliava qualcuno tra di noi che faceva lo schiva-fatiche, e aveva provveduto a metterlo dalla sua parte, lato esterno; e passandogli vicino, quando lo pescava in flagrante, gli dava una spallata. Per questa ragione se l'era presa con un siciliano di nome Cicinelli, e un giorno di fronte a tutti l'apostrofò così: "Tu farai la fine di Buro e Formagio!" E lui, di rimando: "Lo so, lo so che fine hanno fatto--sono finiti sopra la pasta asciutta!" Che significato abbiano queste frasi--l'ultima addirittura burlesca? Buro e Formagio, [erano] soldati suonatori di tamburino, che in testa alla banda quando questa non suonava, facevano col loro ritmico fragore a tener a passo il Reggimento nelle grandi ricorrenze, quando si sfilava in parata! Avevano il vizio di uscire e di entrare a piacimento. Era, insomma, di quella gente che trova la fidanzata in qualsiasi ambiente. E come finirono? Alle carceri militari di Gaeta, per qualche anno.

Diciotto mesi di soldato, e di nuovo alla mia vita campestre. Lasciai la bici perchè non potevo come prima; dovevo tenermi ad una certa dieta, ma non nel lavoro. Sazio o affamato facevo sempre il mio dovere, e d'estate all'alba ero pronto appena mio padre mi chiamava. E quando anche in questa stagione fossi ritornato al mattino dal ballo dai paesi vicini, in campo ero sempre all'ora giusta. Questa era la regola di casa nostra, fatta eccezione per il Primo di Quaresima, chè mio padre ci lasciava dormire.

Ricordo i pomeriggi dell'ultimo di Carnevale. Di solito si lavorava in Turini. Si sentiva, verso Matterada, Radini, San Lorenzo, la banda di quest'ultima località--chè i suoi componenti andavano in giro mascherati, e suonavano anche delle villotte paesane, e chiedevano in cambio salsicce e uova; tutto finiva in un cenone allo scadere del carnevale. Ma quelli che non erano ancora stanchi continuavano anche il Primo di Quaresima, e ciò valeva anche per i più instancabili musicanti di Verteneglio, a fare lo stesso. Dopo essersi deliziati [a lavorare nei campi] per tutta la mattinata e parte del pomeriggio, mio padre ci lasciava liberi alle quindici, perchè pensava lui, come credo pensavamo pure io e mio fratello: come si poteva immaginare di lasciare [troppo presto] il lavoro, che ci portava un reddito insignificante ma che eravamo determinati a portar a termine per avere un campo sistemato a dovere, e, che poi, all'infine, doveva dare i suoi frutti ed esser il nostro orgoglio?!

Allora erano anni di miseria. Si produceva, sì, ma la roba valeva poco e per giunta la Cantina Sociale aveva messo dei soldi in Banca di Buie, ed aveva subito dopo fallito, ed era una forte somma. Questo fatto ci causò un notevole squilibrio finanziario negli anni seguenti, ma poi in parte il governo ci venne incontro. Anche senza questo danno, dal '29 al '34 c'era una seria crisi, ma poi verso il '35 il soldo cominciò a scorrere un po' di più, e qualcuno si pagò i debiti. Il lavoro aumentò--al seguito dell'occupazione dell'Abissinia. Cercavano mano d'opera per le nuove terre e ci andò pure un gruppo di Verteneglio (per pagare i debiti insomma), e c'era pure quel tale che ti vituperava per aver comperato da noi il manzetto, "che non valeva niente," diceva lui, e che tu ti sentivi offeso quando ti parlava e lo sfuggivi. Fece, al momento della partenza a suonar le campane: andavano a scoprire l'America! Forse Colombo non fece lo stesso?

Per Ordine del Re di Italia: 1

"Per ordine del Re d'Italia Vittorio Emmanuele Terzo il soldato Paoluzzi Riccardo è richiamato all'84.mo Reggimento di Fanteria in Firenze, Divisione Gavinana." Era il febbraio del '35.

