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L'eroismo quotidiano

Fonte: In missione, 20 aprile 2000

Una dichiarazione su Palatucci di Amos Luzzatto, presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane.

(... ) Il 13 settembre 1944 venne arrestato dalla polizia di sicurezza germanica con l'accusa di cospirazione con il nemico. Il 22 ottobre di quello stesso anno, fu deportato a Dachau dove il 10 febbraio 1945 muore dopo aver subito circa quattro mesi di stenti e sevizie. Il suo corpo venne gettato in una fossa comune insieme ai corpi di centinaia di ebrei e antifascisti. "Esistono - ha detto questa mattina alla presentazione del programma (lo speciale di "Chi l'ha visto" dedicato all'inizio del processo di beatificazione di Palatucci, ndr) Amos Luzzatto, presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane - due forme di eroismo: quella che risponde ad un impulso improvviso della vita che lascia comunque un segno nella storia. Quello di Palatucci però è l'eroismo quotidiano che si ripete e si conferma a fronte del pericolo che si sta correndo. Palatucci non poteva non sapere i rischi a cui andava incontro. Sapeva di essere un animale in trappola ma ha comunque deciso di incamminarsi verso il sacrificio". Sta qui la "grandezza di Palatucci" di fronte alla quale Luzzatto ha espresso "una gratitudine particolare". Il 9 aprile 2000 è stato pubblicato l'editto per la causa di beatificazione di Palatucci. Da qui a due mesi si raccoglieranno fatti e testimonianze sulla sua vita. Dopo di che si darà inizio all'inchiesta diocesana di beatificazione che ha come sede Roma.

Fonte: In missione, 20 aprile 2000
http//missione.de - Comunità Cattolica italiana di Gross-Gerau 

Ristampato da:

http://www.av.cna.it/demo1/art.asp?sez=prima&art=Palatuccic%20Luzzato.txt

Prossimamente su Raiuno il film che ne ricostruisce la vita 

Il treno che ci fa riscoprire Giovanni Palatucci 

di Nelli Brussi (da Panorama)

Intervista a Fabrizio Costa, il regista del film, nipote di un'ebrea salvata da Palatucci 

(...) Il rumore di un treno è un omaggio a quello che molti definiscono lo "Schindler fiumano", ovvero Giovanni Palatucci, commissario aggiunto presso la questura di Fiume che nel periodo del '39 al '44 salvò oltre 5000 ebrei dalle deportazioni. Un omaggio e la riscoperta di un eroe che pagò con la vita, morì infatti a Dachau nel 1945, il profondo rispetto che nutrì per la vita umana. Un uomo inserito in un sistema, quello fascista, un suo funzionario, che si rese conto dell'assurdità di una politica che da credente non ha potuto condividere, né tantomeno mettere in atto. Un eroe, o meglio un uomo comune, dal destino fuori dal comune. Un uomo che ha rifiutato di partecipare all'ingegneria dello sterminio, che rischiando la propria vita ha messo in salvo quella degli altri, degli ebrei. 

Per Fabrizio Costa, il regista del film, il paragone con Schindler è comprensibile dato il grande successo del film di Spielberg che aveva favorito senz'altro la riscoperta di capitoli meno tragici in un periodo buio contraddistinto dalla morte di milioni di persone.

 "La figura di Schindler è senz'altro emblematica, ma non va dimenticato che questo signore ha salvato gli ebrei perché li aveva fatti lavorare all'interno della propria fabbrica, mentre Palatucci era un poliziotto fascista, funzionario di un assetto sociale, integerrimo. Ha fatto il doppio gioco, ha disobbedito, ha minacciato il sistema dall'interno. Ha rischiato tantissimo e per questo è morto in un campo di concentramento. Al giorno d'oggi gli organi della polizia vogliono far luce su certi avvenimenti e personaggi dell'epoca fascista. Un capitolo tuttora delicato, ma che va affrontato." 

Una storia quella di Palatucci che falsificando i documenti, anche grazie all'aiuto di uno zio, è riuscito a salvare così tante vite umane. Ma l'attualità di questa storia così umana è nella sua denuncia d'intolleranza razziale, nell'accusa di antisemitismo?  

"Più che di antisemitismo parlerei di antirazzismo - continua il regista - è questo il problema pregnante per l'Europa in questo fine millennio, 

I paesi occidentali sono la meta di immigrati provenienti da moltissimi paesi, anche da alcune zone dell'area balcanica. Tutti quanti alla disperata ricerca di migliori condizioni di vita. Stiamo assistendo a una vera trasmigrazione di popoli e sono delle realtà che ci costringono, e qui uso il termine in senso positivo, a fare i conti con le diversità. E la diversità è un bene preziosissimo, da conservare, soprattutto da incoraggiare. Queste terre poi hanno vissuto le loro diversità in modo intenso. Si tratta di un problema che aveva caratterizzato gli ultimi 500 anni di storia. È stato difficile amalgamare il tutto, le religioni, gli usi e le tradizioni. Si è trattato di un incontro/scontro di popoli diversi il che ha creato non pochi problemi. E le varie minoranze che abitano in queste terre, come per esempio quella italiana, devono trovare una ragione per convivere. Bisogna fare in modo che le varie culture crescano, quelle che si trovano a dividere una zolla di terra, perché sono i luoghi ad arricchirsi grazie a queste dinamiche di interscambio." 

