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Padre Placido contro i nazisti «Padre, c'è una "scopa" da mandare in Svizzera!». Questa era la frase in codice che i collaboratori usavano per avvertire padre Placido Cortese attraverso la grata del confessionale: significava che serviva un salvacondotto per far espatriare un fuggiasco, ebreo o inglese, così da sottrarlo alla cattura da parte dei nazifascisti. Immediatamente padre Cortese - piccolo di statura, claudicante, dall'aria dimessa - si avvicinava alla cappella di san Luca, in Basilica del Santo, e "rubava" dagli ex voto una foto somigliante alla descrizione della "scopa" per falsificare un nuovo salvacondotto. Poi ci avrebbero pensato i suoi collaboratori a scortare il fuggiasco fino alla stazione, salendo poco distanti nella stessa carrozza e accompagnandolo fino a destinazione più sicura. In questo modo centinaia, forse migliaia di persone sono scampate alla deportazione, in anni nei quali Padova viveva nel terrore nazifascista.
La Gestapo sapeva che questo piccolo ed apparentemente insignificante frate della Basilica, al tempo direttore del Messaggero di sant'Antonio, aveva organizzato una rete davvero efficace che sottraeva prigionieri ai campi di concentramento e da mesi cercava di smantellarla. Ma il frate era prudente: negli ultimi tempi non usciva dal convento che godeva dell'extraterritorialità pontificia e si faceva avvicinare solo da chi conosceva. Ed è stato proprio un "amico" a tradire padre Cortese, attirandolo fuori dalle mura sicure della Basilica con il pretesto di aiutare una persona in difficoltà. L'8 ottobre del '44 i confratelli lo vedono uscire preoccupato dalla portineria del Messaggero; pochi passi lungo via Orto Botanico e poi viene caricato a forza in una macchina scura e sparisce nel nulla. Niccolò Matteo Cortese era nato a Cherso il 7 marzo 1907 da Matteo e Antonia Battaia. Una giovinezza illuminata da una vocazione autentica e precoce lo porta in seminario a Camposampiero (Pd) e poi in noviziato nella città del Santo. Il suo destino si lega indissolubilmente alla Basilica: fa il tirocinio di giornalismo, scrive sul bollettino Il Santo della Basilica dei Santi Apostoli di Roma e inizia a collaborare con il Messaggero di sant'Antonio. Dal gennaio del 1937 diviene direttore della storica testata edita dai Frati della Basilica, in un periodo tra i più ^ drammatici della nostra storia. È con gli anni di guerra che viene incaricato dal delegato pontificio monsignor Francesco Borgoncini Duca di seguire gli internati del campo di prigionia di Chiesanuova, nella immediata periferia di Padova, dove erano rinchiusi ebrei, sloveni, croati, prigionieri di guerra. Da qui la sua convinzione di aiutare in ogni modo possibile chiunque a scampare ai campi di concentramento. E da qui la sua 60 anni fa il religioso veniva rapito dalla Gestapo presso la basilica di Sant'Antonio a Padova. Incarcerato e torturato, fu ucciso a Trieste a 37 anni condanna. Da quell'8 ottobre di lui non si seppe più nulla: vane le ricerche attivate dalla Basilica. La sua sorte rimase nell'oblio sino al 1995, quando - per una casualità - una testimone riferì sulla sua sorte. Già nelle giornate immediatamente successive alla cattura, padre Placido venne trasferito nel carcere di Trieste dove, con feroce accanimento ricostruito dai testimoni, venne sottoposto ad indicibili torture. Morì pochi giorni dopo - la data presunta della morte è il 15 novembre 1944 - senza tradire nessuno dei suoi collaboratori; aveva solo 37 anni. Dal 2002 è stata avviata la causa di canonizzazione di questo eroe di tutti i giorni. La testimone: «Fra Cortese ha resistito fino all'ultimo» Adele non incontrò mai personalmente padre Cortese, tuttavia il suo destino fu legato alla vita di quel frate. Adele all'epoca aveva poco più di vent' anni; sapeva chi era padre Placido e cosa faceva; anzi, il fidanzato collabora-va conlui e Adele non era affatto d'accordo. «Adesso capisco la fede di padre Placido, ma allora si pensava a sopravvivere. Così quando arrestarono il mio fidanzato e lo portarono a Venezia, corsi per avere qualche notizia e arrestarono anche me; mi condussero a Trieste». I fatti sono poi ben noti. «Una volta scampati, mio marito ed io ci ripromettemmo di non parlarne assolutamente più anche tra noi. E così facemmo sino alla morte di mio marito, avvenuta nel 1981. Poi per caso mi imbattei in un libro su padre Cortese, in cui era scritto che di lui non si era saputo più nulla e che con ogni probabilità, dopo aver parlato sotto tortura, era stato mandato in Germania da dove non aveva più fatto ritorno. A quel punto mi sono decisa a raccontare quanto sapevo: non potevo permettere che fosse macchiata la memoria di un uomo come padre Placido. Io ero a Trieste, in una cella vicina a quella di padre Cortese. Da quella gabbia usciva una voce che non scorderò mai: flebile, piena di sofferenza, tuttavia ancora ferma e decisa. In tutto il carcere si mormorava della forza con la quale padre Cortese aveva resistito alle torture cui la Gestapo lo aveva sottoposto senza rivelare nulla, senza tradire nessuno e addossandosi tutte le responsabilità. Quando ho letto quelle parole che lo dicevano traditore, non ho potuto tacere. Credo che abbia esasperato i suoi carnefici». |
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Cristina Sartori
Tratto da:
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This page compliments of Marisa Ciceran Created:
Wednesday, January 12, 2005; Last updated:
Monday January 28, 2008 |