Firenze era bianca di neve, che a me piaceva quanto agli uccelli, che mi causava un brivido di freddo solo vederla, e senza un focolare da scaldarsi. Dopo una visita superficiale esposi all'Ufficiale medico la mia situazione di salute, e così scrisse sul mio tesserino, "N.I." Dopo, seppi che voleva dire, "Non Idoneo"--pel momento. E "A.O." voleva dire "Africa Orientale." Così stetti con le nuove reclute, ma sempre qualcuno partiva, con qualche nuovo reparto. Venne anche l'estate; si era a Scarperia, al campo. Fungevo da caporale alle reclute. Dopo una ricognizione mandai un biglietto al capitano, spiegando di come si poteva avanzare senza troppi pericoli, supponendo che sul culmine della collina ci fosse il nemico. Mi chiamò e mi disse: "È tuo?" "Sì, signor Capitano." "Mi piace, e a pensare che questa mattina mi chiedevano un uomo, e pensavo a te, e mi sarebbe veramente dispiaciuto di farlo, specie dopo questa prova." E mi elogiò di fronte a tutta la compagnia. Era uno di quelli che attorno di lui voleva gente scaltra. Diceva: "Gli stupidi, in guerra, muoiono subito." E poi, credo, gli serviva anche per la sua sicurezza avere vicino gente scelta, nel caso il suo reparto si fosse trovato in zona di operazioni.

A settembre mi diede una licenza di dieci [giorni] più due. Volevo rimanere mezza giornata di più--tanto, prima o poi, ci vado in Abissinia; ma qualcosa in me mi disse di non farlo. Arrivai in caserma alle ventitrè. Il dì seguente, assieme ad altri due, mi chiamò il capitano. "Tu, a che ora sei rientrato?" "Alle ventitre," risposi. All'altro: "E tu?" "Alle ventiquattro," rispose l'altro. E al terzo: "E tu?" "All'una." Allora il capitano sentenziò: "Tu, Paoluzzi, rimarrai qui." Ed inviò gli altri due ad un reparto in formazione per l'Africa. La guerra si volgeva verso la conclusione, ed in seguito a domanda di licenza agricola, in novembre, ritornai a casa in attesa di congedo.

Prima e poi, a cavallo di questa guerra in particolare mi sentivo meglio, ma non avevo un indirizzo preciso di prender moglie; forse non ero ancora maturo. Volevo dire: deciso di rimanere fedele e di progredire anche con essa, come sempre ho fatto. Che senso avrebbe avuto avere una moglie, e che magari mi venga per la testa di piacermi un'altra? Sapevo per esperienza che talvolta l'amore è malattia mentale, perchè si crede a ciò che si sogna: t'immagini una donna senza difetti solo perchè non la conosci a fondo.

A proposito, appena venuto qui dall'America [rimpatrio in Italia, 1973] incontrai Sergio Gnesda, barbuto, con la fidanzata. E scherzando dissi a quest'ultima: "Come fai ad accettarlo con la barba?" Mi rispose che lei l'accettava così com'è, con la barba. Scommetto che la ragazza in questione sarebbe stata lungi dal pretendere di essergli una contendente, come capita a te.

Alcune mie esperienze:

Non avrei mai sposato, senza esser da me richiesta, una che diceva che non le vado. Il più delle volte, era una sua consolazione; forse avrà capito che mi è indifferente o magari intendeva stimolarmi per farsi piacere da me. Ma io a questo genere di furberie non ci cascai mai; in un paese si cammina così e a chi non piace--e per giunta le critiche--va altrove. Dovevo forse strisciarle pancia a terra per carpirle un sì? Non avrei voluto una cosa simile nè per me nè per il nostro piccolo mondo che mi stava a guardare. Non lo sai quante varietà di dicerie dovevano uscire dalla bocca delle comari? Devi notare che ero un importante bersaglio per queste ultime e i suoi uomini di paglia, perchè durante tutta la mia vita non ho pagato un bicchiere--nè salutato con un complimento nessuno--con la speranza che si dica di me quello che sono, o addirittura di più di quello che sono. E questo in un paese piccolo ha il suo peso, anche quando concorri per una carica pubblica. E se non hai dalla tua parte amici decenti, non ci riescirai mai a spuntarla.