Ma gli italiani quanto sapevano di questi conflitti? 

"Molto poco. Ed è stato strano, data la vicinanza geografica, che si sapesse così poco di quello che stava succedendo in questi ultimi dieci anni. Si continuava a parlare di guerra civile, senza rendersi conto che era qualcos'altro il nocciolo del problema. Eravamo, per così dire, vicini, ma così lontani, la gente si conosceva pochissimo." Suo padre è originariamente di Lussino, sua madre è scozzese, sua nonna era un'ebrea polacca salvata da Palatucci ed emigrata in seguito in America. Lei incarna, per così dire, i pregi che nascono dall'unione di popoli e razze e che danno vita a quella diversità di cui abbiamo parlato.

"Beh, la mia storia personale è senz'altro particolare, ma non direi che sia emblematica. Comunque sì, le mie origini sono un vero mix, e ciò può rappresentare un vantaggio. Certamente è un fattore positivo." 

L'impatto tra le varie realtà comporta dei cambiamenti, come dal resto è implicito in ogni processo evolutivo. Quanto trova cambiata Fiume, Abbazia dato che in queste zone ci viene da anni? 

"La guerra ha lasciato dei segni, questo è più che evidente. Ma tutte queste zone credo l'abbiano vissuta in modo diverso. È stata un'esperienza terribile, ma lo sguardo va rivolto al futuro. Anche l'atteggiamento nei confronti degli stranieri mi sembra cambiato, più aperto, meno ostile. Ripeto, bisogna essere aperti ai cambiamenti e alle diversità, è l'unico modo per affrontare il domani." 

(online n°20 ottobre 2000, www.edit.hr/panorama/pan0020, una rivista istriana, ndr)

Dal sito del Quirinale

Perché medaglia d'oro

da www.quirinale.it 
15-5-1995

Motivazione del conferimento della Medaglia d'oro al valor civile alla memoria al dott. Giovanni Palatucci Funzionario di Polizia, reggente la Questura di Fiume, si prodigava in aiuto di migliaia di ebrei e di cittadini perseguitati, riuscendo ad impedirne l'arresto e la deportazione. Fedele all'impegno assunto e pur consapevole dei gravissimi rischi personali continuava, malgrado l'occupazione tedesca e le incalzanti incursioni dei partigiani slavi, la propria opera di dirigente, di patriota e di cristiano, fino all'arresto da parte della Gestapo e alla sua deportazione in un campo di sterminio, ove sacrificava la giovane vita. 

Dachau, 10 febbraio 1945

da:

www.quirinale.it/onorificenze/decorazioni/meritocivile/pagepagina68.html (page no longer available)

La dichiarazione di voto di Furio Colombo

Perché un giorno della memoria

Resoconto stenografico dell'Assemblea - Seduta n. 703 del 28/3/2000

Un grato ricordo di Palatucci

Si riprende la discussione della proposta di legge n. 6698: Istituzione del "Giorno della memoria" (A.C. 6698) 
(Ripresa dichiarazioni di voto finale - A.C. 6698)

PRESIDENTE. Colleghi, vi prego di fare maggiore silenzio. Chi non è interessato può uscire, ma chi sta in aula è pregato di ascoltare o comunque di rispettare l'oratore (Commenti di deputati del gruppo di Forza Italia). Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Furio Colombo. Ne ha facoltà.

FURIO COLOMBO. Presidente, questo momento oggi è per me un momento di emozione, perché ho vissuto un'infanzia nella quale, amici e colleghi, l'ispettore della razza si presentava nelle aule delle nostre scuole a parlare di sangue infetto, a parlare di razza superiore, a parlare di un'immagine di mondo perfetto dal quale alcuni, tanti cittadini italiani - che erano stati a pieno diritto cittadini italiani fino a quel momento - avrebbero dovuto essere esclusi per sempre e fino alla morte. 

È un motivo di emozione per me, ma anche di orgoglio, appartenere a una Camera che fra poco voterà l'istituzione di un "giorno della memoria", per ricordare che cosa è accaduto in quegli anni, a chi è accaduto, quali italiani hanno partecipato a quel progetto mostruoso e folle, quali italiani si sono associati e appassionatamente opposti, indipendentemente dallo schieramento politico e dal ruolo che avevano in quel momento.  

