03 Febbraio 2001

Il poliziotto che salvò il regime

È sempre più cospicua e autoassolutoria la letteratura sui "salvatori degli ebrei" Intanto restano senza nome i responsabili delle stragi

La figura di Giovanni Palatucci, funzionario della questura di Fiume dalle leggi razziali al 1944. Parla lo storico Marco Coslovich

Nelle giornate dedicate alla memoria della deportazione ebraica appena trascorse, è tornata alla ribalta la figura di Giovanni Palatucci - funzionario della questura di Fiume dalla promulgazione delle leggi razziali al 1944 - che una mitologia, spinta prevalentemente dalla chiesa e dal ministero degli interni, ha elevato al ruolo di Schindler italiano per aver salvato, dicono, cinquemila ebrei.

Per questo Palatucci patì la concentrazione a Dachau e la morte per stenti. Dopo che l'Unione delle comunità ebraiche italiane ha reso omaggio alla sua memoria con la medaglia d'oro del 1955, Palatucci - che nel 1990 ha ottenuto anche il titolo di "Giusto fra le Nazioni" dallo Yad Vashem - diventa un simbolo italiano soltanto a partire dal 1995. Perché nessuno dei cinquemila salvati si è mai fatto vivo per testimoniarne la grandezza? Perché la Rai ha fatto della sua vita una fiction basandosi essenzialmente su uno scritto oleografico che trasuda retorica catto-buonista e di fedeltà alle istituzioni? Sono solo alcune domande. Ne parliamo con lo storico Marco Coslovich che per lunghi anni si è dedicato alla storia della deportazione dal Litorale Adriatico e che su questo tema ha pubblicato tre libri, di cui l'ultimo è La storia di Savina - Testimonianza di una madre deportata edito da Mursia.

Nell'ambito della storiografia, quando è maturato l'interesse per i "salvatori italiani" degli ebrei?

La risposta necessita di una breve premessa. Dal lavoro pionieristico di Renzo De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo del 1962, la ricerca sulle leggi razziali e la persecuzione ebraica ha conosciuto sviluppi notevolissimi. Desidero ricordare, tra i più recenti contributi, quello di Michele Sarfatti, Gli ebrei nell'Italia fascista, e quello di Giovanni Miccoli, I dilemmi e i silenzi di Pio XII, entrambi usciti pochi mesi fa. L'interesse per i salvatori degli ebrei è invece maturato da poco. In questo caso posso citare il libro di Gabriele Nissim, L'uomo che fermò Hitler, oppure quello di Michael Smith, Foley. La spia che salvò 10.000 ebrei. La mia impressione è che quest'ultimo filone sia nato come reazione al primo, e mi spiego meglio. La storiografia sull'antisemitismo nazista e fascista va definendo sempre più la fitta gamma di corresponsabilità, silenzi e complicità, che permea istituzioni quali la chiesa e l'apparato burocratico e amministrativo dello stato sotto il regime fascista. Quest'allargamento, o per meglio dire, questa articolazione del concetto di responsabilità storica nei confronti dell'antisemitismo ad alcuni è risultato ostico e poco accettabile. E' maturata così la spinta a valorizzare i "salvatori" degli ebrei, quegli uomini rari che Israele riconosce come "Giusti fra le nazioni" e che, a grave rischio della vita, aiutarono effettivamente le vittime durante la grande persecuzione antisemita. Ma la caratteristica di questi uomini è appunto quella d'essere rara e isolata. Viceversa la letteratura inerente i salvatori, spesso indulge a facili generalizzazioni offrendo un po' a tutti una ciambella di salvataggio. Ed è così che si è parlato tout court di "italiani brava gente", d'italiani succubi del furor teutonicus.

All'interno di questo quadro, quale ruolo occupa il commissario Palatucci?