Col tempo, essendo più calmo, acquistai un sesto senso. Difficilmente non avrei capito una donna in breve tempo: chi realmente era, e quali suoi difetti potevo sopportare e quali nò--e anche conoscere se aveva qualche virtù. Ripeto che allora non era facile lasciare la campagna; essendo Micèl andato a Trieste nel '36, io dovevo rimanere lì. Ma anche mia madre era un problema. Essa era convinta che io mai avrei trovato una donna come essa. Immaginati che se era come essa non sarebbe andata d'accordo con noi due. Dovevo cercare una donna mite.

Per corrispondenza (Scuole Riunite, Roma) avevo con successo portato a termine un corso di corrispondenza commerciale e francese. E lessi libri e giornali e non fu un giorno che non lo feci, e appunto perciò (vedi l'ignoranza di chi mi criticava) potevo "guardare anche le stelle." Forse mi ero più ingentilito che istruito--per pretendere una donna istruita come ad esempio una maestra, la quale mi avrebbe aiutato a far studiare i figli col suo guadagno. Ma io ero della classe contadina, e poi una maestra voleva un professore, oppure--disillusa nelle sue peregrinazioni--voleva uno come me, come del resto nel passato successe a Verteneglio. Perciò scartai questa ipotesi, anche perchè allora, dopo il '35, le nostre condizioni economiche erano floride; e pensai ad una bellina, palatabile anche a mia madre.

E' vero che ogni primavera m'innamoravo, ma ero cauto se mi capitava in paese, (e non c'erano bellezze) e perciò era poco da scegliere. Preferivo, per esempio, la prima di Carsette [frazione di Verteneglio, con parroco in proprio] che la seconda di Roma, ma questa forse preferiva all'uomo la vita comoda, e mi resi conto. Ci fu un momento in cui “questa,” per non aver trovato quello che cercava, si sarebbe adattata. Forse io non ero un uomo di far batter il cuore ad una donna?! Feci macchina indietro. Non l'avrei più presa: non faceva neppure per mia madre--e a pensare che si ad-densava sull'orizzonte il pericolo della guerra. Mi avviai sui monti, e ritenni che una nuova (sempre la prima del paese) potesse fare per l'uno e per l'altro [sua madre]; ma quando volli decidere, essa non fu pronta. Suo padre venne prendere informazioni da Purelli (seppi poi), ma anche questa forse all'uomo preferiva la spiaggia.

Qual'è la ragione principale che m'indusse a tagliar corto e sposarmi? Si era nel mese di luglio. Era arrivato il Duce a Trieste con la flotta, e una massa di popolo convogliato in gran parte dal Carso era venuta per osannarlo--per ordine dei capi. E per l'occasione ero anch'io, e mi ero messo chiacchierare con una bella ragazza venuta anch'essa col convoglio (di treni). Ma non ebbe seguito quest'incontro. Bisognava anche scoprire chi era, ed io non avevo nè tempo nè soldi per fare conoscenze. E per muoversi occorrono soldi--e credo che un giovane saggio, per esser felice anche nel futuro, non dovrebbe mai mancargli i soldi in tasca a sufficienza.

Dunque, quel giorno faceva caldo. Cammina e cammina--ero stanco. Ma, data l'occasione, con un mio amico andammo in uno di quei ritrovi--usando tutte le precauzioni. Sullo sgabello [lei] teneva una foto del suo bambino; mi diceva qualche cosa a proposito. In quell'epoca, per una ragazza avere un bambino illegittimo era una vergogna per tutti i parenti, e la scacciavano. Altri lavori non c'erano allora, e quello lì era infamante sì ma redditizio--e poteva mantenere bene il suo bambino in un istituto. Ti ripeto, ero stanco; essa era pagata e doveva pure lavorare il meglio possibile per sbrigarsi prima. E d'allora compresi che quelle cose non si possono pagare, e se lo si fa non è che uno sfogo bestiale: avevo ventinove anni. Mi venne e mi viene sempre in mente la tragedia di quella donna chiamata "puttana," e mi resi conto che forse avrà sofferto molto per questo, e si sarà data da fare per trovare un padre a suo figlio, perchè credo che aveva in odio il suo mestiere.

