Estratto da: http://www.edit.hr/panorama/pan04031.htm

2004

L'inchiesta diocesana per la causa di beatificazione
Giovanni Palatucci, una vita offerta come olocausto nella grande Shoah

Una vita "offerta come olocausto nella grande Shoah del secondo conflitto mondiale". Ha sintetizzato così il sacrificio del questore di Fiume il cardinale vicario Camillo Ruini, intervenendo in occasione della chiusura dell'inchiesta diocesana per la causa di beatificazione del servo di Dio Giovanni Palatucci, funzionario della Polizia di Stato, morto forse a causa del tifo petecchiale il 10 febbraio 1945 e gettato nelle fosse comuni presso il lager di Dachau.

Il Tribunale diocesano del Vicariato di Roma - presieduto da monsignor Gianfranco Bella - ha concluso, quindi, il processo canonico diocesano del laico che salvò dalla morte e dalla deportazione migliaia di ebrei e di perseguitati politici di ogni ideologia, nascondendoli e fornendo loro documenti falsi insieme a vie di fuga, mettendo così a repentaglio la sua esistenza. Gli ebrei salvati da Palatucci furono almeno 5mila; studi più recenti parlano addirittura di 6-7mila persone; per questo motivo il 17 aprile '55 l'Unione delle Comunità israelitiche d'Italia gli conferì la medaglia d'oro alla memoria. Il processo canonico e l'inchiesta diocesana per la beatificazione di Palatucci erano iniziati il 9 ottobre 2002, perseguendo soprattutto l'iter sul merito del martirio "in odium fidei, sul quale ci si augura che, in tempi brevi, si pronunci la Congregazione delle cause dei santi", ha auspicato Ruini. Grazie anche alla collaborazione del postulatore, don Gianfranco Zuncheddu, sono stati ascoltati 41 testimoni cristiani ed ebrei e analizzati gli scritti editi del servo di Dio, insieme al suo epistolario.

Critico verso l'antisemitismo, a Fiume Palatucci viene nominato vice commissario aggiunto; gli è affidata la responsabilità dell'Ufficio stranieri, poi quella di questore. La città quarnerina annovera molte etnie diverse: dalmati, ungheresi, istriani; tra loro 1.786 ebrei, al momento della promulgazione delle leggi razziali. "La questura - ha ricordato Ruini - diventa il luogo dove si programmano azioni comuni tra lui e i suoi fidati collaboratori, dando vita al famoso 'canale fiumano', una specie di rete di fuga che aveva lo scopo di salvare gli ebrei di Fiume, e quelli provenienti dalla Jugoslavia, dirottandoli in Palestina e, soprattutto, al centro di raccolta della diocesi governata dallo zio, monsignor Giuseppe Maria Palatucci, con il quale aveva stretto forti legami, rafforzati dalla causa comune di salvare quanti più ebrei possibile". Il vescovo di Campagna, in provincia di Salerno, diventè infatti uno stretto collaboratore del nipote, salvando un migliaio di ebrei destinati da Giovanni ai campi di internamento che si trovavano sul territorio diocesano. Il funzionario arrivò "a manomettere o falsificare documenti d'identità, pur di aiutare e soccorrere in ogni modo i suoi fratelli destinati ai campi di raccolta, ma molto più spesso a quelli di concentramento e di sterminio", ha rilevato ancora Ruini. Fu il tenente colonnello delle SS Kappler ad arrestare Palatucci nella sua casa la notte del 13 settembre 1944, con l'accusa di "intelligenza e cospirazione col nemico".

"C'è una sua frase che vale quanto un trattato sull'amore e che ben sintetizza il senso ultimo della sua vita", ha sottolineato il cardinale vicario, citando le parole di Palatucci: "Ci vogliono dare ad intendere che il cuore sia solo un muscolo e ci vogliono impedire di fare quello che il cuore e la nostra religione ci dettano". Il fatto di anteporre "la propria coscienza alla conservazione della sua stessa vita" fa sì che la sua testimonianza "risplenda anche oggi, per la società civile e per la comunità ecclesiale".

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