Questa emozione di cui vi parlo, che non posso non condividere con voi, questo orgoglio che provo di essere nel Parlamento che sta per votare l'istituzione di questo "giorno", che può diventare un simbolo ma anche un elemento di orientamento e di educazione, di meditazione e di pensiero per i giovani, ai quali abbiamo il dovere di tramandare la nostra esperienza, mi rende più vicino, non più lontano, a coloro che hanno parlato di altri dolori e di altri terrori. Ma qui, in questo momento, abbiamo il dovere, l'impegno di affrontare con coraggio ciò che è accaduto nel nostro paese. 

Onorevoli colleghi, siamo nella stessa aula, e forse io mi trovo nello stesso banco di qualcuno dei 315 deputati su 315 che hanno votato, acclamando e gridando, le leggi razziali di questo paese! Noi, amici e colleghi, siamo nello stesso paese in cui quelle leggi sono state firmate dal solo Re d'Europa che abbia ritenuto di firmarle! 

Noi siamo nel paese in cui tutti quelli di noi che hanno avuto una vita ed una carriera universitaria discendono da altri maestri che hanno rubato le cattedre, che si sono impossessati delle cattedre di coloro i quali sono stati esclusi - arbitrariamente e con violenza - dall'insegnamento, che sono stati esclusi dal diritto di essere cittadini italiani e dall'integrità dei diritti che lo Statuto di allora proteggeva e consegnava come missione al Governo ed al Re di quel tempo! 

Noi siamo cittadini di un paese nel quale troppi ragazzi non sanno, troppi giovani non hanno avuto occasione di voltarsi indietro e troppi adulti hanno fatto finta che non sia successo niente! Non è questo né il luogo né il momento - lo ha detto molto bene l'onorevole Palmizio - per ripetere quella che per molti di noi è irrevocabilmente l'unicità della Shoah, perché questo è un problema di fronte alla coscienza del mondo, ma è il luogo e il momento per ricordare ciò che di terribile, di irrevocabile e di spaventoso è avvenuto in questo paese; per ricordare che è stato un minuzioso progetto culturale il corpo di leggi, di discriminazioni razziali che hanno "sfregiato" l'Europa e per ricordare che lo stiamo facendo insieme all'Europa. Colleghi, vorrei che tenessimo presente ciò: e questo dico e ripeto nella speranza appassionata che il voto di questa Camera sia unanime per il "giorno della memoria", per l'istituzione del "giorno della memoria", per consegnare al paese un simbolo unanime in questo Parlamento, così come è stato tragicamente unanime il voto che ha approvato le leggi razziali. E, se posso trasformare tale speranza in una preghiera, questa è la preghiera che nel momento attuale mi sento di rivolgere a questo Parlamento, senza alcuna sordità e indifferenza per altre ragioni e per altre rappresentazioni di un dolore spaventoso che ha sconvolto l'Europa. Ma di questo stiamo parlando, di noi e del nostro paese; stiamo parlando di coloro che, con un mare di indifferenza, con spaventoso opportunismo, con un cinismo incredibile e anche per tornaconto personale, si sono prestati alle leggi peggiori che abbiano mai segnato e "sfregiato" il nostro paese. Ma stiamo anche parlando di coloro i quali si sono opposti e noi vogliamo che i giovani li conoscano e che lo sappiano: noi vogliamo che essi sappiano di vivere in un paese che ha testimoniato il valore trasversale dell'umanità anche quando simboli e uniformi avrebbero impedito, avrebbero anzi anticipato l'impedimento di quella testimonianza. 

Abbiamo fatto varie volte - alcuni come me lo ripetono spesso - il nome di Giorgio Perlasca: l'uomo che da solo, legato profondamente come era al regime fascista di quel tempo, salvò migliaia di ebrei in quella che allora era la monarchia ungherese, nella fase in cui - nell'ultimo tumulto della guerra - piaceva ad Hitler poter dire di avere almeno vinto una guerra: voleva che tutti gli ebrei ungheresi, fino all'ultimo, potessero diventare le ultime sue vittime e pare che quella tragica frase "almeno una guerra l'abbiamo vinta" l'abbia pronunciata nel bunker, l'abbia detta alla fine. Oggi siamo qui a testimoniare che, anche perché sono esistiti uomini come Perlasca, quella guerra non è stata vinta. Per non parlare delle migliaia di persone che hanno rischiato, hanno dato la vita in tutte le situazioni: dai più umili a coloro che avevano posizioni che avrebbero potuto proteggerli e le hanno messe in gioco. Nel mio intervento di ieri in questa Camera ho citato il questore di Fiume, Giovanni Palatucci, un nome che gli italiani non dovrebbero dimenticare. Egli si è dato un progetto fin dal primo giorno delle leggi razziali: proteggere gli ebrei della sua città. È arrivato persino al punto di continuare a ricoprire la carica di questore nel periodo della Repubblica di Salò, negli anni 1943-1944, per portare avanti il suo progetto di salvataggio di centinaia di famiglie, che sono sopravvissute grazie alla strategia di continua disinformazione e appassionato ostacolo che quell'uomo, morto a Dachau a 36 anni, è riuscito a realizzare in nome di un'Italia. Grazie a persone come lui, il nostro paese ha continuato a vivere e a mantenere la propria testimonianza di umanità.