Quale differenza di quelle felici mogli, perchè bene sposate, che si prendono il lusso di fare quello che forse quella "puttana" se fortunata, non avrebbe mai fatto. Ma chi sono allora le puttane?

Sposarsi

Interpellai nostro Mario, e Bagaiùz [soprannome di Matteo Cutìa, un amico]: "Ma siete veramente contenti di essere sposati?" Mi risposero di sì entrambi, e siccome Mario ebbe dei grattacapi da fidanzato--e forse poi, che io non avrei tollerato--mi disse che con le donne bisogna saper aver pazienza. "Bene," gli dissi, "io faccio a modo mio; e se sei contento tu del tuo affare, io spero di non sbagliare di molto usando il mio modo." Scrissi una lettera alla figlia di quel padre delle informazioni, ma non fu sollecita nel rispondermi. Mi rivolsi a tua madre, alla quale mi sarei rivolto prima se non fosse stato per quel nome [Filomena], e che fra le tante virtù aveva il vizio di esser musona--e questo è certo: che quando si dimostra [musona] non fa star allegri; e se ne avesse avuto degli altri non avrebbe fatto per me. Scoppiò la bomba. L'opinione pubblica fu colta di sorpresa. E il popolino commentò con amarezza per la istantaneità di non aver potuto, con le sue dicerie, di influenzare in un verso o nell'altro un affare già concluso.

& A mamma [sua moglie, Filomena Radìn] che intuivo mi avrebbe voluto, la mia dichiarazione: "Tu mi attrai. Se perciò da parte tua è la stessa cosa, ci uniamo. E se non ti fidi, sono disposto a parlare con tuo padre. Ma se tu non sei disposta, dimmelo subito, che in questo caso mi fai non uno, ma due favori." Sapevo che non si sarebbe permessa di menarmi per il naso, come hanno tentato le altre.

Quando la figlia di quello delle informazioni sul mio conto seppe dell'accaduto, ricevetti una cartolina anonima, ma che era sua, e diceva: "Dio abbi pietà delle mie lagrime!"

Caro Fausto, spesso capita nella vita di dover prendere delle decisioni (pena di morir in miseria anche lavorando e risparmiando). Ho avuto l'abitudine di prender decisioni quando mi sentivo calmo, e dopo aver constatato che mi conveniva saltare il fosso senza perder tempo, perchè l'occasione in seguito poteva anche mancarmi. E non mi sono mai pentito anche di aver detto una parola sgradita a chi ho reputato che se la meritava.

Vorrei concludere che in amore, la carità non si dovrebbe mai farla nè riceverla. Queste cose non servirebbero ad altro in avvenire, chè facendole l'uno sarebbe l'eterno creditore e l'altro debitore; e se il debitore è l'uomo, sarebbe difficile cambiare le carte in tavola.

Quando ti Davo il Doppio

Perchè ti davo il doppio? [Durante la vita in USA, se a mio padre chiedevo un dollaro per comprarmi benzina magari lui me ne dava subito due, ridacchiando felice.] Per due ragioni. Una, credo, se non la conosci per lo meno la intuivi: non ti pare che a un futuro laureato, per quanto possibile, considerata la nostra situazione economica, non bisognava lesinare un po' di miseria in meno?! Ma tu comprendevi. Ma se io, quando mi chiedevi un dollaro, non ti avessi dato il doppio, potevi ricorrere a qualche espediente, magari per procurarti il triplo--e te lo avrei dato. Ma comprendevo che non potevo molto a lungo tenere quel passo; capivo che la salute me lo stava vietando. Capivo infine che un giovane che lo si crede saggio deve avere sempre dei soldi in tasca per ogni evenienza. Tu non ti fidavi di chiedermi di più, ma se tu mi avessi spiegato una tua particolare situazione, sarei stato in questo caso meno tirchio. Ma ti pare che avevo questa malattia? Vedi, Fausto, posso dirti che a parte i miei difetti ho anche delle buone qualità. Non sono egoista nè spendaccione, e ho un grande controllo sui miei sentimenti in fatto di gelosia--anche quand'ero giovane; e non ero un dormiglione--al contrario: [ero] impulsivo. Ho sempre ringraziato Dio per quel po' che mi ha dato, e per quello che ha dato alla gente di buona volontà: perciò l'invidia non l'ho conosciuta.

