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sabato 22 settembre 2001


TELEVISIONE Oggi e domani, Raiuno trasmette il film-tv «Senza confini», girato tra Trieste e Fiume

Giovanni Palatucci un eroe?
Sì, ma...

Dicono che salvò cinquemila ebrei, però mancano testimonianze inattaccabili 

Definito «martire cristiano» nonché lo «Schindler italiano», Giovanni Palatucci, reggente la Questura di Fiume dall’aprile al settembre del 1944, avrebbe salvato dalla persecuzione nazi-fascista e migliaia di ebrei. La televisione racconterà la sua vita nel film «Il rumore di un treno», che Fabrizio Costa ha in parte girato qualche mese fa a Trieste. Palatucci, in quanto salvatore di ebrei, vanta ampi riconoscimenti: il suo nome è ricordato lungo il Viale dei Giusti che conduce alla porta del museo sull’«olocausto» Yad Vashem; il ministero degli Interni gli ha assegnato la medaglia d’oro al valor civile; la Chiesa, essendo Palatucci di formazione rigorosamente cattolica, ha inoltre istituito una Commissione per la beatificazione.

Palatucci, in realtà, corre il rischio di diventare un’altra icona nel processo di riscatto nazionale volto a esaltare l’immagine degli «italiani brava gente»: stereotipo insidioso, che appiattisce una delle pagine più travagliate e buie del nostro recente passato. L’esaltazione degli «eroi» è caratteristica dei regimi totalitari. Le democrazie, quando ricorrono agli «eroi», tradiscono debolezza. Le democrazie solide diffidano dei miti, delle figure carismatiche, eroiche, e praticano, viceversa, la distinzione, l’acribia storica, appurando le differenze e riconoscendo, sul piano morale e civile, i meriti senza abbandonarsi a facili panegirici. Di Palatucci si è invece parlato di «eroismo oscuro», di «Schindler italiano», di «eroe silenzioso», di «questore buono fatto santo», di «martire». È stata sollevata una tale cortina fumogena intrisa di retorica e magniloquenza, da rendere ora difficile penetrare e chiarire cosa realmente fu Palatucci.

Palatucci operò all’Ufficio stranieri della questura di Fiume alle dirette dipendenze di un Questore e di un Prefetto tra i più fervidi antisemiti che potesse vantare il regime fascista: Vincenzo Genovese e Temistocle Testa. Per sapere che cosa rappresentò la Questura di Fiume per gli ebrei, basta ricordare che il dott. Carlo Morpurgo, segretario della Comunità Ebraica di Trieste, quando cercò di intercedere per gli ebrei provenienti dalla Croazia fu brutalmente messo alla porta da Genovese. Klaus Voigt, nel bel libro «Il rifugio precario» parla di arresti effettuati «addirittura nei locali dell’Ufficio stranieri», mentre il prefetto Testa, il 20 giugno del ’40, si rese responsabile di una retata di 300 ebrei di Fiume e Abbazia criticata dallo stesso Ministero degli Interni. In quest’ultima circostanza il dott. Giovanni Friedmann si uccise per l’umiliazione dell’arresto. Settimio Sorani ricorda come: «La Questura di Fiume era disumana e se possibile, ancor di più (di quella di Trieste)». Palatucci, in quelle circostanze, cercò più volte di farsi trasferire da Fiume, ma Testa bloccò sul nascere ogni tentativo perché aveva bisogno di Palatucci in quanto: «Profondo conoscitore delle pratiche ebree e ottimo elemento». Quali spazi concreti ebbe quindi il Commissario Palatucci di operare a favore degli ebrei?

Pare, inoltre, che Palatucci abbia fatto mandare gli ebrei di Fiume e Abbazia a Campagna, in provincia di Salerno, dove risiedeva suo zio vescovo Giuseppe Maria Palatucci, il quale, a sua volta, cercò di accogliere e confortare gli internati. Ma Campagna non fu un rifugio: fu uno (il secondo per grandezza dopo Ferramonti di Tarsi) dei 42 campi di concentramento fascisti per ebrei istituiti dopo l’entrata in guerra. A Campagna gli ebrei furono condotti alla stregua di «nemici» per volontà del Regime. Palatucci ebbe la cortesia di munire alcuni ebrei di lettere di accompagnamento per lo zio Vescovo, ma che riuscisse a far di più non è dimostrato.

L’arrivo dei tedeschi nel settembre del ’43 arroventò ancor di più il clima. La Questura di Fiume fu letteralmente disarmata dai tedeschi, fu espropriata di ogni mezzo di locomozione, addirittura fu privata dei telefoni. La diffidenza e l’ostilità dei tedeschi, trovò, inoltre, alimento nella Milizia Territoriale Fascista diretta dal Colonnello Porcù, che non risparmiò accuse contro l’opera dei Reggenti la Questura, tra i quali Palatucci. L’ostilità rientrava nel gioco, penoso, di recuperare, da parte fascista, credito con gli alleati tedeschi. La Questura era diventata, agli occhi fascisti, l’Italia monarchica e traditrice, l’Italia di Badoglio. In questo gioco d’accuse e contro accuse, Palatucci alla fine verrà arrestato e deportato a Dachau dove morirà. Anche sui motivi dell’arresto si favoleggia molto. La polizia tedesca alluderà ai contatti che Palatucci avrebbe avuto con gli alleati in merito ad un documento noto come il «Memorandum Rubini». Il documento, in realtà, fu fatto vedere anche al Gauleiter Rainer, ed è una specie di irreale prefigurazione di un futuro Stato Liburnico, ripresa dell’autonomismo fiumano elaborata dall’ex-senatore fascista Giovanni Rubini. Insomma, un’impresa che non aveva nè capo nè coda, che non si rendeva lontanamente conto della realtà della lotta partigiana jugoslava e della debolezza organizzativa dell’antifascismo italiano locale. Palatucci era quindi un poliziotto che manteneva contatti con il vecchio notabilato fascista locale, che non aveva il senso politico delle cose che gli si muovevano attorno, che coltivava illusioni politiche, privo di ogni possibilità di incidere nell’apparato decisionale tedesco. Quanti ebrei Palatucci avrebbe potuto salvare in questa situazione?

Solo confidando in un apparato organizzativo clandestino imponente, di cospicui finanziamenti e di entrature effettive con chi comandava e decideva, avrebbe, forse, potuto salvare qualche ebreo dalla persecuzione del Litorale Adriatico dove, ricordiamocelo, fu insediata la piccola Auschwitz, la Risiera di San Sabba. Ma oggi gli si attribuiscono migliaia di salvataggi (cinquemila ha detto qualcuno), mentre da tutta l’Italia sarebbero stati deportati 6.745 ebrei. Di fronte a un’azione tanto vasta e profonda, oggi dovremmo contare di amplissime testimonianze, di lunghe liste nutrite di nomi e cognomi, di collaboratori e aiutanti. Ma le testimonianze sono tutte indirette e, al di là delle attestazioni di stima personale, non abbiamo quasi nulla che documenti la sua azione. Sarebbe più sensato ricordare Palatucci come un galantuomo che solidarizzò con i perseguitati e che, quanto potè, rarissime volte però, cercò si smussare la durezza del sistema. Ma per farne un eroe di successo questo non è sufficiente. Non ci resta che affidarci alla fiction.

Marco Coslovich


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