Ma cos'altro ci ha detto il Papa, tre giorni fa, con quella mano tremante appoggiata al muro del pianto, con quel biglietto inserito fra le pietre secolari del muro del tempio, con quella richiesta di perdono? Cos'altro ci ha detto, se non qualcosa che in quest'aula dovrebbe unirci e fare in modo che il nostro voto sia unanime, sia il voto di tutto il Parlamento italiano? Non cancellerà la vergogna, non significherà dimenticare la parte orrenda di ciò che è accaduto, non servirà a far finta che non sia successo niente perché, purtroppo, non è vero che un buon gesto ne cancella uno terribile, tuttavia è vero che i buoni simboli hanno la loro importanza. Se esiste un luogo del nostro paese in cui si deve assumere la responsabilità di rappresentare un buon simbolo, è certamente quest'aula, il Parlamento. 

Per questo io so, io credo, con la passione che ho cercato di trasmettervi e la persuasione che voi conoscete, che questa Camera voterà senza eccezioni l'istituzione del "giorno della memoria"

(Applausi). 

La lettera del "prete nero" al sindaco di Nunno

"L'eroe del fascismo dal volto umano"

di Gerardo Picardo, responsabile del settore "Cultura" di Alleanza Nazionale

Pregiatissimo sindaco Di Nunno, si ritorna a parlare di Giovanni Palatucci, punto di riferimento di umanità e porta di salvezza per migliaia di ebrei perseguitati. Alleanza Nazionale accoglie con gioia il ricordo a lui rivolto dalla città di Avellino con le manifestazioni di questi giorni a lui dedicate. 

La memoria di G. Palatucci nel dopoguerra è stata più onorata in Israele che da noi, fatta eccezione per Montella, suo paese natale.Franz Maria D'Asaro, relatore sul "Caso Palatucci" presso la commissione ministeriale per la concessione delle ricompense al valor civile, si chiedeva di recente: "Come mai in Italia la straordinaria storia di Giovanni Palatucci non ha avuto la stessa eco e non ha provocato la stessa commozione? La spiegazione è tristemente semplice: è vero, l'ultimo questore di Fiume Italiana è un benemerito, ha dato un esempio sublime, ha rischiato di persona per salvare migliaia di ebrei, ci ha lasciato la pelle nell'inferno di Dacau, ma, purtroppo per lui, era un questore repubblichino..." Aggiungiamo un altro dato: presto il Questore di Fiume sarà proclamato dalla Chiesa Cattolica "Beato". L'eroe del fascismo dal volto umano rimanda ad una ermeneutica che i dati della storia devono ricomporre in tutta la loro eccezionale portata. L'8 dicembre 1941, in una lettera inviata ai genitori, egli stesso scriveva: "Ho la possibilità di fate un po' di bene. Di me non ho altro di speciale da comunicare". Iniziava in questo modo, sommessamente, un ministero di umana accoglienza dell'"altro" che salverà circa 5000 ebrei dalle deportazioni. 

Di Giovanni Palatucci recentemente si è occupato anche la "Civiltà Cattolica", prestigiosa e secolare Rivista dei gesuiti italiani, in un articolo interessante del Prof. Piersandro Vanzan. L'ebrea Nenmann, salvata dal Questore di Fiume dice che Palatucci "andò oltre il comandamento", perché amò il prossimo più di se stesso. Nel 1953, a Ramat Gan, quartiere dì Tel Aviv, gli hanno dedicato una strada, fiancheggiata da trentasei alberi, uno per ogni anno della sua coraggiosa esistenza. Nel 1955 prese il suo nome una foresta nei pressi di Gerusalemme. Quando chi scrive si recò a Gerusalemme vide il nome del "questurino" a Yad Vaschem, proclamato dagli Ebrei "Giusto tra la nazioni". Nell'ottobre del 1999, quando il Presidente Ciampi si recò alla Knesset, A. Sharom, capo del Lìkud, gli parlò dell'eroe irpino, esempio italiano di giustizia e fratellanza. Il 9 aprile scorso, il card. Ruini, con un editto pubblicato sull'Osservatore Romano, ne ha chiesto la beatificazione. Ha scritto il gesuita Vanzan: "Fu un'epopea di amore fraterno, che possiamo riferire solo in parte". 

Molte delle cose fatte da Palatucci riposano per ora sui fondali della memoria, nei cuori di gente che non c'è più, nei segreti della storia. Una trasmissione della Rai, "Chi l'ha visto", ha lanciato svariati appelli per ricostruire, almeno in frammenti, la storia degli effetti dei suoi innumerevoli interventi. E la ricerca continua. Nell'ottobre del '44 fu tradotto a Dachau. Fu l'ltimo suo viaggio. Moriva il 10 febbraio dell'anno successivo. Il suo corpo fu gettato in una fossa comune sulla collina di Leitenberg. Sorrise, annotò il Ricciardelli, fino alla fine. 