Prego sempre Iddio (ogni sera) che distrugga coloro che succhiano il sangue al prossimo; (e con questo anche la salute se ne va); e nessun partito potrà farlo--anche lì, col tempo, si annideranno gli stessi biechi individui. Si tratta di educazione? Di natura? Questa è l'umanità. Potrà cambiare nel tempo? Dubito.

Venticinque aprile 1977--mi trovo un mattino in Piazza del Duomo a Milano, in attesa di un comizio sindacale. C'erano crocchi di rossi, e dicevano ognuno la sua, e dopo aver io sentito alcuni argomenti, presi la parola e incominciai così:

"Io sono nativo dell'Istria, e, per esempio, Il Corriere della Sera non è più un giornale indipendente, e voi non lo sapete. Ha taciuto per la cessione della Zona B alla Jugoslavia--un territorio Italianissimo. In questo caso il giornale ha mancato di informare il popolo di una cosa seria, mentre lo informa anche per fesserie. E per omettere una simile informazione non poteva che esser pagato per farlo. In Italia oggi abbiamo una striminzita opposizione, e forse voi vi gloriate. Abbiamo soltanto Almirante, che se anche dice una buona non lo volete sentire, perchè fascista. Poi c'è Pannella, che forse lo prendete per matto, ma che ha detto certe verità che fa tremare il potere costituito. Voi parlate di eguaglianza: supponiamo che noi tutti in gruppo dobbiamo spingere un carretto."

Uno obbiettò: "E se qualcuno di noi è ammalato?"

Risposi io: "Che salga sul carretto. Se poi io, che sono di buona volontà, devo spingere di più perchè mi accorgo che qualcuno di voi non spinge--o magari si fa trainare ed è in buona salute--come noi possiamo essere uguali e prender la stessa paga?!?"

Qualcuno replicò: "Col tempo la gente sarà più educata al senso del dovere."

"Ma aspetta che si educhino," aggiunsi io, "e intanto io spingo fino a scoppiare."

Un'altro: "Io sono un banchiere in pensione. Mi hanno anche imbrogliato con la liquidazione."

"Le pare," aggiunsi io, "che se la meritava?! Quanti, per lavorar di più di lei, non l'hanno mai ricevuta?!"

"Comprendo," mi rispose, ed aggiunse: "Ho un piccolo commercio, e non posso lasciarlo" (forse voleva farci credere che la pensione non gli bastava per vivere); "ma non appena trionfa il comunismo, io consegno tutto!"

"E se non trionfa," aggiunsi io.

Non rispose. Forse anche lui pensava che non verrà, come me. Ma se veniva, aveva amici comunisti e le carte in regola. Pare proprio che i ricchi in Italia facciano lo stesso gioco di questo banchiere in pensione.

Dopo questo preambolo, ritorno all'inizio del capitolo.

Come facevo io, quand'ero giovane, per aver soldi per andar a ballare, talvolta via dal paese, e magari col auto? Per esempio: ogni domenica d'inverno, quando era ballo, ricevevo cinque lire. E per San Rocco, dieci--ch'era ballo a biglietti sul tavolazzo--ma per San Rocco mi ci volevano almeno venti. E poi veniva, a Cittanova, San Pelagio. Strano: eppure mio padre sapeva che fumo, e che talvolta vado all'osteria a giocare il bigliardo; e forse pensava che quello che non mi dà in più è tutto risparmiato. Non ti pare che mi costringeva ad arrangiarmi?