E' molto semplice: il commissario Palatucci rappresenta un condensato di questi "buoni sentimenti". In primo luogo è un funzionario di polizia; in secondo luogo è un fervente cattolico. Rappresenta cioè i due versanti più delicati e controversi della "zona grigia" dell'antisemitismo: vale a dire l'apparato dello stato (che non necessariamente va identificato con il regime), e la chiesa (che non necessariamente va identificata con tutti i cattolici e il clero). Ora, gli ampi riconoscimenti di cui sta godendo Giovanni Palatucci, aiutano a alleggerire il peso dei tentennamenti, delle responsabilità delle istituzioni. Bisogna, infatti, prestare attenzione al fatto che Palatucci è stato esaltato come salvatore soprattutto in quanto poliziotto e in quanto fervente cattolico. Non è un caso che dopo ben cinquant'anni, nel 1995, il ministero degli interni gli ha conferito la medaglia d'oro al valor civile mentre in questi giorni il Vaticano sta portando avanti un processo di beatificazione nei suoi confronti. Insomma, è in pieno svolgimento un'operazione di mitizzazione. Ma esattamente che ruolo ebbe Palatucci? La risposta non è facile. A un'attenta e accurata valutazione delle disposizioni ministeriali dell'epoca e delle carte del fascicolo personale di Palatucci (ma sarebbe più esatto dire di quello che resta di esso), non si può escludere che il commissario abbia intrapreso qualche azione di salvataggio o di soccorso, ma si trattò di cosa modestissima. I suoi apologeti sono invece arrivati ad attribuirgli addirittura la salvezza di 5.000 ebrei. Si tratta di una cifra inverosimile. Basti solo pensare che da tutta l'Italia partirono 6.746 deportati ebrei dei quali, detto per inciso, ne sopravvissero solo 830. In altre parole, Palatucci avrebbe salvato da solo una cifra vicina a quella di tutti i deportati ebrei d'Italia. Siamo nella fantascienza. Le carte d'archivio anzi rivelano come spesso la cosiddetta "salvazione" degli ebrei non fu che la logica conseguenza di meccanismi che prescindevano del tutto da Palatucci. Anche in questo caso ci troviamo di fronte a una forte dose di semplificazione, perché è facile far credere che il regime volesse sempre e comunque catturare gli ebrei e internarli. Ciò non risponde sempre al vero perché il fascismo, in certe fasi e soprattutto nei confronti degli ebrei stranieri che cercavano una via di fuga in Italia, desiderava sbarazzarsi della scomoda presenza favorendone in tutti i modi l'uscita.

Rispetto a Palatucci, ci troviamo così di fronte al rischio di una mitizzazione, ad un'amplificazione, una ridondanza del ruolo e dell'immagine del commissario. Gli eroi piacciono soprattutto quando è facile identificarsi in loro e procedere, in qualche modo, ad un alleggerimento della coscienza collettiva e delle istituzioni. Si tratta di un processo esattamente contrario a quello che è avvenuto in Germania negli ultimi trent'anni. Dopo gli anni della colpa e gli anni della rimozione, in Germania i figli degli ex-nazisti hanno incominciato ad interrogare i padri. Il libro di William Sherian Allen, Come si diventa nazisti, del lontano 1965, ha dato inizio a questo processo. Conclusione: oggi se girate nei campi di concentramento nell'ex-Germania occidentale (e sottolineo, occidentale), trovate altissima sensibilità e attenzione per la memoria della deportazione. In Italia invece i figli non hanno chiesto mai un bel niente ai padri e solo adesso i nipoti, timidamente, chiedono qualcosa. Il risultato è che sfruttando gli uomini "giusti" e gli "eroi" cerchiamo di farci tutti "belli" e di glissare ancora una volta i conti con il passato.

Lei ha scritto un saggio su Palatucci che ancora non è stato pubblicato.

Sì, è un lavoro al quale credo molto. Alcune case editrici tra le quali, mi duole dirlo, quella con la quale ho pubblicato i miei tre libri sulla deportazione nei lager nazisti, non se la sono sentita di dare alle stampe il saggio. Il libro è in odore di fronda. Può dar fastidio a qualche dirigente del ministero degli interni e alle gerarchie ecclesiastiche. Nella recente ricorrenza per il "Giorno della memoria", mi risulta che in Campania il presidente del senato Mancino abbia partecipato ad una commemorazione dedicata a Palatucci. Insomma, attorno alla sua figura si sta coagulando sempre più un consenso che è difficile ribaltare. Comunque non dispero: ho avviato buoni contatti e conto di far uscire il volume forse entro la fine dell'anno. Focalizzando l'attenzione solo su alcuni salvatori, spesso si dimenticano molti altri che, sempre nell'apparato, cercarono di arginare la furia antisemita dei nazisti. Penso, solo per fare due nomi, al capo dell'ufficio politico della questura di Trieste, Feliciano Ricciardelli o al capo di gabinetto della prefettura, sempre di Trieste, Del Cornò, ambedue deportati nel lager per aver soccorso gli ebrei. Ma loro hanno forse il torto di essere sopravvissuti al conflitto e di non aver mai preteso nulla per quello che hanno fatto.

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Created: Sunday, September 2, 2001; Last updated:Monday October 01, 2007
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