Si legge nella biografia che il Gruppo di Lavoro ha ultimato per la beatificazione di Palatcci: "A Fiume la sua anima ora già amica dell'infinito e il freno che lo portò via non uccise mai la sua gioia nè la sua speranza in un mondo nuovo".  La storia ha consegnato la purezza dei suoi ideali all'Irpinia e al mondo intero. Di tutto questo l'Irpinia deve prendere coscienza in modo forte e guardare a chi ha tracciato un solco di umanità, credendo e morendo per un futuro migliore. La signora Scwartz, ebrea, salvata da Palatucci, dopo tanti anni di ricerche del suo questore, partì da Israele, per deporre dinanzi alla questura di Fiume un fiore ed un biglietto. Sulla carta c'era scritto: "Il Dio dei padri ci ha dato la vita. Tu ce l'hai conservata. Riposa per sempre fra le stelle del cielo". Insieme, in questi giorni, possiamo e dobbiamo celebrare un uomo e una storia che non può cadere nel vento dalla nostra terra ma riposa davvero carica di senso fra il sangue dei figli più belli. In nome solo dell'umanità di chi ci ha lasciato un ricordo di bene.  

Le reazioni in città all'intervento di don Gerardo Picardo 

"Mistificazioni e revisionismi su Palatucci"

di Giovanni Sarubbi (Il Mattino Avellino, 26 gennaio 2001, p.31)

È polemica per l'articolo, ospitato ieri dal nostro giornale e scritto da don Gerardo Picardo ha scritto, in qualità di responsabile culturale di Alleanza Nazionale, sulla figura di Giovanni Palatucci, l'eroico questore di Fiume, morto a Dachau nel 1944 per aver salvato cinquemila ebrei. Sotto accusa l'affermazione di Picardo che definisce Palatucci come "l'eroe del fascismo dal volto umano". A protestare per quella che viene definita una "mistificazione storica" sono esponenti di spicco del mondo cattolico irpino, come don Ferdinando Renzulli, direttore dalla Caritas di Avellino. Hanno protestato anche Ottavio Di Grazia, studioso dell'ebraismo e, con una lettera al nostro giornale, l'associazione "L'altra città". La presa di posizione del giovane prete di Avellino, a quanto pare, è stata accolta con un certo disappunto all'interno della stessa curia vescovile che, da sempre, non gradisce i preti impegnati direttamente nella vita di partito. 

A protestare è anche Giovanni Maraia di Rifondazione Comunista, che chiederà al sindaco di Avellino di rispedire al mittente la lettera di don Gerardo. Per don Ferdinando Renzulli, l'affermazione di Picardo "è aberrante perché non si può trasformare la vittima di un regime in un eroe di quel regime. Il fascismo ed il nazismo, uccidendo Palatucci, hanno cancellato qualsiasi possibilità di poter passare come qualcosa di umano da tramandare alle future generazioni". Don Ferdinando sottolinea che la scelta di Palatucci di sacrificare se stesso per opporsi alle leggi razziali "è legata alla sua profonda fedeltà al Vangelo e al messaggio di pace e di rifiuto dela violenza in esso contenuto, che entra in conflitto con qualsiasi dittatura". Per l'associazione "L'altra città" l'affermazione di Picardo è "un tentativo ultrarevisionista di cambiare le carte in tavola della storia da parte di chi, come Alleanza Nazionale, evidentemente continua a guardare al fascismo come al miglior regime politico e sociale della nostra storia patria. Nel fascismo e nel nazismo non c'è nulla che possa essere indicato come positivo". Per Ottavio Di Grazia quella di Picardo è "una affermazione gravissima che si inquadra nel clima di revisionismo storico che stiamo vivendo in Italia e contro cui è necessario un impegno forte di tutti i cristiani". Per Giovanni Maraia, segretario di Rifondazione Comunista, "è semplicemente indecoroso e orrido macchiare la vita e l'opera di Palatucci ascrivendola all'interno di una inesistente catalogazione storica, quella del fascismo dal volto umano. Il fascismo e il nazismo - prosegue Maraia - hanno costruito Dachau, Palatucci ha sacrificato la propria vita a Dachyau. Siamo certi che il sindaco di Avellino e l'assessore alla cultura respoingeranno il tentativo della destra fascista di mettere il proprio sigillo su cose molto lontane dalla propria storia". 