Infatti, mi arrangiavo, ma con coscienza. Per San Rocco e fiere viciniore facevo saltare, in due volte, un quintale di frumento. E durante l'inverno, qualche fiasco d'olio--che finiva tutto da Ottavio [Purelli, negoziante e vicino di casa]--ma poi non bastava. Nonno aveva quella cassettina gialla nello sgabello, e teneva le chiavi sull'orlo della banda del letto che sostiene, con le tavole, la susta [le molle]: e nel bisogno gli beccavo le cinque lire. Tutto sommato, ho speso quanto egli poteva constatare che spendevo; e se non pensava a questo, doveva pensare che andavo a rubare. Ma probabilmente non avrà pensato a nessuna di queste cose.

Quando mi sono sposato, la cassetta rimase aperta anche per tua mamma. Ma allora mi occorreva meno soldi, e c'era abbondanza.

Per Ordine del Re di Italia: 2

"Per ordine del Re d'Italia Vittorio Emmanuele Terzo, in data 6 dicembre '40, il fante Paoluzzi Riccardo deve presentarsi al 152.mo Reggimento Fanteria, in via Rossetti a Trieste."

Da qualche mese facevo all'amore con tua mamma, ma prevedevo la mia chiamata: c'era già la guerra in Grecia. Alla notizia, nonno Giovanni [Radìn, suo futuro suocero] venne da noi e volle che ci sposassimo, ma nè io nè a casa nostra si era propensi. Ma visto che insisteva, l'accontentammo. Penso che aveva ragione. Meglio una figlia vedova che una ragazza che ha fatto all'amore; da noi si ragionava così.

Mi recai da Don Orti [Ferdinando Orti, parroco di Verteneglio] e gli spiegai la faccenda. Mi fece un biglietto per la Curia, onde ricevere il nulla osta dal Vescovo per sposarmi d'urgenza.

Alla mattina, con mio fratello, provenienti da Trieste . . . a Buie ci ricordammo che ci voleva una vera. Scendemmo e l'acquistammo. Prendemmo un auto e verso le dieci del giorno quattro fummo a Radini [frazione di Verteneglio da cui proveniva la sposa] che ci aspettavano nell'incertezza, e ci sposammo nella chiesetta.

Mentre nonno [suo padre, Pauluzzi Matteo] teneva duro, che i Drusi con il sacco non gli portino via i campi, tua mamma, che ancora non eri nato, mi veniva a trovare [a Trieste]. Ma, sul finir di gennaio o febbraio ci si imbarca in un [treno] merci --e via verso il confine. Appartenevo allora alla Compagnia Comando di Reggimento del 151.mo Fanteria; nel mio vagone c'era pure la bandiera, anche questa decorata come la precedente--e insieme all'altro Reggimento formava la Brigata Sassari.

Era un mattino di sole. Il treno passava per Barcola alta [zona costiera di Trieste]. Vedevo qualche donna sul poggio del villino, che esponeva a prender aria coperte e lenzuola. Pensavo: lì c'è la pace, ed io sempre in guerra.

Ero anche un patriota, e se vuoi, anche un pacifista per educazione. Avevo vicino la bandiera, e lontana la moglie da appena due mesi, che dovevo lasciare. Ma non pensavo di non rivederla più: non mi balenò mai per la testa una simile idea.

Dopo pochi giorni tra la neve, si passa la frontiera. Si aggirano i fili spinati, e si scopre che i fortini di mitragliatrici sono più o meno centrati dai nostri cannoni, che spararono poco prima. Non si vede anima viva. I villaggi che incontriamo per primi sono imbandierati con su la svastica, mentre i secondi, un po' più grandi, con bandiere o croate o Slovene--che non so distinguerle. Ma la gente non si mostra; forse ci teme. Ma una vecchierella attraversa la piazza e si reca in chiesa; forse pensa: cosa dovrei temere alla mia età?