Il Fascismo e le leggi razziali antisemite

di Eugenio Battaglia da NOTHV

Una rilettura neofascista del razzismo fascista e della vicenda Palatucci

porituyeie: bambini/gfgfgf-ddd E' estremamente complicato affrontare, adesso, questo argomento. La prima difficoltà è che qualsiasi legge di  discriminazione ripugna al nostro animo ed alla nostra tradizione.  Mussolini stesso non fu mai veramente razzita, vedi la sua lunga relazione con l'ebrea Margherita Sarfatti, sua ammiratrice e biografa. Nel 1944, in un'intervista concessa a Spampanato, futuro direttore de "Il Messaggero" di Roma, Mussolini disse: "Il manifesto della razza poteva evitarsi. Si è trattato di una astruseria scientifica di alcuni docenti e giornalisti, un coscienzioso saggio tedesco tradotto in cattivo italiano. Il mio razzismo è stato dal 1922 la sanità, la conservazione della razza (adesso si direbbe "protezione ed incentivazione alla maternità"), il suo miglioramento, la lotta antitubercolare, lo sport di massa, i bambini alle colonie. Io ho sempre considerato il popolo italiano un mirabile prodotto di diverse fusioni etniche sulla base di una unitarietà geografica, economica e specialmente spirituale". Una seconda difficoltà è risolvere il dilemma: gli ebrei italiani sono cittadini italiani "accidentalmente" di religione ebraica oppure sono persone "accidentalmente" di passaporto italiano, ma che in realtà si riconoscono in un'altra nazione? Il 14 Maggio 1988 il rabbino Giuseppe Momigliano scriveva su "Il Secolo XIX" una lettera dal titolo "Non c'è differenza tra Israele ed Ebrei" che confermerebbe che la prima lealtà ebraica è per Israele. Una terza difficoltà sono i numeri che interessano l'Italia. Assodato che è un grave crimine l'uccisione anche di una sola persona per ragioni razziali od ideologiche, possiamo affermare che: gli ebrei italiani deportati e massacrati dai nazisti furono 6885, gli italiani infoibati e massacrati dai titini furono 20000, i fascisti uccisi dopo il 25 aprile furono certamente più di 30000. Un'ultima difficoltà è la storia di Israele, vedi gli eccidi esaltati nel Vecchio Testamento e, recentemente, le innumerevoli risoluzioni ONU non rispettate dallo Stato di Israele, naturalmente non bombardato dalla NATO nonostante ciò. Gli ebrei italiani parteciparono valorosamente al Risorgimento, alla Prima Guerra Mondiale, e ben 746 furono squadristi fascisti della prima ora. Si potrebbe dire che, fino a che gli ebrei italiani si differenziarono soltanto per la loro religione, poterono integrarsi benissimo; i problemi sorsero quando il sionismo internazionale pretese in primis la lealtà degli ebrei. Il Governo Fascista, in pieno accordo con la comunità ebraica, varò nel 1931 una legislazione che permise agli ebrei di eleggere democraticamente i loro rappresentanti, di provvedere in maniera autonoma alle loro necessità, all'amministrazione dei loro beni ed alla conservazione delle tradizioni e del patrimonio storico ebraico. In nessun altro Stato la comunità ebraica ebbe una legislazione più liberale, più moderna e più funzionale. Ma il Governo Fascista diede soddisfazione alla comunità ebraica anche in altri modi: aprendo le frontiere agli ebrei in fuga dalla Germania e dall'Est europeo e, dopo il 1936, conquistata l'Etiopia, proteggendo i Falascia (gli ebrei abissini). Sembrava che tutto andasse per il meglio, anche se effettivamente in Italia esisteva anche una sparuta minoranza di antisemiti, guidata da Preziosi. Purtroppo, la situazione internazionale peggiorava, con profondi riflessi sia per la politica interna che estera. L'Italia si trovava alleata alla Germania ferocemente antisemita, mentre le potenze colonialiste occidentali e l'Unione Sovietica comunista ci erano ostili. Il problema era: in caso di conflitto la comunità ebraica, piccola ma estremamente influente, sarebbe rimasta fedele al Governo Fascista alleato della Germania, o si sarebbe fatalmente schierata con i suoi correligionari? Così si giunse alle infauste leggi razziali del 1938. Queste leggi sono razziste per modo di dire: infatti, non colpiscono tutti gli ebrei indistintamente in quanto tali. Molte famiglie ebree furono discriminate, cioè non colpite dalla legge, in quanto:

  1. Famiglie di Caduti della guerra libica, mondiale, etiopica e spagnola e dei Caduti per la causa Fascista
  2. Famiglie di mutilati, invalidi, feriti, volontari di guerra o decorati al valore nelle varie guerre o per la causa Fascista negli anni 1919, 1920, 1921, 1922 e secondo semestre 1924, di legionari fiumani ed infine di coloro che avessero acquisito eccezionali benemerenze. 

A tale proposito il socialdemocratico Luigi Preti scrive: "La distinzione degli ebrei nelle due categorie dei discriminati e dei non discriminati costituisce un'importante caratteristica iniziale del problema della razza, che è chiaramente politica. Si colpisce la minoranza di religione ebraica soprattutto perché la si considera avversa al Fascismo; e si deve pertanto distinguere fra chi ha reso servizi alla Patria e chi invece non ne ha reso alcuno. 

Mussolini con ciò si differenzia nettamente dai nazisti". Per curiosità si può notare che si hanno i primi esempi di prepensionamento; infatti, per allontanare influenti ebrei, li si pensiona anticipatamente. Gli ebrei non discriminati vennero allontanati dalla scuola; poterono però completare i corsi di studi universitari o speciali. Vennero create scuole elementari e medie per loro, mentre i professionisti dovettero esercitare la loro professione solo per i correligionari, salvo i casi di comprovata necessità ed urgenza (classica scappatoia italiana per permettere di esercitare). 

Inoltre, gli ebrei non discriminati dovevano vendere le loro grandi attività industriali, commerciali o immobiliari, anche se potevano fare donazione dei beni a discendenti non considerati di razza ebraica (altra scappatoia per permettere di trasferire dette attività ad affiliati non ebrei con falsi atti di donazione mantenendone in realtà il controllo ed aspettando tempi migliori). L'idea del governo era di tenere in Italia gli ebrei filofascisti e spingere ad emigrare gli ebrei su cui non poteva farsi affidamento. Naturalmente, giornalisti ed intellettuali da quattro soldi tirarono fuori un sacco di ragioni pseudoscientifiche ed etiche. 

Mussolini in realtà cercò sempre di proteggere le varie comunità ebraiche e non solo quelle italiane. Come già visto, negli anni '30 favorì il passaggio degli ebrei in fuga dalla Germania; poi, nel 1939/40, intervenne direttamente scrivendo ad Hitler in difesa dell'eroico popolo polacco e salvando molti ebrei polacchi facendo fornire loro dal primo segretario dell'Ambasciata, Mario di Stefano, documenti falsi. Tra questi ebrei la famiglia del Rabbino Capo Alter. 

Durante la guerra le zone occupate dalle truppe italiane in Jugoslavia, in Francia ed in Grecia si trasformarono in veri "santuari" per gli ebrei, suscitando le ire germaniche, degli ustascia e della polizia di Vichy. Naturalmente, tali "santuari" funzionarono fino al tracollo del settembre 1943. In Italia è appunto nel settembre/ottobre 1943 che si hanno le deportazioni di ebrei ed il sacco dell'oro ebraico a Roma, ma questo avvenne solamente da parte delle forze germaniche e di formazioni autonome da loro controllate, ma non da parte delle autorità della RSI e delle sue forze armate; anzi, quando queste si costituirono funzionalmente cercarono di salvaguardare la vita degli ebrei. Il rapporto RSI - Germania fu un'alleanza militare conflittuale per molti aspetti; tra questi, per l'appunto, anche il trattamento degli ebrei in quanto tali. Prossimamente tratteremo di questa conflittualità. Emblematica è la storia del dottor Giovanni Palatucci della questura di Fiume, che in quell'italianissima città lottò contro tutti, sostenuto per quanto possibile dall'autorità centrale della RSI, per difendere i suoi concittadini dai tedeschi, dagli ustascia di Ante Pavelic, dai partigiani titini. Egli fece evacuare con documenti falsi migliaia di ebrei. Il 13 settembre 1944 i tedeschi però lo arrestarono con l'accusa di essersi piegato alla congiura ebraica per "brama d'oro". Deportato subito a Dachau vi venne ucciso il 13 aprile 1945 (o 10 febbraio?). Alla sua memoria lo Stato di Israele ha dedicato una via a Tel Aviv. Un altro caso di protezione diretta di ebrei da parte di Mussolini fu il nascondere un intero gruppo ebraico, quello dell'avvocato Del Vecchio, nel palazzo della Prefettura milanese. Da quanto sopra, si possono esaminare le leggi razziali del 1938 nella loro vera luce, e discernere le varie responsabilità. Noi vorremmo che tutti, prima di notare la pagliuzza nell'occhio del vicino, togliessero la trave dal proprio.

(da NOTHVS, Periodico del gruppo FFBB e dei continuatori Ideali di 
Savona, Numero 3, Maggio 2000 www.carpe-diem.it/NOTHVS/htm/no006.htm

gennaio 2001 (?)

Il 27 gennaio del 1945 veniva liberato il campo di concentramento di Auschwitz 

Il Giorno della Memoria

di Paolo Naso 

L'articolo del direttore di "Protestantesimo" per il settimanale "Riforma" traccia un primo bilancio delle iniziative in programma in Italia per la Giornata della memoria celebrata in Italia e in Europa per far memoria della Shoa.