Dopo qualche giorno in trenomerci, arriviamo a Knin, centro tra la Dalmazia e la Bosnia, zona assegnataci--compresi poi--per mantenere l'ordine e per impedire che organizzino un esercito contro di noi, usando un nuovo credo. Scommetto che quando Tito aprì il libro dei danni fattigli dall'Italia mentiva, allo scopo di occupare con diritto le nostre terre. Noi abbiamo difeso i cittadini di quel territorio anche contro gli Ustascia. Abbiamo sparato soltanto quando ci sparavano; abbiamo bruciato qualche villaggio per la stessa ragione; e abbiamo trattato bene i prigionieri partigiani internandoli: perchè se cadevano in mano dei loro nemici, li trucidavano--per esempio, anche tagliandogli la gola. Ne fui testimonio. Il battesimo del fuoco l'ebbi contro i Titini nel marzo '42. Le pallottole fischiavano, ma non ebbi paura. Dicevo: Dio preservami per quella poveretta che ho lasciato a casa.

Nello stesso mese, dell'anno dopo, compresi che i sommergibili tedeschi non riescivano ad affondare le navi rifornimento Americane: compresi che la guerra era perduta. Ancora nello stesso mese: l'ultimo mio combattimento. La Divisione doveva rientrare in Italia; forse prevedevano lo sbarco alleato, oppure volevano difendersi dai tedeschi, come capiterà dopo l'otto settembre.

I Titini si erano rinforzati. Ora il piatto della bilancia pesava dalla loro parte. Anche le altre fazioni che prima li combattevano, in parte si erano unite ad essi. Ci fu un giorno di duro combattimento; avevo la fame cronica da tre anni, e sul far della sera le schioppettate e il tappum delle loro mitragliatrici diminuirono. Entrai in una baracca-dormitorio pei soldati; mi sedetti su di un pagliericcio e sentii qualche cosa di solido sotto di me. La luce era fioca. Guardai meglio: c'era un sacco di pagnotte. Ne presi due; avevo rimorso prenderne di più. La prima la mangiai senza masticarla, per gustarla meglio quando mi scendeva giù per la gola--perchè in tutto quel periodo avevo sempre mangiato minestra con la galletta (pane biscottato), in uso all'Esercito Italiano, che, malgrado la fame, non mi voleva [andare] giù. E per fino a quando sarò vivo, quando qualcuno mi domanderà: "Qual'è stata la tua miglior mangiata durante la tua vita," gli risponderò:

"Una pagnotta di pane!!"

In seguito, per una caduta, mi gonfiò un ginocchio: Ospedale provvisorio di Zara Vecchia; trasportato con la nave Ospedale a Bari; licenza di convalescenza di quaranta giorni; ritorno al Deposito di San Giorgio di Nogaro, e, a mezzo il Colonnello Palumbo [fratello del Dottor Palumbo, dentista di Verteneglio e siciliano di nascita] ritorno tra le reclute a Trieste. Otto settembre, ed armistizio. Seppi che il mio Reggimento allora si trovava in Italia. All'undici settembre lascio la caserma mentre un maresciallo con la pistola in pugno c'impediva di uscire. La marea spingeva, e così uscimmo, e le sentinelle fecero altrettanto. Il dì seguente, nelle altre caserme, dopo averle occupate, i tedeschi inviarono i restanti soldati in Germania. Con una piccola bici di Livio [Pauluzzi, suo nipote], in borghese andai a casa, in attesa di quegli eventi che anche tu puoi ricordare a tutt'oggi--compresi quelli Americani.

Ora dico: i miei figli mangiano senza il mio lavoro, ed io vivo senza più lavorare e senza più padroni. Sono quasi vecchio, ma che importa?

La mia vita è stata dura e Dio mi ha aiutato a sopravvivere a tutte le prove, e lo ringrazio.

A mio figlio, Fausto, e alla sua discendenza, affinchè si ricordino che con la buona volontà e con l'aiuto d'Iddio, dopo mille dure prove, in vecchiaia si può godere di un sufficiente benessere, senza offendere in un modo o nell'altro il prossimo.

papà Riccardo (Richard)
mamma Filomena (Phyllis)

Staranzano (GO) 23 dic. 1977


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This page compliments of Marisa Ciceran and Fausto Pauluzzi

Created: Wednesday, February 26, 2004; Last Updated: Thursday, September 27, 2007
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