Potremmo dire che questa volta il bicchiere è mezzo pieno. La Giornata della memoria voluta dal Parlamento nel corso di questa legislatura che volge al termine, ha prodotto qualche risultato: in molte scuole si sono organizzate assemblee e iniziative didattiche tese a ricordare quel 27 gennaio in cui fu aperto il campo di Auschwitz; varie amministrazioni locali hanno promosso seminari di approfondimento e hanno deciso di dedicare una seduta istituzionali a ricordare la tragedia della Shoà; in questi giorni molti giornali hanno dedicato spazi importanti al dibattito sui valori culturali ed etici connessi con la celebrazione di questa giornata. In molte occasioni si è dato spazio a testimoni ebrei; talvolta, correttamente, li si è posti in dialogo con esponenti di altre comunità che subirono la deportazione e lo sterminio: testimoni di Geova, antifascisti, omosessuali, minoranze religiose come, a esempio, i pentecostali. Solo nei prossimi giorni potremo trarre un bilancio complessivo di tutte queste iniziative ma già oggi, sfogliando programmi e inviti, ci pare che la Giornata della memoria non sia passata inosservata. Tutto bene allora? No, e infatti a nostro avviso il bicchiere è mezzo pieno, non è colmo sino all'orlo. Non è una questione di pessimismo o di eccesso di spirito critico, al contrario. 

Siamo infatti convinti che la celebrazione di una Giornata della memoria della Shoà abbia un forte significato culturale e civile che richiama alcune fondamentali verità: innanzitutto che alcuni stati democratici (l'Italia non è la sola a ricordare il 27 gennaio) sentono il bisogno di fare memoria di un fatto vero e tragico che ha lasciato la sua orribile traccia su un secolo che sarà pure stato "breve" ma che ha raggiunto punte estreme di violenza e di delirio antisemita e razzista. In tempi di revisionismo storico teso a negare quella traccia od a giustificarla collocandola nello scontro necessario contro il comunismo, non è poca cosa.

La seconda importante verità è che anche l'Italia ebbe parte in quella vicenda, con le sue leggi, i suoi intellettuali, le sue benedizioni e i suoi silenzi. Per decenni il mito allegro e rassicurante degli italiani "brava gente" ha teso a relativizzare le responsabilità istituzionali del nostro paese nella schedatura, nella deportazione e nella collaborazione allo sterminio. A proposito: tra i luoghi simbolici di questa responsabilità vi è, a Fossoli di Carpi, il campo di concentramento in cui, con il valido sostegno dei militari italiani, si gestiva un campo di concentramento: l'ultima tappa prima della deportazione, via passo del Brennero, verso i campi di sterminio in Germania o in Polonia. Nonostante qualche intervento e un bel progetto di recupero, quel campo versa da decenni in un sostanziale abbandono. Recuperare a pieno quel campo, proporvi mostre permanenti, condurvi gli studenti, organizzarvi seminari internazionali sui temi della Shoà, del razzismo e dell'antisemitismo, come già accade a Dachau o Mauthausen, sarebbe un modo di assumere con responsabilità il peso della collaborazione italiana al nazismo. 

La terza verità, forse la più importante, è che c'è bisogno di ricordare: quella memoria del passato che un po' retoricamente dovrebbe aiutarci a evitare gli errori del passato ha bisogno di essere alimentata; abbandonata a se stessa si estinguerebbe. E il rischio è gravissimo negli anni in cui ci lasciano gli ultimi testimoni di quei fatti e di quelle tragedie. Occorre insomma una "cultura della memoria", che non sia pura retorica delle atrocità del passato ma che ci aiuti a intuire le sfide e i rischi del presente. Con ogni evidenza sono soprattutto le minoranze a coltivare la memoria, convinte come sono che per difendere la loro identità hanno bisogno di radici, del ricordo forte della loro storia, delle loro sofferenze e delle loro epopee. Da qui il rischio di trasformare la storia e la memoria in "mito": ma questo è appunto un rischio evitabile e da evitare, la degenerazione ideologica di un atteggiamento mentale in sé sano e vitale. 

Ed è a questo riguardo che avvertiamo qualche preoccupazione che ci fa vedere il bicchiere pieno soltanto per metà. Il rischio che abbiamo di fronte è quello di una memoria astratta, priva del suo contesto culturale, politico, religioso di ieri e di oggi. L'Europa del 1938 non è ovviamente quella del 2001; eppure, proprio mentre ci consolidano nuove istituzioni e crescono società democratiche multiculturali e multireligiose, tornano politicamente attuali piattaforme e programmi esclusivistici, illiberali, persino un po' razzisti. Haider certo, ma non è che in Baviera, in certi cantoni svizzeri, nel Midi francese, in ampie fasce padane siano banditi temi e suggestioni del revisionismo storico e quindi del razzismo e dell'antisemitismo. Al contrario: in molte regioni la sfida dei flussi migratori, della costruzione della società multiculturale, del pluralismo etnico e religioso deciderà i prossimi equilibri politici. La Giornata della memoria deve servire anche a questo: a pensare l'Italia e l'Europa di domani.

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Created: Sunday, September 2, 2001; Last updated:Tuesday October 02, 2007
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